Marino Serenari antifascista vittima del regime


Nasce il 20 ottobre 1906, a Casalecchio di Reno. Si iscrive, giovanissimo al movimento comunista, diventando in seguito dirigente della FGCI bolognese. Dopo ad una vasta affissione di manifestini, a Casalecchio di Reno, a Bologna e in altri comuni circostanti, per il sesto anniversario della nascita del PCI, è arrestato il 21 gennaio 1927, con molti altri compagni.

Il 25 giugno 1928 viene rinviato a giudizio assieme ad altri 12 imputati e, il 28 settembre, condannato dal Tribunale speciale a 2 anni, 6 mesi e 12 giorni di carcere per ricostituzione del partito comunista e propaganda sovversiva. Lasciato il carcere alla fine della pena, si riunisce alla famiglia trasferitasi a Castel Maggiore, viene sottoposto a 3 anni di sorveglianza speciale, che non gli impediscono di riprendere l’attività antifascista.

Viene nuovamente arrestato il 6 agosto 1933 dopo una ennesima retata della polizia a seguito di una larga diffusione di volantini in tutta la provincia. Viene rinviato a giudizio il 7 dicembre 1933 e il 5 luglio 1934 il Tribunale speciale lo condanna nuovamente a 6 anni di carcere con le stesse imputazioni del processo precedente.

Incarcerato nel penitenziario di Civitavecchia (Roma) si dedica allo studio di elementi economici e politici e della lingua francese e tedesca. Beneficia di una amnistia e viene liberato prima di aver terminata la pena, ma è sottoposto a strettissima vigilanza.

Il 17 agosto 1937 la Commissione provinciale, lo condanna a 4 anni di domicilio coatto e viene inviato a Ventotene (LT). Dall’isola l’1 febbraio 1939 viene trasportato a Napoli, all’ospedale Pace, per subire un intervento chirurgico per ulcera duodenale.

Non supera l’operazione, avvenuta senza che alcun familiare avesse avuto il permesso di assisterlo, e il 5 febbraio 1939 muore.

Il ricordo  di Lina Serenari nipote 

Il primo ricordo che mi viene alla mente, pensando allo zio Marino Serenari, risale a quando avevo 5-6 anni: seduto su una sedia nella loggia della nostra vecchia casa colonica nei pressi del Cimitero di Casalecchio di Reno c’era un uomo che grondava sangue dalla testa e dal viso per le manganellate ricevute dai fascisti scatenatisi in paese contro i sovversivi. Le donne lo medicarono con l’aceto e lo fasciarono con bende di tela, mentre il nonno partì infuriato alla volta del paese per vedere se era successo qualcosa a Marino e agli altri figli che sapeva essere al Caffé Rosso.

Li incontrò che tornavano seguendo la linea ferroviaria anziché la strada normale. Per fortuna erano illesi. Il giorno dopo il nonno affrontò il padrone del podere, un capoccione fascista, e gli disse: «Se succede qualcosa ai miei figli farò i conti con Lei, perché anche se non sarà stato personalmente Lei a picchiarli, si tratterà di gente mandata da Lei!»

Marino cominciò ad interessarsi alla politica più attivamente degli altri suoi fratelli, aderì all’appena nato Partito Comunista d’Italia e divenne dirigente provinciale della Gioventù comunista, entrando ben presto nel novero delle persone considerate pericolose dal fascismo. Una mattina molto presto io fui svegliata dal trambusto causato nella famiglia da un gruppo di poliziotti in borghese venuti da Bologna per arrestare lo zio Marino.

Rovistarono dappertutto, perfino nel pollaio, riempendosi il corpo dei cosiddetti pollini, quegli insetti minuscoli e fastidiosi che si annidano tra le piume delle galline e si appiccicano anche agli esseri umani. A quei tempi, nelle campagne, si diceva che per liberarsi da quegli uggiosi pollini c’era un solo mezzo: bisognava prendere manciate d’acqua da un recipiente lanciandola in alto dietro la testa inveendo contro i pollini. Ebbene, quei poliziotti creduloni corsero al mastello pieno d’acqua che stava sul secchiaio e si cosparsero abbondantemente il capo d’acqua lanciando a perdifiato verso il cielo le loro imprecazioni.

Quella visita e quell’arresto costarono comunque allo zio una condanna a 2 anni e mezzo di carcere e a 3 anni di vigilanza. La sentenza fu emessa dal Tribunale Speciale fascista che aveva sede a Roma. Il babbo mi portò qualche volta con sé in visita al Carcere di San Giovanni in Monte, dove lo zio Marino era in attesa del processo. Il colloquio avveniva in un lungo corridoio. Familiari e detenuti, divisi tra loro da grosse inferriate, dovevano urlare per farsi sentire. E siccome nel corridoio si era in tanti, il frastuono era tale che ben difficilmente si riusciva a capirsi l’uno con l’altro.

Ad ogni visita i familiari portavano al detenuto un pacco di alimenti. Di solito il nostro pacco conteneva delle tagliatelle. I secondini scartocciavano tutto, palpavano e scrutavano accuratamente ogni cosa, perché non ci fossero nascosti messaggi od oggetti proibiti.

Quando lo zio Marino venne trasferito da Bologna nelle carceri di Venezia, di Roma e di Alessandria, io venni incaricata dalla famiglia di curare i rapporti epistolari con lui, avendo cura di non omettere mai nell’indirizzo le parole “Al detenuto politico”. Mi dissero che l’aggettivo “politico” lo qualificava diversamente dai detenuti comuni, cioè dai ladri e dagli assassini, ed anzi esso costituiva un motivo d’onore per il carcerato.

Con tale educazione domestica, noi ragazzi – io ero la maggiore di 7 bambini in età scolare – non ci sentivamo affatto umiliati quando andando alla dottrina il parroco diceva che era arrivata la famiglia dei “bestiolini”, oppure quando il postino, a noi che chiedevamo se c’erano lettere, rispondeva immancabilmente che «per la famiglia Serenari ci son solo manganellate». Mio fratello Valter fu costretto a ripetere la 1ª elementare perché non voleva saperne di fare le aste e le lettere dell’alfabeto, ma, imitando la calligrafia dello zio adulto, riempiva le righe di biscioline dicendo: «Io scrivo solo allo zio Marino».

Nel 1929 la nostra famiglia si trasferì da Casalecchio a Castel Maggiore. E qui lo zio Marino ci raggiunse nel 1930 quando uscì anzitempo dal carcere per un’amnistia concessa in occasione del matrimonio del Principe Umberto. Ritornò, ma fu sottoposto a vigilanza speciale per anni 3, il che significava una notevole limitazione della sua libertà personale. Il vigilato speciale doveva restare in casa dal tramonto all’alba, non poteva aver rapporti con persone che non fossero dei familiari, doveva recarsi ogni domenica alla Stazione dei carabinieri a far firmare un apposito libretto dalla copertina rossa. Andando e tornando egli non poteva fermarsi neppure al bar per bere il caffè o salutare qualcuno. La notte poi veniva svegliato d’improvviso dai carabinieri o dai fascisti di Castel Maggiore, che si fermavano sotto la finestra della sua stanza, lo chiamavano, aspettavano che si affacciasse e si facesse riconoscere, e se n’andavano per ritornare magari dopo qualche ora a controllare che non si fosse allontanato da casa. Questa condizione non impediva però allo zio Marino di svolgere ugualmente la sua attività di proselitismo antifascista. Egli allacciò stretti rapporti di amicizia e di militanza con molti giovani del luogo. Spesso anzi, a dispetto dei fascisti, gli incontri e le riunioni si tenevano in casa nostra.

Ricordo ancora con una particolare emozione i preparativi che si fecero per festeggiare il 1° maggio 1933. Le donne comprarono molti metri di tela bianca che poi tinsero di rosso nel paiolo del bucato con le polveri Iride comprate poco per volta. Ne ricavarono un bandierone immenso. La sera precedente il 1° maggio vennero a casa nostra numerosi compagni di Castel Maggiore e di Casalecchio. Io avevo allora 13 anni e mi fu permesso di restare a vegliare in cucina assieme alle altre donne, gustando le paste portateci in dono da un compagno pasticcere.

I compagni convenuti dipinsero una falce e martello sul grande bandierone rosso e stamparono con un rudimentale ciclostile dei manifestini. La mattina dopo un’immensa bandiera rossa sventolava sulla ciminiera della Fornace di Corticella e gli operai andando al lavoro raccoglievano e si mettevano in tasca dei volantini che inneggiavano alla festa dei lavoratori.

Nei giorni seguenti numerosi compagni furono arrestati e tra essi ci fu pure lo zio Marino, che ricevette dal Tribunale Speciale una nuova condanna, questa volta a 6 anni di reclusione e a 2 anni di vigilanza speciale.

Fu inviato al carcere di Civitavecchia. E qui egli si dedicò con passione allo studio, con una particolare predilezione per i problemi di economia agraria e per la lingua francese e tedesca. Ottenemmo il permesso di poterci corrispondere in francese, io e lui. Dal carcere le lettere arrivavano spesso censurate, e talvolta con le sole parole «Carissimi familiari» e «Vostro Marino». Avevamo adottato tra noi un linguaggio convenzionale, ed una volta il censore non notò l’incongruenza del fatto che a Bologna un lupo in piena estate avesse assalito un gregge e si fosse portato via una pecora chiamata Carolina. In questo modo io avevo avvertito lo zio che la polizia aveva arrestato un certo compagno.

Nel 1938 ci fu un’amnistia e lo zio Marino poté tornare a casa dopo aver scontato 5 anni di carcere. Ci raccontò ridendo di come fosse rimasto arretrato rispetto agli sviluppi della tecnica perché a Corticella si era sentito sbattere in faccia le porte del tram, che si aprivano ad imposta e non più su una guida come quando lui ci aveva lasciato.

A casa i fascisti lo tennero sempre sotto assidua sorveglianza. Il maresciallo lo tormentava per ore e ore con lunghi discorsi nel tentativo di convincerlo a confidarsi con lui facendo i nomi dei compagni che avevano certamente cercato di contattarlo dopo la sua uscita dal carcere. Ma con lo zio il maresciallo non faceva che perdere il suo tempo.

Dopo pochi mesi di libertà lo zio Marino fu fatto nuovamente partire. La Commissione del confino, senza plausibili motivi, gli assegnò 5 anni di domicilio coatto da passare all’isola di Ventotene.

E fu in quest’isola che egli si ammalò. Il 1° febbraio 1939 venne portato all’Ospedale Pace di Napoli per essere operato d’urgenza di ulcera allo stomaco.

Noi facemmo di tutto per ottenere dalla Questura di Bologna il permesso di recarci ad assisterlo all’Ospedale di Napoli, ma il permesso fu negato. Il 6 febbraio il postino ci recapitò un telegramma che io stessa lessi: «Comunichiamo avvenutodecesso Marino Serenari Ospedale Napoli stop». Lo zio aveva appena compiuto 32 anni.

In Questura ci dissero che il nostro familiare non aveva retto all’intervento operatorio e che era spirato il 5 febbraio, e ci concessero il permesso di recarci a Napoli per assistere al funerale.

Le spoglie dello zio Marino furono tumulate nel Cimitero di Napoli. Soltanto dopo la guerra, su interessamento del Sindaco Angelo Piazzi, che si recò appositamente a Napoli per superare ostacoli burocratici d’ogni genere, i resti dello zio Marino vennero trasferiti nel Cimitero del suo paese natale, cioè a Casalecchio di Reno.

Ad onorarne la memoria erano presenti quel giorno a Casalecchio migliaia di persone. E c’erano tante bandiere rosse, simbolo degli ideali di giustizia e di libertà per la cui realizzazione lo zio Marino aveva sacrificato la propria vita.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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