28 gennaio 1938 Camicia nera (Pietro Pedrazza) attacca gli ebrei


A Bologna la campagna contro gli ebrei cominciò nel 1938 quando, tra gennaio e febbraio, su “il Resto del Carlino” apparvero alcuni corsivi contro gli studenti stranieri che frequentavano l’università. Erano firmati Camicia nera, lo pseudonimo di Piero Pedrazza, il redattore capo del giornale. (Pedrazza era un vecchio squadrista. Aveva diretto il settimanale “Camicia nera” nel 1922 e lavorato in numerosi periodici e quotidiani fascisti prima di arrivare nel 1936 a “il Resto del Carlino”. Nel dopoguerra emigrò in Brasile.)

Nella prima nota scrisse che erano ebrei 500 dei 600 studenti stranieri, alcuni dei quali, una volta tornati a casa, serbavano “un po’ di spirito italiano”, mentre i più e gli ebrei in particolare “per vari motivi sono refrattari a qualsiasi assimilazione fascista”.

Dopo di che si chiese se valesse “la pena di continuare in una ospitalità che ci viene tanto male ricambiata”, anche perché molti, in privato, sparlavano dell’Italia e del fascismo.

Il corsivista aggiunse che presto — dal momento che in Romania gli ebrei erano stati espulsi dalle università — si sarebbe verificato un nuovo massiccio arrivo di studenti. E concluse: “dobbiamo dunque essere cauti e vigilanti” e preoccuparci perché molti, dopo la laurea, resteranno “ad esercitare la professione in Italia (con quale vantaggio per i nostri connazionali è facile capire!)”.

Il giorno dopo pubblicò una lettera del rettore dell’ateneo bolognese, Alessandro Ghigi, il quale puntualizzò che la presenza degli studenti stranieri era regolamentata da accordi con paesi europei ed extra europei e che tutti avevano il visto delle autorità consolari italiane.

Camicia nera scrisse che il rettore, anche se non aveva potuto scriverlo, era d’accordo con la sua tesi. Dopo di che propose:

“1) Si dovrebbero chiudere le porte delle università italiane per i nuovi aspiranti stranieri ebrei;

2) Si dovrebbe rendere difficile ai laureati o laureandi stranieri ebrei di esercitare la professione in Italia. A tal fine bisognerebbe negare la cittadinanza italiana, indipendentemente dal numero di anni passati nel nostro Paese”.

Poi aggiunse: “Il corsivo di ieri è piaciuto ai cattolici e non è dispiaciuto agli ebrei ‘italiani’, tanto è vero che qualche ebreo ‘italiano’ — a fatti e non a chiacchiere — ci ha fatto giungere i suoi rallegramenti. Eh sì: perché in caso diverso, se qualche israelita ‘italiano’ si fosse adontato delle nostre franche parole, avrebbe scoperto il fianco dimostrando, in modo irrefutabile, di preferire uno straniero ebreo ad uno italiano”.

I due corsivi provocarono un notevole fermento negli ambienti universitari bolognesi e il giornale divenne l’imbuto, ma anche il filtro di tutte le lettere che furono scritte e delle delegazioni che vi si recarono per illustrare gli interessi di questa o quella parte. Purtroppo dei vari aspetti del problema conosciamo solo quel poco che Pedrazza ha ritenuto opportuno farci sapere in altri tre corsivi.

Il 29 al giornale si presentarono tre delegazioni di studenti: una di italiani, una di stranieri cristiani e una di ebrei. Gli italiani, scrisse, sono d’accordo con me. Idem per gli stranieri cristiani e gli arabi i quali avrebbero detto “che l’Italia fascista, nella sua estrema ospitalità, non nutre ostilità nei loro riguardi, ma ha il diritto di difendersi e di tutelare i suoi figli”. Gli ebrei, infine, avrebbero espresso l’intenzione di andarsene, una volta conseguita la laurea.

Diede quindi una sintesi di una lettera ricevuta dall’avvocato Jacchia (Era l’avvocato Giorgio Jacchia, anche se indicato con il solo cognome. Pur essendo ebreo, non era iscritto alla Comunità, alla quale aderiva il padre Celso. Anche se si battezzò, fu egualmente considerato appartenente alla razza ebraica e perseguitato.) direttore dell’Unione provinciale fascista artisti e professionisti. Questi aveva scritto che il problema era “stato posto nei suoi termini realistici” e che non “vi è da aggiungere altra parola utile”. Ricordò inoltre che solo i giornalisti e gli avvocati avevano l’obbligo di certificare la “cittadinanza italiana” al momento dell’iscrizione agli ordini professionali.

Occorre, aggiunse, che “ai nostri professionisti si dia la garanzia assoluta che il lavoro intellettuale italiano viene energicamente e intransigentemente tutelato”.

Camicia nera, a conclusione del corsivo, ammise con compiacimento: “La questione è ormai posta con chiarezza fascista”. 

Fonte: Ebrei e fascismo a Bologna di Nazario Sauro Onofri.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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