Guerrino Bertuzzi (Nome di battaglia Rino)


Nasce il 3 febbraio 1916 a S. Giovanni in Persiceto. Presta servizio militare in artiglieria. Dal 1938 al 1942 a Milano entra a far parte di un gruppo antifascista che si riunisce in una latteria in via Castel Morone denominato Giovane Italia. Nel 1942 si trasferisce a Bologna ed entra in contatto con alcuni antifascisti bolognesi. Combatte nel 2° battaglione Giacomo della 1a brigata Irma Bandiera Garibaldi con mansioni di commissario politico di compagnia. In una azione rimane ferito. Nella sua abitazione di via S. Felice si tenne una riunione del comando della brigata il 20 aprile 1945 il giorno precedente la liberazione di Bologna.

Le sue memorie

Dal settembre 1938 all’aprile 1942 ho vissuto a Milano; fecevo il ferroviere ed ero organizzato in un gruppo di antifascisti denominato la Giovane Italia; con noi era anche l’amico Mario Gallina, che poi partecipò alla lotta per la liberazione di Milano. Nell’aprile 1942 venni trasferito a Bologna e qui, con molta prudenza, ripresi contatto con l’ambiente antifascista e poco tempo dopo ero in collegamento con i compagni Ruggero Zagnoli, Augusto Diolaiti, Dante Fazzi, Bruno Dondi ed altri. Insieme progettammo di andare ad ingrossare le fila dei partigiani di Tito in Jugoslavia, ma venne l’8 settembre 1943 e da quel giorno abbiamo avuto da lavorare qui, a casa nostra.

L’8 settembre ero a Legnago e, dopo aver ascoltato il comunicato di Badoglio, dovetti effettuare un treno con un’automotrice per Mantova. I viaggiatori erano allegri, anzi felici, e non credettero alle mie parole quando espressi l’opinione che la guerra più dura sarebbe incominciata proprio quel giorno. Giunto a Mantova mi coricai. Al mattino, insieme ai colleghi di lavoro, Lido Mazzanti e Alberto Leoni, mi stavo avviando verso un caffè quando udii degli spari provenienti dalla stazione.

Mi diressi subito sul posto e vidi che un tenente, due sottufficiali e pochi soldati stavano combattendo contro tedeschi. Mi avvicinai al tenente e chiesi di combattere, ma questi mi pregò di andarmene perché ero un civile; allora mi recai al comando della milizia fascista per chiedere a loro delle armi. Mi chiusero la porta in faccia e sprangarono la porta; uscirono solo a battaglia finita. Mi ero rivolto a loro perché, nonostante tutto, erano italiani e avevo fiducia che qualcuno avrebbe preso parte alla lotta a fianco dei nostri soldati. Fiducia vana.

Visto un soldato italiano che faceva la guardia ad un prigioniero tedesco (nella sala d’attesa) mi avvicinai e gli dissi che avevo avuto l’ordine di farmi dare il suo armamento. Mi ubbidì e fece la guardia al prigioniero con la rivoltella. Mi trovai così armato con un moschetto ed un tascapane, con caricatori e bombe a mano; mi portai dietro ad un paraurti ad un fianco della stazione e lì chiamai sei soldati, i quali erano sbandati, impauriti e piangevano. Li incoraggiai, dicendo loro che, essendo militari, i tedeschi non avrebbero fatto violenze.

Cominciò così il mio battesimo del fuoco. I tedeschi, visto che il combattimento non prometteva nulla di buono, chiesero rinforzi facendo intervenire tre carri armati muniti di mitraglia e cannoncino. Le loro fanterie erano coperte da carri armati, ma dal mio posto li vedevo bene, perciò mi raccomandai ai soldati che erano con me di sparare uno alla volta a colpo sicuro. E così facemmo breccia fra i tedeschi; ma per poco, perché appena si resero conto da dove venivano gli spari, puntarono un carro armato e spararono una cannonata nella nostra direzione.

Però anziché colpire il nostro paraurti centrarono una garitta dove in precedenza facevano la guardia i carabinieri; questa conteneva alcuni materassi pieni di lana che, colpiti, facero volare per aria la lana e sembrava una bufera di neve. Vistici scoperti, dissi ai soldati di sparpagliarsi, dopo di che, strisciando per terra, mi portai poco lontano dal tenente (che seppi più tardi essere un imolese) e lì, sdraiato, cominciai a sparare: in quel punto il combattimento era più accanito.

Poco dopo il tenente, il quale combatteva in piedi protetto solo in parte da una sottile colonna di ghisa, cadde colpito a morte. Prese il suo posto un sottufficiale che, poco dopo, fece la stessa fine. I tedeschi, soverchianti in numero e con carri armati, ormai erano padroni del campo e noi a poco a poco cessammo il fuoco.

Strisciando, ritornai a fianco dei sei soldati rimasti vicino al paraurti e dissi loro di seguirmi, ventre a terra, e così, sotto ad una colonna di carri in sosta, li guidai nell’officina del Deposito locomotive dove furono vestiti con indumenti da lavoro e poterono salvarsi.

Mentre ero intento a guidare i soldati in Deposito, mi sentii bruciare ad una coscia; me la toccai e ritirai la mano insanguinata. In Deposito mi versarono sopra della benzina per disinfettarmi e mi dissero che la parte destra del corpo era piena di piccole ferite, superficiali, di pallottole a mitraglia.

A Bologna presi subito contatto con la Resistenza ed entrai nelle SAP della città e poi nella brigata Irma Bandiera. Partecipai a molte azioni, ma qui voglio ricordarne una abbastanza curiosa. Dalla Diana (staffetta di battaglione) seppi che due sappisti erano da più di un mese chiusi in Certosa; i fascisti li ricercavano per fucilarli. Erano Tuli e Pano, del battaglione Giacomo. Pochi giorni prima un mio zio sfollato mi diede le chiavi di un appartamento in via Col di Lana 14, perché lo custodissi. Presi subito accordi e la sorella di Tuli venne a preparare il letto e durante la notte Tuli e Pano furono trasferiti nella casa in Col di Lana che da quel giorno divenne una nostra base.

Una sera andai a prendere i compagni per condurli ad un appuntamento con Guidotti, il vice comandante del battaglione, e con un commissario di brigata, di nome Envert, e altri di cui ho dimenticato il nome. Andammo sotto la pista del Velodromo dove c’era il nostro arsenale; ci armammo e poi prendemmo posizione dal lato della via Emilia opposto a quella dove vi era l’Ospedale Maggiore. Due uomini armati di bombe a mano erano appostati nel fossato al lato della strada e noi eravamo sdraiati sul ciglio in attesa che arrivassero delle carrette piene di esplosivo, provenienti dal magazzino tedesco in via Prati di Caprara.

Dopo circa un’ora sentimmo uno scalpiccio di cavalli, fissammo gli occhi alla strada e poi aprimmo il fuoco. I due cavalli caddero subito, poi cadde un polacco a l’altro soldato fuggì. Noi saltammo sulla carretta e ci caricammo a più non posso di esplosivi e poi ritornammo di corsa al nostro arsenale, sotto la pista del Velodromo.

Senonché, al controllo delle nostre armi, ci accorgemmo che mancavano due bombe a mano e risultò che uno dei due partigiani che erano nel fossato non aveva tolto la sicura dalle bombe prima di lanciarle. Envert si arrabbiò e ci disse che quello era stato un atto di paura e che il fatto avrebbe potuto compromettere l’esito dell’azione. Cosi ci riarmammo e ritornammo sul posto e solo dopo aver ricuperato le due bombe ci avviammo verso il nostro arsenale.

Ormai l’alba era prossima e non facemmo nessun incontro sgradito. Come azione in sé questa non è certamente degna di menzione, ma quel ritorno sul posto un’ora dopo il combattimento per ricuperare due bombe a mano, fu per noi una lezione che non si dimentica.

Annunci

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...