Renato Benfenati


Nasce il 12 febbraio 1927 a S. Lazzaro di Savena. Già in contatto con gli ambienti antifascisti bolognesi, dopo l’8 settembre 1943 si adopera per sottrarre alla cattura dei tedeschi i militari italiani sbandati e per recuperare armi e munizioni.

Nell’ottobre 1943 si avvicina ai primi gruppi antifascisti organizzati militarmente. Si iscrive al Partito Comunista Italiano, il 5 febbraio 1944 entra nel battaglione Pasquali della 4a brigata Venturoli Garibaldi. Si impegna nel reclutamento di partigiani e nella ricerca di informazioni di interesse militare da trasmettere agli alleati.

Dal 19 aprile 1944 passa al 1° battaglione Busi della 1a brigata Irma Bandiera Garibaldi e partecipa alla liberazione di Bologna. Prima della smobilitazione presidia con la sua formazione la zona di porta S. Vitale partecipando ad operazioni di polizia che portano all’arresto di numerosi fascisti.

I suoi ricordi

I contatti che mi hanno portato poi ad aderire alla Resistenza li ho avuti con persone con le quali ho lavorato. Mi trovavo allora in un particolare stato d’animo: le tremende ingiustizie sociali che affliggevano i diseredati mi riempivano di rancore, il non avere potuto studiare era per me un’autentica tragedia e questo mi spingeva a cercarne le cause. La polemica fascista contro le nazioni ricche era suggestiva, ma non riusciva a convincermi perché non ne vedevo applicata la logica nel mio paese.

II giorno successivo al mio dodicesimo compleanno, mio padre mi accompagnò in via Rialto 32, da un falegname di nome Mario Graziani. Il caffè della Castellata era allora popolato di antifascisti ed antifascista era pure Graziani.

Le loro discussioni sulla libertà e sul socialismo mi attirarono e mi spinsero ad uscire dalle file della gioventù fascista, la cui mistica mi nauseava e mi stava oramai come un vestito troppo stretto. Compresi che la lotta alla miseria nella quale vivevo era soprattutto lotta per la libertà contra la tirannia degli sfruttatori.

Nell’antifascismo e nel suo programma trovai la strada che cercavo e quella strada imboccai, sebbene giovanissimo, con fiducia ed entusiasmo. In seguito dovetti lavorare allo sgombero delle macerie e qui conobbi un assistente romagnolo, un tale Cassani, un capo operaio di nome Cervellati e da loro imparai a non venire mai a patti con la mia coscienza.

Come logica conseguenza, assieme a Sergio Sasdelli, Giuseppe Varani, Guido Romagnoli, Guido Muzzi ed altri operai, formammo il primo gruppo di resistenti ad Idice, iniziando, nel febbraio-marzo del 1944, piccole azioni di disarmo e di sabotaggio che suscitarono entusiasmo fra la popolazione e ci permisero di portare alla Resistenza la quasi totalità dei giovani coetanei.

Il fatto che più mi interessò in quel periodo fu il fallimento del bando fascista di amnistia del 25 maggio 1944. Confesso che credevo che il fascismo avesse ancora radici solide nella coscienza degli italiani e attendevo con ansia e timore la scadenza fatale. Il totale fallimento di quest’ultima prova del fascismo mi diede una gioia indescrivibile e mi convinse che avere fiducia nel popolo e nella sua forza politica non era nulla di sprecato. Questo avvenimento ebbe una notevole importanza per il mio modo di agire di allora e di poi.

Un giorno, quando ormai avevo fatto qualche esperienza partigiana, io ricevetti l’ordine di effettuare una operazione di polizia contro alcuni tedeschi e fascisti che si erano dati a razzìe contro la popolazione, nella zona di Colunga, al confine con Ozzano Emilia.

Era una sera buia e piovosa quando, lasciata la base sull’argine dell’Idice, ci mettemmo in marcia per raggiungere la sede dei razziatori, in una casa colonica.

Usavamo mille precauzioni perché la zona di transito era letteralmente piena di truppe tedesche. Giunti ad un crocevia, vidi un palo pieno di cartelli indicatori tedeschi e subito decidemmo di cambiare l’indicazione di direzione orientando i segnali verso la strada che andava a finire al fiume.

Raggunta la mèta e passati all’azione fummo obbligati ad uno scontro a fuoco a causa della reazione di uno dei tedeschi. Ci battemmo al buio e, per non causare rappresaglie fra i coloni, ordinai la ritirata. Al punto di ritrovo trovai che mancavano Aldo Bracchi, il vice comandante, e Walter Brunelli. Avviati i partigiani alla base tornai sul posto dello scontro e trovai Aldo che sorreggeva Walter, ferito ad un piede. Prendemmo la via del ritorno portando sulle spalle Walter, al quale avevamo fasciato il piede per cercare di stagnare la forte emorragia, ma la marcia diventò presto uno strisciare nei fossati pieni di acqua limacciosa, con i tedeschi a pochi metri, a causa dell’allarme causato dalla sparatoria.

Tante volte fummo sul punto di essere scoperti. I nazisti passavano così vicini che sentivamo il loro respiro e notavamo anche che scrutavano fra le siepi e noi trattenevamo il fiato con il pugno stretto sulle nostre armi. Decisi di portare in salvo il nostro compagno che non emise un solo gemito, nonostante la dolorosa ferita che poi gli ha causato una mutilazione permanente. Finalmente, dopo diverse ore di marcia, raggiungemmo la base.

Lungo l’argine del fiume, notammo che vi era un caos di automezzi nazisti impantanati, sviati dalle frecce da noi spostate e dovemmo passare il resto della notte ed il giorno successivo con l’acqua alla cintura, dentro un rifugio, con una folla di tedeschi sopra e gli aerei alleati che mitragliavano i nazisti che erano rimasti imbottigliati.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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