In attesa della giornata del ricordo – MORTE AL FASCISMO – LIBERTÀ AL POPOLO!


Il libro “La travagliata strada verso la libertà” è il secondo nella raccolta di documenti sulla guerra di liberazione. È stato pubblicato dall’editrice “Ljudske pravice” (Diritti del popolo) di Lubiana nel maggio 1946 con una tiratura di 10.000 copie.
Questo libro rappresenta la documentazione dei giorni più bui della storia del nostro popolo. Il sacrificio delle vittime ha contribuito alla lotta per la libertà del popolo sloveno, della nuova Jugoslavia. Possiamo qui vedere sui corpi vivi la prova storica delle colpe della reazione internazionale, che dalla bocca della sua degenerazione – il fascismo – sosteneva la dottrina della sottomissione dei piccoli popoli ai loro grandi vicini, mentre per il popolo sloveno prevedeva addirittura il completo annientamento. Quella che invece ha vinto è l’idea dell’uguaglianza dei popoli e della fratellanza dei popoli liberi .

I colpevoli delle orribili sofferenze sono già stati in parte puniti, altri stanno per esserlo. Non dobbiamo però mai dimenticare i veri responsabili della nostra tragedia, quelli che rappresentavano le forze oscure, che hanno con il loro tradimento aumentato al massimo la nostra sofferenza. Questo lo dobbiamo alle vittime che hanno sofferto e sono morte per la nostra libertà.

MORTE AL FASCISMO – LIBERTÀ AL POPOLO!

Il pubblico accusatore della Repubblica popolare di Slovenia:

Stante Jernej

Quando i fascisti entrarono a Lubiana vi trovarono i loro vecchi amici, erano persone che già prima della guerra erano collegate con i fascisti, che con questi hanno tradito gli sloveni onesti ed hanno poi servito Hitler scappando con l’esercito tedesco in fuga rovinosa.

I fascisti italiani hanno trasformato la terra slovena in una serie di campi di concentramento. Alte palizzate con filo spinato e recinzioni, bunker e cavalli di Frisia, distruzioni sulle strade e sulle ferrovie e pattuglie armate fino ai denti tenevano in ostaggio città, mercati e paesi. Ma l’idea e la lotta partigiana non hanno mai riconosciuto e rispettato i confini imposti con reticolati e cemento, come non hanno accettato di essere soggiogati alle camicie nere ed ai loro stivali. I fascisti sentivano sulla propria pelle la ribellione del popolo. Il pericolo per l’occupatore era sempre maggiore – non era sicuro sulla strada, non era sicuro di notte, non era sicuro di giorno, non era sicuro nei propri bunker di cemento. Non poteva fidarsi di nessuno.

La donna, che di giorno lavorava nei campi, di notte faceva la staffetta; l’impiegato di giorno curava la corrispondenza ma di sera lavorava nelle stamperie e nell’organizzazione. Perciò era necessario fare indagini ed ancora indagini, e così gli occupatori fascisti facevano le loro perquisizioni a Lubiana. Tutto il traffico in città si arrestava. Nelle prime ore della mattina le vie e le piazze venivano occupate da numerose pattuglie. Dappertutto venivano sistemate postazioni di mitragliatrici. Nelle case entravano i militari italiani: granatieri, carabinieri, questurini; essi prendevano gli uomini e li portavano via con camion alle caserme. Qui venivano sottoposti ad ogni tipo di angheria: dalle perquisizioni corporali all’obbligo di fare il saluto romano. La prima intenzione dei fascisti era la sottomissione del popolo sloveno; la seconda era peggiore – tra i carabinieri venivano inseriti traditori sloveni travestiti che conoscevano le persone più impegnate, e con segnali segreti le indicavano e li tradivano. Dopo di ciò l’arresto, l’internamento o la morte nella Gramozna jama (cave di ghiaia). Ma a queste anime vendute tutto ciò non bastava, era ancora troppo poco. Davano la caccia alle organizzazioni per tradirle; collaboravano con l’occupatore, pregandolo di uccidere e rapinare più possibile.

Gli oppressori del popolo sloveno sentivano che il loro potere era agli sgoccioli e che il popolo avrebbe preteso di fare i conti con loro. Tutta la reazione che comandava nella vecchia Jugoslavia sentiva la propria esistenza in pericolo. Chiedeva all’occupatore armi – armi che avrebbe usato contro il popolo per soffocare il movimento di liberazione popolare anche sacrificando la libertà della nazione. Sotto la maschera crociata della guerra santa, provava ad influire sulle persone ignare e sulle classi del popolo sloveno che ancora non erano coscienti. Ma sotto questa maschera nascondeva le proprie ignobili intenzioni reazionarie. La Belagarda entrò in scena ufficialmente. Il suo nome era naturalmente italiano, MVAC – Milizia volontaria anti comunista, ma ai solerti sostenitori della slovenità ciò non dava fastidio. Sul berretto nero questa milizia portava un teschio – strana miscela del colore fascista e del simbolo della Gestapo. Adesso nelle mani dell’occupatore tutto era più facile e rapido. Tra i sentieri che lo straniero non poteva trovare si intrufolavano pattuglie miste di traditori e cani fascisti che andavano contro i campi partigiani. Naturalmente quando rientravano sconfitte dovevano riconoscere che facevano una cosa difficile ma non impossibile. “I partigiani non si riescono a distruggere” denunciava il generale italiano al vescovo di Lubiana; e questo vescovo che è stato fin troppo tenuto in considerazione ripeteva: “I partigiani non si riescono a distruggere”. Quello che l’occupatore non riusciva a colpire con la forza militare voleva colpirlo sul terreno politico: ostaggi, ostaggi e ancora ostaggi! Tra la gente si sarebbe infiltrata la paura; l’Unione sovietica resisteva eroicamente, gli altri fronti non cedevano. Bisognava colpire ancora solo il popolo che lottava “mettergli la testa a posto”, togliergli le armi dalle mani, impaurirlo, distruggere la sua rivolta a qualsiasi costo. Perciò: ostaggi, ostaggi ancora ostaggi!

Come era facile catturare le persone disarmate! Il notabile di Trebnje Ivan Ban lo sapeva molto bene. Anche senza motivo politico avrebbe ucciso la gente. Ivan Ban non è un unico isolato caso di traditore. In quest’aria putrida di reazione, priva di coscienza, di speculatori, politicamente completamente immorale, egli si è sviluppato ed ha avuto armi, soldi e potere. Si è fatto fotografare in uniforme di colonnello italiano nel buio davanti al bosco, nel quale caddero vittime slovene a causa del suo tradimento. Con l’ufficiale tedesco ed i fascisti si è trovato nella piazza di Trebnje in consiglio militare. Con la stessa accesa premura è andato lungo una strada in salita – la sua fine è stata quella di tutti i giuda di tutti i tempi: l’8 settembre 1943 si è impiccato nella stazione di Lubiana.

Le azioni partigiane già nel primo anno di lotta per la libertà hanno recato parecchi danni all’occupatore italiano. Già il primo anno i partigiani hanno dimostrato di avere in mano qualcosa che si può usare contro l’armamento più moderno, contro le mitragliatrici, contro i carri armati e contro l’aviazione. Hanno dimostrato che la lotta partigiana è una nuova forza, militare, politica e morale. Il diffuso radicamento nella massa popolare, la cospirazione e la forte convinzione della vittoria, la certezza dell’essere nel giusto e nella legittimità facevano miracoli. Gli italiani dovevano difendersi in maniera sempre più prudente e pianificata, dall’offensiva dovevano passare alla difensiva. Con questo si sono giocate le ultime possibilità di azioni di successo.

I partigiani non riposavano né di notte né di giorno. Davanti agli occhi dell’occupatore, con Lubiana chiusa dal filo spinato e dai blocchi di cemento, nella notte tra il 4 ed il 5 dicembre del 1941 hanno fatto crollare nel fiume il ponte ferroviario vicino a Preserji. Il traffico tra l’Italia e Lubiana ed oltre verso est rimase bloccato per un lungo periodo, si perdette prezioso tempo di lavoro, i treni arrivavano e si fermavano. La rabbia fascista non conobbe confini. L’impotente ira del singolo fascista che vede distrutta la sua costruzione ardita e che da tutte le parti cresce il movimento rivoluzionario del popolo in lotta. In fretta catturarono nei paesi vicini 69 persone innocenti, che furono orribilmente torturate e quindi internate. Questi prigionieri furono condotti davanti al loro tribunale militare a Lubiana. “Ecco gli attentatori” abbaiavano i fascisti. “Il processo dimostrerà la loro colpevolezza nell’azione!”, strillavano i giornali sloveni “Jutro” e “Slovenec”. I commedianti di Roma recitarono una vera farsa nel palazzo di giustizia. Dato che la maggior parte dei denunciati esibì un alibi per la notte nella quale era stato distrutto il ponte, l’accusa perse tutta la sua credibilità. Ma per i fascisti la distruzione di un ponte poteva ben valere la vita di sloveni. Così uccisero 16 giovani dopo che su di loro i boia fascisti avevano già infierito: e questo è il crudele insegnamento dell’imperialismo reazionario. Il criminale si è procurato delle foto. Nell’obitorio i corpi ancora caldi delle persone venivano gettati nelle casse da morto – uno, due, tre, quattro, cinque sei… sedici. In questo orribile dormitorio gli arti si irrigidivano, da una bara una mano stretta sembrava minacciare. Dietro, tra le spalle, era nascosta una faccia distrutta… Un giovane ha intrecciato le mani e la testa gli è caduta supina, e con scosse gli si torceva all’insù, la bocca non dimostrava sofferenza e non sembrava neppure accusare, tra le parole la voce è mancata.

Poi si è aperta la grotta verso Sv Križ e li intorno è cresciuta verde l’erba. Quale crimine! Decine e decine di morti erano lì sdraiati in quell’angolo di Sv. Križ e né guardie né investigatori hanno collaborato; il popolo di Lubiana vi faceva la processione dimenticando come sia diventato santo quel posto. Il fascista diceva: “Si deve fare qualcosa! Spariamo alla gente nelle periferie delle città e poi nelle città li sotterriamo! Si, così faremo!”.

Successivamente in un giorno di pioggia comparvero nelle città e nei paesi dei bei manifesti bianchi – bilingui: “A causa della distruzione della linea ferroviaria nel paese di Radoh abbiamo fucilato nella città 6 ostaggi dei quali è risaputa notoriamente l’attività comunista”. Tali manifesti venivano stampati tutti in serie. Mai nessun nome, mai i dati. “L’azione comunista” è uno spauracchio per un pacifico piccolo borghese, serve a giustificare le colpe del sistema. Ciononostante il partito comunista svolgeva il principale compito nella lotta per la liberazione di tutto il popolo, proprio grazie all’incoraggiamento del partito comunista è nata l’Osvobodilna Fronte (Fronte di Liberazione) e proprio in esso c’era quel focolaio da quale si è sviluppata tatticamente ed ideologicamente la lotta popolare, nonostante il rafforzamento e il tributo di sangue – nonostante questo la politica della presa degli ostaggi dimostrava chiaramente le intenzioni dei fascisti. Impaurire gli strati piccolo borghesi, creare confusione nelle file degli attivisti, rompere l’ostilità dei contadini, compromettere i loro collaborazionisti sloveni davanti al popolo e così facendo attaccarli sempre più al loro carro, uccidere quanto più sloveni e distruggere la loro volontà di lottare – questo era l’obiettivo del terrorismo fascista.

Mentre avveniva la prima fucilazione pubblica di ostaggi nel paese di Radoh, possiamo verificare un fatto importantissimo. Cosa ha fatto la reazione locale? Cosa hanno fatto le spie politiche slovene che erano collegate agli italiani? Cosa ha fatto Natlačen, cosa ha fatto il vescovo Rožmann? Più il popolo sloveno avanzava sulla strada della lotta armata, più essi si univano all’occupatore, e più grandi e terrificanti diventavano i loro crimini.

Ma il popolo ha iniziato a capire, e comprendendo, sempre più convinto, ha proseguito ad armarsi.

Gli ostaggi continuavano a morire…

Nell’interesse della reazione di tutta la Slovenia e del vescovo Rožmann c’era il fatto che italiani e tedeschi continuassero a sparare come animali sul nostro popolo, nell’interesse di Rožmann che vergognosamente strisciava davanti al generale delle cravatte rosse e lo scongiurava che snidasse dai boschi sloveni i nostri uomini migliori. Lo stesso motivo lo ha costretto a tacere davanti ai solenni manifesti che annunciavano i paurosi massacri, che venivano firmati dai suoi conoscenti e buoni amici – Robotti e Grazioli. Lui ed i suoi uomini sapevano benissimo che venivano uccisi eroici ostaggi della lotta di liberazione del popolo sloveno. Il silenzio era in questo caso dichiarazione di accordo e l’occupatore trovava in quel silenzio la chiara legittimazione e l’effettivo appoggio morale per la continuazione del massacro senza riguardi. I capi della reazione slovena l’avevano pensata bene: mandiamo incontro all’occupatore i traditori come Ivan Ban, noi invece gli daremo tutto l’appoggio morale e materiale! Effettivamente gli interessi dell’occupatore e gli interessi dei notabili reazionari locali non contrastavano tra loro…

Con gli ostaggi l’occupatore voleva togliere le armi al popolo sloveno condannato a morte e la reazione slovena doveva applaudire a questo sistema così “efficiente”. Ad ogni costo voleva che tutta la resistenza armata si arrendesse, con la violenza, con la violenza sperava di ammutolire il crepitare delle mitragliatrici nei nostri boschi. Avrebbero dovuto per questo gridare ai loro: “Non fatelo!”? No, comunque no, questo sarebbe stato un peccato. Che muoiano gli ostaggi, che sia condannato a morte chiunque è “sospettato di finanziare l’O.F.”… La paura della morte renderà il popolo sloveno rispettoso della forza dell’occupatore, “inviato da Dio”, e rispettoso quindi degli interessi della stessa reazione slovena.

E l’effetto? Niente più paura, niente più tentennamenti, ma ancora resistenza accanita! A tutti erano chiari i crimini dei reazionari che si davano il diritto di spadroneggiare sulla vita e sulla morte del popolo sloveno, perciò è cresciuto al massimo l’odio della nostra gente. Dobbiamo resistere! Questo e solo questo era il motto che in andava di bocca in bocca tra il popolo sloveno in quei terribili giorni. Abbiamo resistito. Ancora di più! Da questa lotta siamo usciti più forti, temperati e uniti alla religione nel credere alla forza del popolo unito.

Quanto era grande la nostra rabbia verso i fascisti, e i perfidi traditori sloveni, tanto era grande il nostro amore e il nostro rispetto verso tutte quelle eroiche vittime, che sono cadute nella lotta! Sia loro onore! Questo era scritto sui volantini diffusi in tutta la Slovenia. Sempre più spesso i nostri pensieri ed i nostri sentimenti andavano alle celle d’isolamento del tribunale di Lubiana, alle celle delle carceri delle guarnigioni. Il popolo sloveno, che aveva il suo centro a Lubiana viveva attivamente la tragedia dei giovani tenuti svegli nelle carceri notte dopo notte, che dolorosamente ascoltavano tutti i passi e le voci nel corridoio e che per così dire ricevevano preparati l’ufficiale che irrompeva tra di loro nel mezzo della notte e leggeva loro i nomi e con lo stile della “giustizia” fascista li richiamava all’adempimento dell’ultimo dovere… E nel mezzo della notte mentre i prescelti ricevevano la gloria, gli altri invece si chiedevano come mai non fosse ancora giunto il loro momento. Questa e solo questa domanda, questo e solo questo dubbio era rimasto loro. E questo notte dopo notte.

Ma non c’era un pensiero consolatore nei giorni dell’attesa della morte? Si, c’era. Ci si rendeva conto, che giorno dopo giorno cresceva il numero dei combattenti nei boschi liberi e che questi attingevano la propria forza dal numero dei morti; che prima o poi avrebbero cacciato i padroni fascisti e chiesto conto dei crimini commessi. C’era questa speranza, c’era questa convinzione, che il popolo fra poco sarebbe stato libero ed in quel momento si sarebbero ricordate le loro sofferenze e le loro torture. Per questo non sono vissuti e non sono morti invano. Da questo prendevano il coraggio, da qui anche la serenità d’animo, cosa che i fascisti non capivano. Da questo i loro canti che combattevano, vincendolo, il rumore dei motori delle automobili, quando nelle mattine serene venivano condotti al patibolo. Non c’era forza che potesse far tacere il canto, che la gente attendeva di sentire ogni mattina e quando riconosceva la canzone si inchinava alla finestra. La città sapeva: oggi ci sono state nuove esecuzioni.

Dietro ognuno di questi crimini che si susseguivano davanti ai nostri occhi rimaneva sempre viva l’immagine della persona che educata nel fascismo. Il crimine gli si legge negli occhi, e da lui è scomparsa ogni traccia d’umanità. Guardatelo, su tutte le foto gli stessi lineamenti del completo disfacimento morale. Questa sarebbe la persona, che tante volte ha commerciato con la preziosa vita degli sloveni. Chi non sapeva chi fossero gli ufficiali di quell’ “onorato” corpo d’armata, gli speculatori in prima fila, che ha catturato una quantità di persone, per poi prendere dai loro parenti denaro, decidendo la colpa delle persone sulla base di quanti soldi venivano versati? Questa era una cosa che succedeva dappertutto: dal comando d’armata fino all’ultimo singolo fascista. I fascisti tormentavano la nostra gente con un incredibile piacere. Questo loro sadismo si rivelava soprattutto con gli ostaggi. Ostaggi! I carabinieri iniziavano nelle carceri a chiamare certi nomi, poi altri nomi, e poi spostavano le persone da una stanza all’altra: il motivo di questo “gioco” era creare un terrore mortale.

Uno dei tanti piaceri dei criminali fascisti era quello di far scavare alle vittime la loro tomba. Osservate queste facce dei fascisti! Non ce n’è nemmeno uno del quale si possa dire che in lui si possa riconoscere un essere umano. Soltanto guardando queste facce ad una persona dovrebbe fermarsi il cuore. No, queste non sono facce di militari nei quali è incisa la decisione, in loro, nel comportamento di quella gente, si rispecchia l’immagine del degrado spirituale. Uno di loro si sta accendendo una sigaretta, l’altro se ne sta in piedi con le maniche rimboccate, assetato di sangue, tutti però sono come iene in agguato sulle vittime e se la ridono alla maniera fascista. Alla fine sparano, ecco il loro atto “eroico”.

Giorno dopo giorno cadono vittime isolate. L’occupatore ed i traditori corrodono il corpo del popolo sloveno. Nelle strade della nostra regione rimbombano i terribili passi degli assassini. In un giorno di sole sbattono le ali della morte, il terrore fiuta come un cane attraverso i campi, attraverso i boschi, tutti nella terra martoriata. Il lavoratore viene strappato dal lavoro, e spinto nella tomba, perché ama consapevolmente la libertà. La persona viene martoriata, portata al cimitero violando anche la pace dei morti. Il prete delle camice nere porta a compimento la commedia con la croce: segno del disprezzo dell’amore che nella mano degli assassini si trasforma in nauseante sbeffeggiamento. Muta è la bocca del martire dal portamento rigido nei suoi ultimi minuti. Hanno alzato i fucili e dietro al muro del cimitero di nuovo viene spenta una vita preziosa. Un altro crimine è inevitabilmente ricaduto sui fratelli sanguinari che nella cieca complicità con gli occupatori non esitavano a paralizzare la forza rivoluzionaria del loro popolo. Quindi giungi, o giustizia!

I paesi sloveni circondati da filo spinato si trasformavano in piccoli campi di concentramento. Nelle case venivano torturate le persone proprio come nelle celle. I padroni neri le fermavano continuamente, chiedevano i documenti un’infinità di volte, le trascinavano nelle caserme dei carabinieri, le picchiavano e le umiliavano senza la minima ragione. L’angoscia e la sofferenza sommergevano ad ondate i nostri paesi, il ripugnante strillo e il grido dell’occupatore riempivano ogni minuto del giorno e della notte, ogni minuto volevano che fossimo torturati dal pensiero: eccoli, sono qui. Dall’altra parte del filo spinato che correva attraverso i campi più fertili era maturato il mais che nessuno raccoglieva, marcivano le patate perché non le lasciavano raccogliere. Scacciavano il contadino dalla terra, produttrice del pane, e lo tenevano continuamente lontano dal suo lavoro. Sparavano alla gente come alla selvaggina, seguivano ogni traccia, persino l’aria era infetta per la loro presenza. Il popolo torturato osava superare il filo spinato nei boschi, dove i combattenti per la libertà preparavano la vittoria. Era unito a loro, credeva nel giorno in cui sarebbe stata spazzata via la sudicia violenza dei fascisti dalla terra slovena. E l’occupatore lo sapeva fin troppo bene. Perciò trascinava i combattenti catturati nei paesi, riuniva gli abitanti e li costringeva ad assistere alla loro orribile uccisione. E capitava che al patibolo il figlio fosse vicino alla madre, il padre al figlio. Volevano sradicare le radici della grande sollevazione, lì da dove traeva la linfa il crescente e possente albero della lotta per la liberazione: nei paesi, tra il popolo contadino. Dietro al filo spinato dove volevano costringere tutta la vita slovena, uccidevano, e il sangue che scorreva nelle pozze vicino al filo spinato, era la vivente e chiara dimostrazione di come il desiderio del popolo si scontrasse e nell’enorme ed impari lotta venisse frantumato. I compagni uccisi nei campi della Slovenia, invece di indebolire il popolo in lotta, rafforzavano la lotta.

Il desiderio principale dei fascisti era, nonostante il terrore sparso sugli abitanti, la lotta contro i soli partigiani. Per questo scopo hanno preparato la loro famosa offensiva nell’estate del ‘42. L’esercito modernamente armato del grande stato si scagliava contro i gruppi partigiani che dovevano conquistarsi le armi portandole via al nemico. Le numerose divisioni italiane hanno invaso le regioni della Notranjska e della Dolenjska sotto l’unico comando del grande boia Robotti. A Gorizia si è incontrato il mondo agguerrito dell’impero fascista guidato da Mussolini: erano presenti tutte le persone che guidavano le armate italiane, tutti i criminali si riunirono per dare ai partigiani un colpo mortale.

Il terreno fu preparato dalla reazione slovena. I due signori della reazione slovena hanno compilato, con l’aiuto della loro rete di traditori, le liste delle persone impegnate politicamente, delle famiglie che avevano parenti nei boschi e di coloro che combattevano tenacemente già nella vecchia Jugoslavia contro la politica criminale reazionaria. I fascisti italiani hanno preparato l’offensiva con l’aiuto e la collaborazione della Belagarda, con la reazione locale. Le azioni militari venivano condotte con intenti politici oltre che militari, si rivolgevano contro i partigiani nei boschi e contro il retroterra partigiano.

L’offensiva italiana nella Dolenjska e nella Notranjska durò tre mesi, ed il risultato fu un insuccesso militare. I reparti partigiani si spostavano in luoghi difficilmente raggiungibili, perciò dovevano difendersi soltanto dai singoli gruppi italiani che osavano spingersi fino a loro. Quando in autunno si calmò l’offensiva dell’armata, ed i fascisti si ritirarono nelle valli ed iniziarono a costruire le loro roccaforti ed a prepararle per l’inverno, era chiaro che il peggio per l’esercito partigiano era già passato. Di fronte all’attenzione mondiale era intanto iniziata la tragedia di Stalingrado.

Le peggiori conseguenze dell’offensiva italiana le subì la terra. Furono bruciate centinaia di case, distrutte le coltivazioni di tutto l’anno, il bestiame ucciso o depredato, calpestati i campi coltivati, saccheggiati i frutteti e vigneti, distrutti ponti e ferrovie. Gli ufficiali italiani facevano a gara a chi infieriva di più nei villaggi. A Hrastov Dol il colonnello che aveva iniziato la sua carriera in Abissinia, incendiava personalmente i fienili, i granai e le case con fiammiferi e sigarette dopo che i militari ne avevano sparso fuori la paglia cospargendola di benzina. Nel comune di St. Vid vicino a Stični un ufficiale italiano entrò nel mezzo del paese completamente circondato ed iniziò a leggere i nomi – 30 nomi, 30 famiglie che avevano parenti partigiani. Bruciavano le case e la gente veniva cacciata a valle e deportata a Rab. A Rab! Simili scene accadevano dappertutto. Gli uomini che l’occupatore catturava venivano uccisi senza pietà in mezzo al paese o nei campi o di fianco alle chiese.

Sul litorale il terrore non era certamente minore, anche se sicuramente le condizioni erano diverse. Offensive di così largo raggio come nella Dolenjska e nella Notranjska non ci furono perché i reparti partigiani erano meno forti; le rappresaglie contro gli abitanti non erano tanto cruente e bene organizzate perché non c’erano tanti traditori dato che lì non c’era questa abitudine, e così all’occupatore mancava una buona arma contro la lotta popolare di liberazione.

Ma le singole azioni contro i partigiani si svolgevano continuamente. Per il numero di vittime bisogna ricordare nello specifico l’eccidio nella malga Golobar presso Bovec, dove il tradimento locale ha pure reso possibile l’accerchiamento dei combattenti partigiani. La lotta contro la potenza italiana durò tutto il giorno. Morirono 40 partigiani che coprivano le spalle agli altri nella ritirata, o durante la lotta. Gli italiani li legarono sui muli e li trascinarono lungo le scarpate nella valle. Sono conservate le fotografie che il boia fascista si è procurato per la documentazione. Cosa voleva documentare con esse? Il suo successo? Si trattò solo di un successo locale, effimero, ma la terribile documentazione è rimasta, documentazione della barbarie fascista, documenti della ferocia e dell’accanimento.

Nella bara XI è coricato seminudo un eroe orribilmente massacrato a bastonate. L’intera superficie della sua pelle era ricoperta di ecchimosi. L’aiutante del fotografo stava appoggiato sulla bara come se facesse il più normale lavoro del mondo. Il crimine era per questa gente un’abitudine, ammazzare era un modello di vita.

Nella bara n. XXII riposa un’eroina partigiana. Aveva tenuto la posizione sino all’ultima cartuccia, poi, prima di venir catturata, con le tre ultime pallottole ha ucciso le sue due compagne e poi se stessa. Di simili eroismi sono capaci le nostre donne partigiane.

Nella bara n. I riposa una ragazza. Una pietra le è stata posta come cuscino sotto la testa fracassata e la faccia insanguinata, ritratto della gioventù slovena in questi anni di lotta per la libertà. La mattina era uscita dalla casa paterna per unirsi alle formazioni partigiane, lo stesso giorno ha immolato la sua giovane vita per la giusta causa.

Nella bara n. XVI riposa un eroe. Non hanno osato mostrare il suo corpo, l’hanno nascosto con una coperta, in modo da lasciar vedere solo le mani e la testa. L’aiutante del fotografo la tiene sollevata per i capelli affinché la si possa ritrarre. Cosa ci racconterebbe questo povero ragazzo se fosse vivo? In un’altra bara ha trovato la sua pace una delle tante vittime. La lotta contro lo schifoso occupatore per lui è finita. “Lasciatemi dormire ora, i compagni mi vendicheranno. La vendetta cadrà anche su di te che ora stai seduto sulla mia bara e fumi beato. Io sono vivo e vincitore e tu, maledetto fascista, sei un cadavere senza speranza”.

Nella bara n. XV si è appena calmato uno spirito ribelle. Le labbra, strettamente chiuse, non avrebbero trovato parole di giustificazione né per gli esecutori né per i colpevoli stranieri. No, non ne avrebbe trovate, anzi sarebbero esplose di rabbia per qualsiasi tentativo di giustificare la sua gente, sua un tempo, ora traditrice. La mano destra si sarebbe chiusa in un pugno. Questo giovane combattente non sarebbe rimasto inerme dove è stato deposto, non si sarebbe dato pace finché sulla terra slovena fossero state possibili le cose a lui accadute.

Nella bara n. III riposa un eroe giovane, giovanissimo. Pure i bambini sono diventati eroi in questi anni. Chissà se ha rimpianto di essere stato gettato dai tempi in questa lotta inconciliabile? Riesce a percepire il sacrificio estremo fatto per la patria? Il padre, la madre, i fratelli riescono a percepirlo? Non parlerà, non risponderà. C’è del terrore in questo viso calmo, precocemente saggio. La pace e un’umile fedeltà però lo superano. Anche lui è caduto per la grande causa, seppur piccolo ed indifeso. Si è presentato in quella formazione partigiana che ora, senza di lui, nella neve o in mazzo ai fiori farà la guardia alla terra slovena del litorale… Sulla malga Golobar è scesa una notte stellata e pacifica.

Arbe, luogo di sterminio della nostra gente, resterà in eterno il nome più spaventoso nella storia della sofferenza slovena. Isola idilliaca del mare più bello del mondo. Conosciuta dalla nostra gente solo per i racconti dei ricchi vacanzieri, è la tomba che ha inghiottito migliaia di vite slovene. Al solo sentire il nome “Arbe” brividi di terrore percorrevano le folle degli internati del resto dei campi di concentramento italiani ove presto si era diffusa la voce dell’isola della morte. Arbe era la morte stessa.

Nei primi mesi dell’occupazione i fascisti si trovavano piuttosto bene nel nostro paese. Godevano del dolce far niente e nel correre dietro alle ragazze di questa mite gente.

Poi, quando dai boschi cominciarono a crepitare le armi, i fascisti, sconcertati, cominciarono a trincerarsi, costruire bunker, a riempire la regione di reticolati. Sei divisioni furono schierate su questo fazzoletto di terra slovena, ma le eroiche formazioni partigiane aumentavano di numero di giorno in giorno, cosicché le pur numerose divisioni nemiche non si sentivano al sicuro da nessuna parte. Erano costretti ad arginare l’afflusso nei boschi. Ma come? La gente era loro straniera. Bisognava allontanare il maggior numero possibile di uomini, che erano potenziali partigiani. Nel febbraio e marzo del 1942 si ebbero i famigerati arresti di massa. Un convoglio dopo l’altro ingoiava la nostra gioventù per scaricarla nei primi campi di concentramento allestiti in tutta fretta. Ciò però non era affatto sufficiente. Bisognava ripulire anche i territori ove l’esercito partigiano avrebbe potuto operare ed impedire alla gente di appoggiarlo. Nell’offensiva denominata “Roško”, durata due mesi hanno incendiato molte casette isolate dopo averne depredati il bestiame, i raccolti, il povero vestiario ed i soldi, dove ce n’erano, e dopo aver avviato la gente, inermi contadini prelevati dal lavoro nei campi, alla deportazione, comprese donne, vecchi e bambini. Stipati nei vagoni bestiame i disgraziati abbandonavano le proprie regioni. Il sinistro chiarore degli incendi accompagnava quelle meste processioni che finivano nei numerosi campi di concentramento italiani, tra i quali il più terribile era Arbe. In questa feroce attività l’occupatore si era avvalso dell’aiuto dei traditori nostrani, che compilavano liste di persone da eliminare. La sistematica distruzione della gente slovena era iniziata. Arbe ha spalancato le sue fauci, dalle quali pochi sono riusciti a scappare.

La via crucis delle deportazioni a ben pochi è stata risparmiata in quella torrida estate del ‘42. Un viaggio senza fine nei vagoni piombati in cui venivano stipate fino a 50 persone, per metà coricate nella lordura dei pavimenti mentre gli altri si tenevano in piedi aiutandosi a vicenda. L’insopportabile arsura causava svenimenti, la sofferenza era iniziata, ma nessuno sapeva se e quando sarebbe finita. Quando i convogli giungevano a destinazione i disgraziati venivano incolonnati e, avviati verso il loro destino, dovevano subire anche le angherie della popolazione: “Ribelli, Ribelli!” e giù sputi e ingiurie urlate. Poi attese infinite nei cortili arroventati dei campi, mentre la polvere e le pulci cominciavano inesorabilmente ad insinuarsi dappertutto. Prima ancora di essere sistemati nelle tende a qualcuno toccò già di venir incatenato ed impiccato ad un palo. Questo sarà il tuo destino, popolo, perché ami la libertà! Nel campo di concentramento di Arbe i fascisti stiparono circa 14.000 persone. Nel luogo più malsano dell’isola, dove l’acqua scorreva a mezzo metro di profondità, erano state piantate numerose tende flagellate incessantemente dalla bora o dallo scirocco. In ognuna di esse dovevano trovar posto sei persone. Le famiglie erano state divise, e chi si azzardava a mettere il naso fuori dalla propria tenda veniva preso a scudisciate. La vita, durante le lunghe giornate di pioggia, diventava particolarmente penosa; causa la pioggia i teli, di infima qualità, si afflosciavano e lasciavano filtrare l’umidità; per di più l’inesistente canale di scolo delle acque meteoriche riduceva il campo in un pantano, nonostante il po’ di ghiaia sparsa. Ogni cosa era lordata dal fango, compresi i miseri giacigli degli internati. Quando però, cessata la pioggia, il fango veniva prosciugato dai venti e dal sole, si trasformava in una polvere finissima che si insinuava in ogni dove, nei vestiti, nelle tende, nei giacigli, negli occhi, nelle orecchie e persino in bocca. Col passare dei mesi la stabilità psichica degli internati si avviava verso la follia, anche a causa della fame imperante e delle spaventose condizioni igieniche. In novembre e dicembre infatti parecchi internati furono inviati negli ospedali psichiatrici. La notte del 29 settembre 1942 fu particolarmente terribile a causa di pioggia e raffiche di vento incessanti. Sul lato nord orientale del campo si era gonfiato il torrentello che vi scorreva: ed infine tracimò, spazzando ogni ostacolo, invase il campo portandosi via le tende e ciò che vi si trovava. Gli internati, in preda al panico ed alla disperazione, tentavano di salvare sé stessi e le loro misere cose. In alcuni luoghi l’acqua arrivava alla cintola. Drammatica era la situazione nel campo femminile. Le urla dei bambini, delle donne e dei vecchi si perdevano nel frastuono della tempesta. Nonostante tentassero di raggiungere le luoghi più elevati, molti bambini annegarono. Quasi tutti contrassero malattie da raffreddamento e molti ne morirono. Appena si fece giorno gli ufficiali italiani cacciarono nuovamente la folla fradicia, seminuda e stremata nel campo devastato e in parte ancora allagato. In ottobre si fece sentire la bora con il suo impeto. Il vento si presenta periodicamente ma soffia incessantemente e dura fino a 12 giorni. Le tende del campo venivano divelte e la gente ne sentiva le sferzate fin dentro le ossa, non avendo né biancheria né vestiti a sufficienza. Per recarsi al lavoro si avvolgevano nell’unica coperta che li copriva nel giaciglio e se la legavano sotto il mento con del filo di ferro. Negli interminabili giorni di pioggia tornavano alle tende fradici, eternamente affamati e distrutti dalla stanchezza; una volta coricatisi erano costretti a coprirsi con la coperta bagnata che durante il giorno serviva loro da cappotto-impermeabile. Così i carnefici di Arbe svolgevano il loro lavoro, seguendo le direttive di Robotti e Mussolini, per i quali si doveva eliminare il maggior numero possibile di sloveni. A causa di freddo e stenti la gente moriva come mosche. I bambini fino a 10 anni furono alloggiasti nell’ex Hotel “Adria” dove in ogni letto ne dormivano 3 o 4, quasi completamente nudi. A causa delle spaventose condizioni igieniche sotto i loro corpicini si formavano vere e proprie colonie di vermi che le infermiere-internate riuscivano a malapena a pulire. Ai neonati veniva somministrata dell’acqua condita ed a quelli più grandicelli pane imbevuto d’acqua. Ne morivano 4 o 5 al giorno di inedia e di sete.

La fame era l’inesorabile frusta nelle mani di chi comandava, con essa vennero spinti all’altro mondo migliaia di disgraziati. Gli affamati, dalle facce verdastre, si muovevano a stento per il campo con la disperazione negli occhi spenti. Direi che la gente moriva silenziosamente. Alla sera si coricavano, apparentemente sani, la mattina i compagni li trovavano morti sotto le tende. Alla fame si era aggiunta pure la dissenteria. Gli ammalati raggiungevano con grande difficoltà le latrine e spesso al ritorno dovevano venir aiutati dai compagni non ancora del tutto debilitati. Nei giorni di maltempo la strada che portava alle latrine si trasformava in un calvario, perché un banale raffreddore poteva trasformarsi in causa di morte. La mortalità aumentava così paurosamente; il campo, ove un tempo era stata internata della gente sana e forte si trasformò in pochi mesi in un concentramento di scheletri che si trascinavano come ombre attorno alle tende. Molti internati poi furono colpiti da idropisia da fame. A questi disgraziati si gonfiavano la faccia, gli arti e l’addome. Essendo quasi inesistente l’assistenza sanitaria dovevano rassegnarsi ad una morte praticamente certa.

Si ebbero pure dei casi di occultamento dei morti per procurarsi delle razioni in più. La morte per fame era indolore. Si poteva ingurgitare un sorso di brodo o un pezzetto di pane e morire nello stesso momento. Di tanto in tanto qualcuno veniva ricoverato all’ospedale. Erano casi spaventosi di disperazione vivente, di arti marciti dal troppo star sdraiati e dai morsi dei pidocchi o di altri parassiti, che emanavano un fetore insopportabile di decomposizione e sterco umano. In Arbe i pidocchi erano una vera e propria calamità per gli internati. La gente non aveva ricambi di biancheria, la disinfestazione con il vapore era insufficiente e lo spidocchiarsi manualmente era pressoché impossibile a causa del freddo. Dal novembre ‘42 in poi questi parassiti si erano talmente moltiplicati che su una coperta militare se ne potevano contare fino a 20.000. Gli ammalati erano vere e proprie prede dei pidocchi e non c’è da meravigliarsi se molti ne venivano letteralmente divorati.

La fame, il freddo, la bora, le malattie ed i pidocchi erano servitori alacri della morte, che falciava con sempre maggior impeto. In tutti i settori del campo, nel solo giorno di Natale del ’42, si ebbero 89 morti.

I ricordi di quei mesi autunnali ed invernali del ‘42 sono indelebili. Nella cupa atmosfera di morte si susseguivano i funerali. Gli esausti compagni erano costretti a portare a spalla i fratelli morti sistemati in grezze casse. Dalle fessure tra le tavole i pidocchi abbandonavano i morti e si insinuavano sulle schiene dei portantini, i quali, spesso, vinti dall’estrema debolezza, si accasciavano a terra e la bara, cadendo, si apriva rivelando il macabro contenuto. Molto spesso si trattava di due cadaveri, mentre ufficialmente se ne seppelliva uno solo. Più di 4.800 persone, uomini, donne e bambini, hanno trovato misera fine ad Arbe.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 molti internati ed anche gli incarcerati nelle galere italiane riuscirono a tornare a casa o a raggiungere i combattenti in montagna. La maggior parte però fu catturata dai tedeschi e spedita, via Brennero, in Germania. I treni furono così numerosi da intasare letteralmente la valle dell’Adige. Le truppe tedesche dilagarono nell’Italia settentrionale e nella Primorska (Litorale) abbandonati dagli italiani. I fuggiaschi catturati venivano impiccati sul posto. Dal primo giorno della loro presenza gli occupatori usarono sistematicamente la forca, ma nell’autunno del ‘43 ne fecero un uso smodato.

Nell’ansia di ritrovarsi al più presto tra mura amiche gruppi di internati e di carcerati si affrettavano senza precauzioni attraverso la Primorska verso l’interno. Invece di godersi l’incontro con i propri cari però, sulla terra natia li attendeva una nuova e ancora più terribile belva: i nazisti di Hitler. Gli alberi lungo le strade si riempirono di corpi penzolanti. Il raccapriccio viaggiava attraverso la regione. Per gli esausti, inermi reduci, desiderosi solo del calore del loro focolare, il fascista tedesco, fedele al proprio istinto assassino, ha preparato la morte con la corda. C’è un posto, in questa guerra, dove non abbia trovato la morte uno sloveno? Quale ferocia è stata risparmiata alla nostra gente? Per quattro anni il sangue ha irrorato la nostra terra, per quattro anni la morte si è data da fare con impegno sempre maggiore, giorno dopo giorno. Cosa non abbiamo dovuto sopportare con la nostra fede ribelle! Anche da questi corpi impiccati è germogliato il fiore della libertà.

Se la Dolnjska e la Notranjska avevano sofferto sotto gli occupatori italiani, i tedeschi hanno infierito ed ammazzato nella Stajerska e nella Gorenjska. Lo sterminio perpetrato da loro era più ampio di quello compiuto dai fascisti italiani. Appena terminata l’occupazione cominciarono subito con le fucilazioni e le deportazioni di massa. Specialmente nella Stiria (Stajerska) i tedeschi trovarono un diffuso consenso filo-tedesco che ammorbava l’ambiente sloveno. Il compito del “Kultubund”, i più mortali e pericolosi tra i nemici del nostro popolo, era noto. Essi avevano preparato il terreno all’arrivo dei tedeschi e immediatamente, fin dai primi giorni, avevano presentato alla Gestapo le liste dei nomi di coloro che dovevano essere deportati, incarcerati o fucilati.. Al contrario degli italiani i tedeschi non avevano bisogno di traditori sloveni, avendo già da tempo propria gente fidata sul territorio; bastava piazzarla in posti precisi. I tribunali sloveni hanno smascherato queste persone. Begunje si riempiva senza sosta. Bastava un’inezia e la gente cadeva sotto i colpi della Gestapo. Lunghe liste di ostaggi si susseguivano senza sosta e i tedeschi li fucilavano così, senza scomporsi. L’assassino più feroce della gente slovena era il generale Rösener.

Più grande era la ribellione della gente verso questo tiranno e contro i ciechi esecutori dei suoi ordini, più la reazione slovena lo attendeva, in testa a tutti il vescovo Rožmann. Questa gente non veniva sconvolta dalle migliaia di sloveni assassinati, condannati a morte da Rösener; per loro i tedeschi erano ancora e sempre lo “Herrenvolk”, ammirato per la superiorità di razza che negli italiani non si era riusciti a trovare. La reazione slovena aveva sperato che con l’arrivo dei tedeschi, dopo la disfatta italiana, la ribellione partigiana nella provincia di Lubiana sarebbe stata definitivamente soppressa. Per questo avevano già da tempo avuto contatti con i tedeschi e ottenuto garanzie che nulla di spiacevole sarebbe successo al clero sloveno. Avevano puntato tutto sulla presunta onestà tedesca ma soprattutto sul proprio odio nei confronti delle masse popolari slovene. Erano felici dell’arrivo dei tedeschi che erano attesi ansiosamente già da tempo. Basta ricordare Turjak. Le cosiddette “guardie paesane” che combattevano contro la resistenza avevano disperatamente invocato aiuto e i tedeschi raccolsero quel grido Il loro intervento era assicurato, era solo questione di tempo.

Non c’era da stupirsi poi dell’incontro affettuoso tra il vescovo Rožmann ed il generale Rösener. E non c’era neppure da stupirsi per il suo sorriso che a noi sloveni era riservato così raramente e che invece era stato sfoggiato proprio per quell’occasione nel determinato intento di dimostrare ai tedeschi il proprio servilismo. Il vescovo Rožmann, assieme a Rupnik e a tutti i suoi si erano gettati ai piedi dei tedeschi soltanto perché speravano che questi avrebbero annientato la resistenza dell’OF e che il popolo sloveno non avrebbe potuto godere della libertà nella nuova Jugoslavia. Per questo motivo si aggrapparono ai tedeschi come chi sta affondando si aggrappa ad un salvatore insperato. Rupnik ricevette l’ordine di fondare il corpo dei “domobranci”: fu così che iniziò l’era delle parate e delle celebrazioni solenni. Anche queste cerimonie avevano lo scopo di dimostrare l’amore verso i tedeschi e di conquistarne la fiducia, amore che Rožmann e Rupnik dimostravano pure in numerose fotografie scattate in loro compagnia. Rupnik e Rožmann facevano a gara a chi, tra loro, faceva più favori ai tedeschi per conquistarne la fiducia. L’apice e la definitiva dimostrazione del tradimento di questa gente fu il giuramento a Hitler ed al suo generale assassino Rösener. Rupnik e Rožmann erano i principali promotori di questa infamante iniziativa e usarono tutto il loro potere e la loro forza morale per far sì che questo giuramento non fosse sminuito nella sua importanza e che proprio tutti i domobranci si rendessero conto della grandezza di quell’atto. La delinquenza morale del vescovo Rožmann aveva raggiunto il suo apice. Tutto l’influsso dei suoi non sarebbe riuscito a far tanto danno se il vescovo in persona non avesse aderito totalmente, anima e corpo, con quella sfrontata adorazione del fascismo tedesco. La sua bocca era sempre piena di slovenità, la l’opinione pubblica non conosce neppure un atto in cui la slovenità del vescovo si sia scontrata con il fascismo, sia italiano che tedesco.

I domobranci ricevettero così dallo stesso vescovo l’ordine morale di tenere fede al giuramento. E vedendo il vescovo dalla parte dei tedeschi erano convinti di essere dalla parte giusta. Sebbene i delitti tedeschi fossero noti all’opinione pubblica slovena, sia per sentito dire che per esperienza diretta dei testimoni oculari, da quella parte mai un’allusione o una protesta. Tutto veniva messo a tacere e dimenticato. I tedeschi erano soli “i salvatori dal comunismo”, loro ci amavano e noi ricambiavamo. Se loro ci garantiscono nelle nostre posizioni di comando i loro delitti non hanno importanza: questo era il modo di pensare della reazione. Quella gente non poteva smascherare i delitti, visto che erano proprio loro a renderli possibili ed a promuoverli. Chi mandava la popolazione a Dachau e da lì a Mauthausen e altrove? La polizia slovena, che collaborava alacremente con quella tedesca.

I delitti tedeschi sono innumerevoli e la gente slovena li sta scoprendo e con essi sta conoscendo anche le figure di quei rifiuti umani che preparavano questi delitti già nella vecchia Jugoslavia e che sotto l’occupazione hanno aiutato a compierli.

Chi riuscirebbe a raccogliere e descrivere tutti gli atti eroici silenziosi della nostra gente, chi potrebbe valutare l’enorme entità del sacrificio di questo minuscolo popolo d’Europa che si è prefissato degli obbiettivi immani: liberare la terra slovena dal gigante assassino tedesco e far pulizia dei propri traditori, sollevare alta la bandiera della lotta per la democrazia e per un avvenire migliore del popolo lavoratore. Se amiamo la vita in questo modo ne siamo anche degni, poiché per amore della vita abbiamo sacrificato ogni giorno la vita stessa. L’eroismo ha illuminato uomini e donne, ragazze e madri, persino i bambini. Nel folto verde delle montagne predominava l’esercito partigiano. In esso erano riposte tutte le speranze della popolazione e per esso la gente era disposta a sobbarcarsi qualsiasi sacrificio. Le strade per le montagne erano pericolose. La regione pullulava di agenti della Gestapo, e colui che veniva sorpreso a rifornire i combattenti di viveri o vestiario era inesorabilmente passato per le armi. Un uomo, liberato dal suo enorme incredibile carico sta seduto a terra, e dal suo volto scarno e dal suo sguardo ribelle si legge la determinazione per l’impegno preso e la tristezza per non averlo potuto portare a termine e per essere caduto nelle mani di questi cani tedeschi. Benedetto sii, cupo declivio che hai accolto in te questo anonimo, umile uomo e benedetta tu, neve, che fai da letto soffice al partigiano caduto. Quattro lunghi inverni si sono succeduti ed hanno diradato le fila dei combattenti sloveni. Rossi fiori di sangue si allargavano sui campi innevati, sulle strade solitarie, nel silenzio dei boschi. I tedeschi ammazzavano ovunque, nelle strade e sotto i ponti. Il destino di quell’anonimo eroe è stato quello di riposare in eterno sotto l’arcata di quel ponte della Gorenjska. Il silenzio invernale ha accolto in sé il silenzio della sua grande anima.

La Gorenjska era considerata dai tedeschi una roccaforte della Gestapo. Perciò non tolleravano che nella regione ci fossero ribelli, ancor meno ci fosse l’esercito partigiano. Così nel 1942 scatenarono una grande offensiva nell’intento di liquidare ogni resistenza, il cui centro era nella Jelovica. Tre cerchi di gendarmi ed SS bloccarono completamente il boscoso altopiano e per una settimana assalirono le postazioni partigiane. I tedeschi subirono grosse perdite e i partigiani riuscirono a rompere l’accerchiamento contenendo le perdite. I tedeschi riuscirono però a catturare dei partigiani, che vennero trucidati senza pietà.

Il potere della Gestapo sulla Gorenjska equivaleva alla tortura, allo strazio nella carne viva di individui legati, arti bruciacchiati e grondanti sangue, urla e rantoli di gente moribonda tra sofferenze inenarrabili, lezzo spaventoso di cadaveri non sepolti e sadicamente esposti nella loro nudità. I boia tedeschi portavano tutti, oltre all’arma d’ordinanza, anche uno scudiscio e cani addestrati a sbranare. Guai a chi cadeva vittima delle grinfie di questi padroni tracotanti, specie se si trattava di un partigiano combattente, quindi soldato ed alleato delle grandi armate delle Nazioni unite combattenti sugli altri fronti dell’Europa. Le convenzioni internazionali che tutelavano gli altri prigionieri non valevano per il partigiano. Per lui c’era il pugno, la frusta, lo stivale, il pugnale e la pallottola. Anche i rari funerali erano solo espedienti astuti. Si dovevano cancellare le tracce delle uccisioni, trucidare e nascondere. Per proprio diletto personale uno della Gestapo ha fotografato una serie di cadaveri come per documentare un lavoro ben eseguito. Le facce rispecchiano le sofferenze patite, monumenti evidenti del terrore imposto dal nuovo ordine tedesco nella Gorenjska. Non è forse questa la vera faccia del fascismo tedesco?

Celje, una delle spaventose stazioni delle sofferenze slovene, che era, in tutti i quattro anni della criminale guerra fascista, una ferita sempre aperta da cui sgorgava sangue, fino alle ultime ore prima della liberazione. Celje, macello aperto giorno e notte, dove sarebbe passato, prima o poi, tutto ciò che di nostro esiste nella Stajerska. La piccola Slovenia è stata spezzettata in tre parti, dopo la sconfitta della vecchia Jugoslavia. Già solo questo primo atto ha indicato a quale sorte andava incontro il popolo sloveno sotto il conquistatore nazista. Tre macellai facevano a gara nelle efferatezze. I tedeschi volevano avere il primato eseguendo alla lettera l’ordine di Hitler: “La Štejrska deve diventare al più presto tedesca!” Da subito ed alacremente iniziarono il loro lavoro di carnefici e con brutale franchezza dichiararono che entro tre anni non sarebbe rimasto nel Reich neppure uno sloveno. Se ne fregavano completamente della convenzione dell’Aja. La migliore gente slovena veniva annientata a decine di migliaia nei vari campi, gli ostaggi venivano fucilati in massa, la gente trasferita, soprattutto verso la Slesia. I nostri giovani vennero reclutati in massa per la guerra, quella guerra ingiusta scatenata contro gli Slavi, soprattutto contro la fraterna Unione Sovietica.

Tutti questi atti violenti, freddi come la morte, vennero chiamati “Ordine Nuovo” ed in nome di questo ordine nuovo parlava, dai suoi manifesti, il criminale Überreiter di garanzie per la libertà personale, della proprietà e del patrimonio privati, ma lo stesso Überreiter aveva fatto sfollare soltanto dal distretto di Brezice 65.000 sloveni, cacciati come degli schiavi nelle fabbriche, nelle miniere e fonderie tedesche, da cui la stragrande maggioranza non ha fatto ritorno. Lo stesso ÜberÜfirmava sentenze di morte sotto enormi manifesti riempiti con colonne di migliaia di nominativi di ostaggi. In nome di questo “Ordine nuovo” i feroci demoni hitleriani hanno eliminato decine di migliaia di persone, torturandole a morte nelle galere e nei campi di concentramento ove erano lasciate morire di inedia, venivano asfissiate con i gas o sepolte ancora vive, decapitate e fatte bruciare vive nei villaggi circondati, nelle case isolate e nei forni crematori.

Sempre nel nome dell’ “ordine nuovo” scorreva il sangue dalle automobili e dalle bare a Begunje, dietro la Kresija e nella via del tribunale di Celje, scorreva il sangue dai luoghi di tortura e dai campi di concentramento di Reichenberg, Graz, nella Slesia, a Dachau, Buchenwald, Auschwitz, cadevano gli ostaggi a Fram, Parnece, Zagorje, Trbovlje, Radece, Luce, Polzela e altrove. Il muro del cortile del tribunale circondariale di Maribor era crivellato dalle raffiche, lembi di pelle, ciocche di capelli e sangue raggrumato si erano attaccati, spesso superando le mura, volavano nei pressi pezzi di cranio, occhi e cervelli. Il buio del terrore indescrivibile aleggiava sulla regione, ma il popolo, privato di tutti i diritti umani e umiliato peggio degli animali sapeva ogni giorno di più che dalle selve brillava la chiara scure della giustizia che avrebbe fatto scempio del ringhioso cane tedesco.

Celje! Una schifosa coltre di delitti che non sono cessati un solo giorno ti è stata incollata addosso! Lo”Starj pišker” è stato l’obitorio per moltissimi e moltissimi vi hanno fatto i loro ultimi passi.

I morti viventi contro il muro nella prima foto. Operai, contadini, intellettuali, impiegati, ragazze, donne, madri e perfino invalidi. Tutte le classi del popolo vanno annientate. Il primo gruppo viene bendato. La maggioranza non si accorge di questo rituale spaventoso. Ma a quelli che se ne sono accorti quali pensieri saranno balenati per la mente? Quali sensazioni avranno trafitto quei cuori che tra poco avrebbero cessato di battere? Forse vedono i movimenti delle dita che stanno legando le bende, forse vedono le lucide cinghie dei fucili dei carnefici, forse annusano il lezzo di stantio che esce dalle nere finestre sbarrate, forse guardano come se la morte non incombesse sopra di loro Qualcuno forse sta fissando l’erba verde che cresce libera tra la sabbia e qualcuno forse ha pronunciato silenziosamente la data della propria morte. Forse la ragazza ha urlato tra se il nome del fidanzato che combatte in montagna, il padre vede davanti a sé l’immagine delle propria casa: le lacrime rigano le guance dei suoi figlioli, piangono perché non lo rivedranno mai più. Mille sensazioni pervadono quei morituri, ma non la paura: sanno perché stanno morendo.

Il sangue sloveno ha bagnato, anno dopo anno, giorno dopo giorno lo scrostato selciato del sinistro cortile dello “Starj pišker”. Lungo il muro di legno, riempito di sabbia e pietre, scivola instancabile la morte. La mano del martire ha appena cessato di graffiare la sabbia, nell’ultimo spasmo della morte, il corpo si è inarcato ancora una volta per poi cadere immobile per sempre. Il sangue scorre silenzioso, si allarga sul selciato e forma piccole pozzanghere.

Altri cinque condannati, tenendosi l’un l’altro per le spalle, entrano nel cortile della morte. Sentite lo spaventoso scricchiolio della sabbia sotto i loro passi? L’aria stessa piange sopra il selciato. Le braccia si abbassano, ora sono soli con sé stessi, ma la morte li legherà di nuovo l’uno all’altro quando taceranno i fucili, li collegherà con le generazioni di quei tempi in cui la gente slovena pretendeva il diritto alla vita, li legherà alla generazione attuale che il diritto alla vita se lo sta conquistando maneggiando instancabilmente la spada. Accanto ai corpi falciati fioriscono spaventosi fiori di sangue, dalle teste spaccate sono usciti gli ultimi pensieri ribelli verso gli spazi liberi della terra slovena, alle capanne nei boschi sono rivolti gli sguardi degli occhi ormai spenti. Il sangue non divide ma unisce strettamente. Dal sangue si rafforzerà la stella della libertà.

Lo “Starj pišker” divora insaziabilmente. Gli spari fanno cadere le vite come il vento fa con le foglie degli alberi in autunno. A conferma della fedeltà al popolo crocifisso cadono donne e ragazze. Una figlia segue la madre, ne cerca la mano prima che l’assassino della Gestapo la spinga contro il muro. Svelti, svelti! Gli elmi dei soldati mandano bagliori come i denti di un cane ringhioso, i fucili hanno fame, i becchini stanno aspettando.

I corpi delle donne sono crivellati di colpi, dalle ferite esce la vita. I soldati si voltano per non guardare gli spasimi delle morenti. I becchini accorrono con le bare grezze, il selciato rimbomba cupo, colpi singoli echeggiano dalla pistola dell’agente della Gestapo che spacca le teste delle martiri. L’aria è impregnata dell’odore del sangue, bisogna subito coprire le pozzanghere di sangue che rattrappisce. Ci sono nuovi condannati da passare per le armi, perciò svelti con i cadaveri nelle bare! I becchini prigionieri sono muti e cupi, le bare sono nuove, il selciato schizzato, la soldataglia inflessibile; si può continuare a vivere così? Questa tristezza senza tempo può divorare gli occhi della gente sofferente?

Nel cortile esterno, sotto gli ippocastani aspettano i camion. I becchini hanno disposto i loro fardelli, le braccia cadono lungo i fianchi, le facce sofferenti, bianche come le bare grezze. I compagni nel cassone non stivano abbastanza svelti. Sul fondo del cassone è stata cosparsa della segatura per assorbire il sangue che cola dalle fessure delle bare. La pila delle bare bianche cresce, decine, centinaia, migliaia… Camion dopo camion escono rumoreggiando dal “vecchio , i tedeschi bevono insaziabilmente il sangue sloveno. La spaventosa processione degli ostaggi non si ferma, e quel tedesco che beve il sangue sloveno nella Stajerska poi va a Lubiana e i reazionari si accoppiano con lui, schernendo e sputando sopra tutte le sacre vittime e la mano consacrata del vescovo traditore stringe cordialmente la mano grondante sangue del generale della Gestapo.

Quando l’esercito nazista cominciò a subire sconfitte sui vari fronti, cambiò tattica perché bisognava annientare a tutti i costi il movimento di liberazione. Così nel periodo della sua agonia la Gestapo si servì dei più brutali metodi. Il carnefice si era messo i guanti, si era mascherato, e servito dai rifiuti del popolo sloveno affilò con loro il pugnale con cui avrebbe colpito al cuore il popolo che combatteva già da tre anni. Lo scopo non fu raggiunto, però le ferite che rimasero sul corpo martoriato della nostra gente urlano ed accusano. Non accusano soltanto i tedeschi, ché dal lupo non ci si aspetta altro che lo sgozzare, accusano soprattutto la reazione affogata nel sangue del proprio popolo e testimoniano fino a quale schifosa bassezza porta inevitabilmente la via del tradimento del proprio fratello.

Il grande sterminatore di popoli in persona, Himmler assistette alla nascita della “Mano nera” il 20 febbraio 1944 a Trieste, assieme al decaduto “cetnik” Dobroslav Jevdjevic, che aveva a suo tempo firmato l’accordo con il generale Roatta per l’aiuto degli italiani ai cetnici. Qualche giorno dopo ci fu a Lubiana una conferenza segreta a cui parteciparono il generale Horstenau da Zagabria, un rappresentante di Rupnik, il croato Kostic ed i caporioni della reazione lubianese Novak, Žitnik, Pickmajer e Zajc. L’argomento della conferenza era il metodo di lotta contro il movimento di liberazione nazionale ed il risultato fu la costituzione della “Mano nera” nel febbraio del 1944. Ufficialmente i componenti della Mano nera operavano nella clandestinità, nell’illusione di raccogliere, al pari dell’O.F., simpatia tra la popolazione. Il segreto era così ben custodito che nessuno, a parte i dirigenti, sapeva chi reggesse le fila della “Mano nera”. Gli accoliti di Erlih apparentemente si opponevano a questa falsa clandestinità, ma in realtà ne componevano il nucleo di Lubiana. Il traditore Krener diede ordini ai suoi ufficiali subalterni di impedire la “fuga” della guarnigione nella clandestinità, però con il suo silenzio-assenso venivano reclutati nella “Mano nera” i più efferati assassini domobranci. I clericali attribuivano la “Mano nera” ai liberali e ai seguaci di Mihajlovic, costoro a loro volta la appioppavano ai clericali. I delitti intanto si susseguivano, però nulla può essere talmente segreto da non venir prima o poi scoperto. In campagna i componenti della “Mano nera” si proclamavano combattenti jugoslavi contro le truppe tedesche. Però in un paese sopra Vrhnika la gente del luogo vide chiaramente un loro incontro amichevole con i tedeschi. In realtà la “Mano nera” era composta dai rifiuti del popolo sloveno che si erano posti al servizio dell’oppressore ed eseguivano per conto della Gestapo i più schifosi delitti. La “Mano nera” aveva accesso a tutte le carceri e si spostava con le auto della polizia. I simpatizzanti dell’O.F. erano particolarmente presi di mira, spiati ed eliminati. Per ingannare la gente ingenua, di tanto in tanto i tedeschi arrestavano i componenti che si esponevano maggiormente nei delitti ed aprivano addirittura delle inchieste ordinando ai domobranci di fare la guardia alle case sulle cui mura veniva tracciata la mano nera, cosa che indicava che in quella casa sarebbe successo qualcosa di molto brutto. In questo modo si voleva condurre la gente in un vicolo cieco. Le uccisioni degli italiani che venivano perpetrate dalla “Mano nera” nella regione del Litorale (Primorska), venivano attribuite dai tedeschi ai partigiani, mentre agli sloveni veniva fatto credere che la “Mano nera” li difendeva dagli italiani. In ogni regione essa operava in maniera differente. Comunque si considerava “esercito regolare” che aveva come programma l’annientamento dell’O.F., la fondazione della Jugoslavia sotto i Karageorgevic, la Slovenia riunita senza la Carinzia, che sarebbe andata, secondo l’accordo con i tedeschi, all’Austria. A seconda dell’interlocutore allargava però la Slovenia ad Ovest fino al Tagliamento e a Nord fino ai Tauri. In qualche caso erano contro i partigiani, contro i belogardisti, contro i tedeschi e contro il re Pietro. Se era necessario dicevano di operare per conto degli inglesi. Ad ogni buon conto disponevano di uniformi partigiane, tedesche e dei domobranci!

In realtà la “Mano nera” era composta da gruppi di persone che venivano ingaggiate e pagate dai tedeschi per assassinare i collaboratori ed i simpatizzanti dell’O.F.. Sulle porte e sui muri delle case disegnavano delle mani nere, irrompevano nelle abitazioni a notte fonda, ammazzavano la gente sul posto o la trascinavano in luoghi nascosti per eliminarla e di solito le vittime venivano orribilmente mutilate e sfigurate. Alle vittime predestinate mandavano lettere minatorie con disegnate delle mani nere e le ricattavano regolarmente con annesse richieste di denaro.

La “mano nera” era composta dai più efferati delinquenti che la reazione slovena poteva mettere in campo per soddisfare la sua furia assassina. Costoro nelle loro molteplici falsità erano di fatto agenti segreti della Gestapo nelle città, mentre in campagna terrorizzavano la gente con bande armate con lo scopo di staccarla dall’OF servendosi anche di una pressante e schifosa propaganda. La libertà che ha infine arriso alla nostra amata terra slovena, germogliata dalla sofferenza e dalla lotta di tutti i popoli della Jugoslavia, ha spazzato via per sempre quell’aborto schifoso, ma i martiri, una moltitudine spaventosa, non cessano di accusare. Noi sopravvissuti dobbiamo esaudire le loro richieste.

Nelle notti in cui spirava il terrore quelli della “Mano nera” irrompevano nelle abitazioni e ammazzavano la gente nel loro letto, sulla soglia delle camere. Non esitavano ad ammazzare un invalido, che al sentir bussare apriva la porta ignaro e veniva falciato dai colpi “dei nostri”, a dimostrazione che dalle anime di quelle belve era scomparso anche il più piccolo segno di umanità. La gente scompariva nella notte senza lasciar traccia, sulle rive della Ljubljanica si sentivano spesso degli spari e dei tonfi nell’acqua e le persone scomparivano. Nelle fredde notti invernali si sentivano urla dalle parti del fiume, seguite da tonfi sinistri. Gente viva veniva spinta nelle gelide acque con al collo legati massi enormi. La gente ammutoliva di terrore e si domandava quando sarebbe finito quel massacro. Di quando in quando venivano ritrovati dei corpi orribilmente mutilati e sfigurati che testimoniavano la sofferenza a cui venivano sottoposti per aver ribadito la loro fede nella giustizia e nella libertà che dovrà prima o poi dispiegarsi sul popolo combattente.

Abbiamo sacrificato le nostre vite perché da ogni morte germoglia un’altra vita più grande. Cadevamo sotto i colpi degli aguzzini nazisti e dei Caini nostrani, abbiamo vinto perché all’avanzata della verità e della giustizia non ci sono ostacoli.

Un capitolo speciale del tradimento della guerra di liberazione lo meritano i cetnici. Il loro è sempre stato un miserabile compito, ma qualche volta anche molto nefasto. Loro malgrado si sono trovati nell’abbraccio asfissiante dell’occupatore e naturalmente anche sotto il suo comando, sebbene tentassero in tutti i modi di negarlo e camuffare il fatto per evitare la vergogna morale davanti al popolo. Quando ciò sembrava ancora possibile, Tito stesso tentò un accordo con loro allo scopo di facilitare il compito dei popoli jugoslavi nella lotta contro gli occupatori. Ma tutti i suoi tentativi resero solo evidente il fatto che Drazen Mihajlovic era totalmente asservito all’occupatore ed alle forze ostili al popolo. I cetnici hanno sobillato gli istinti sciovinisti dei nostri popoli per raggiungere il loro scopo criminale di incatenare i popoli nella schiavitù e nell’oppressione.

È d’obbligo ricordare in questa sede l’opera traditrice del governo jugoslavo esule a Londra, che non esitava ad esaltare Mihajlovic ed a trattarlo come una specie di eroe. Non si vergognava ad attribuire i successi dei partigiani ai cetnici, i quali già dalle prime azioni importanti si erano schierati con i tedeschi contro i partigiani, autoescludendosi dalla comunità dei popoli jugoslavi. Le fotografie testimoniano di quali delitti sono stati capaci i cetnici, sobillati dall’odio in casa ed all’estero. Di tali crimini possono macchiarsi quelli per i quali la fraternità tra i popoli non significa nulla e che sono pronti a legarsi a qualsiasi tiranno straniero pur di raggiungere lo scopo che si sono prefissati. Si tratta di gente senza orgoglio nazionale, moralmente corrotta. Sapendo di essere condannati a morte in nome del popolo sono stati spinti alla follia ed hanno tentato di mitigare la disperazione con le sofferenze inflitte ai partigiani che, secondo loro, avevano avuto la fortuna di catturare vivi. Non colpi d’arma da fuoco, ma pugnali che trafiggevano i cuori e laceravano gole, questa era l’unica via possibile, secondo i cetnici, per arrivare alla riconciliazione con gli altri popoli della Jugoslavia. Maledetti tutti voi che per i vostri personali interessi estranei al popolo avete raggirato la gente che vi ha seguito e che con i vostri slogan avete indotto a crimine.

Più penetrava l’Armata rossa nel Terzo Reich, più venivano inviate in Slovenia truppe composte da tutti i possibili traditori, soprattutto sul Carso e nel Litorale. Lì bisognava tenere le posizioni a tutti i costi e perciò il terrore e la violenza tedesca erano particolarmente brutali e feroci. I fascisti italiani, ai quali nella pianura padana cominciava a scottare la terra sotto i piedi si erano uniti ai tedeschi e li servivano ed aiutavano alacremente. Ma particolarmente selvaggio fu il terrore della reazione jugoslava riunita che nell’estremo lembo della propria patria tradita voleva tenere a tutti i costi le posizioni contro il popolo. I seguaci di Nedic, Mihajlovic, gli ustascia, i belogardisti ecc. si sono ritrovati stipati come pesci nell’ultima pozzanghera di un torrente secco in questo angolo bellissimo di sole sloveno e di sofferenza slovena. In quello scorcio di guerra è infuriato un tale terrore per il quale non esistono parole o paragoni.

Sulle acacie dei viali carsolini penzolavano i corpi di giovani sloveni ed italiani. Cadaveri carbonizzati giacciono insepolti davanti e presso le macerie delle case. Un sottile strato di terra rossa non riesce a coprire gli spaventosi delitti e le violenze contro l’uomo compiute durante le ultime scorrerie sul Carso e nel Litorale.

In località Rence presso Gorizia sono stati catturati due partigiani. I tedeschi e i loro aiutanti boia si inventano un divertimento speciale. Nel villaggio saccheggiato si riesce a trovare lo stesso un’ascia, di quelle belle grosse per tagliare la legna ed anche un ceppo adatto per quel lavoro. Il partigiano non riesce a capire quei preparativi – sa che dovrà morire e non teme la morte, ma dove sono i fucili che lo finiranno? I boia lo trascinano verso il ceppo; tenta di svincolarsi, inutilmente, ora che ha capito. Due gli montano sulle gambe e gli premono la schiena e due gli torcono le braccia finché non posa la testa sul ceppo. Il boia gli posa l’ascia sul cranio, il partigiano sente il freddo dell’ascia. Questa è l’ascia che il 6 aprile 1941 l’occupatore ha posato sul collo di tutto il popolo sloveno e jugoslavo, l’ascia che ha devastato i nostri boschi e che ha abbozzato grossolane bare per gli ostaggi, l’ascia che ha conficcato nella nostra terra i pali su cui innumerevoli ostaggi furono legati per la loro ultima ora, era la stessa ascia che aveva costruito le infinite file di baracche dei morti viventi di Arbe, Gonars, Padova, Treviso, Buchenwald, Dachau, Auschwitz, Mauthausen, era l’ascia dei boia che calava e distruggeva e che il clero nostrano benediceva e la reazione traditrice osannava e che le cosiddette “forze centriste” elogiavano. Proprio quell’ascia comune, schifosa, vile, l’ascia del più grande delitto possibile che il genere umano conosca.

Sibila la fredda ascia e recide il collo del partigiano pressato sul ceppo a Rence. C’è tempo per concludere il lavoro, si può fumare una sigaretta, si possono ascoltare i consigli degli spettatori su come decapitare un bandito, l’unico vero padrone di questa terra, e che il boia poi possa disporne a suo piacimento. Poi l’ascia cala ancora e un’altra testa rotola nell’erba, il corpo si affloscia, dalle vene schizza il sangue, mentre i carnefici ridono, schiamazzano, bestemmiano e cantano, poi prendono le due teste, le posano su un tavolo e vi ficcano due sigarette accese nelle bocche. Tutti siedono attorno al tavolo e scherniscono le due teste sui cui volti sono configurate spaventose smorfie di dolore per l’atroce morte appena inflitta.

Dietro questa banda di efferati criminali stranieri, italiani, tedeschi, romeni, cetnici e ustascia, c’era la quinta colonna nostrana che preparava il terreno all’occupatore e al terrorismo. La milizia anticomunista aveva combattuto ferocemente contro il popolo sloveno durante tutta l’occupazione italiana, mentre la Gestapo slovena collaborava fianco a fianco con quella tedesca. Il vescovo Rožmann ed il generale Rupnik hanno formato reparti sloveni regolari nell’ambito della divisioni SS per il carnefice Rosener. Rupnik ha fornito il comando e le divisioni della “Plava garda”, mentre Rozman vi aveva mandato della gente abbindolata dalla propaganda clericale per cui bisognava combattere contro “l’ateismo”. Si trattava invece delle azioni antipopolari della reazione nostrana che si rendeva conto che l’onda del movimento popolare l’avrebbe inesorabilmente spazzata via. In breve si trattava di un regime di indebolimento delle masse popolari che come copertura del tradimento presentava la cura delle anime. La reazione stessa, che presagiva la fine imminente, non mascherava neppure più il suo legame con l’oppressore e si presentava con lui in pompa magna nelle parate, ai funerali, ai cortei in costume tipico, ai giuramenti blasfemi delle SS, ecc. Il tradimento ha fatto buttare l’ultima maschera della decenza. La bandiera slovena, violata dal vecchio simbolo cencioso dell’aquila rosso-nera carniolina asburgica, si è prostituita con il vessillo recante la svastica. Sui giornali di regime Slovenec e Jutro gli specialisti di araldica pubblicavano articoli entusiastici sullo stemma riesumato, mentre gli irretiti domobranci marciavano lungo le strade polverose accompagnati dai loro curati, cantando canzoni popolari slovene con la greve cadenza prussiana, comandati da una SS. I vecchi partner si sono ritrovati: la nostrana nobiltà reazionaria, il clero traditore assieme allo straniero. Di nuovo si stringevano le mani e si abbracciavano, le riunioni si svolgevano in lingua straniera, le schiene si curvavano e le braccia destre scattavano verso l’alto. Miseri pagliacci mossi da uno spago manovrato dall’assassino tedesco in una bella uniforme.

Degli assassinii dei domobranci esiste un elenco lunghissimo. I tedeschi uccidevano sistematicamente, l’occupatore italiano a tradimento e in una sorta di eccesso di crudeltà, i domobranci uccidevano da criminali. Sceglievano la vittima e le davano la caccia o la incontravano per caso. Con il fucile si risolveva tutto troppo in fretta, era più divertente con il coltello. E il coltello sgozzava inesorabilmente, ferocemente. La gente straziata moriva nell’erba che si arrossava di sangue, moriva sulla soglia di casa, i bambini sopra la loro madre. Le giovani ragazze dovevano soddisfare gli istinti bestiali dei domobranci e morire con il terrore negli occhi quando non venivano cavati con il pugnale e quando cosi accecate venivano costrette a lordarsi del proprio sangue e berlo. Poi accendevano dei fuochi e si preparavano la cena con la roba razziata nelle fattorie, si ubriacavano con la grappa rubata e parlavano della messa del giorno appresso, giù nella valle. No, non fuggivano. Li nell’erba stava il loro spaventoso lavoro. Mai più potranno essere cancellati questi orribili documenti, mai più si potrà parlare di irretimento e della paura dei senza dio. Questi sono atti che conserveranno per sempre lo stesso schifoso carattere.

Sfogliamo un libro di documenti: il 29 luglio 1944 i domobranci circondano il paese di Ajdovec, presso Dobric. A Heda Jvancic hanno tagliato la gola con un coltello e la hanno pugnalata ripetutamente alla schiena ed infine le hanno aperto l’addome con una raffica di mitra. Il tenente dei domobranci disse: “Avete pronte le salsicce, mangiatele alla svelta che non si mettano a puzzare”. Il 3 maggio 1944 nel villaggio di Vrhovo presso Zuzemberk hanno dilaniato Janez Ozimk e sua moglie Francka, lo stesso giorno hanno condotto a Trebnije Jozefa Sustersic, le hanno fratturato tutte le dita e spaccato la testa con un piccone. Il 6 maggio 1944 hanno catturato presso Temenica Pepka Bozic e la hanno sepolta viva lasciandole fuori la testa e dopo averle inflitto indicibili torture la hanno finita spaccandole la testa. Il 14 maggio 1944 hanno fatto irruzione nella casa di Franc Stroijn a Dobrava e lo hanno ucciso con una raffica di mitragliatrice. La figlia aveva cercato scampo nella stanza attigua dove si trovava il nonno, ma sfondata la porta la hanno crivellata con 12 colpi.

Così si susseguono le pagine di questo libro, il titolo è però sempre lo stesso: violenza dei fascisti e dei domobranci.

Nel bel mezzo di Novo Mesto sono stati impiccati due uomini. La forca però è troppo bassa. Ad uno hanno legato le gambe sul dorso, mentre l’altro quasi tocca terra. I criminali nemmeno impiccano più onestamente. Una persona viva viene legata ed impiccata poi ad un recinto. La dignità umana viene calpestata nel fango sotto la forca. Ci sono dei bambini attorno che guardano questa scena raccapricciante . I domobranci hanno catturato due ufficiali partigiani: il maggiore Joze Mirtic e il tenente Stane Kveder. A quest’ultimo hanno spaccato la testa e sparso in giro il cervello, mentre a Joze Mirtic hanno intagliato sulla faccia profondamente nella carne e nelle ossa una stella a cinque punte. La stella rossa è stata impressa per tutta l’eternità sulla faccia dell’uomo sloveno.

Sul nido del prussianesimo, che in questa guerra è stato battezzato hitlerismo, si sono riversate vittoriose le unità dell’armata rossa e hanno svelato al mondo intero la ferocia del nazismo. Per conquistare l’egemonia sul mondo si sono avvalsi dei metodi più criminali. Molto si è parlato e scritto nel corso di questa guerra sui metodi che lo Herrenvolk ha adottato per raggiungere le proprie mete; sul fuoco eterno dove bruciava continuamente i corpi dei popoli che amano la libertà, delle castrazioni di massa, della criminale scienza tedesca, degli ineffabili esperimenti inflitti a uomini vivi, dei brutali o raffinati massacri di milioni di individui. Quelli che avevano a che fare direttamente con i tedeschi credevano, sapevano, perché hanno visto. Moltissimi però non hanno creduto. L’avvento delle truppe alleate però ha inequivocabilmente rivelato l’esistenza di migliaia di campi di concentramento, dai quali si è espanso un tale fetore, da far tappare i nasi perfino a Londra e Washington. Quello che pareva fosse incredibile era invece la pura verità. Un brivido di orrore ha scosso l’umanità intera e l’indignazione ha sconvolto i popoli che amano la libertà. “L’ordine nuovo” è stato smascherato sino in fondo: le fabbriche della morte, i crematori sparsi in ogni dove per ingoiare i corpi umani urlano accuse per questa feroce delinquenza. Molti di questi luoghi di annientamento erano già noti e alla fine della guerra ne sono stati scoperti molti altri. Una gloria sinistra accompagna i nomi Dachau, Buchenwald, Auschwitz, Mauthausen, Gusen ecc. Una incommensurabile sofferenza è ammassata in questi luoghi di disgrazia. La Gestapo trascinava enormi moltitudini di gente da tutta l’Europa nei campi di sterminio costruiti o progettati già prima della guerra in luoghi malsani tipo Auschwitz o alle porte di gloriosi centri di cultura tipo Weimar. Tutti i popoli d’Europa sono passati per questi luoghi di tortura, ma il tributo di sofferenza che abbiamo dovuto sopportare noi sloveni è enorme. L’inaudita violenza avrebbe dovuto spezzare la spina dorsale dei popoli e sottometterli. Man mano che sentiva l’avvicinarsi della fine il fascismo si scatenava ogni giorno di più nella sua furia e quando inesorabile già gli si apriva il baratro sotto i piedi, Himmler dava l’ordine di sterminare tutto ciò che si muoveva nei campi di sterminio. In molti luoghi ciò fu fatto, e l’ordine sarebbe stato sicuramente eseguito dappertutto se le truppe alleate non fossero penetrate nel cuore della Germania con travolgente rapidità mostrando a tutto il mondo ammassi di cadaveri e di ossa che pretendevano giustizia e gridavano vendetta.

Milioni di individui agonizzavano nella velenosa atmosfera dei campi di concentramento e morivano per l’inedia e per le sofferenze fisiche e psichiche. Nelle puzzolenti baracche erano stipati scheletri viventi vestiti con ributtanti divise a righe bianche e blu e la morte ne aveva fatto la propria riserva di caccia, da cui non si poteva sfuggire. Dalle facce smunte e scheletriche luccicavano di un fosco barlume gli occhi enormi dei sofferenti. Parlavano ancora quegli occhi: di ribellione e di speranza nella vita, di nostalgia dei propri cari, della libertà che dovrà venire? No! Lo sguardo spento di quegli occhi bisbiglia di ribellione spezzata, di cuore smorzato, di immane orrore e sorpresa che propri simili abbiano potuto umiliarlo tanto profondamente. Attorno ai campi erano stati eretti alti recinti di filo spinato posto sotto alta tensione con lo scopo di impedire le fughe ma anche con il premeditato intento di uccidere. La notte le baracche restavano aperte e offrivano a quei disgraziati l’opportunità di porre fine ad una vita insopportabile. Così ogni mattina si trovavano diversi corpi carbonizzati lungo il recinto. Ogni giorno partivano dai campi verso i crematori camion stracariche di cadaveri scheletriti. I compagni di sofferenza erano costretti a fare il lavoro dei becchini. Le stesse cose accadevano nei campi femminili, ove le sofferenze erano identiche ai reparti maschili.

La furia distruttrice nazista aveva mille volti e verso la fine raggiunse il suo apice, quando i carnefici tedeschi imbestialiti facevano a gara fra chi fosse più feroce. Le esecuzioni della Stajerska, come per esempio quella dello “Starj pišker” avevano un loro schifoso cerimoniale e si trasformavano per i nazisti in orrendo sport, ma l’infuriare nei campi di sterminio prima della sconfitta tedesca ha toccato tali livelli che se fosse stato visto da una persona nel suo complesso, difficilmente quella persona sarebbe rimasta viva. Criminali di tutte le risme, dai sadici fino ai medici falliti che ammazzavano “scientificamente” hanno impresso al popolo tedesco un tale schifoso marchio di bestialità che non ha paragoni nella storia. Il popolo tedesco è responsabile davanti all’umanità intera di tutto ciò che è successo nelle sue fabbriche della morte.

La fame, il tifo e tutte le malattie infettive possibili, impiccagioni e uccisioni in tutti i modi possibili, cremazioni di individui vivi, non come singoli casi ma di massa: infinita è la lista di questi delitti. Terrificanti mulini di morte inghiottivano popoli interi con l’intento di distruggerli.

Un convoglio di deportati era arrivato a Dachau da una delle sue filiali. I vagoni piombati sono rimasti fermi sui binari per dieci giorni; i disgraziati che li occupavano vi morivano di fame, di innumerevoli malattie contratte nell’aria fetida ed ammorbata dal fetore di urina e di escrementi umani. Quando gli alleati giunsero a Dachau trovarono in queste bare viaggianti, stipate di migliaia di deportati, ancora vive dieci persone.

Nella selva, Veliko Smrecje presso Turjak nella Dolenjska, nelle prime ore del mattino del 4 maggio 1945 è stato commesso il più schifoso di tutti i delitti che i traditori nostrani hanno perpetrato sul popolo sloveno. Quando, dopo un millennio ormai, l’attesa libertà stava illuminando con la sua aurora la Slovenia, quando l’eroica armata jugoslava era giunta alle porte di Lubiana ed aveva già liberato Trieste e l’armata nazista in Italia aveva deposto le armi, questi delinquenti infierivano ancora contro il proprio popolo. Nell’ultimo gruppo di prigionieri uccisi in quel bosco della Dolenjska sono stati inseriti componenti di tutti i ceti sociali della gente slovena: operai, contadini, laureati, donne, ragazze. È stato creato con questo ultimo sacrificio volutamente un simbolo spaventoso: volevano distruggere il popolo che li ha generati ed hanno scelto tra il fior fiore dei combattenti per i diritti che erano in prima fila tra la gente in lotta per la vita e la morte. L’ascia è stata ben indirizzata ma ha fallito il bersaglio. La perdita di gente simile brucia profondamente, ma dalla sofferenza il popolo risorge ancora più temprato.

Il sipario dell’ultima tragedia è stato lacerato dall’uragano della libertà. Sulla scena compaiono file di carceri murate in cui per settimane e mesi soffrivano i figli migliori del popolo sloveno. A vedere il loro contenuto si potrebbe pensare che il terribile medio evo si è trasferito nel bel mezzo della risorta, giovane terra slovena, con tutto il suo arsenale di orrore. Si potrebbe pensare di trovarsi in qualche orribile incubo da cui l’anima si sarebbe liberata da un momento all’altro, invece no, non è un incubo: è tutta verità spaventosa, dura e pesante come la roccia. Cavavano davvero gli occhi alle persone vive, le tagliavano e le bruciavano; gli arti venivano stirati e fratturati, le dita venivano schiacciate per davvero e per davvero la gente veniva murata viva e nel muro veniva lasciata una feritoia per l’aria e per gettarvi una crosta di pane affinché la vittima non morisse troppo presto. E quando l’aria stantia veniva già smossa dal soffio della libertà i Caini vendicativi trascinavano dalle carceri nella solitaria selva della Dolenjska dei disgraziati, li facevano cadere sulle ginocchia e falciavano quei corpi già mezzi morti per le sofferenze patite. Nel mese più bello della più bella primavera slovena sono caduti gli uomini sloveni migliori, le migliori donne e ragazze slovene. Dai loro preziosi corpi martirizzati si sono sparse vite luminose come monito per noi su quanto dobbiamo vegliare e rinforzare la nostra libertà cresciuta da loro ed estirpare tutto quello che è cresciuto di reazionario e retrogrado sotto la protezione degli occupatori. Per amore di questa terra e per amore della nuova Jugoslavia faremo pulizia di questi schifosi parassiti che per secoli hanno impedito la crescita del nostro popolo. Non devono ripetersi mai più le atrocità degli ultimi anni. Innumerevoli muti cadaveri ci fissano per non farci dimenticare il loro sacrificio. Con cosciente coerenza dettata dalla forza e dalla salute del nostro popolo custodiremo con attenzione i diritti conquistati e li rafforzeremo con il lavoro per il rinnovamento e la ricostruzione del nostro paese.

S. Uhr (Sant‘Ulderico)

Chi ha avuto la disgrazia di passare attraverso i luoghi di tortura della polizia lubianese ove è stato interrogato e torturato da sbarbatelli degenerati si è sentito minacciare prima o poi in questo modo: “Bada che ti mandiamo a Sv. Uhr! Lo sai cosa c’è li, no?” Tutti sapevano che a Sv, Uhr sopra Dobrunje operava il più spaventoso luogo di morte dei servi dei conquistatori. La gente è decisa a radere al suolo la chiesa e la relativa canonica sul colle idilliaco affinché non gli riporti continuamente alla memoria i giorni del sanguinoso incubo di violenza e delitti che opprimeva tanti villaggi circostanti, il monumento invece deve restare! La gente deve sapere dove era il ritrovo di tutto il marciume, dove si trovava il più spaventoso di tutti i luoghi di tortura in questi paraggi. Già al tempo dell’occupazione italiana vi era stata creata una base della “Bela garda”, poi vi si sistemarono i domobranci e la polizia di Lubiana vi tenne un distaccamento. Anche la “Mano nera” vi assassinava la gente. Il lavorio del tradimento svolto dai vertici della nostra reazione con Rozman e Rupnik in testa, trovava il suo compimento negli assassini e sgozzatori di Sv. Uhr sopra Dobrunje. A Lubiana la mente, qui il braccio.

Per tutelare i propri interessi i traditori nostrani sostenevano falsamente che era in pericolo la fede, distogliendo la gente dall’unica verità: chi era in pericolo era il popolo, condannato a morte dagli occupatori. La vita del popolo però non interessava minimamente alla reazione. Non è solo per caso che i traditori si opponevano ai combattenti per la libertà della gente del castello di Turjak, da dove per secoli venivano sguinzagliati gli aguzzini della signoria per frustare le schiene slovene. E non è un caso se tutto il clero degenerato si è raccolto attorno all’occupatore. Già nella vecchia Jugoslavia esso si era distinto per la sua attività antidemocratica e si era guastato profondamente, creando delle basi attorno alle chiese e dai loro pulpiti spaventavano la gente predicando che i partigiani avrebbero, prima o poi, demolito le chiese.

Le chiese invece divennero basi della “Bela garda”, nidi dei domobranci ed infine spaventosi luoghi di morte simili a Sv. Uhr. Sulla terra consacrata dei cimiteri furono costruiti i mattatoi. All’ombra del tabernacolo si decomponevano i corpi di uomini, donne e ragazze. Uno degli spaventosi carnefici, certo Kukavica, asseriva che tutti quelli che ammazzava lui andavano dritti in paradiso perché mostrava loro una croce d’argento regalatagli dal vescovo, che era stata benedetta dal Papa in persona. Ad Angela Habič di Podlipoglav disse queste parole: “Ora ti mostro la santa croce e se ti penti dei tuoi peccati e dici qualche padre nostro riceverai davanti a questa croce la remissione dei tuoi peccati. Perciò ti do cinque minuti di tempo”.

Capuder Gabrijel, Jesik Jakob, Škrjanc Franc, Škrjanc Metod, Svetek Aloiz, Lampič Filip, Jakob August, Kukavica Vinko, Hrašegar, Holovan, Bitenc questi sono i carnefici di Sv. Uhr.

Il paesaggio idilliaco della chiesetta sopra il colle con il cimitero accanto era trasformato in uno scenario di tali delitti che in tutta la guerra di liberazione non se ne erano visti di più atroci. Circa 250 tombe inghiottirono i migliori attivisti dell’O.F. di Lubiana e dintorni. Nel tronco dell’antico tiglio fu conficcato un gancio di ferro; quello era il luogo dell’interrogatorio della vittima, ma anche il suo luogo di tortura. In chiesa avevano allestito il mattatoio, le mura consacrate erano colorate di sangue zampillato. “Parla o sarai impiccato al gancio” veniva urlato alle vittime. Il sogno della reazione clericale era già dal 1941 il controllo totale di Lubiana con un piccolo circondario politicamente puro, dalla parte loro naturalmente. Sv, Uhr era il loro governo tradotto in pratica e la conseguenza delle loro teorie traditrici.

Per noi invece Sv. Uhr è molto di più. È il monumento all’eroismo degli attivisti dell’O.F.. Nelle ore più dure della nostra storia, dalle forze sane del popolo è sorto l’O.F. a mostrarci la strada erta e difficile, ma vittoriosa. Su questa via hanno marciato fedelmente i compagni durante la guerra, con devozione e senza titubanza o opportunismi. Questa via portava attraverso le caserme di Lubiana, la Gramozna Jama, e la impari lotta sul territorio. Su questa via si sono incontrati il partigiano del bosco e la contadina nel campo della morte di Arbe. Questa via ha riunito l’attivista di Lubiana che è marcita viva nelle carceri e la partigiana che ha eroicamente donato la vita in battaglia. Più in alto portava questa via, maggiori erano le masse che la percorrevano; accanto a migliaia e migliaia di morti da Begunje, Celje, Maribor, Sv. Uhr, da Dachau, Arbe, Turjak e dalle postazioni nei boschi, accanto a tutti questi eroi ed eroine ignoti marciava una massa gioiosa e rumorosa sempre più imponente di vivi che credevano nella vittoria. Davanti a loro si è spalancato il sorriso del mare del golfo di Trieste, l’antico patriarca Triglav li ha salutati. La notte da lupi è finita, una nuova chiara alba è sorta da levante, la nuova Jugosalvia è risorta, e con essa la nuova Slovenia.

Fonte: muceniskapot.nuovaalabarda.org/libro.php

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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