Aurelia Zama staffetta


Nasce il 14 gennaio 1903 a Modena. All’avvento del fascismo la sua famiglia, che risiedeva a Rimini (FO), deve trasferirsi prima a Lugo (RA) e poi a Bologna per sottrarsi alle persecuzioni. Il padre, vecchio socialista, era stato denunciato per 1’uccisione di un fascista e in seguito, fu licenziato dalle ferrovie con la formula dello «scarso rendimento di lavoro».

Nel 1942 si iscrive al Partito Socialista Italiano e fa riferimento al gruppo di compagni che si incontrano nel fondone di Paolo Fabbri in via Poeti.

Nel corso della Resistenza aderisce alla brigata Matteotti Città e la sua casa, in via Cartolerie 10, diventa una base partigiana. Viene nominata segretaria delle donne socialiste e lavora nella redazione di “Compagna”, il periodico clandestino della commissione femminile del Partito Socialista Italiano, il cui primo numero usce il 30 novembre 1944.

E’ staffetta del CUMER alle dipendenze di Gianguido Borghese.

Le sue memorie

Mio padre, Francesco Zama, era impiegato delle Ferrovie dello Stato nelle officine di Rimini ed era un socialista attivo ed entusiasta. La sua attività politica la svolgeva fra le diverse categorie di ferrovieri che allora lottavano per un migliore tenore di vita. Fu membro della Giunta socialista che reggeva il comune di Rimini nel 1920 e nel 1921 e, assieme ad altri socialisti, fu arrestato per i fatti che portarono all’uccisione di Luigi Platania. Il delitto fu definito politico, mentre in realtà, come poi fu dimostrato al processo che venne dibattuto nel 1925 alle Assise di Forlì, non era che un delitto comune: un certo Zavatti, infatti, confessò poi di essere lui l’autore dell’uccisione del Platania e ciò avvenne nel corso di un dibattimento di un altro processo per furto nel quale era implicato il Zavatti stesso. Fu un colpo di scena drammatico che fece cadere miseramente tutta l’impalcatura politica montata ad arte per incriminare i socialisti, fra i quali mio padre.

L’assoluzione fu piena e finalmente finì per noi l’incubo durato tanti anni; ma fu ardua impresa far uscire gli innocenti in libertà: una folla di fascisti voleva morti i socialisti e per evitare il peggio vennero approntati dei camion scortati da carabinieri armati; mio padre e gli altri furono adagiati nei cassoni, coperti con mantelline da soldato, poi tutti assieme uscirono e si diressero in varie direzioni.

Ricordo che mio padre giunse a Bologna in piena notte. Io ero ospite di una mia zia che abitava a Borgo Panigale; mia madre e mia sorella, minore di me di 9 anni, erano rimaste a Rimini.

Avevo lasciato la casa e gli studi nel 1921 quando mio padre era stato arrestato.

Vari compagni socialisti mi raccomandarono presso la direzione della Banca nazionale dei ferrovieri, che a quei tempi aveva la sede centrale a Bologna, in piazza XX Settembre: vi rimasi impiegata fino alla scarcerazione di papa, nel 1926.

Furono cinque lunghi anni, pieni di angoscie e di rivolta morale per l’infame modo di condurre l’istruttoria; le alternative di speranza si susseguivano, sembrava sempre che il processo venisse discusso, ma invece veniva regolarmente rinviato, dalla primavera all’autunno. La ragione era soltanto questa: appuntata al fascicolo del processo vi era ben visibile la tessera di appartenenza al partito socialista. Da Forlì mio padre venne trasferito alle carceri di Rimini perché l’avvocato (Gino Giommi) fece pressioni per ragioni di salute. Dalla sua cella, nella Rocca Malatestiana, udiva i compagni di lavoro che per salutarlo passavano in bicicletta fischiettando sotto le mura della Rocca. Mia sorella, che si era fatta amica delle figliole del capo-guardia delle carceri, che andavano a scuola con lei, poteva vederlo più spesso di quanto fosse consentito a me.

La famiglia si riunì nel 1926. Andammo ad abitare a Lugo di Romagna: mio padre fu licenziato dalle Ferrovie per scarso rendimento, frase che allora si usava a danno di quelli che non volevano piegarsi alla dittatura e prendere la tessera del partito fascista. Aprimmo un negozio di fumisteria: un lavoro in proprio dava l’illusione a mio padre della libertà, sola cosa di cui aveva bisogno. Ma i lunghi anni di detenzione avevano fiaccato la sua forte fibra e disturbi cardiaci lo affliggevano.

A Lugo riallacciò i contatti con i migliori compagni, ma molto segretamente, tanto che le autorità fasciste lo ritennero ravveduto e ci lasciarono finalmente vivere. Nel 1932 morì la mamma, poi gli affari andarono male e nel 1936 venimmo ad abitare a Bologna. Io cercai subito impiego e lo trovai presso la Società Barbieri e Burzi, ma appena un anno dopo, cioè nel 1937, mio padre morì di infarto. Ai funerali pochi amici, fra i quali i fratelli Giorgio e Carlo Barbieri, miei principali, anche loro antifascisti.

Restammo io e mia sorella che in quell’anno si era sposata con Elio Fantuzzi: andai ad abitare con loro. Ebbi poi un lungo periodo di malattia, lasciai l’impiego e quando ripresi il lavoro, dopo più di un anno, ottenni un impiego presso la Società Anonima Costruzioni Fluviali Edili, in via Calzolerie 2. Qui, in questi uffici, conobbi il rag. Camillo Bignami, romagnolo e antifascista; egli fu l’anello di congiunzione con i futuri operatori della Resistenza bolognese. Era il 1943: conobbi il geom. Fernando Baroncini ed in un primo tempo assunsi la tenuta dei libri paga della sua azienda sita in via Castiglione 21. Lì mi recavo ogni sera e lì conobbi Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivogli, di cui divenni la segretaria per il lavoro della Resistenza che già si iniziava; conobbi anche Verenin Grazia e l’ing. Gianguido Borghese.

La mia casa, anzi la casa di mio cognato, Elio Fantuzzi, fu messa a disposizione del movimento tanto che divenne ben presto una base per le varie necessità del tempo: abitavamo in via Cartolerie 40. Verso la fine del 1943, la mia ditta chiuse l’ufficio di via Calzolerie, il rag. Bignami con la famiglia sfollò al Boschetto di Castel Maggiore e io rimasi a Bologna con le chiavi dell’ufficio e per il disbrigo delle pratiche più urgenti mi recavo settimanalmente al Boschetto dal rag. Bignami.

Questo fatto mi permise di camuffare la mia attività segreta. In casa avevo una macchina da scrivere e il movimento di persone che andavano e venivano da casa nostra passò così inosservato: avevo detto ai vicini che erano impiegati ed operai dell’impresa che venivano da me per necessità di ufficio. Ricordo che trascrivevo a macchina documenti per il Comitato di liberazione di cui Verenin Grazia era il segretario. Egli stesso veniva a casa mia per dettarmi degli scritti e venivano anche l’ing. Gianguido Borghese per il partito socialista, mentre per le formazioni partigiane venivano Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivogli. In via Poeti 6, nel cosiddetto Fondone, mi recavo ogni giorno e lì fui a conoscenza di quasi tutte le azioni clandestine.

Si agiva allora in un clima di estrema prudenza, si era fiduciosi uno dell’altro e tutti eravamo uniti dall’ideale della libertà e dall’impegno di lotta per la fine del fascismo. Eravamo uniti come fratelli, consapevoli che la vita era in pericolo e per perderla bastava ben poco. Alfredo Calzolari veniva a casa mia ogni sera per ascoltare la radio clandestina e in ispecie i famosi messaggi e poi ripartiva dicendo: Vado in piazza a contare i piccioni.

Giuseppe Tullini teneva i contatti con i partigiani della bassa bolognese; era allegro e disinvolto e sulla sua bicicletta

andava e veniva sempre con documenti che erano vere cariche di esplosivo. Ospitavamo anche in casa, a dormire, le persone della Resistenza che di passaggio a Bologna dovevano avere incontri politici e militari e non potevano certo andare all’albergo: erano quasi sempre accompagnati da Amieto Villani, o da Alfredo Calzolari.

Ricordo fra questi ospiti Sandro Pertini, il dott. Andreoni, il colonnello Mario Guermani che restò più di un mese, Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivogli. Il figlio di quest’ultimo, Gastone, per sfuggire alla rappresaglia dei fascisti molinellesi rimase nascosto da noi fino alla liberazione. Ospitammo pure dei partigiani, fra i quali un ferito chiamato il Toscanino. Me lo portarono una mattina verso mezzogiorno, in pieno allarme; io, la mia famiglia e tutta la gente del caseggiato sostavamo sulle scale di cantina in attesa del cessato allarme quando comparvero due ragazzi che sorreggevano un compagno che evidentemente non si reggeva in piedi, con tutti i segni sul viso del luogo di provenienza.

Io capii subito che venivano da me e in cuor mio tremai, eppure trovai la prontezza di spirito di andare loro incontro dicendo: Non credo che vi sia qualcuno in casa vostra, ma vado a vedere. Mi seguirono, diedi loro le chiavi di casa mia e ridiscesi subito dicendo: Non li avete riconosciuti? Uno è il figlio del conte Della Volpe che è uscito dall’ospedale; il conte stava ad uscio con noi ed aveva quattro figlioli, quasi sempre assenti da casa e perciò poco conosciuti nell’abitato.

Cessato l’allarme tornammo in casa, mettemmo il ferito a letto e gli altri due (uno di questi era Mario Montanari) uscirono uno alla volta. Lasciammo la porta aperta per non destare sospetti e ci mettemmo a preparare quel po’ che si poteva da mangiare. Ad uno ad uno, come avevamo previsto, i nostri vicini, con scuse banali, vennero a casa nostra, ma non videro nulla di sospetto: le porte delle stanze erano tutte aperte, gli scuretti delle finestre socchiusi e noi apparivamo sempre affaccendate ai fornelli. Il ferito soffriva molto e io gli facevo delle iniezioni calmanti, ma era molto diffidente e teneva sempre la rivoltella a portata di mano.

Venne poi trasportato all’ospedale Putti» dal prof. Oscar Scaglietti che lo operò e poi ritornò a casa mia prima di raggiungere la sua formazione sull’Appennino bolognese.

Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivogli mi diedero in quei tempi l’incarico di segretaria del movimento femminile socialista, incarico che ricoprii fino al 1949.

Curai questa branca di lavoro con passione, cercando di organizzare il primo gruppo di compagne che a liberazione avvenuta si trasformò nel Gruppo femminile socialista. (Nel 1947, alla scissione del partito socialista in Bologna e provincia le donne socialiste organizzate erano circa diecimila). Nel 1944 vi erano 55 tesserate fra Bologna e provincia, tutte impegnate ed attive, combattenti silenziose al fianco dei loro uomini. Maria Lanzi e Laura Romagnoli, arrestate, subirono sevizie, ma non parlarono, Rosi Giordani, staffetta per la bassa bolognese, Poljana Grazia che era sempre al mio fianco, Mina Zarri, Ivonne e Sofia Calzolari, Giannina Masia Pitzalis, Marta Bottardi, mia sorella Lina, Rosa Cavallini, Clelia Soglia in Costantini, Gian Carla Facchini, Dina Bentivogli e tante altre.

Al fianco dei nostri compagni anche noi donne combattevamo con tutti i mezzi: la stampa fu uno di questi. In un primo tempo si trattava solo di fogli dattiloscritti; si cominciò col giornale Compagna il cui primo numero uscì scritto a macchina il 30 novembre 1944; il numero 2 uscì il 15 dicembre 1944, sempre scritto a macchina; infine in veste tipografica, uscirono il numero 3, il 15 gennaio 1945, e il numero 4, il primo marzo 1945.

Ero io stessa che, nella mia casa di via Cartoleria 40, battevo a macchina le copie di Compagna. Facevo molte battute in carta velina con una macchina molto vecchia che faceva un grande rumore. La maggior parte degli articoli dei primi numeri li ho scritti io; altri articoli furono fatti da Rosi Giordani, Poljana Grazia e Marta Bottardi. Ci trovavamo in casa mia e anche per la strada per discutere gli articoli e per organizzare la diffusione. Le copie già battute le portavo nel Fondone da Fabbri ed era qui che avveniva lo smistamento tramite giovani staffette socialiste: fra queste ricordo Cesarina Avoni di Ca’ de’ Fabbri, Giuseppina Galavotti di Castel San Pietro, la maestra Zarri di Molinella e altre i cui nomi ora mi sfuggono. Fummo fortunate in questo lavoro: nessuna nostra staffetta fu mai fermata dai tedeschi o dai fascisti per la diffusione della stampa.

La tipografia di cui ci servivamo, che stampava anche l’ Avanti!, era del compagno Giuliani. Fogli ciclostilati intestati La Voce delle donne, organo del Comitato centrale dei  Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà venivano diffusi e io ne conservo due: uno in data 15 marzo 1945 e l’altro in data 31 marzo  1945.

Scrivevamo su di essi incitando alla lotta, commentando i fatti più salienti, ma i nostri scritti erano soprattutto messaggi di solidarietà che inviavamo alle compagne della città e della provincia bisognose di sentirsi unite nella lotta che si combatteva; erano in generale donne semplici, capaci di compiere atti eroici nella più grande umiltà, combattenti ignote che per la maggior parte sono passate nell’ombra delle loro case, nel ricordo del marito o del figlio perduto.

Durante il mio lavoro ebbi contatti anche con donne della Resistenza di altre formazioni politiche; ricordo Lia Roveda della democrazia cristiana, Novella Pondrelli, comunista e altre di cui non ho mai saputo il nome.

Fra le varie mie prestazioni, che mi furono richieste, ricordo quella del prelievo del danaro dalle banche cittadine, per le necessità della lotta clandestina. Al Credito Romagnolo entravo dalla porticina di servizio e venivo ammessa direttamente nell’ufficio del direttore, che mi consegnava somme ingenti che io mettevo nel fondo di una grande borsa, che camuffavo con un po’ di insalata, dandomi l’aria della massaia al ritorno dalla spesa.

L’ultimo incarico mi venne affidato la sera del 20 aprile 1945. Al mattino presto del giorno seguente, il 21 aprile, dovevo trovarmi alla Banca Cooperativa di via Carbonesi; andai come al solito e mi venne consegnata la somma che io misi nella mia solita borsa. Poi mi avviai per far ritorno; ma giunsi in piazza Vittorio Emanuele proprio mentre le truppe di liberazione facevano il loro ingresso sparando a salve e gridando. La popolazione che attendeva non capì subito di che si trattasse e dapprima fuggì da ogni parte. Neppure io nel momento mi resi conto di quel che avveniva e mi trovai a terra travolta da quella marea, sotto il portico del Palazzo del Podestà dove erano stati’fatti affluire i prigionieri tedeschi.

Il mio solo pensiero fu quello di non farmi prendere la borsa, che tenevo stretta stretta e in cuor mio deprecavo il destino che mi colpiva proprio all’ultima ora. Ma riuscii presto a rialzarmi, infilai via Clavature per giungere in via Poeti, al  Fondone dove, come al solito, consegnavo ogni cosa. Intanto l’eco dell’avvenuta liberazione era giunta in ogni casa; compagni e compagne come impazziti dalla gioia si avviavano verso il centro. Ci si abbracciava, ci si sentiva rivivere, finalmente l’incubo era finito, l’aria della libertà ci inebriava.

Le nostre bandiere, confezionate in casa mia, da mia sorella, che si era privata di un vestito di panno nero per fare le diciture, vennero calpestate e fatte a brandelli dalle truppe polacche. Tanta ansia e tanta fatica erano state inutili! Questo il primo elemento di sconforto della giornata. Poi altre gravi notizie: apprendemmo che Paolo Fabbri e il colonnello Guermani non sarebbero stati con noi, perché caduti fin dal gennaio al ritorno dalla loro missione, nell’abetaia di Bombiana, in comune di Gaggio Montano. Giuseppe Bentivogli, ch’io chiamavo affettuosamente nonno e Sante Vincenzi caduti in quella stessa notte, Alfredo Calzolari anche lui morto pochi giorni prima nel molinellese.

La grande giornata che era stata il sogno ed il sostegno di quegli anni di travaglio, passava così con il pianto nel cuore per la mancanza dei compagni migliori, caduti per il loro grande sogno di libertà.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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