Oreste Bolelli (Nome di battaglia Bulel, Giovanni)


Nasce il 9 febbraio 1912 a Granarolo Emilia. Nel dicembre 1934 viene arrestato in seguito alla scoperta dell’organizzazione comunista emiliana che svolgeva una intensa attività di propaganda nei sindacati e nelle organizzazioni di massa fasciste.

Con sentenza del 5 aprile 1935 viene liberato per non luogo a procedere.

Presta servizio militare nel genio dal 1941 al 1943. Combatte nel battaglione Oriente della 4brigata Venturoli Garibaldi con funzioni di commissario di compagnia.

Opera a Granarolo Emilia, Minerbio e Malalbergo. L’11 dicembre 1944 è arrestato dai fascisti a Quarto Inferiore (Granarolo Emilia) e incarcerato alla facoltà di ingegneria di Bologna. Dopo 8 giorni viena trasferito alle carceri di San Giovanni in Monte. Dopo aver subito lunghi interrogatori, è liberato pochi giorni prima del Natale 1944.

La sua testimonianza

Alcuni giorni dopo la battaglia di porta Lame del 7 novembre 1944, ritornando a casa dalla nostra base di Viadagola ebbi da mia moglie l’informazione che era venuto a cercarmi il compagno Cesare Ramazzotti, di San Sisto, e aveva lasciato detto che mi aspettava a casa sua per discutere con me la possibilità di trovare una nuova base per il recapito e la distribuzione della stampa clandestina, poiché egli aveva il sospetto che la polizia fascista l’avesse individuato.

La mattina presto (credo fosse l’11 novembre 1944) mi avviai in bicicletta verso Quarto Inferiore e San Sisto. Allora io e la mia famiglia eravamo sfollati in mezzo alla campagna, nella casa del coltivatore diretto Cleto Martelli, che fu poi rappresentante della Democrazia Cristiana nel CLN, prendendo il posto di Don Amedeo, parroco di Quarto, che durante la Resistenza collaborò con noi. Partendo da casa avrei voluto seguire i viottoli di campagna, ma poiché da alcuni giorni piovigginava e c’era molto fango, decisi di fare la solita strada.

Avevo appena percorso duecento metri circa sulla strada maestra, quando mi vidi sorpassare da un camion pieno di fascisti urlanti, che si fermò poco avanti; i fascisti scesero intimandomi l’alt con le armi in pugno. Mi vidi davanti il comandante il quale, chiestimi i documenti, disse subito: “Voi siete Oreste Bolelli, capo dei GAP e dei SAP. Dove sono le armi? Dove sono i tuoi compagni? Dimmi subito se sei disposto a parlare, sì o no”. Poi aggiunse: “È inutile mentire, in cabina con me c’è chi ti conosce bene”.

Io, preso così alla sprovvista, risposi che non sapevo nemmeno cosa fossero i SAP e i GAP, e loro a insistere nelle domande, fino a chiedermi di dire no e basta e allora mi avrebbero fucilato sul posto. Io continuai a protestare dicendo che non sapevo niente, che non conoscevo nessuno e allora il capo urlò che mi portassero contro il palo per la fucilazione e fece schierare il plotone. Poi, dopo un attimo, in dialetto bolognese, disse: “No! Lo facciamo fuori più avanti!”.

Mi caricarono sul cassone e il camion partì verso Quarto Inferiore e io sospettai subito che volessero uccidermi nella piazza per fare un atto di intimidazione. A Quarto scesero per perquisire la mia casa, ma si sbagliarono ed entrarono in quella di mio fratello, poi cercarono il fornaio Tugnoli, che aveva collaborato con noi, arrestarono un giovane di 18 anni, Soretti, soprannominato Nazzari, che credo avesse disertato la polizia ausiliaria: lo caricarono sul camion e via verso Bologna.

Fecero tutto in fretta ed erano molto guardinghi, davano l’impressione di non sentirsi molto sicuri. Per la strada arrestarono Evaristo Fantoni, di Quarto, poi prelevarono anche il compagno Tonino Bilacchi, che abitava poco dopo San Sisto, dopo aver terrorizzato la famiglia. Evidentemente quegli arresti erano il frutto delle indicazioni che dava la spia che era nella cabina, a fianco dell’autista e del comandante. Non riuscii a vederlo in volto che più tardi, ma fin dall’inizio avevo indovinato il soggetto, un tale che da Bologna era sfollato a San Sisto, intrufolandosi fra di noi, mantenendo sempre un atteggiamento avventuriero e da affarista che mi irritava e che aveva insospettito più di uno fra di noi sul fatto che egli avesse reali rapporti coi dirigenti del movimento clandestino nella campagna.

Ci portarono a porta Saragozza, nella sede della Facoltà di Ingegneria, e qui fummo rinchiusi dentro una cella che forse era servita da cabina elettrica; me ne accorsi quando vidi che all’interno c’era un trasformatore. Per terra c’era solo un po’ di paglia trita e si capiva che molti dovevano essere passati di lì. Faceva un freddo cane e per di più, per tre giorni, non ci diedero da mangiare, né un goccio d’acqua. Cominciammo a calciare contro l’uscio e a protestare fintanto che non si decisero a darci un po’ d’acqua e dei fagioli bolliti. Frattanto ricostruivo nella mia mente tutti i fatti che potevano convalidare l’idea che la spia era lo sfollato di San Sisto.

Verso sera ci portarono, uno alla volta, all’interrogatorio. Cominciarono da me. Mi fecero salire su per gli scaloni poco illuminati ed entrare in una stanza dove c’erano cinque o sei persone, fra cui il col. Serrantini e il bastonatore Bruno Monti, che erano lì per l’interrogatorio. Mi dissero che io ero in contatto coi dirigenti comunisti, che comandavo i gruppi GAP e SAP della zona di Granarolo, San Sisto e Quarto; dissero anche che i miei accusatori erano i partigiani Mosca e Bulgarelli, e fecero altri nomi, ma io capii che era un trucco perché quei partigiani erano fuori, e se anche li avessero presi, non avrebbero mai parlato. Quella sera me la cavai così.

La sera dopo, nell’entrare nella stanza per il secondo interrogatorio, mi trovai di fronte la spia di San Sisto. Era seduto in un angolo ed era anche lui ammanettato: naturalmente anche quello era un trucco. Credetti bene di fingere di non conoscerlo e feci meraviglia nel vederlo lì dentro e gli chiesi se per caso fosse lui il Mosca o il Bulgarelli. Cominciò fra noi una schermaglia di accuse e controaccuse e frattanto io mandavo avanti il mio piano che era quello di presentare la spia come una losca figura.

Dissi che lui mi accusava a seguito di una lite che avevamo fatto nell’osteria, dopo una partita a carte, che lo faceva per vendicarsi perché io gli avevo dato del ladro di fronte a tutti. Lui diceva che i veri colpevoli erano i dirigenti, che viaggiavano con delle biciclette nuove e poi lasciavano noi nelle grane, e disse anche che se avessimo parlato al più ci avrebbero mandato in Germania a lavorare. Io risposi che quello mentiva, che era pazzo e mi accorsi che me la stavo cavando bene quando vidi che qualche schiaffo, fra i tanti a me destinati, cominciò a volare anche sulla sua faccia.

Poi la spia fu fatta uscire e allora con me cominciarono con altri metodi. Mi dissero all’incirca così: “Sappiamo che hai famiglia, noi non vogliamo fare male a nessuno. Se vuoi trasferiamo te e la tua famiglia in un’altra città e da moro ti faremo diventare biondo in modo che starai in pace. Gireremo insieme per la campagna, nessuno ti conoscerà; tu dovrai solo fare un cenno quando vedrai qualche partigiano e poi penseremo al resto. Sta tranquillo, nessuno saprà mai niente di te”.

La cosa con me non attaccò perché rimasi sempre negativo; però capii che in questo modo si facevano le spie che poi venivano inviate in mezzo a noi. La manovra poteva riuscire raramente, ammettiamo una volta ogni trenta, quaranta casi, ma per loro era già un successo e per noi un grave pericolo. Io non firmai nulla, non dissi una parola sola che potesse farli sperare e allora cambiarono idea e, dopo otto giorni, mi mandarono nel carcere di San Giovanni in Monte, a disposizione dei tedeschi. Il delatore fece la fine che meritava e mi risulta che siano stati gli stessi tedeschi ad eliminarlo.

Io fui rinchiuso nella cella n. 8 e quando vidi la brandina mi parve di sognare e di essere in un albergo. C’erano altri nella cella e subito seppi che quella mattina da lì dentro ne avevano prelevati quattro e li avevano portati alla fucilazione. Siamo passati — pensai — dalla padella alla brace!

Io però ero già pratico del carcere perché nel 1934 ero stato dentro con Enrico Bonazzi e Giacomino Masi e perciò sapevo che dovevo diffidare di tutti.

Durante la mia permanenza nella cella entrarono molti altri partigiani: ricordo tre giovani di Pianoro che avevano disarmato alcune caserme fasciste e partecipato a combattimenti, poi ne entrarono altri quattro che portavano ancora visibili i segni delle sevizie e delle torture fatte dai tedeschi: credo fossero stati rastrellati nel quartiere della Bolognina. Praticamente tutti i giorni era un andirivieni di partigiani che poi passavano agli interrogatori e noi sentivamo ripetere le solite domande: “Sei un gappista o un sappista? Chi sono i tuoi capi?” e poi staffilate e calci e pugni, mentre alcuni tedeschi ridevano e altri imprecavano. Sapemmo poi che un tedesco che era stato coi partigiani faceva la spia ed era lui che li riconosceva.

Un pomeriggio (eravamo verso la metà di dicembre 1944) la porta della nostra cella venne aperta ed entrò un ufficiale tedesco accompagnato da alcuni soldati. Ci fecero mettere tutti in fila poi l’ufficiale — che aveva il teschio da morto delle SS — ne scelse otto e se li portò via. Ne presero degli altri da altre celle e in tutto credo trenta. Dalla finestra vedemmo che li allineavano in cortile, incatenati a tre a tre. Li portarono via e li fucilarono. Tra essi vi erano anche Tempesta e Terremoto, due fra i più giovani ed ardimentosi gappisti bolognesi che avevano, fra l’altro, partecipato al colpo del Baglioni e all’azione di liberazione dei detenuti di San Giovanni in Monte, pochi mesi prima.

Quattro o cinque giorni prima di Natale fummo di nuovo interrogati dalle SS. C’era però nell’aria una certa bonomia natalizia e me ne accorsi subito. Io ripetei il solito discorso, feci il meravigliato, dissi che non sapevo niente, che non conoscevo nessuno, che certamente c’era stato un errore. Ci liberarono. Mi parve di rinascere!

Io non sono coraggioso e non lo sono mai stato: quello che avevo fatto l’avevo fatto per tener fede al mio impegno politico, ma sempre con tanta paura addosso. Ora mi ero anche liberato dalla paura e tornavo a casa. Dissi fra me e me: “Ora prima di riprendere contatto col movimento clandestino ci penserò due volte!”.

Niente da fare: un paio di settimane dopo, a farla lunga, ero di nuovo a contatto coi compagni e tutto ricominciava come prima.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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