Paola Rocca (Nome di battaglia Paola) Staffetta


Nasce il 25 gennaio 1924 a Budrio. Operaia al calzaturificio Montanari. Nel 1942 partecipa ad una manifestazione di fabbrica per aumenti salariali che, in parte, vengono concessi. Subito dopo l’8 settembre 1943 diventa staffetta per un gruppo partigiano con base situata nei pressi di Pontevecchio. l marzo 1944 partecipa allo sciopero generale degli operai di fabbrica e al corteo che, attraversando le vie cittadine, si dirige davanti alla prefettura. Qui fa parte di una delegazione che si reca a protestare per lʼarresto di sette donne, avvenuto nel corso della manifestazione. A seguito di perquisizioni delle brigate nere viene fermata insieme al padre il 14 marzo 1944 e portata al comando di via S. Mamolo, dove viene trattenuta per un giorno e più volte interrogata.

Ha militato nella 1a brg Irma Bandiera Garibaldi. Nel corso di un rastrellamento effettuato dai tedeschi nella zona di Pontevecchio il 14 novembre 1944 viene catturata insieme a Bruno Pasquali ed a Walter Busi.

Incarcerata con gli altri in S. Giovanni in Monte, dopo sette giorni viene portata al comando delle SS in via S. Chiara. Interrogata, riusce a difendersi e viene rilasciata il 23 novembre 1944.

Le sue memorie

Provengo da una famiglia di antifascisti e ne ho seguito gli orientamenti senza entrare nell’organizzazione perchè ero molto giovane e solo nell’ultima parte della guerra ho incominciato a prendere coscienza della realtà del nazifascismo. Dopo l’8 settembre 1943 entrai nel movimento di liberazione nazionale per mezzo di mio padre che mi mise a contatto con il partigiano Giuseppe Berlocchi e da quel momento fui la staffetta della base di Pontevecchio.

In quel tempo lavoravo come operaia orlatrice presso la ditta Montanari, un calzaturificio che aveva sede al Bitone. Ero stata assunta in quella fabbrica nel 1939 e avevo sempre lavorato per la produzione di scarponi da soldato. La prima manifestazione che ricordo è della fine del 1942 quando protestammo tutti uniti per i salari e una delegazione andò dal padrone che fu costretto a fare qualche concessione. In fabbrica conobbi anche Nerio Nannetti che lavorava come operaio meccanico addetto alla manutenzione e alla riparazione degli impianti. Fu Nannetti che organizzò lo sciopero dei primi di marzo 1944. Ricordo che nelle giornate precedenti Nannetti introdusse nella fabbrica dei volantini dove c’erano scritte le disposizioni per lo sciopero generale operaio e questi volantini li facemmo passare di mano mentre eravamo al lavoro e se non c’erano volantini noi attiviste passavamo, come si diceva, la voce.

La mattina del 2 marzo andammo al lavoro, come al solito. Verso le nove e mezzo gruppi di partigiani, con le armi nascoste sotto i giubbotti, vennero davanti alla fabbrica e noi, come d’accordo, alle 10, iniziammo lo sciopero, abbandonando i posti di lavoro e uscendo fuori dal cancello dove c’erano i partigiani. Uscirono quasi tutti gli operai e le operaie e poi formammo una colonna e ci avviammo verso il centro della città. Ricordo che avevamo anche alcuni cartelli che a volte abbassavamo e a volte innalzavamo a seconda del pericolo e sui cartelli c’erano scritte come abbiamo fame e altre, sempre di protesta per la fame e la miseria.

Per la verità non tutti vennero nella colonna che andava in piazza; molti fecero sciopero, uscirono dalla fabbrica poi andarono per conto loro. Però per strada la nostra colonna divenne più numerosa perchè delle donne di casa si unirono a noi anche nella protesta.

Nella piazza, davanti alla Prefettura, noi operaie ci trovammo nel centro, e attorno c’erano i partigiani, pronti ad intervenire. Sembrò per un attimo che i militi delle brigate nere volessero investirci con i carri blindati, ma poi non proseguirono ed arrestarono sette donne. Immediatamente formammo una delegazione, di cui facevo parte anch’io, e andammo negli uffici della Prefettura a protestare. Ci chiesero il perchè dello sciopero e noi rispondemmo: Contro la guerra e la fame.

Dopo alcune ore ci rilasciarono tutte. Da questo sciopero nacquero delle reazioni, perchè alcuni partigiani di Pontevecchio erano stati notati. Nelle prime ore del pomeriggio arrivarono le brigate nere in via Emilia Levante 48, ma avevano sbagliato numero perchè cercavano il partigiano Zardi detto Il pollo, che stava al n. 50. Nel frattempo Zardi, vedendo il trambusto, scappò dalla finestra che dava in un altro cortile, riuscendo così a salvarsi.

Nell’appartamento sopra il mio, di cui la mia famiglia aveva la chiave, le brigate nere, sfondando la porta, trovarono 13 quintali di farina destinati ai partigiani. Cominciarono così a perquisire tutti gli appartamenti e a sparare come matti piantonando la casa per due giorni. Il 14 marzo vennero in casa nostra e arrestarono me e mio padre e ci portarono al comando di via San Mamolo.

Picchiarono mio padre poi ci mostrarono le fotografie di molti ragazzi di Pontevecchio che erano dei partigiani, chiedendo informazioni sul loro conto. Dicemmo di conoscerli di vista, ma che non sapevamo che cosa facessero; ci tennero dentro una giornata interrogandoci varie volte e così imparammo chi erano i ricercati e così questi partigiani furono fatti partire per Belluno immediatamente. Molti partigiani tra quelli partiti non sono più tornati (Tampieri, i fratelli Bordoni e altri). Anche Nerio Nannetti partì e solo alla fine della guerra seppi che era morto in combattimento al ponte di Samoggia il 3 ottobre 1944.

Come ho detto, io abitavo al n. 48 di via Emilia Levante; era un grande edificio che comprendeva porte fino al n. 68 e fu proprio in un appartamento del n. 68 che nel novembre 1944 venne ad abitare un giovane che si faceva chiamare Guerrino, ma era Bruno Pasquali.

Più tardi venne un altro giovane, Walter Busi, detto Michele. Questo appartamento era frequentato da un partigiano tedesco, il quale aveva combattuto a porta Lame, e da altre persone, tra le quali vi era Antenore Piva, che abitava al n. 66 e poteva accedere all’appartamento senza passare dal cortile, in quanto l’appartamento stesso aveva due entrate. Piva aveva il compito di rifornire di viveri i partigiani.

Dal n. 70 al n. 76 vi era una formazione partigiana sistemata in appartamenti di gente sfollata; questa formazione partigiana fu mandata via pochi giorni prima del 14 novembre 1944. Quel giorno, alle ore 14,30, mi trovavo alla finestra quando vidi arrivare molti tedeschi in assetto di guerra, con carri armati, camion, mitraglie e mitra alla mano. Circondarono la zona: via Oretti, Emilia Levante, vivaio Ansaloni e incominciarono il rastrellamento in tutte le case dal 48 al 76 di via Emilia Levante.

Tutti gli uomini vennero presi e fatti salire su di un camion. Fra questi vi erano Pasquali e Piva.

Mentre assistevo a questa scena vidi arrivare Walter Busi che stava rincasando; non fece in tempo ad accorgersi del pericolo che lo minacciava e immediatamente fu circondato dai tedeschi e fatto salire, con le mani alzate, sul camion con gli altri.

Ignoro se fosse armato. Arrestarono in tutto 17 uomini e 2 donne: io ed una donna di 64 anni abitante al n. 70, presa mentre cercava in cantina della roba di suo figlio.

Verso le 16 tolsero l’accerchiamento e ci portarono con loro lasciandoci tutti insieme in un camion. Così ebbi modo di parlare con Pasquali e con Busi, il quale disse di avere visto poco prima dell’arresto un suo famigliare. Infatti aveva incontrato poco prima la sorella Cordelia.

In un primo tempo ci portarono in via Magarotti, dentro la caserma. Pasquali disse: Se ci fermiamo qui per me è finita, spiegando che proprio lì poco tempo prima era stato torturato. Infatti, era stato torturato dallo stesso Tartarotti in quella caserma, poi lo avevano mandato al Sant’Orsola piantonandolo, ma qui, con l’aiuto di molti amici era riuscito a fuggire. Fortunatamente qui non ci vollero e fummo portati in via Manzoni, ma neanche lì, benché i tedeschi discutessero a lungo con le brigate nere, riuscirono a farci entrare.

Proseguimmo allora fino alla caserma di artiglieria di porta San Mamolo e, non trovando ospitalità, decisero di portarci nelle carceri di San Giovanni in Monte. Appena giunti ci consegnarono al carcere che era in mano dei fascisti. Fino a questo momento eravamo solo dei rastrellati.

L’attenzione dei fascisti fu subito attratta da Pasquali e Busi. Uno di loro che poi dissero essere Tartarotti, chiese a Busi: Come ti chiami? Busi disse il nome di battaglia Michele. Tartarotti allora disse: No! Tu sei Walter Busi, finalmente ti abbiamo preso e ti uccideremo! Busi rispose: Fate pure, dietro di me ce ne sono migliaia! Tutti gli altri uomini vennero messi a confronto con quel partigiano tedesco, il quale fu costretto, sotto tortura, a riconoscere quelli che frequentavano il n. 68. Tutti quelli che aveva visto in quella casa sono morti.

Dopo sette giorni che ero in carcere mi portarono in via Santa Chiara per l’interrogatorio. Mi chiesero notizie della formazione partigiana che si trovava nei pressi della mia abitazione, però non mi chiesero mai di Pasquali e di Busi. Mi difesi bene asserendo che da casa mia non potevo vedere nulla. Ritornata al carcere fui messa con altre persone su un camion; molti erano malconci per le torture. Un uomo mi disse di avere visto Busi e Pasquali morti in una cella del carcere di San Giovanni in Monte, assieme ad altri tre che non conoscevamo.

Da questo rastrellamento non sono ritornati: Busi, Pasquali, Piva (deportato in Germania) e un ragazzo di 17 anni. Io fui rilasciata il 23 novembre del 1944.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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