Ermelinda Bersani antifascista e staffetta


Nasce il 4 gennaio 1908 a Castel S. Pietro Terme. Si iscrive al Partito Comunista Italiano nel 1929, segue il marito Giovanni Nardi confinato a Lipari (ME). Rientrata a Castel S. Pietro Terme, viene assunta come operaia all’ombrellificio Sassi dove nel 1934 organizza la lotta per gli aumenti salariali, contro il cottimo e per una riduzione dell’orario di lavoro. Viene arrestata nel febbraio 1942 a Castel S. Pietro Terme per avere affermato in luogo pubblico: Quelli che hanno dei soldi alla banca li avranno soltanto un anno dopo finita la guerra. È condannata a 20 giorni di carcere e diffidata. Dopo l’8 settembre 1943 diventa responsabile dei Gruppi di difesa della donna di Castel S. Pietro Terme.

Partecipa alla manifestazione per la distribuzione di sale e viveri alla popolazione avvenuta nel 1944 e si occupa del recupero di armi. Svolge inoltre funzioni di staffetta per il Partito Comunista Italiano e per il movimento partigiano.

I suoi ricordi

Nel 1929, quando aderii al partito comunista, mi trovai subito impegnata, sebbene avessi solo vent’anni, in un’attività politica clandestina di grande importanza, come quella a favore del No al referendum fascista. A svolgere quel lavoro eravamo in pochi, ma molto attivi e, malgrado le minacce di bastonature, facemmo delle scritte murali nel paese, distribuimmo manifestini e francobolli da attaccare alle porte delle case con sopra stampato il No. A Castel San Pietro i risultati furono molto buoni e nell’urna finirono circa 400 No. Ricordo che chi votava No doveva usare un’apposita scheda, già stampata, e con ciò i fascisti, oltre a trasformare il referendum in una pagliacciata, erano anche in grado di identificare gli oppositori e di farli seguire dalle squadracce, che subito provvedevano col manganello.

Nel 1932 mio marito fu arrestato, poi condannato a cinque anni di confino da trascorrere nell’isola di Lipari, ed io lo seguii assieme al nostro bambino di tre anni. Al confino continuai a svolgere attività politica e provvedevo ad assistere i compagni ammalati e bisognosi di assistenza e di cure. Fra i confinati ricordo particolarmente Lea Giaccaglia, uscita dal carcere di Venezia dopo più di quattro anni di carcere e poi inviata al confino. Lea arrivò a Lipari nel luglio 1931, in cattiva salute e febbricitante. Il partito, tenendo conto del fatto che io usufruivo di un appartamento fuori dei cameroni, affidò Lea alle mie cure (e con lei anche il compagno Giovetti, egli pure malato).

Ricordo che, malgrado la salute incerta (era stata colpita da tubercolosi, malattia che la porterà alla morte), Lea svolgeva a Lipari un’intensa attività politica e di educazione, per l’unificazione del partito, contro il destrismo e il settarismo che ancora permanevano in alcuni compagni.

Le discussioni erano frequenti e furono molto utili anche per me e tanto mi aiutarono a formarmi una coscienza politica.

Un giorno Lea ottenne il permesso di un colloquio col marito, Paolo Betti, che in quel momento era nel carcere di Castelfranco Emilia e nell’occasione riuscì a portare con sé una missiva per il partito. Lea aveva due figli, Lucietta e Vero.

Quando Lea fu arrestata, a Torino, nell’ottobre 1927, sei mesi dopo l’arresto del marito Paolo, Lucietta fu dapprima ospitata da compagni, poi fu fatta emigrare in Francia e, infine, a Mosca dove, malgrado ogni cura, morì nel 1928, a soli sette anni di età. Da Lipari, Lea fu poi trasferita a Ponza, poi a Longobucco, un paesino nella montagna di Potenza, e qui si dedicò, come maestrina, all’educazione dei piccoli analfabeti. Fu liberata nel 1934 e due anni dopo morì.

Mio marito fu poi prosciolto coll’amnistia e così ritornammo a Castel San Pietro, dove ripresi la mia attività clandestina. Ricordo che fui assunta a lavorare nell’Ombrellificio Sassi e dopo poche settimane portai le operaie e gli operai alla lotta per ottenere un aumento del salario e per la conquista delle otto ore giornaliere. Furono momenti molto duri e assai aspro divenne lo scontro con i sindacati fascisti. Dopo parecchi incontri con i sindacati comunali e provinciali le nostre richieste prevalsero e la lotta si concluse con una grande vittoria per i lavoratori di quella fabbrica: raddoppio del salario, abolizione dello straordinario e orario di lavoro a otto ore giornaliere.

La guerra di Spagna mi trovò di nuovo mobilitata per la distribuzione di manifestini, per la raccolta di fondi per finanziare il movimento di liberazione e le brigate garibaldine che combattevano per una Spagna libera. La mia casa diventò una base di ascolto di Radio Barcellona. Nel 1938, mio marito venne nuovamente arrestato dai fascisti e fu condannato dal Tribunale Speciale fascista a 13 anni di carcere, cinque dei quali li scontò nell’isola d’Elba e due nei campi nazisti. Rimasta sola, con un figlio di appena nove anni, continuai il mio lavoro clandestino e la mia casa divenne un centro di organizzazione e di incontro dei compagni che operavano nella nostra zona.

Nel 1942 fui anch’io arrestata per sospetto, in seguito ad una denuncia, ma dopo trenta giorni fui rimessa in libertà.

Dopo l’8 settembre 1943, con l’aiuto dei compagni, organizzai i primi Gruppi di difesa della donna, che avevano come scopo, oltre a quello di raccogliere viveri, indumenti, medicinali, generi di pronto soccorso per i partigiani e per le popolazioni bisognose, anche quello di creare una coscienza politica nelle donne e prepararle alle lotte, per abbattere il fascismo. In questo lavoro di organizzazione ebbi contatti col movimento imolese, ed in particolare con le compagne Prima Vespignani e Vittoria Guadagnini.

I primi Gruppi di Castel San Pietro agirono soprattutto nel 1944, anno particolarmente difficile per l’enorme numero di sfollati e la grande miseria che aveva colpito il paese. Si soffriva la fame. Ricordo che non si trovavano né carne né latte, perché i nazisti avevano sequestrato gran parte del bestiame per inviarlo in Germania. Decidemmo di fare qualcosa, ed insieme ad alcune compagne, Lea Scarpetti, Bianca Frabboni, Elsa Giacometti ed altre, mi recai da chi aveva avuto in consegna il bestiame dei nazisti. Prelevammo le bestie, le facemmo macellare e distribuimmo la carne ai malati ed ai più bisognosi.

Un altro avvenimento a cui presi parte fu la manifestazione del sale del 1944.

Erano tre mesi che in paese mancava il sale nei negozi, perché i nazisti lo trattenevano nei loro magazzini e si rifiutavano di distribuirlo. In meno di mezz’ora organizzai una manifestazione, cui parteciparono oltre 500 donne; ci portammo in municipio, dal podestà, per reclamare il sale, ma soprattutto quei viveri e grassi che i tedeschi tenevano nascosti. I capi fascisti si affrettarono a chiamare i tedeschi, che si presentarono armati di fronte alle donne. Ma nessuna si intimorì e le richieste si fecero ancora più forti e il coraggio dimostrato dalle donne, costrinse i nazisti ad avviare la distribuzione del sale e dei viveri.

Altro compito dei Gruppi era quello di recuperare e nascondere le armi che dovevano servire ai partigiani. Questo compito spesso lo assolvevo insieme alla compagna Bianca Frabboni. Ricordo che una volta stavamo trasportando armi, nascoste in un vecchio comò caricato su un carretto rotto e cigolante e un tedesco si offrì persino di aiutarci. Noi dapprima rifiutammo il suo aiuto, coscienti del rischio che potevamo incontrare, ma l’insistenza del militare fece sì che lo stesso ci accompagnò alla destinazione. Quel viaggio ci sembrò eterno, e ad ogni scricchiolio o sbandata del carretto ci sentivamo gelare il sangue.

Facevo anche la staffetta per il movimento partigiano e per il partito comunista fra Bologna, Castel San Pietro e Sasso Morelli, portando ordini ed informazioni che ricevevo dal compagno Ezio Serantoni per i compagni Giacomo Masi e Luciano Romagnoli di Bologna. Ricordo che una sera, mentre rientravo dalla distribuzione della stampa clandesina, fui fermata da un gruppo di nazisti. Scesi dalla bicicletta, reggendo tremante una borsa piena di volantini, coperti da verdure e da una bottiglia di latte. Alle loro domande risposi con franchezza, che dovevo recarmi all’Ospedale per portare viveri a mio figlio ricoverato. Mi lasciarono andare, ma nel momento in cui stavo per salire sulla bicicletta, uno di loro lanciò il cavallo al galoppo tentando di investirmi, ed io lo evitai cadendo sul selciato. Fortunatamente sopraggiunse una colonna militare che distrasse il mio inseguitore.

Nei primi mesi del 1945, quando i tedeschi sfollarono l’ospedale, per accasermare una guarnigione militare, noi del Gruppo di difesa della donna provvedemmo a curare ed a nutrire i vecchi ricoverati, abbandonati e indifesi, mentre gli ammalati furono portati nei vari ospedali di Bologna. Contribuimmo a creare un pronto soccorso ed a mantenerlo in vita fino alla liberazione, per dare assistenza ai pochi superstiti rimasti in paese. Qualche settimana prima della liberazione, i nazifascisti riuscirono, grazie a una soffiata, a conoscere i responsabili del movimento partigiano, ed iniziò da quel momento la caccia all’uomo in tutte le case del paese. I nostri informatori ci comunicarono i nomi dei ricercati ed io riuscii a sottrarmi all’arresto fuggendo, qualche ora prima, dal posto di blocco istituito nel Borgo; i nazifascisti irruppero in casa, buttarono tutto all’aria e si portarono via un sacco di cose.

In questo periodo dovetti rifugiarmi in un nascondiglio, in un bosco nei pressi di Liano, con mio fratello e mio figlio, abbandonando ogni attività fino alla liberazione, che avvenne quaranta giorni dopo.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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