Giliana Benfenati (Nome di battaglia Franco) Staffetta


Nasce il 12 gennaio 1926 a Minerbio. Ha militato nella 4.a brigata Venturoli Garibaldi e nella 7.a brigata GAP Gianni Garibaldi. 

Le sue memorie

Mi chiesero se intendevo partecipare all’attività partigiana delle SAP e naturalmente dovetti farmi spiegare un po’ di che si trattava, perché fare la staffetta era per me un fatto del tutto nuovo. Mi dissero: Probabilmente porterai a persone che ti verranno indicate, stampa, volantini, ecc. Se sarà necessario, parteciperai alle squadre che escono per azioni di sabotaggio. 

Ebbi coscienza del come si può, anche con piccole cose, partecipare ad una lotta che da tempo raccoglieva già vasti consensi popolari. Il babbo mi spiegò le cose e mi fece capire i pericoli cui potevo andare incontro; voleva che la decisione non fosse eventualmente data per un’esaltazione momentanea. Dopo questo dovevo decidere da sola.

Accettai e attesi con ansia il mio primo incarico. Mi diedero dei manifestini che io divisi in tanti gruppetti, dentro ad alcun libri, e mi diedero anche l’indirizzo di un fornaio che aveva la bottega alla cinta di San Vitale. Non sapevo spiegarmi cosa c’entravano e come avvenisse poi il resto. Quando pensavo al resto cadevo in dubbi e confusioni. Mi era stato spiegato con insistenza che se qualcuno mi avesse per caso fermato, o chiesto qualche informazione, dovevo stare attentissima. Sfuggire questa eventualità — mi dicevano — vuol dire salvarti e non danneggiare altri. Eventualmente poi non dovevo parlare dì quello che sapevo in alcun modo.

Non avevo fatto, e lo feci poi, quella che era la cosa più importante: cioè non avevo ancora letto cosa c’era scritto in quei manifestini. Vorrei dirvi le acrobazie che feci per il timore che qualcuno mi vedesse leggere cose simili! Ingigantivo tutto, dubbi e paure mie ed avvenimenti che potevano scaturire da altri.

Ma veramente dopo che ebbi letto, mi resi conto come qualsiasi persona poteva fare molto, moltissimo nella lotta antifascista.

La fierezza della mia prima azione, chiamiamola così, era frammista a molteplici cose: come potevo arrivare a destinazione senza pericolo, di quali mezzi e aiuti potevo servirmi? Per me era veramente un problema. Il caso lo risolsi nel migliore dei modi. Ero sulla porta del negozio di mio padre e pensavo al da farsi, quando un mio compagno di scuola venne verso di me e, salutandomi nel solito modo caloroso e scherzoso, si fermò a chiacchierare. Mi rivolsi a mio padre per chiedergli se potevo farmi accompagnare. Prima che cominciassi a parlare già mio padre aveva risposto in modo frettoloso, ma convincente, che era bene mi facessi accompagnare.

Ci incamminammo verso la cinta di San Vitale; io avevo i miei libri sotto il braccio e, mentre si parlava del più e del meno, internamente mi ponevo ancora una domanda: perché mi era parsa una cosa strana la fretta di rispondermi di mio padre? Poi capii. Il babbo mi assegnava come guardia del corpo quel ragazzo, che era figlio di un questurino ben conosciuto e poteva darsi che, in caso di emergenza, la cosa avrebbe servito.

Arrivata alla casa indicatami, salutai quel mio occasionale accompagnatore e lo ringraziai di tutto cuore. Alla persona che mi si presentò alla porta consegnai quel prezioso materiale che stava fra le pagine dei libri; ricevetti in cambio alcune istruzioni per recarmi in altri luoghi e da altre persone.

Così iniziò la mia partecipazione alla lotta di liberazione, che divenne più intensa col mio passaggio alla 7a Brigata GAP. Ricordo che una volta, appena tornata dalla mia base, vidi che i miei familiari erano ancora alzati; mi stavano attendendo e l’ansia di tutti si rispecchiava più evidente nel volto della mamma.

Ogni giornata per lei era troppo lunga e la sera, quando si rincasava tutti, si assopiva in lei la pena e l’ansia di una giornata gravosa e piena di insidie. Ansia continua per il babbo che aveva la base di smistamento nel negozio, per mia sorella Elvira che faceva interminabili gite in bicicletta luogo cavedagne ed argini per portare a destinazione armi o quant’altro; per me, che, pur rientrando tutte le sere, avevo la giornata impegnata con la mia squadra e di conseguenza ero esposta, come tanti del resto, alle insidie degli appuntamenti nell’espletamento del lavoro che spetta ad una staffetta. Fortunatamente però ci ritrovavamo sempre e questo era davvero la cosa più importante.

La notte dell’8 novembre 1944, ci bastarono poche parole, qualche racconto, per capire come erano andate le cose nel combattimento di porta Lame e capimmo che ancora si doveva attendere per sapere se veramente tutti erano potuti sfuggire all’accerchiamento. Mentre stavamo avviandoci per andare a dormire, sentimmo provenire dal terrazzo un forte rumore di un secchio che cadeva a terra. Spegnemmo immediatamente la luce e rimanemmo in attesa che avvenisse qualcosa. Non è il caso che mi dilunghi per farvi capire che cosa abbiamo provato in quegli attimi!

Un lieve scalpiccio e il sussurrare un nome: Sono Leo. Era uno dei ragazzi di porta Lame. Aprimmo la porta del terrazzo e vedemmo venire verso di noi Leo, seguito poi, uno alla volta, da altri compogni. Poveri ragazzi fu l’unica frase che sentimmo dire ed era la mamma che esprimeva il pensiero di tutti. Erano in condizioni veramente indescrivibili: barbe lunghe, capelli scomposti e con zaini e tascapani addosso. Avevano ancora delle bombe a mano attaccate ai cinturoni. Ci dissero poi che i vestiti se li erano asciugati addosso. Avevano dovuto passare a guado il canale e si erano rifugiati in vari scantinati di case abbandonate.

Li facemmo sedere e cominciammo noi quattro donne, a preparare salsiccia e polenta; il babbo portò il vino e pronte che fummo apparecchiammo per la cena.

Si erano sganciati — come ho detto — dalla base di porta Lame e alcuni erano feriti alle gambe e fra questi c’era la Loredana. Si erano sfamati solo con poche gallette e nient’altro. In fila indiana avevano percorso, di notte, dopo il coprifuoco, la strada ferrata della ferrovia Veneta ed erano arrivati sino a noi, portandosi dietro armi e munizioni. Seduti attorno al tavolo quasi tutti reggevano tra le gambe le loro armi. Ricordo che avevo l’impressione di vedere tanti cani da guardia.

Salsiccia e polenta (eravamo fortunati di potere mangiare ancora così) non diminuivano granché dal tavolo; quello che calava rapidamente era il vino. Via via che i minuti passavano in ognuno di loro qualcosa esplodeva. Chi sfogava in modo energico i propri rancori, la propria sofferenza; uno di Medicina voleva per forza, subito, tornare a casa sua; vi fu chi, infine, cominciò a star male. Le sofferenze, le privazioni, avevano messo a dura prova i loro nervi; la morte dei loro compagni di lotta li aveva buttati moralmente a terra. Non potevamo fare altro che incoraggiarli, ma per quel che riguardava la loro salute era necessario che si facesse subito qualcosa.

Ma c’era il coprifuoco, era già notte fonda. In vestaglia e cappotto, io e Loredana uscimmo sperando di poter raggiungere un nostro posto di riferimento e chiamare la persona che avrebbe potuto darci una mano. Prima di giungere a destinazione per diverse volte ci fermammo; con la nebbia che c’era non vedevamo l’altro lato della strada, ma sentivamo un passo cadenzato ed inconfondibile che andava quasi con noi. Di coraggio, sinceramente, non ne avevamo molto; speravamo solo di non essere viste e di non farci sentire.

Giunte, finalmente, suonammo a lungo, nonostante sapessimo che quello poteva essere un campanello d’allarme per noi. Siamo ancora oggi del parere che quella sentinella, o ronda che fosse, preferì non sentire. Col buio e la nebbia, non si sa mai! Nessuno aprì; ritornammo senza avere potuto far nulla. Avremmo preferito prendere un’altra strada e andammo invece a casa e, con l’aiuto di alcuni di loro, sistemammo delle brande in un appartamento momentaneamente libero, fasciammo alla meglio le ferite e aiutammo quelli che stavano facendo delle coliche (le gallette che avevano mangiato si stavano gonfiando nel loro stomaco).

Il mattino, finalmente, ci potemmo muovere con più sicurezza; avvertimmo il dottore il quale, appena giunto, estrasse subito due pallottole, disinfettò e fasciò alcuni, diede delle medicine a quelli che accusavano mal di stomaco e, col suo fare, profuse una solidarietà umana, profonda e libera da egoismi: la cosa di cui avevano maggior bisogno. Quei partigiani ebbero modo di constatare che non erano soli. Altre famiglie del vicinato diedero senza chiedere e senza dire.

In altra occasione ricordo giorni di ansia nella nostra base. Una volta vi fu anche fermento a causa dell’assenza di Franco. Eravamo intenti a discutere su cosa fare e come muoverci, quando una timida suonata alla porta ci portò una speranza, ma anche un gran timore. Infatti poteva indicare l’arrivo di Franco oppure… visite poco gradite. Andai io ad aprire, ma alla porta di casa non c’era nessuno. Diedi il tiro al cancelletto e lentamente, molto lentamente, sentii avvicinarsi una donna che saliva a fatica. Cercando di mantenere la calma chiesi chi era: mi rispose: Amici. Non ho parole per descrivere ciò che provai. Quella sconosciuta saliva, tenendo appoggiato a sé Franco, che era ferito.

In un primo momento tutti prestammo aiuto, lavammo e tamponammo le ferite nel miglior modo possibile, in attesa del dottore partigiano che avremmo chiamato.

Franco aveva ferite veramente brutte al viso e, cosa che mi impressionò moltissimo, ferite piccolissime di schegge di proiettili al naso, alla fronte e molto vicini agli occhi. Appena si ristabilì un poco di calma ci trovammo a dover guardare in faccia una sconosciuta che poteva diventare, o poteva già essere in quel momento, un pericoloso nemico.

Questa signora che ci stava di fronte e che sembrava così ben disposta doveva ritornare fuori. Poteva salutarci guardandoci lealmente negli occhi, oppure salutare e sfuggire al nostro sguardo e poi, forse, la delazione! Che cosa fare? Credo che ognuno si sarebbe comportato nel nostro modo. Chiaramente e senza sotterfugi le dicemmo chi eravamo. Con lealtà ci venne risposto che, già sapendo ove era stato ferito Franco, aveva capito di chi si trattava e che a suo rischio e pericolo aveva cercato di fare il più presto possibile per sottrarre il nostro compagno da un sicuro rastrellamento e farsi quindi indicare da lui medesimo la via per giungere alla base. Potevamo quindi, per quanto riguardava lei, stare tranquilli che niente sarebbe trapelato all’esterno e ci disse chi era perché fossimo certi che non intendeva tradirci.

Capimmo e con grande fiducia la salutammo, ringraziandola ancora per tutto quello che aveva fatto. Anche lei aveva dato alla nostra lotta un contributo notevole, salvando un nostro compagno e mantenendo il segreto della nostra esistenza come squadra d’azione partigiana.

Questo e molti altri potrebbero essere episodi da raccontare e da far conoscere sulla solidarietà umana che ogni partigiano ha avuto e a cui, il più delle volte, deve il fatto di essere ancora in vita.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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