“Noi, perseguitati dai nazisti, senza giustizia da 70 anni”


Dal reduce di Auschwitz che lotta per la pensione da deportato, alla centenaria col vitalizio revocato dall’Inps: così la burocrazia nega la storia di ALBERTO CUSTODEROROMA — Un ex deportato ad Auschwitz che non riesce a dimostrare di essere stato nel campo di sterminio. Una donna di 104 anni che lotta da anni contro l’Inps che le ha sospeso la pensione da perseguitata razziale. A causa di una burocrazia allucinante, a 76 anni dalle leggi razziali, a 71 dalla caduta del fascismo, in Italia sono ancora centinaia i contenziosi tra le vittime ultranovantenni dell’Olocausto e delle persecuzioni politiche, e lo Stato. E lo Stato è sempre pronto a dire no e a fare appello contro sentenze favorevoli agli ex perseguitati.

Incredibilmente, infatti, sono ancora in funzione due Commissioni interministeriali, istituite nel 1955, per valutare se assegnare vitalizi ai perseguitati politici e razziali. E alle vittime  –  o familiari – dei campi di sterminio nazisti. Le domande non ancora definite dalla prima commissione sono 568 (le pensioni attualmente in pagamento sono 5163), le cause pendenti presso la seconda sono 20, mentre le pensioni totali erogate durante l’anno scorso sono 2572.

Quando le commissioni respingono le domande, le vittime si rivolgono alla giustizia ordinaria. Come nel caso – clamoroso – del partigiano Giuseppe Grossa, novantenne, che nel 1982 ha richiesto, e da allora attende, la pensione in quanto ex deportato ad Auschwitz. Da anni Grossa lotta contro lo Stato: “Il ministero dell’Economia  –  spiega il professor Rafael Levi, il consulente che lo assiste nelle cause – insiste sul fatto che Grossa fosse militare, ma non si capisce come un renitente alla leva possa esserlo stato. Ribadisce poi che non sarebbe stato ad Auschwitz e che dunque avrebbe mentito, pur avendo ottenuto tutti i riconoscimenti, anche dalla Prefettura, come ex deportato. Tra le righe – aggiunge Levi  –  l’amministrazione sostiene non essere certo che Grossa sia stato in un campo afflittivo”.

Contro una burocrazia che non ha pietà né per l’età, né per chi ha già sofferto pene indicibili, combatte la signora Adele Drutter. Nei giorni scorsi ha ricevuto dalla cancelleria del giudice Barbara Bortot del Tribunale di Padova la notifica che la sua udienza è stata rinviata al 21 gennaio del 2015. Peccato che la signora Drutter, perseguitata razziale, nata il 2 febbraio del 1910, compirà fra sette giorni 104 anni. E dovrà aspettare dunque di averne quasi centocinque per vedersi riconosciuto un vitalizio che avrebbe dovuto ottenere, se non ci fosse stato questo rinvio, proprio domani, 27 gennaio, Giorno della Memoria.

La madre di Adele, Sara Papo, fu catturata dai tedeschi in quanto ebrea nel ’43 sotto gli occhi della figlia. Adele si salvò perché Sara Papo  –  poi deportata ad Auschwitz, dove fu uccisa – disse ai nazisti che quella donna era la sua cameriera. Da quel giorno Adele Drutter vagò per Roma fino alla Liberazione con il figlio, nascondendosi per sfuggire alla deportazione.

Oggi, la sua controparte è l’Inps, che prima le ha erogato una pensione come perseguitata razziale, e poi gliel’ha sospesa. “L’istituto di previdenza  –  spiega Rafael Levi, che assiste come consulente anche lei e ora annuncia un esposto al Csm – le ha sospeso integralmente il vitalizio dal gennaio all’ottobre 2011, con la motivazione che avrebbe trattenuto quella somma per compensare presunte maggiori imposte”. La Drutter si è così rivolta alla giustizia ordinaria, ma il tribunale di Padova ha prima dichiarato di non avere giurisdizione, poi ha dovuto assumere la causa dopo essere stato smentito sulla competenza dalla Corte di Appello di Venezia. E il 17 gennaio scorso ha rinviato di un anno l’udienza.

Fonte: repubblica.it

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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