In attesa della giornata del Ricordo – Nei campi di concentramento fascisti di Rab – Arbe e Gonars.


Intervista a Marija Poje e a Herman Janež 

a cura di

Boris Mario Gombač

Forse è vero quello che alla fine delle interviste ci hanno raccontato Marija Poje (1922) e Herman Janež (1935), due sopravvissuti ai campi di concentramento di Arbe (oggi Rab in Croazia) e di Gonars in Friuli: “voi potete solo intravedere il nostro mondo, ma non potete capirlo, perché anche noi oggi quasi quasi stentiamo ormai a capirlo, ma intravediamo nei ricordi l’orrore di quel mondo”.

“Ogni 27 gennaio quando seguo alla TV la giornata della memoria in occasione della liberazione di Auschwitz” ci racconta Herman Janež, “soffro alla vista delle cataste di cadaveri spinti da un bulldozer verso una fossa comune. Vedete, ogni corpo, ogni individuo ha avuto una propria vita, qualcuno ha nutrito dei sentimenti verso di lui, qualcuno lo aveva amato, e allora non si può far finta di non vedere o di non capire o di essere indifferenti. Ognuno tra di noi deve rendersi conto, che quel corpo poteva essere il corpo di un padre, di un figlio, di una mamma, di qualcuno insomma, verso il quale qualcuno aveva nutrito dei sentimenti. Essere spinti in una fossa comune è la fine di ogni ricordo, di ogni individualità. Nessuno mai saprà la vera storia di migliaia di Anne Frank, sepolte in fosse comuni e sopra le quali vennero stesi spessi strati di terra. Lo stesso successe anche a noi, ai bambini sopravvissuti ai campi di concentramento di Rab – Arbe e di Gonars. Non vogliamo che la nostra storia venga sommersa dall’oblio, che le nostre sofferenze vengano dimenticate. Io so. La mia storia è una storia soggettiva. Per lunghi anni non ho avuto una visione d’insieme e non sapevo che la mia testimonianza potesse avere anche un valore storico. Poi da noi in Jugoslavia si è preferito scrivere della guerra guerreggiata, delle azioni eroiche ecc. Nessuno aveva voglia di ascoltarci, noi sopravvissuti e allora ho rimosso le mie memorie. Volevo seppellirle. Ma poi sono ritornati i ricordi. Erano dirompenti come un boomerang. L’inconscio è scoppiato e per liberarmi da questa oppressione ho dovuto ricordare, tornare indietro, riunire tutti gli altri sopravvissuti. Quando ci incontriamo, noi non sappiamo parlare di altro, del freddo, della sete, delle baracche e del mondo che ormai non c’è più. C’è un’angoscia in noi, la paura che tutto possa essere dimenticato. Noi dobbiamo tramandare la nostra memoria prima di morire. La mia memoria è ancora oggi sempre la memoria di un bambino. La memoria dei bambini non si può scalfire. Non si cancellano i traumi che rimangono indelebili. Riscoprire il passato è come ricostruire la propria vita, la propria identità. Noi temiamo che la storia possa ripetersi nei stessi parametri della seconda guerra mondiale. Ed è per questo che vogliamo essere i testimoni di quello che non si deve dimenticare perché questa nostra è una realtà ancora oggi taciuta, come un buco nero intenzionale. Allora io ricompongo i ricordi come tesserine. Li pubblico, voglio che rivivano. Ecco, si narrano storie di sofferenza, di fame, di sete, della durezza del quotidiano. Io raccolgo queste storie per tramandare la mia, le nostre memorie. Così non mi sento più sradicato. So che qualcuno recepisce il mio discorso”.  Forse “voi non potete capire – ripete Herman Janež – ma potete però farlo conoscere perchè questa è una realtà ancora oggi taciuta e poco divulgata”.

Come i campi di concentramento di Danane in Etiopia e quello di Nocra in Eritrea vennero smascherati da storici come Angelo Del Boca (A. Del Boca, L’Africa nella coscienza degli Italiani, Mondadori, Milano 2002), così il sistema concentrazionario per le provincie del regno jugoslavo è uscito dall’oblio forzato in Italia grazie al lavoro di Carlo Spartaco Capogreco (C. Spartaco Capogreco, I campi del duce, Einaudi, Torino 2004. Sul campo di Gonars, cfr. A. Kersevan, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Comune di Gonars-Kappa Vu, Talmassons (Ud), 2003.). Soprattutto quest’ultima ricerca ha permesso di una ricostruzione complessiva del fenomeno e delle sue dimensioni.  L’indagine storiografica rischia però di rimanere fine a sè stessa se non è accompagnata da una divulgazione scientifica adeguata, capace di rendere l’opinione pubblica consapevole anche delle pagine più buie della storia dell’imperialismo fascista. L’Italia non è l’unico paese in Europa ad aver cercato di rimuovere l’esistenza di un proprio sistema concentrazionario. Anche la Francia, ad esempio, ha atteso molti anni prima di avviare un dibattito storiografico sui campi di concentramento realizzati all’inizio del secondo conflitto mondiale, in cui furono detenuti anche molti reduci dalla guerra di Spagna. Il fenomeno della deportazione indiscriminata di donne e bambini sembra però essere un fenomeno che accomuna l’Italia solo alla Germania nazista e ai suoi satelliti. Molti dei campi di concentramento fascisti “regolamentari”, gestiti cioè dal Ministero degli Interni, rispondevano a requisiti minimi di vivibilità, erano visitabili dalla Croce Rossa e vi era la possibilità per gli internati non solo di comunicare con l’esterno attraverso apposite cartoline postali ma anche di ricevere viveri e poter così migliorare le proprie condizioni di vita.

Diversa era invece la situazione nei campi destinati agli internati jugoslavi, i “campi dell’internamento parallelo” come li definisce Capogreco. Qui i prigionieri, per lo più donne, anziani e bambini, erano costretti ad una disperata lotta per la sopravvivenza, completamente isolati e impossibilitati a ricevere aiuti dall’esterno. L’esercito italiano aveva già alle spalle una certa esperienza nella realizzazione di campi di concentramento, basti pensare ai campi realizzati in Libia dal generale Graziani in cui trovarono la morte migliaia di civili. Qualunque analisi sul fenomeno concentrazionario in Italia dovrebbe partire da qui, dal genocidio perpetrato dall’esercito italiano in Libia prima e poi in Etiopia. Si tratta di eventi ugualmente rimossi e praticamente sconosciuti all’opinione pubblica nazionale. A favorire questa rimozione fu certamente lo stereotipo culturale, tanto superficiale quanto diffuso, degli italiani “brava gente”, del soldato italiano “buono”, sempre diverso nei comportamenti verso la popolazione civile rispetto all’alleato nazista.

Ma evidentemente non fu proprio così che andò la storia ad est della barriera delle Alpi in quel fatidico 1941, quando l’Italia e la Germania dichiararono guerra al Regno di Jugoslavia per punire quest’ultimo stato per l’uscita dal patto precedentemente stipulato. Dopo aver domato la Cecoslovacchia, la Polonia e l’Ungheria, Hitler non poteva permettersi di lasciare dietro di sè un vuoto nei Balcani, la Jugoslavia. Stava per scattare “l’operazione Barbarossa”, l’attacco all’Unione sovietica che il Führer aveva pianificato da tempo; decise allora di farla finita con una situazione così fluida – anche a causa dall’infelice attacco italiano alla Grecia del 1940 -, ordinando di attaccare Belgrado e di proseguire fino ai Dardanelli (M. Mikuž, Pregled zgodovine NOB v Sloveniji 1, Ljubljana 1960, p. 25.).

Lo stato maggiore tedesco riuscì a completare in tempi brevissimi l’ Aufmarschanweisung fuer Unternehmen 25, dando così la possibilità alle truppe tedesche di aggredire la Jugoslavia da nord (linea Graz–Budapest) e da Sud (Bulgaria). Alle forze italiane l’Oberkommando des Herres aveva dato l’ordine di coprire a nord l’offensiva tedesca partita da Graz, di chiudere a sud i passi Albanesi e di progredire da Postumia (Postojna) verso Lubiana (Ljubljana) con grande prudenza. La II Armata italiana al comando del generale Vittorio Ambrosio avanzò  fino alla Sava dove incontrò le forze tedesche. L’ 11 aprile del 1941 le truppe italiane raggiunsero la capitale slovena Lubiana e piantarono la bandiera italiana sul castello soprastante la città. Allora anche gli scettici sloveni più in vista, dal sindaco Natlačen ai politici Pucelj e Gosar – che erano propensi all’ingresso della Slovenia nel Reich tedesco – capirono che Lubiana sarebbe stata consegnata definitivamente all’Italia. “Der Führer hat schon entscheiden” aveva detto Joachim von Ribbentrop a Ciano, e fu così che l’Italia fascista occupò un territorio di 4.450 chilometri quadrati con 336.279 abitanti, chiamandolo appunto “Provincia di Lubiana”. Mussolini nominò “Alto commissario per le questioni civili” Emilio Grazioli e per quelle militari il comandante dell’XI Armata, il generale Mario Robotti. A differenza dei tedeschi, che avevano stretto la loro zona d’occupazione in un abbraccio mortale, l’Italia preferì un occupazione diversa, dando alla Provincia di Lubiana un’autonomia che prevedeva una Consulta formata da 14 consiglieri sloveni in rappresentanza di altrettanti interessi corporativi locali (commercio, sanità, scuola ecc). Quando anche la curia lubianese diede il suo placet, sembrò che per le forze d’occupazione italiane tutto stesse andando nel verso giusto (Ivi, p. 36.).

Ma sotto una calma apparente regnava, secondo l’Ovra, un sordo malcontento. Anche se l’alto commissario Emilio Grazioli pensava a un regime non violento, le notizie che giungevano dall’altra sponda della Sava non garantivano un grande ottimismo. I tedeschi, che avevano già dato il via alle prime deportazioni, incontravano dovunque sacche di resistenza. Le cortesie dunque non durarono a lungo. L’occupazione italiana risvegliò negli sloveni antichi stereotipi di superiorità nei confronti delle popolazioni latine, stereotipi in voga in Austria già al tempo di Radetzky. La popolazione era scontenta anche per i frequenti controlli ai posti di blocco e per i continui furti di derrate agricole nei dintorni delle grandi città. Il partito comunista sloveno (KPS) raccolse la sfida e capitalizzò questo malessere politico causato dall’aggressione italiana. Raccogliendo attorno a se frazioni di cristiano-sociali e di liberali, formò alla fine di aprile del 1941 il “Fronte popolare di liberazione” (OF), che divenne – a causa dell’assenza dei partiti borghesi – l’unico referente politico di tutta l’opposizione. Dopo l’attacco delle forze dell’Asse all’Unione sovietica, l’OF proclamò la ferma volontà di lottare contro gli aggressori nazifascisti, organizzando a Lubiana e nei dintorni una rete di strutture illegali. Ad autunno inoltrato non mancava che la scintilla e la guerra di liberazione sarebbe scoppiata in tutta la sua tragicità (T. Ferenc, “Gospod visoki komisar pravi…”. Sosvet za ljubljansko pokrajino, Ljubljana 2001, p. 6.).

Alla fine di ottobre del 1941 venne dato l’ordine alle forze partigiane di avviare azioni più incisive contro gli occupanti. Con alcune azioni militari (Lož, 19 ottobre 1941, il ponte di Preserje, 4 dicembre 1942 e il viadotto ferroviario di Verd, 2 febbraio 1942), mirate soprattutto a recidere tutti i collegamenti ferroviari e stradali di Lubiana con l’Italia, la resistenza in Slovenia dichiarò una lotta senza quartiere all’esercito di occupazione italiano. Le reazioni dei comandi militari italiani non si fecero attendere. Il generale Mario Robotti, con grande conoscenza delle tecniche dell’antiguerriglia, di fatto decimò le forze partigiane in campo. Ma i rastrellamenti continui, accompagnati da violenze indiscriminate verso i civili, crearono un grande malcontento, che la resistenza slovena sfruttò per ingrossare le proprie fila. Robotti constatò che le azioni non erano affatto cessate e di conseguenza dichiarò “zona di guerra” tutta la Provincia di Lubiana. Seguirono fucilazioni di ostaggi ed esecuzioni sommarie. La lotta a Lubiana e dintorni divenne totale e fu allora che il generale Robotti, ripensando a Italo Sauro e alla sua dichiarazione che “risparmiare gli Slavi, una razza barbara e violenta, equivale a debolezza”, proclamò la legge inesorabile di Roma (F. Škerl, Politični tokovi v OF v prvem letu njenega razvoja, Zgodovinski časopis, 1951, p. 61). Da febbraio del 1942 in poi Lubiana fu cinta da filo spinato, presidiata da bunker, nidi di mitragliatrici e veri posti di blocco. Il Tribunale militare di guerra (TMG), che fu istituito nel settembre del 1941, comminò pene pesanti e in breve tempo condannò a morte ben 16 persone (Kronologija naprednega delavskega gibanja na Slovenskem 1886-1980, Ljubljana 1981, p. 185).

Robotti, ammettendo che i successi delle azioni italiane erano “di breve durata” e toccavano “più gli effetti che le cause della lotta partigiana” (M. Mikuž, op. cit., pp. 219-220.), nel gennaio del 1942 ricorse al Duce pregandolo di assegnare all’esercito il comando supremo della Provincia di Lubiana. Dopo il nulla osta di Roma alla fine del febbraio del 1942, a Lubiana venne instaurato un regime di terrore. Dopo vasti rastrellamenti da quartiere a quartiere, diverse migliaia di Lubianesi vennero arrestati, e in un secondo tempo internati nei campi di concentramento del confine orientale (Arbe, Gonars, Renicci, Visco e Padova). Dopo i processi preventivi scatenati dal regime a Trieste nel dicembre del 1941 contro i comunisti e i patrioti sloveni, per prevenire l’unificazione dei due movimenti di liberazione (9 condanne a morte, 60 condanne a pene diverse), l’internamento di 5.000 Lubianesi costituì una naturale escalation repressiva del regime per prevenire la perdita di controllo in tutta la regione a est di Trieste (M. Mikuž, op. cit., p. 230).

Tuttavia, nella primavera del 1942 la resistenza slovena controllava vaste zone liberate dagli occupanti. Il generale Robotti, non vedendo altra soluzione, si appellò nuovamente a Mussolini per poter sferrare un attacco contro le forze partigiane. Questo progetto fu chiamato “Operazione Primavera”. Il Duce da Gorizia diede il suo assenso all’impiego in Slovenia di 80.000 soldati provenienti dal fronte Balcanico. Nell’accerchiamento delle zone liberate furono usate unità dei “Cacciatori delle Alpi”, della “Divisione Macerata”, dei “Granatieri di Sardegna” e della Guardia alla frontiera. Per tutta l’estate del 1942 su un territorio di circa 3.000 chilometri quadrati a sud di Lubiana si svolse una vera e propria guerra. Robotti fece molta fatica per convincere i suoi generali a dimenticare le basi etiche del loro mestiere. Ai suoi ufficiali fece l’esempio del “generale Fabbri che non batté ciglio dando l’ordine di passare per le armi un gruppo di 150 civili nella valle della Kolpa”. Anzi, asserì Robotti, “anche il generale Ruggero dovrebbe comportarsi così e non porsi delle domande dove queste non sono da porsi”. Dopo aver impartito questi ordini ai suoi ufficiali, per la popolazione civile locale si aprirono le porte dell’inferno. Un territorio lungo alcune centinaia e largo alcune decine di chilometri tra la Slovenia e la Croazia fu messo a ferro e a fuoco. Bruciarono tantissimi paesi, molti civili furono passati per le armi e migliaia di persone (uomini, donne e bambini) furono incolonnati e spediti verso i campi di concentramento del confine orientale (Ivi, pp. 229-250). Forte dell’apporto sempre più consistente dei collaborazionisti sloveni organizzati nelle Milizie volontarie anticomuniste (MVAC), vestite ed armate dall’esercito italiano (F. Saje, Belogardizem, Ljubljana 1951, p. 249), Robotti aveva ormai affinato le tecniche di accerchiamento, creando grosse difficoltà non solo ai reparti partigiani, ma soprattutto alla popolazione civile. Le perdite furono rilevanti da entrambe le parti e per decapitare il movimento partigiano si adoperarono metodi sempre più radicali. Esisteva una circolare del ministero della difesa, la famigerata “Circolare 3 C”, circolare ordinata dal Comando superiore per la Slovenia e la Dalmazia con sede a Sušak (la Supersola) in cui si specificava che “se necessario all’ordine pubblico, si poteva provvedere a internare a titolo protettivo, precauzionale o repressivo individui, famiglie e anche intere popolazioni di villaggi e zone rurali, di famiglie di cui siano o diventino mancanti senza chiaro motivo maschi validi di età dai 16 ai 60 anni. Il razionamento a dette famiglie verrà ridotto al minimo indispensabile. Saranno internati anche gli abitanti di case prossime al punto in cui vengono effettuati sabotaggi”. Sembrava che la guerra in quelle regioni non sarebbe mai finita (M. Mikuž, Pregled zgodovine….2, Ljubljana 1961, p.289. Dal 6 aprile 1941 al 31 maggio 1942 le forze italiane subirono le seguenti perdite: Granatieri 400, Isonzo 177, Guardie di Frontiera 136, Artiglieria 28, Genio  47, Carabinieri  15, Chimici 31). Le deportazioni senza sosta verso i campi di concentramento facevano nascere il sospetto che Robotti pensasse veramente a deportare tutta la popolazione civile residente tra Lubiana e Fiume (30.000 persone). Nei 29 mesi di occupazione italiana soltanto in questa provincia vennero fucilati cinquemila civili, 900 furono i partigiani catturati e fucilati e, in base ai dati a disposizione presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma, furono più di 20.000 i deportati civili sloveni internati nei campi di Arbe, Chiesanuova (Padova), Monigo (Treviso), Gonars (Udine) e Renicci di Anghiari (Arezzo). I civili venivano internati nei campi di concentramento come “danno collaterale”, come qualcosa alla quale non si doveva prestare troppa attenzione. Tutti i campi realizzati dall’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale furono definiti ufficialmente “campi di concentramento”, ma la definizione non rende conto delle diverse modalità con cui avveniva l’internamento. Anche se la vita in alcuni di questi campi non era così dura e difficile, come per esempio nel campo di Rab-Arbe, tutti questi campi, come li ha giustamente definiti Carlo Spartaco Capogreco, erano illegali o meglio “fuori legge”.

Nei campi le condizioni di vita diventarono inumane e molti adulti e ancor di più numerosi bambini morirono di fame, freddo e malattie. Nel campo dell’isola di Rab-Arbe non arrivavano né pacchi dono, né aiuti della Croce Rossa Internazionale e allora si rivelò difficile sopravvivere, perché il vitto era scarso e le tende improvvisate non davano riparo né al caldo torrido dell’estate né al freddo invernale, né alle mareggiate. I bambini internati non solo dividevano il destino dei loro genitori ma erano l’anello più debole della catena dei reclusi, perché vittime innocenti; il campo di concentramento rubò loro l’infanzia. Le condizioni furono talmente insostenibili che anche quelli che sopravvissero si dimostrarono indifferenti di fronte alla possibilità di morire.

Intervista con Marija Poje, Draga 20 aprile 2005

Il mio nome è Marija Poje. Sono una ex internata nel campo di concentramento forzato di Rab-Arbe e di Gonars. Sono nata il 5 aprile 1922 a Gorači, un paesetto sperduto tra i boschi al confine tra la Slovenia e la Croazia. Sono stata arrestata e internata alla fine del mese di luglio del 1942 con tutta la mia famiglia, con tutta la gente del mio paese, i bambini, i vecchi, tutti. Ci hanno bruciato le case a Stari kot dove mi ero trasferita dopo il matrimonio. Siamo partiti solo con quello che siamo riusciti a portarci dietro. Nessuno ci disse né dove eravamo diretti né cosa avrebbero fatto di noi. Il percorso fino a Čabar, un centro amministrativo sulla strada Fiume –  Zagabria, l’abbiamo fatto a piedi, scortati dai militari. Tutti i paesi lì intorno bruciavano e da tutte le parti gli abitanti scendevano incolonnati per raggiungere Čabar. Lì ognuno si è arrangiato alla meno peggio e abbiamo dormito dove abbiamo potuto. Mia suocera mi ha aiutato molto ed era lei che andava agli appelli, preservandomi da scene strazianti, quando i soldati dividevano intere famiglie, oppure sceglievano quelli che erano in contatto con i partigiani, per fucilarli. In quella bolgia infernale dove il pianto dei bambini si alternava agli urli delle donne alle quali avevano appena fucilato il marito, io ho pensato solo al mio bambino che allora aveva 16 mesi ed era sempre con me, perchè avevo paura che ci dividessero e non avevo fiducia in nessuno. Essere divisi dalla famiglia, dagli abitanti del proprio paese o da gente conosciuta era la cosa peggiore che sarebbe potuta accadere. Noi gente di montagna eravamo abituati a stringere i denti, ma l’insicurezza della nostra posizione e la crudeltà dei soldati ci facevano stare in apprensione. Mancava tutto e tutto quello che avevo l’avevo con me in una borsa. La mattina seguente dopo un ultimo appello e dopo averci diviso dagli uomini, ci hanno fatti salire sui camion per portarci chissà dove. Qualcuno sussurrava che i partigiani avrebbero attaccato la colonna e che ci avrebbero liberati, ma non accadde niente e il viaggio proseguì portandoci via dalle nostre vallate, dai nostri boschi di abeti fino a che vedemmo il  mare. La strada attraversava una ferrovia e ad ogni passaggio avevamo paura che arrivasse il treno e ci spingesse giù fino alla costa. Al porto di Bakar (Buccari) ci fecero scendere, ognuno con il proprio fagotto, io con il bambino in braccio. Temevo tanto che mi dividessero dal mio piccolo, ma per fortuna non successe niente di simile. Io ero nuovamente incinta e il mio bambino aveva la diarrea. Ci fecero entrare in un posto recintato, erano delle vecchie ex caserme jugoslave, ma non c’era né dove dormire e niente da mangiare ed era solo dolore. La prima notte l’abbiamo passata sotto il cielo, ma per fortuna era una bella notte stellata. Siamo rimasti là per altri nove giorni. La mattina ci davano del caffé, ma mi ricordo che non era dolce, era salato come se l’avessero fatto con l’acqua di mare. Mi ricordo pure che non esistevano servizi e che non ci davano l’acqua anche se alla fine di luglio faceva molto caldo. E allora i bambini piangevano, piangevano in continuazione. Così vivevamo quella volta il nostro destino. Poi sono cominciati i trasporti via mare verso l’isola di Rab che si protrassero dal 29 luglio al 15 agosto del 1942. Via mare, raggiungemmo il porto di Rab. Eravamo sfiniti soprattutto dalla mancanza d’acqua. Nel porto, prima di sbarcare, sentimmo suonare l’allarme ma nessuno capiva il senso di quella sirena lacerante. Poi più tardi ci dissero che le autorità militari facevano attivare l’allarme all’arrivo della nave con gli internati affinché la popolazione si chiudesse in casa e non vedesse tutta quella povera gente. I militi fecero salire sui camion solo le donne e i bambini, mentre gli uomini continuarono la loro strada verso il campo a piedi per altri sette chilometri. Prima di arrivare alla bonifica dove c’era lo sbarramento dietro al quale stava il campo di concentramento vidi una chiesetta, un monastero e dei monaci che mi fecero sperare in qualcosa di più umano di quello che avevamo passato fino ad allora. Ma le mie speranze non si avverarono. Dopo esser stati registrati nel edificio di guardia sopra la strada, ci fecero scendere in una zona paludosa sottostante recintata e divisa dal campo maschile da una strada. Quello era il campo femminile adibito per i bambini fino ai 15 anni, ai vecchi sopra i 70 anni e alle donne. Il tutto era veramente desolante, quasi allucinante: vidi centinaia di tende militari disseminate su un campo paludoso al livello del mare. Mia suocera che mi è sempre stata di grande aiuto disse che quella sarebbe stata la nostra ultima dimora. Io non riuscivo a pensare a niente. Quando i militi ci assegnarono la “nostra” tenda, mia suocera riuscì a limitare il numero degli abitanti, rifacendosi alla mia gravidanza e al mio bambino di 16 mesi. Invece delle previste 10 persone furono così assegnate alla nostra tenda solo 8 persone. Ci diedero anche delle coperte per coprire la paglia gettata sulla nuda terra. Quelle tende erano vecchie tende militari piene di buchi e vecchie e logore erano anche le coperte. Eravamo in piena estate ed il caldo era insopportabile. Quello che ci opprimeva di più era la mancanza di acqua. Non potevamo né bere né lavarci. Dopo la morte di una donna del mio paese, che morì il secondo giorno dopo il nostro arrivo e dopo il decesso di Viljem (Malnar), un bambino di due anni morto il 6 agosto, capimmo che la lotta per l’acqua sarebbe stata la corsa verso la sopravvivenza. Allora mia suocera organizzò la vita della nostra piccola comunità tutta racchiusa in una tenda. Anche se il ruscello che dal campo maschile scendeva verso quello delle donne, dei vecchi e dei bambini era cosparso da un vero velo di cimici, lei ci ordinò di lavare i nostri panni ogni giorno. Poi scoprì uno stratagemma per appropriarsi dell’acqua potabile che ogni giorno un autobotte portava al campo. Mi consigliò di non entrare nella ressa ma di mettermi a carponi e sgattaiolare tra le gambe della gente per riuscire a raggiungere il camion ed attaccarmi a un bullone da dove usciva un po’ d’acqua. Anche alla distribuzione del pane e della brodaglia inventò uno stratagemma, mandando in prima fila tutte le donne incinte. Ma quello che ricordo forse come il gesto più inumano in quella lotta per la sopravvivenza, fu l’occultamento e la negazione dei decessi per ricevere le razioni dei deceduti. Con questi piccoli stratagemmi riuscimmo a sopravvivere per qualche giorno, per qualche settimana o anche per alcuni mesi, ma alla fine anche il nostro ingegno non bastò più e la gente moriva in continuazione. Ormai la sopravvivenza era diventata una lotta di tutti contro tutti. Si lottava contro gli abitanti delle altre tende, contro i militari ma anche contro i nostri uomini che dall’altra parte della rete pretendevano dalle mogli il loro rancio quotidiano. Nelle nostre menti era inciso solo un pensiero: chi riusciva a sopravvivere un giorno più degli altri era vivo e chi non ce la faceva lo portavano giù verso le fosse comuni. Ormai eravamo solo l’ombra di noi stessi. I giorni e le notti passavano tra il pianto e i gemiti continui dei bambini affamati o assetati che andava avanti per mesi. Il nostro campo, quello femminile era veramente un vero inferno. Se di notte ai bambini più anziani si poteva ancora far intendere di non piangere, questo non lo potevi far intendere ai neonati che piangevano ininterrottamente non riuscendo a succhiare il latte del quale noi povere madri eravamo prive, perché affamate, assetate e allo stremo delle nostre forze. Allora questi bambini piangevano, piangevano notte e giorno, fino ad addormentarsi di stanchezza o a morire. I funerali ormai erano diventati una costante raccapricciante. Morivano ormai a decine ogni giorno. Qualcuno, dicevano molto in alto, decise allora di trasferire le donne, i vecchi e i bambini in campi di concentramento meglio equipaggiati. In autunno incominciarono i trasferimenti. La nostra piccola comunità formata da me, da mia suocera, da mia cognata e dai nostri bambini, la nostra tenda insomma, era designata per il campo di Gonars. Ma proprio la notte del 18 novembre 1942 è nato il mio secondo bambino. Mi hanno portato a Rab in città dove al locale albergo Adria era stata istituita da poco una infermeria. Lo chiamai Anton e lo battezzarono immediatamente, perchè molti neonati morivano subito dopo il parto. E così siamo partiti appena a dicembre. Tutta la mia famiglia ha dovuto aspettarmi. Vedevano partire, senza poter far niente, intere famiglie e noi a stringersi dal freddo in quelle tende lacerate. La destinazione delle tradotte erano diverse, chi partiva per Gonars, chi per Renicci, altri per Treviso e altri chissà dove. Poi è arrivato finalmente anche il nostro turno. Mi ricordo che quando siamo partiti da Rab verso Gonars era il 6 dicembre 1942 ed era un tempo spaventoso. Alla mattina nella nostra tenda era bagnata anche la paglia. Tutto era fradicio e noi tremavamo di freddo. Ma io avevo quel piccolo bambino e l’altro un po’ più grande che avevo portato con me da casa al quale pensava mia suocera. Erano le quattro del mattino, eravamo tutti bagnati e tremavamo e ci hanno fatto salire sui camion. Ci hanno dato delle tavole per salire ma io con il bambino in braccio e con un fagotto in schiena avevo paura di cadere su quelle tavole bagnate. Pioveva a dirotto ed era ancora buio quando ci hanno fatto salire sulla nave. Appena saliti ci ha accolti un grande silenzio, era tutto un silenzio, un cosa irreale. Vedendoci arrivare con i bambini, qualcuno ci ha fatto scendere nella stiva, colma di gente anche quella. Eravamo terrorizzati. Qualcuno incominciò a pregare, una vecchia intonò una canzone antica che parlava di Gesù che portava la croce sul Golgota (Cjel hrib se je trjesu je Kristus križ njesu…). Eravamo convinti che quel viaggio non avrebbe avuto una buona fine.

Abbiamo viaggiato così fino al porto di Fiume e da là ci hanno spostati verso la stazione ferroviaria dove ci hanno dato del caffé, del pane e una scatoletta per due persone. Saliti sul treno ci siamo ritrovati in una condizione migliore. Eravamo finalmente al coperto e non più sotto la pioggia. C’erano i due bambini tutti bagnati e allora quella santa di mia suocera si è spogliata si è levata la sottoveste, l’ha strappata ed ha avvolto i bambini nei panni asciutti. E così siamo andati avanti. Abbiamo viaggiato per tutta la notte e per chissà dove e alla mattina seguente siamo arrivati ad una stazione che credo fosse Palmanova. C’era un tempo freddo e soffiava un vento da nord, ma era sereno, come se tutta la pioggia fosse caduta su di noi il giorno prima. Noi eravamo affamati e facevamo pena a noi stessi. Ma per fortuna noi donne eravamo libere mentre gli uomini avevano gli schiavettoni e li fecero andare a piedi in colonna verso il campo, mentre per noi donne c’erano i camion. Siamo salite noi con i nostri bambini da una parte e i nostri fagotti gettati su un altro camion. Ci hanno trasportato fino al campo di concentramento di Gonars, ma prima di entrare nelle baracche dovevamo ancora fare un bagno ed essere disinfettati. Ci hanno fatto entrare in una specie di hangar. Eravamo quasi in duecento e con noi i bambini fino al 15 anno di età. Noi della nostra famiglia si stava sempre assieme. Poi è arrivato anche il camion con i nostri fagotti. Hanno scaricato tutto, ma nel grande mucchio non si riusciva a trovare il proprio fagotto e i propri bagagli. C’era una grande confusione e si pasticciava con quei fagotti fino all’inverosimile. Poi l’addetto ai fagotti, un militare qualsiasi, ci diede finalmente i nostri fagotti. E dietro a lui stava un’autoclave adibita per disinfestare i nostri vestiti, i nostri stracci e i nostri fagotti. Abbiamo dovuto spogliarci del tutto. C’era una stanza grande con delle panche e da lì si entrava nei lavatoi, forse nelle docce. Là a quel punto mi sono detta…., ci ho ripensato tante volte, ma ancora non riesco a spiegarmelo questo sentimento, mi sono detta…., oppure ho chiesto al soldato, ma dove metto questo bambino, cosa ne faccio di lui? E l’addetto all’autoclave, si vedeva che gli facevamo pena, disse di metterlo lì sul mucchio, di posarlo sugli stracci per quel tempo nel quale avrei fatto la doccia, ed io……, io l’ho messo proprio lì sopra il mucchio. Sono entrata poi con il mio bambino più grande lì dentro dove c’erano le docce, eravamo tutti lì dentro, c’era una grande confusione e allora, non so sarà forse il sentimento di una mamma per il proprio bambino, non so rispondermi ancora oggi, so che improvvisamente ho sentito una fitta al cuore e tutta bagnata e nuda sono uscita dalle docce e sono corsa indietro fino al mucchio di stracci che però non c’era più. Mi si fermò il cuore. Vidi il soldato che aveva posato tutto il mucchio di stracci insieme al bambino nell’autoclave. Non so se l’aveva messo dentro intenzionalmente, credo di no, ma forse pensava fossero solo stracci e nient’altro. Alla chiusura del coperchio il bambino pianse. Io ho urlato come una pazza e allora lui l’ha tirato fuori e me l’ha dato in braccio questo mio povero bambinetto. Io non so cosa abbia fatto poi, non so come sia riuscita ad arrivare nella baracca, so solo di aver stretto quel mio bambino al petto e di essermi ritrovata nella baracca come per miracolo. Non mi ricordo neanche di aver detto qualcosa a quell’uomo o di aver fatto qualche cenno contro di lui. Poi arrivò un dottore che ci visitò. Si vedeva che era sconvolto dalle condizioni nelle quali versavamo. La nostra vita era un inferno, veramente un inferno. Quegli avvenimenti, quei momenti erano davvero difficili e non potrò mai scordarli. Vivevamo in quelle baracche con le cimici e le pulci che ci mordevano più di prima come se l’autoclave le avesse galvanizzate. Poi è morto questo mio bambino appena nato. Mi è morto in braccio questo mio Anton, provato dalla fame, dalla sete, dal freddo. E quando è morto questo esserino era solo una sembianza di bambino, solo ossicini, era magro, magrissimo, come un coniglietto. Non chiuse gli occhi per due giorni e poi morì. E dire che proprio quel giorno per la prima volta gli avevano dato in quel piccolo recipiente dove si beveva il caffé, un po’ di latte freddo. Pensate ha avuto per la prima volta il latte proprio il giorno della sua morte. Poi l’hanno portato via, ma io ero completamente esausta, così stanca che non potevo accompagnarlo neanche fino alla porta della baracca e sono rimasta là, e ancora adesso questo desiderio spaventoso, il desiderio di quella volta, i ricordi di quei giorni terribili, quando ho….., nei quali ho desiderato che i miei due bambini morissero prima di me, mi perseguita. Ed io non ho potuto andare là, non sapevo neanche dove l’avevano sepolto e neanche mi avrebbero lasciato andare al cimitero. Poi arrivò la capitolazione dell’Italia. Ci hanno aperto le porte e siamo andati dove abbiamo potuto. Molte donne sono rimaste nel campo di Gonars perché erano talmente provate dal tifo da non poter muoversi. Abbiamo camminato per due giorni e mi ricordo che qualcuno aveva detto “adesso siamo a Monfalcone”. Non mi ricordo dove siamo passati ma penso di aver camminato con gli altri per la strada principale. All’uscita del campo eravamo mal messi, le gambe non ci tenevano e dopo pochi passi eravamo stanchi come se avessimo falciato l’erba tutto il giorno. Un militare ci aveva dato del riso, ma non sapevamo cosa farne, non sapevamo come cuocerlo e mangiarlo. Per strada abbiamo trovato gente che ci dava del pane. Qualcuno vedendoci ripeteva esterrefatto “poveri bambini, poveri bambini”. Alcune donne ci hanno portato pane e sapone indicandoci i bambini. Era buona questa gente. Poi siamo saliti verso la stazione ferroviaria di Monfalcone dove qualcuno disse che saremmo saliti sul treno. Ma avevamo paura di farlo così senza chiedere, e allora qualcuno, forse era il fratello di Erna che parlava qualche parola di italiano, si decise e chiese il permesso di salire. Ma alla vista di noi scheletri umani nessuno ebbe da obiettare e allora salimmo sul treno, così senza soldi e senza pagare. Siamo arrivati alla stazione di Rakek per raggiungere il paese di Cerknica dove i partigiani ci diedero della minestra. Non sapevamo niente di cosa era successo, ma capimmo che i militari italiani non c’erano più. Poi chi in camion, chi a piedi salimmo sui monti di casa. Ma avevamo ancora sempre molta fame. Quando siamo arrivati al nostro paese non abbiamo trovato altro che macerie e niente da mangiare. Si era a settembre inoltrato e da noi in montagna non cresceva più niente. Poi ognuno aveva i suoi problemi da risolvere, a me era morto anche il secondo bambino. Ricordo di averlo portato a piedi per sei ore fino al paese di Kočevska reka per seppellirlo. Ma morivano ancora in tanti e ogni giorno qualcuno di noi che era sopravvissuto ai campi lasciava questo mondo. Ma io non posso sentire odio. So che c’era la guerra e che quel militare forse aveva dei figli, una famiglia, forse era buono con loro, forse amava qualcuno, altra gente e che era stata la guerra a farlo così. No non posso sentire odio per quei giorni lontani per tutti quelli che ci hanno fatto tanto soffrire al di là di ogni umanità.

Intervista con Herman Janež, Lubiana 20 aprile 2005

Boris Gombač: Può confidarmi alcune note biografiche?

Herman Janež: Sono nato nel 1935 nel paese di Stari Kot nel comune di Draga (oggi Loški potok) nella Repubblica Slovena. Avevo sette anni quando sono stato internato con la mia famiglia prima nel campo di concentramento di Rab-Arbe e poi nel campo di Gonars. Dopo l’armistizio sono ritornato in Slovenia dove, dopo una parentesi passata con dei parenti lontani, mi hanno mandato in un centro di raccolta per orfani sopravvissuti ai campi di concentramento, dove frequentavo le scuole partigiane. A guerra finita ho intrapreso la via dello studio diventando maestro di scuola elementare. Faccio parte da 30 anni del “Comitato internati di Rab”, del quale oggi sono presidente. Ho scritto alcuni articoli sull’argomento ed un opuscolo “Koncentracijsko taborišče Kampor, Rab”, che è stato pubblicato nel 1996.

Boris Gombač: Quali furono secondo lei le cause dell’ istituzione del Campo di concentramento di Rab-Arbe e cosa provò la mattina dell’accerchiamento e della distruzione del paese?

Herman Janež: Il regime italiano dopo un anno dall’aggressione alla Slovenia (1941) pensò che per motivi tattici sarebbe stato utile evacuare tutta la popolazione residente da una fascia di territorio di 3-4 km nel sud-est della Provincia di Lubiana al confine con la Croazia. Credo che secondo le autorità questi provvedimenti fossero necessari per stroncare l’aiuto che la popolazione offriva alla resistenza slovena che operava nella regione di Kočevje dove l’opzione della minoranza autoctona tedesca per il Reich aveva completamente svuotato un’intera regione, per l’appunto le nostre montagne. Il 29 luglio 1942 non albeggiava ancora che militi armati entrarono nelle nostre case a Stari Kot (un paesino tra Fiume-Rijeka e Lubiana). Io allora avevo sette anni e trascorrevo la maggior parte del tempo con mio nonno che ne aveva 88. I soldati entrarono urlando, buttandoci giù dai letti e colpendo con i calci dei fucili chi si fermava. Siamo stati ammassati nella piazzetta dietro alla chiesa. Poi per tutti i 138 abitanti del paese è iniziato un dramma che difficilmente potrò scordare. Prima ci hanno fatto fare sotto scorta la strada a piedi fino al centro di Čabar, dove abbiamo alloggiato una notte. Poi, il giorno seguente, ci hanno divisi in tre gruppi, uomini, donne e bambini e hanno fatto l’appello. Se qualche uomo mancava, voleva dire che era partigiano e quindi tutta la famiglia rischiava di essere passata per le armi. Da lì ci hanno portato verso il campo di smistamento di Bakar (Buccari), vicino a Rjeka (Fiume). Qui sono arrivate tutte le persone delle vallate sopra Fiume, mentre quelle della Provincia di Lubiana venivano fatte transitare direttamente per Fiume per poi raggiungere Arbe. Eravamo stanchi, sporchi e stremati dopo aver fatto tutta quella strada. Avevamo ricevuto poco cibo ed un caffé salato, ma niente acqua e non potevamo usare i servizi igienici perchè non c’erano. Ci chiedevamo il perché di tutto questo, ma nessuno aveva una risposta. Quando poi ci caricarono sulla nave in direzione dell’isola di Rab-Arbe (oggi celebre luogo di villeggiatura), i vecchi che non avevano mai visto il mare in vita loro si misero a piangere dicendo che questo viaggio sarebbe stato l’ultimo e che ci avrebbero gettato in acqua. Io sono arrivato all’isola di Rab-Arbe il 5 di agosto. Questo campo, l’unico a essere gestito dal ministero della guerra, fu installato a Kampor, una valle bonificata a nord della località principale dell’isola, nell’insenatura di San Eufemia. La vallata di Kampor fu requisita dalle autorità militari italiane a scopo di instaurare un campo di concentramento per internati civili sloveni e croati provenienti dal confine sloveno-croato. Il primo gruppo di internati (170 uomini e donne della Provincia di Lubiana di età compresa tra i 18 ed i 45 anni), arrivò al campo il 27 luglio 1942. Fu dato loro l’ordine di aiutare i soldati a dissodare il campo di granoturco, montare le tende militari e provvedere ai lavori di bonifica. Il campo di concentramento di Rab-Arbe venne diviso prima in due e poi in quattro sezioni. Alla sezione femminile e a quella maschile seguirono la sezione per internati Ebrei e la sezione di ricezione e smistamento. Sopra la vallata di Kampor venne istallato un faro che di notte illuminava il campo per impedire eventuali fughe. Questo faro, che allora nella mia fantasia sembrava come l’occhio di un ciclope è visibile ancora oggi. Si vede ancora pure il commando del campo dove aveva la sua sede il comandante Cuiulli.

Boris Gombač:  Può dirmi quale era la sua età in quel luglio 1942, quando bruciarono il suo paese e venne spedito nel Campo di concentramento di Rab-Arbe?

Herman Janež: Nel 1942 ero ancora un bambino. Certamente a sette anni non rappresentavo un pericolo per nessuno, ma ricordo che mio nonno che aveva 88 anni era solito ripetere che la guerra non risparmia nessuno e che prima o poi gli Italiani avrebbero bruciato anche il paese di Stari Kot, nel comune di Draga dove abitavamo e che ci avrebbero ammazzati tutti. E successe veramente una cosa orrenda. Questa brutta esperienza continuò a perseguitarmi per tutta la vita e fu così che in 50 anni non ebbi più né la forza, né la voglia di pernottare nella mia casa a Stari kot. Questa aggressione provocò tra i miei parenti più stretti 17 vittime. A Rab-Arbe morirono 8 dei miei, a Gonars altri sette ed al campo di Treviso (Monigo) due. Quello che allora più mi impressionò furono la morte di mio nonno e di mio padre a Rab-Arbe ed il parto di mia cognata che a Gonars il 4 aprile 1943 partorì Sonja, internata dalla nascita.

Forse oggi è difficile capire quello che provammo allora, ma tutti, dico proprio tutti, dal neonato al più anziano, eravamo trattati come degli internati politici in campi di concentramento per detenuti civili. Già arrivando al campo di smistamento di Bakar (Buccari) ci sembrava di essere delle bestie. In tutti questi anni ho capito che la memoria seleziona i ricordi, ma ancora oggi non riesco a cancellarli come vorrei. Così non riesco a dimenticare la paura, il freddo, la pioggia che entrava nelle tende e il fango imperante, poi la paura di essere derubato dell’ultimo pezzo di pane o da un tuo vicino o da un parente, la paura di annegare nelle acque di una mareggiata, come morirono tantissimi miei coetanei, sorpresi dal temporale scoppiato nella notte dal 29 al 30 settembre 1942. Fu allora che dopo una tempesta, una valanga d’acqua alta un metro inondò il campo femminile travolgendo madri e bambini, trascinandoci verso il mare senza che nessuno ci prestasse aiuto. Le grida di quella notte sono ancora vive e risuonano ancora nel mio ricordo. Una delle fobie che provo ancora oggi è il prendere il bagno nell’acqua di mare. Non so esattamente di chi fosse stata l’idea, ma qualcuno aveva pensato che la terapia dei bagni freddi ai bambini anche nei mesi autunnali, sarebbe stata la cura migliore per rafforzare il loro fisico. Anche se gli adolescenti poi in realtà si ammalavano creando seri problemi ai genitori e al personale sanitario, le guardie giornalmente facevano l’appello per incolonnarci verso la rada di mare antistante al campo e farci fare il bagno. Allora ci si nascondeva in tutti i nascondigli possibili, perchè quei bagni gelati li odiavamo veramente, ma le guardie, quasi ci guadagnassero qualcosa, venivano a stanarci facendoci poi correre verso il mare. Poi tutti ammalati con il mal di gola o con l’influenza piangevamo per notti intere, finendo infine nell’infermeria, o al cimitero. La vita nel campo di Rab-Arbe, soprattutto nel campo femminile era veramente un inferno. Le donne dovevano pensare non solo a se stesse ma anche ai bambini e ai vecchi che avevano più di 70 anni. Per questo ci furono tante vittime proprio tra i bambini e i vecchi. Il 6 agosto 1942 morì il primo bambino di due mesi e fino a dicembre ne moriranno altri 164. Le vittime di questo inferno, che forse veramente non era premeditato, ma che in realtà funzionava come un vero campo di eliminazione fisica dei detenuti, arrivarono al numero di 4.641. Dopo lunghe ricerche sono riuscito a evidenziare 1.435 nomi di deceduti e a dar loro un posto sulla piastra ricordo del bellissimo memoriale di Rab. La cifra dei 4.641 deceduti nei 13 mesi di attività del campo di Rab-Arbe corrisponde a oltre il 19% di tutti gli internati sloveni e croati del campo e supera il tasso di mortalità registrato nel campo nazista di Buchenwald che fu del 15%. Questi miei ricordi sono veramente traumatici. Quando ritorno a Rab-Arbe, e devo ammettere che in tutti questi anni ho visitato l’isola per ben 55 volte, mi devo assolutamente rendere conto dove sono arrivato. Ogni qualvolta metto il piede sui resti del campo io rivivo lo shock di essere ritornato nel posto dove ho lasciato la mia infanzia. Rivedo la massa di persone che strascicano i piedi verso le latrine, rivedo le donne curve che tolgono le cimici dai miseri vestiti, rivedo, anche se di fatto oggi non potrei riconoscere nessuno, un gruppo di persone, una famiglia che piange il padre morto dall’altra parte della rete senza poter raggiungerlo. Un ricordo terribile e legato alla puzza che usciva dalla tenda dove da giorni non potevano uscire quattro uomini tutti invalidi, ormai condannati a una sicura fine. La noia, la nostra accompagnatrice di ogni giorno, ci faceva seguire attentamente tutto quello che succedeva nel campo. I funerali erano senz’ombra di dubbio uno dei momenti salienti della giornata del detenuto bambino. C’erano i soldati, il corteo funebre e tanta gente che conoscevamo. Nascosti dietro ai cespugli potevamo seguire tutte queste attività. A volte un coro improvvisato cantava delle canzoni funebri, a volte qualcuno recitava una poesia. Nei primi mesi le sepolture venivano eseguite in bare di legno, ma con il passare del tempo il numero dei morti aumentò e  allora si incominciò ad usare il metodo delle fosse comuni e dello spargimento di calce viva sui cadaveri. Allora eravamo convinti che lo facessero per contenere le malattie infettive tra noi detenuti, ma forse oggi mi sembra che lo facessero più per salvaguardare il corpo di guardia, che allora contava 2.200 soldati. Questo è quanto ricordo, ma sarei più contento se questi ricordi sparissero, anche perchè questi fatti traumatici hanno pesato troppo sulla mia vita e l’hanno segnata in modo indelebile.

Boris Gombač: Si può definire questo campo come di un campo di sterminio?

Herman Janež: Ecco, forse dall’inizio non si poteva ancora parlare di campi di sterminio, ma più tardi, seguendo un rapporto del generale Roatta (7 luglio 1942), dove egli affermava testualmente che a Rab-Arbe non si poteva rinchiudere più di 10. 000 persone in condizioni estive, internando nei campi più gente di quanto il campo poteva accettare e con l’arrivo della stagione invernale, quello che non si voleva divenne realtà ed a Rab-Arbe l’eliminazione fisica di massa divenne un fatto accertabile. Fu soprattutto nei mesi autunnali-invernali, dopo che le condizioni meteorologiche divennero catastrofiche, che i presupposti dello sterminio si fecero sentire. La pioggia, le inondazioni, le condizioni igieniche crearono i presupposti affinché quello che non era stato pianificato divenisse una atroce realtà. Le tradotte di detenuti continuarono ad affluire all’isola di Rab-Arbe fino a metà ottobre quando il numero complessivo di detenuti raggiunse i quasi i 20.000 effettivi. I nuovi arrivati dovettero sistemarsi accanto agli altri e così le tende militari per 4 persone divennero il rifugio non ideale per 8 o 10 persone. Tutti dovettero adattarsi a giacigli di paglia buttati su terra battuta, senza minimo riparo. Il campo femminile era considerato il campo peggiore e tra i detenuti correva voce che da lì non si usciva vivi. Diviso da una strada e da filo spinato da quello maschile, il campo per donne, vecchi e bambini mostrava due facce, quella estiva quando l’argilla diventava sabbia e quella invernale, quando il terreno diventava un pantano di acqua e fango. Anche per gli uomini adulti le condizioni non erano le migliori. Ad imperversare erano soprattutto la dissenteria, la fame e la sete, che si fece sentire soprattutto nell’agosto del 1942, quando la siccità si fece sentire anche se nella zona si trovavano ben 300 polle d’acqua. L’acqua potabile rimase un privilegio del personale di guardia, che non si interessò mai delle condizioni di vita dei detenuti. Questi ultimi, ormai allo stremo delle forze, vagavano per il campo come scheletri viventi cercando qualcosa di mettere in bocca. Le donne del luogo ci passavano di tanto in tanto dei fichi o dell’uva, rischiando però sempre una fucilata. Anche se non si pianificò mai una morte collettiva dei detenuti a Rab-Arbe, la morte fu la quotidiana compagna di tutti i detenuti. A causare queste morti insensate furono o il caldo estivo o il freddo invernale, il vitto razionato, misero e privo di nutrizione, il pernottamento all’addiaccio in tende che non riscaldate che non tenevano l’acqua, la mancanza di acqua potabile e l’inedia dei gestori del campo che non provvidero mai a sedare le malattie infettive ed a prendersi la responsabilità di gestire un campo in accordo con le leggi internazionali per reclusi ed internati civili. Il comandante del campo di concentramento di Rab-Arbe il tenente colonnello dei carabinieri Vincenzo Cuiulli fu senz’ ombra di dubbio un aguzzino terribile che promulgò la massima del “recluso affamato come recluso ideale”, confermando così che se anche il campo di Rab-Arbe non fosse stato pianificato come campo di sterminio, alla fine prese questa funzione, soprattutto perchè il responsabile non ebbe nessun sentimento di  umanità nei confronti dei reclusi. Non lo commossero né il pianto dei bambini più piccoli né la disperazione delle madri che non potevano far niente per evitare la loro morte. Per mantenere questo atteggiamento il Cuiulli dovette attingere a teorie di superiorità della razza. Cuiulli si tolse la vita ad armistizio avvenuto.

Boris Gombač: Quali soprusi si sopportava più difficilmente al campo di Rab- Arbe?

Herman Janež: Ho già detto del freddo e del caldo, ho parlato della fame e della sete, ho messo in luce le difficoltà di approvvigionamento e la crudeltà delle guardie, ma quello che più ricordo è la miseria della natura umana. Le condizione disumane ci hanno fatto diventare delle bestie in pelle e ossa. Eravamo scheletri ambulanti senza acqua, pieni di zecche e di pidocchi, delle larve piene di piaghe purulente, che puzzavano di sterco proprio e di quello altrui. Queste erano le condizioni nelle quali ci facevano vivere e sulle quali non avevamo nessuna possibilità di interferenza. A soffrire era la dignità umana, che scemava di giorno in giorno. Queste scene, conosciute per i campi nazisti di Auschwitz o di Dachau, si ripetevano anche a Rab-Arbe. Forse qui mancavano la camera a gas e il camino, ma a quanto ne so, il livello di disumanità nel quale ci avevano costretto i nostri aguzzini era praticamente uguale a quello nazista.

Boris Gombač: Cosa successe dopo tutte queste morti?

Herman Janež: dal momento che la mortalità aumentava di giorno in giorno, le autorità militari italiane decisero verso la fine del 1942 di trasferire le donne ed i bambini più provati in altri campi di concentramento in Italia (Padova, Treviso, Visco, Renicci, Gonars) e di far arrivare a Rab-Arbe solo detenuti di sesso maschile. Partii pure io, e mi ricordo che all’arrivo a Gonars non soffrii il freddo anche se quel giorno – era il 6 dicembre 1942 –  cadeva una pioggia gelata. L’intendenza del campo di Gonars ci aveva recluso in baracche di legno che a differenza delle tende di Rab-Arbe non “mollavano” acqua. Ma questo lo capii soltanto più tardi, quando a sentire la pioggia sul tetto non equivaleva ad essere bagnati. Anche se le strutture del campo di concentramento di Gonars funzionavano meglio, alcuni elementi rimanevano costanti e cioè la fame, i pidocchi e la mortalità infantile. Molti non riuscirono a sopravvivere alle malattie contratte a Rab-Arbe ed allora prima di morire venivano esposti in una tenda alla fine del campo. Io in quei primi giorni di Gonars ero praticamente solo e a pensare a me era altra gente o parenti lontani. Ho già detto della perdita di umanità della natura umana in condizioni di inedia totale e non ripeterei queste cose, ma a pagare il prezzo di tutto questo furono i bambini soli, la gente che non si poteva difendere o che non aveva parenti prossimi. Fu per questo che mi ammalai gravemente e allora esposero pure me. Per caso una mia parente passando di li mi notò salvandomi. Poi mi vestì e mi diede da mangiare e infine mi scaldò col suo corpo, come facevano le mamme per asciugare i pannolini bagnati dei loro bambini.

Nel settembre del 1943 il campo venne chiuso e la colonna di scheletri viventi prese la strada di casa. La gente ci guardava esterrefatta e ci davano da mangiare, però la colonna proseguiva molto lentamente, perché si doveva trascinare gli ammalati e i bambini. Quello che tante volte era mancato adesso si faceva di nuovo sentire. In Friuli la solidarietà umana ritornò alla luce e da quella strada maledetta ritornammo quasi tutti. Ma al ritorno a casa non trovammo altro che paesi bruciati e vuoti. Allora la gente organizzò rifugi provvisori, le donne andarono nelle vallate attigue per portare farina e sale. In autunno, dopo la grande offensiva tedesca, intervenne la commissione locale dell’organizzazione donne antifasciste e l’assessorato scuola che operavano nelle zone libere partigiane. Noi bambini orfani venivamo accolti o da parenti o da famiglie disposte ad accettarci. Ma quello che più mi si impresse nella memoria furono le maestre partigiane, che ci accolsero come dei figli. Gli edifici scolastici erano fuori mano, per cui si preferiva fare lezione nelle case più grandi dei paesi dove ci eravamo rifugiati. Ricordo che nell’inverno del 1944 cadde tanta di quella neve che si dovevano scavare vere e proprie gallerie da casa a casa. Queste scuole erano adibite o in vecchie trattorie o in case della cultura costruite nel secolo scorso. Noi eravamo allora ancora senza scarpe e vestivamo ancora i stracci portati dai campi di concentramento. E allora le famiglie dove eravamo alloggiati provvedevano a portarci nella scuola ed a prelevarci a lezione finita. La maestra Nada Vrečko, che e morta da poco a 97 anni ed ha insegnato nel mio paese per 54 anni, è stata la madre affettiva per molti di noi. Ecco lei è stata per me più di una madre. Anche se aveva più di 90 alunni, insegnava con volontà ferrea, ma era anche allegra per 12 ore al giorno. Non so cosa provasse quando ci guardava negli occhi, quando guardava noi orfani, che avevamo alle spalle un esperienza così traumatica, così difficile, però trovava sempre il tempo di parlare con noi, di prendere in braccio qualcuno, di procurarci dei vestiti e di darci dei valori per la vita: la modestia, il senso sociale, la diligenza e la bontà. Ricordo ancora le maestre Matilda Pejnovič, Vera Špirič e Tinka Pustavrh. Erano loro a procurarci i fogli per scrivere e qualche matita. Ma, mancando tutto il materiale didattico, allora si ripeteva tutto a memoria. Ancora oggi, come vede, ho una memoria di ferro. Ecco, alla fine posso dire soltanto che forse voi potete solo intravedere quel mondo, il mondo di noi che siamo sopravvissuti ai campi di concentramento, ma difficilmente potete capirlo. Potete solo accettarlo, spiegarlo e fare divulgazione perché l’orrore di quei campi non si ripeta più.

Boris Gombač: Lei serba rancore per i suoi aguzzini?

Herman Janež: Dopo mezzo secolo si dimentica tante cose e mi sembra che sia giusto così. Quello che mi secca è che tanti criminali di guerra italiani non abbiano avuto la loro Norimberga e siano riusciti a farla franca. Se posso esprimere un’opinione direi che Norimberga e i bombardamenti hanno maturato il popolo tedesco forgiandolo in un popolo oggi fiero della propria democrazia. Oggi, a tanti anni di distanza, rimane in me soltanto un ricordo amaro di quei tempi. Quegli anni e quelle esperienze mi hanno segnato a fondo e ho avuto pure tante difficoltà a passare sopra queste cose. Ecco se c’è una cosa che non potrei sopportare è che i carnefici di ieri divenissero oggi degli eroi. Questo vorrebbe dire che la scelta italiana di dimenticare le proprie colpe avalla gli argomenti del revisionismo storico italiano che vuole costruirsi una nuova verginità affossando la nostra memoria.

Fonte: dep.it

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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