Gisella Tonelli (Nome di battaglia Fiorella) Staffetta


Nasce l’8 gennaio 1904 a S. Lazzaro di Savena. Milita nel CUMER e opera a Bologna. Il 18 aprile 1945 viene arrestata insieme al fratello Bruno e al marito Pietro Folicaldi nella sua abitazione vengono trovati importanti documenti del CUMER.

Trasferita in questura, resiste per più giorni alle violenze senza tradire i compagni. Viene liberata poche ore dopo la liberazione della città.

I suoi ricordi

Erano le dodici e un quarto del 18 aprile 1945, quando il campanello suonò in modo familiare e mia madre, ottantenne, pensando fosse mio marito, Pietro Folicaldi, che rientrava sempre a quell’ora, andò con calma ad aprire. Nel frattempo il campanello suonò di nuovo, il che attirò la mia attenzione. Irruppero poi nell’appartamento una decina di fascisti del reparto antipartigiani, al comando del capitano Noci, che chiese chi era il padrone e, quando mi presentai, disse di avere un mandato di perquisizione e subito i suoi uomini si misero a buttare all’aria tutto.

Entrati nello studio trovarono sulla scrivania il materiale che era stato portato poco prima da Giacomino Masi e dalla staffetta Gina e consistente in importantissimi documenti destinati alle brigate e ai comandi partigiani. Ci fecero allineare tutti nell’ufficio: mia madre, mio fratello Bruno, io e la Gina, staffetta del comando di Divisione, per il quale lavoravo anch’io. Sul momento pensai che ci avrebbero fucilati tutti sul luogo. Il campanello suonò di nuovo e, poco dopo, spinsero nell’ufficio mio marito con le mani alzate e il mitra puntato alla schiena.

La reazione del capitano Noci alla lettura dei documenti trovati fu repentina e violenta. Egli, infatti, mi schiaffeggiò ripetutamente dicendo che quello non era che un piccolo anticipo di ciò che mi aspettava e, battendo i pugni sul tavolo, gridava che i veri italiani erano loro: quelli di Mussolini. Poi, sempre urlando, volle sapere la destinazione dei documenti e il nome e l’indirizzo dei componenti dei singoli comandi.

Da questo momento inizia la mia odissea. Per guadagnare tempo e, per spiegare la ragione per cui il materiale trovato era in casa mia, inventai che degli sconosciuti mi avevano requisito l’appartamento con la forza e che ignoravo cosa fosse ciò che avevano portato. Piovvero altri schiaffi mentre il capitano mi diceva

che, anche se volevo fare l’eroina, loro avevano i mezzi per farmi parlare. Con le armi puntate mi obbligarono a guidarli nell’appartamento, mentre alcuni militi gridavano: Voglio avere io l’onore di fucilarti.

Dopo aver fatto razzìa di gioielli, denaro e titoli di nostra proprietà, che portavamo sempre con noi ben nascosti in una borsa, e dopo avere insaccato il materiale trovato, ci fecero uscire tutti, eccetto mia madre. Nello scendere le scale raccolsi uno sguardo d’intesa di mio fratello e capii che voleva tentare la fuga.

Infatti, con una scusa, riuscì a rimanere indietro e, giunto davanti alla porta della cantina che, in quell’epoca, rimaneva sempre aperta dati i continui allarmi, rischiando la vita infilò le scale.

Dopo la mia liberazione, poi, mio fratello mi dirà: Bisognava pure che qualcuno avvertisse i comandi di non venire nel pomeriggio all’appuntamento in casa tua. Ti confesso che non credevo di farcela. Quando poi, giunto in fondo al corridoio, non ho visto aperta la porta che mette in via Gismondo, mi sono sentito perduto. Mi sono avvicinato e, appoggiatomi, la porta ha ceduto. Era solo avvicinata! Subito mi sono precipitato verso l’uscita, ma fatti due o tre passi, sono tornato indietro per chiudere la porta poiché, mentre i militi che mi inseguivano perdessero tempo a sfondarla, intanto potevo allontanarmi indisturbato. Sono corso subito ad avvertire il comandante Ferri (più noto allora col suo vero nome di Sigfrido, che era stato anche mio comandante), che, aiutato da Mario (Sante Vincenzi) ha avvisato gli altri del tuo arresto.

Così mio fratello mettendo a repentaglio la propria vita, riuscì a salvare il comando e ad evitare l’arresto di molti uomini. La fuga di Bruno non fu notata subito, poiché tutti gli uomini sorvegliavano me che, essendomi addossata ogni responsabilità, ero ritenuta la più pericolosa. Quando si accorsero della sua mancanza si creò una certa confusione poi, al grido di Arrenditi Bruno, si precipitarono per le scale di cantina sparando all’impazzata e, come prevedeva mio fratello, persero tempo nel tentare di abbattere la porta di ferro.

Fummo portati in Questura e condotti nei sotterranei. Mentre gli altri furono messi in una cella in comune, io fui isolata e, debbo confessarlo, quando sentii chiudere dietro di me la porta e tirare il catenaccio, mi sembrò che tutto fosse ormai finito. Anche se io continuavo a negare essi dai documenti, avevano capito che io ero una delle staffette di collegamento del Comando di Divisione e sicuramente non mi avrebbero dato tregua. Questo stato d’animo, comunque, non durò molto e, benché mi rendessi perfettamente conto della gravita della mia situazione, decisi che per nessuna ragione avrei tradito i miei compagni.

La mia cella era completamente al buio dato che la finestra, posta in alto, era stata murata. Il mio letto era un rialzo di pietra coperto di paglia, la cui quantità era tale che pensai che quella cella fosse servita a molti. Anche le scritte sui muri me lo dicevano. Poveri esseri passati prima di me avevano impresso su quelle mura i loro ultimi desideri e, ogni qualvolta la luce si accendeva per accompagnarmi agli interrogatori, vedevo tutte quelle frasi che diventavano un monito. Ognuno, con figure, o scritte in poesia, sempre sul tema della morte o della libertà, vi aveva impresso il suo pensiero umano, l’ultima volontà o il saluto alla vita prima che la scarica lo fulminasse. Anche i miei carcerieri mi facevano notare quelle scritte per avvertimento, ma ciò, anziché farmi crollare, mi rendeva sempre più forte e rafforzava la mia decisione di non dire una parola.

Subii da parte del tenente Cauli parecchi interrogatori accompagnati da minacce alle quali rispondevo, sprezzante, che avrei fatto loro più paura da morta che da viva. Spesso mi interrogarono anche in cella, ma io mantenni sempre la mia prima versione sulla provenienza del materiale e, anche se non si reggeva, mi serviva per guadagnar tempo. Durante la mia detenzione un prigioniero, addetto alle pulizie mi fece capire che potevo avere fiducia in lui e, temendo che mio fratello fosse stato imprigionato, poiché sapevo che avevano piantonato la piazza, chiesi se dopo di me era stato arrestato qualcun’altro. Ma egli mi rispose di no e mi informò che avevano appena fucilato quelli che occupavano la cella prima di me e le cui scritte potevo leggere sui muri. Seppi poi, dopo la mia liberazione, che i nostri si erano messi nei punti più strategici della piazza per avvertire quelli che fossero eventualmente arrivati.

Poi, un giorno, udii un’insolita confusione alla quale per parecchie ore seguì il più completo silenzio; poi, di nuovo, confusione ed urla. Sentii che parecchie persone si avvicinavano correndo alla mia cella e, giunti davanti alla porta, si fermarono e mi gridarono Dove sono le chiavi? Siamo partigiani! Temendo che fosse uno dei soliti trucchi tentati per farmi parlare, chiesi loro come potevo io, che ero chiusa dentro, sapere dove avessero messo le chiavi. Comunque li mandai avanti e, poco dopo, li udii abbattere le porte delle prigioni. Erano veri partigiani dunque. Ero salva!

Fui scarcerata quattro ore dopo la liberazione, ma la mia salvezza fu, ad ogni modo, in gran parte dovuta all’avvicinarsi del fronte, il che creava non poca confusione e panico nei miei carcerieri, ed anche al fatto che, essendovi una grande rivalità fra RAP e le brigate nere, quelli si rifiutarono sempre categoricamente di consegnarmi ai brigatisti. So, infatti, che se ciò fosse avvenuto, certamente ora non potrei fare questo racconto.

Annunci

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...