Sonilio Parisini (Nome di battaglia Sassi)


Nasce il 14 febbraio 1911 a Calderara di Reno. Nel 1929 si iscrive al Partito Comunista Italiano. E’ uno dei 23 delegati che il 3 agosto 1930 intervengono al terzo congresso provinciale clandestino della FGCI a Montebudello (Monteveglio).

Il 12 novembre 1930 è arrestato con altri 116 antifascisti tutti accusati di organizzazione comunista. Rinviato a giudizio davanti al Tribunale speciale il 30 giugno 1931, il 23 settembre viene condannato a 3 anni e 5 mesi più 2 anni di libertà vigilata per ricostituzione del PCI, propaganda sovversiva. Con l’amnistia del decennale fascista viene liberato il 12 novembre 1932 dal carcere di Viterbo e classificato di 3ª categoria, quella degli elementi considerati più pericolosi.

Il 31 ottobre 1935 niene nuovamente arrestato con l’accusa di organizzazione comunista e il 31 gennaio 1936 assegnato al confino per 5 anni.

Era stato fermato con altri 11 antifascisti tutti responsabili di diffusione di volantini. Confinato all’isola di Ponza (LT). Poichè durante il soggiorno nell’isola dimostra di conservare inalterate le proprie ideologie, senza alcun segno di ravvedimento il 30 novembre 1940 è assegnato al confino per altri 2 anni.

Questa condanna lo confina alle isole Tremiti (FG) dove vi resta sino al 20 agosto 1943.

Subito dopo l’inizio della lotta di liberazione diventa uno dei primi organizzatori con Luigi Gaiani, Walter Nerozzi, Remigio Venturoli, Bruno Pasquali e altri delle squadre armate cittadine che danno vita alla 7ª brigata GAP Gianni Garibaldi.

Il 31 marzo 1944 viene arrestato durante un rastrellamento organizzato dai fascisti per catturate i partigiani che avevano ucciso due ufficiali nel quartiere della Libia. I fascisti riconoscono il partigiano Nerio Nannetti che lo accompagna. All’intimazione di alt si dannoo alla fuga, ma feriti alle gambe da una raffica di mitra e catturati. Trasportato nella caserma di via Maragotti (oggi via dei Bersaglieri), dopo avere ricevuto una sommaria medicazione all’ospedale, viene torturato dal famigerato capo delle squadre fasciste Renato Tartarotti.

Trasportato nel carcere di S. Giovanni in Monte (Bologna), viene liberato la sera tra l’8 e il 9 luglio 1944, quando i partigiani della 7ª brg GAP Garibaldi assaltano il penitenziario, liberando i detenuti.

Riprende l’attività politico-militare, ma il 27 novembre 1944 è nuovamente arrestato a Ferrara. Riusce a fuggire il 30 dicembre mentre lo stanno trasferendo al nord in un campo di concentramento.

Si unisce alla 7ª brigata Modena della divisione Armando, con funzione di commissario politico, e combatte Sull’Appennino tosco-emiliano.

Gli e stata conferita la medaglia di bronzo al Valor militare con la seguente motivazione:

«Organizzatore ed animatore della lotta partigiana in azione nella piana ferrarese, partecipava a numerosi combattimenti dando costante esempio di coraggio e di sprezzo del pericolo. Arrestato, veniva ripetutamente sottoposto ad atroci torture che sopportava con animo indomito senza nulla rivelare che potesse nuocere ai compagni di fede.

Durante il trasferìmento ad un campo di concentramento riusciva audacemente ad evadere e, rientrato nel proprio reparto, continuava la lotta per la libertà della Patria».

I suoi ricordi

Il 31 marzo 1944 ha rappresentato la mia giornata nera di partigiano. La mattina era bella e chiara quando tre gappisti in bicicletta si diedero a seguire il tram sul quale erano saliti tre fascisti noti torturatori di partigiani. Questi erano il capitano Mario Mele, il tenente Giuseppe Mossobrio, in divisa della milizia contraerea, e l’ingegnere Cumo, in borghese, ben conosciuto come spia fascista.

Appena questi scesero alla fermata posta all’incrocio fra l’attuale via Albertoni e piazza Trento Trieste, distanziati dagli altri passeggeri, furono atterrati, uno per ogni gappista, a colpi di rivoltella.

Sei ore dopo il fatto io andai all’incontro, già precedentemente fissato nello stesso punto, con il partigiano Nerio Nannetti allo scopo di fare il regolare rapporto sulle azioni fatte e su quelle da fare. Con la precisione cronometrica che si usava allora negli incontri, bastò un cenno per capire la situazione, dirigerci in bicicletta verso piazza Trento Trieste ed imboccare la circonvallazione; ma appena giunti al cassero di porta Castiglione, il segretario repubblichino di Borgo Panigale, appostato con un altro camerata, riconobbe Nannetti. Subito ci inseguono con la motocicletta a sidecar e, sparandoci contro da non oltre tre metri, ci feriscono alle gambe.

Dopo molte peripezie fummo arrestati. Noi eravamo disarmati perché le armi allora si portavano solo per compiere le azioni.

A sera tardi — dopo essere stati portati in ospedale e visitati dal gerarca nero Franz Pagliani — ci portarono nel carcere di San Giovanni in Monte e nella lunga attesa in matricola vidi, per l’unica volta, io però non li conoscevo, Edera De Giovanni, Egon Brass, Ettore Zaniboni, Enrico Foscardi, Attilio Diolaiti e Ferdinando Grilli, i quali, dopo mezzanotte, furono fucilati contro il muro della Certosa, dalla squadra del bandito fascista Tartarotti. Essi formavano il gruppo dei primi partigiani di Monterenzio e Edera fu la prima donna partigiana a morire.

Sulla mezzanotte fummo portati nell’infermeria del carcere perché feriti alle gambe. Come infermiere di servizio vi trovammo il compagno Bruno Trombetti, il quale ci procurò un po’ di latte e due uova che bevemmo molto volentieri perché oltre che affamati eravamo sfiniti dalla perdita di sangue fuoruscito dalle ferite.

Dopo due notti fummo portati alla caserma Magarotti dove restammo per circa una settimana. Durante gli interrogatori era quasi sempre presente il capobanda Tartarotti che ordinava la legatura delle mani e dei piedi con le catenelle.

I torturatori si divertivano e si esaltavano quando io emettevo grida o lamenti. Allo stesso trattamento fu sottoposto anche Nannetti; il bandito Tartarotti conosceva benissimo il nostro passato e le domande erano in generale queste: dove abitavo, dove dormivo, chi erano i miei compagni di lotta, chi mi forniva da mangiare, dove ero stato il mattino dello stesso giorno del mio arresto, quale alibi avevo per il giorno della morte del segretario repubblichino Eugenio Facchini e del professore Pericle Ducati.

Solo l’ultimo interrogatorio fu fatto assieme a Nannetti. Non ho mai firmato nessun verbale e così pure ha fatto Nannetti. Ritrasportati in carcere, il giorno dopo il prelievo, e portati a Villa Spada, fummo così interrogati dal capitano Palermo, il quale ci disse che eravamo passati sotto alla sua polizia antipartigiana. Ci raccontò che vi erano molti contrasti fra i diversi corpi di polizia esistenti in quel momento. Egli diceva che era giusto eliminare i traditori, individuando in questi i fascisti che non avevano aderito alla repubblica di Salò, e che noi vecchi antifascisti avremmo dovuto unirci a lui in questa lotta, perché ora la Repubblica sociale avrebbe formato veramente uno stato socialista.

Disapprovava i metodi delle torture adoperati dalla squadra Tartarotti; però non poteva intervenire essendo questa una polizia autonoma. Nannetti dichiarò, ed io lo approvai, che le truppe alleate e quelle sovietiche avanzavano continuamente e che si trattava di pochi mesi, ma la sconfitta dell’esercito nazifascista era inevitabile. Perciò, se gli premeva non soltanto la sua vita, ma anche l’avvenire di sua moglie e delle sue due figlie, doveva liberarci, perché contro di noi non aveva alcuna prova dei fatti addebitatici. Egli reagì dicendo che fintanto che eravamo sotto il suo comando non saremmo stati fucilati e che egli era stato in guerra in Jugoslavia ove aveva aiutato e salvato molti partigiani slavi e che aveva anche una documentazione scritta fatta dagli stessi partigiani. In quanto all’aiuto vantava di averci liberato dalla squadraceia di Tartarotti, e che avrebbe fatto tutto ciò che poteva per aiutarci.

Dopo alcuni giorni venne in cella a trovarci un suo incaricato, proponendoci di uscire con lui, facendoci vedere un foglio, con il timbro della polizia e una firma illeggibile, che lo autorizzava a prelevarci per uscire dal carcere; ci avrebbe accompagnati in quella base partigiana che avremmo noi stessi scelto. Considerammo questa proposta una provocazione che doveva servire soltanto ad individuare i gappisti e che non ci dava nessuna garanzia, anche individuale.

Passati alcuni giorni fummo prelevati da cinque elementi in divisa da repubblichini, caricati su di una camionetta e portati nuovamente a Villa Spada dove ci ricevette il capitano Palermo, con una donna che si presentò come sua moglie e altri due elementi in borghese, uno dei quali disse di essere il questore di Bologna e l’altro pure si presentò come ufficiale dell’esercito.

Palermo introdusse la discussione ribadendo gli elogi alla nuova Repubblica sociale la quale si proponeva di creare un regime socialistico molto somigliante a quello sovietico, anzi più perfetto; ciò premesso la nostra adesione alla repubblica si inquadrava con le aspirazioni ideali per le quali avevamo combattuto. Noi ripetemmo che eravamo dal lato opposto dal punto di vista ideale e che anche l’operaio più sprovveduto avrebbe capito benissimo la differenza. Insistettero, a turno, nel chiederci di quali gerarchi fascisti, secondo noi, la repubblichetta doveva sbarazzarsi (oltre a quelli del processo di Verona) per acquistare credibilità tra gli italiani. Dicemmo che gli italiani del fascismo e suoi derivati non ne volevano più sapere e che tutti coloro che lo sostenevano sarebbero stati spazzati via. La discussione durò circa due ore, poi fummo riportati nel carcere di San Giovanni in Monte.

In carcere, nei momenti di allarme, ci mandavano in un rifugio nel sotterraneo, tutti insieme. Non essendo in grado di camminare, i nostri compagni, ci portavano in spalla. In questo luogo ci si poteva incontrare con i compagni, avere tutte le notizie sugli avvenimenti dei nuovi arresti e delle fucilazioni che avvenivano.

Negli oltre tre mesi di carcere (sono stato liberato dai gappisti il 9 agosto) ho visto partire parecchie centinaia di partigiani per la deportazione e la fucilazione, e solo pochissimi si sono salvati.

Alcuni compagni li conoscevo bene; fra questi Agostino Ottani, Aldo Cucchi e Alfeo Corassori il quale mi diede un’esperienza che mi giovò molto. Aveva fatto i documenti falsi prendendo tutti i dati anagrafici corrispondenti ad un commerciante di Modena incensurato, quasi della stessa età ed altezza e con questi documenti riuscì poi a farsi liberare dal carcere.

Nel rifugio trovai anche Bruno Pasquali che, portato dalle brigate nere di Ferrara, dopo avergli fatto tremende torture, aveva il petto coperto da grandi piaghe dovute a bruciature ed il braccio sinistro che andava in cancrena e aveva una forte febbre che lo faceva sragionare. Organizzammo una forte protesta, con urla e fischi, chiedendo la presenza del direttore e non uscimmo dal rifugio finché il direttore ci assicurò che avrebbe con urgenza inviato Pasquali all’ospedale. Così avvenne e dopo alcuni giorni riuscì a fuggire.

L’attesa di tutti i partigiani per essere interrogati, torturati e fucilati, imponeva a noi, già provati dalle carceri fasciste, il compito di preparare i giovani partigiani a quella dura realtà. La tremenda attesa e l’impotenza creava stati d’animo non facilmente controllabili. Perciò speravamo che gli allarmi fossero frequenti per poter incontrarci nel rifugio e parlare.

Insistevamo molto sul non cedere, non tradire i compagni partigiani, perché il tradimento, oltre al danno provocato al movimento, non avrebbe salvato nessuno, mentre la liberazione era sicura ed imminente, e questo lo dimostravano gli avvenimenti militari. Il pensiero dei carcerati, specie in quel momento, era quello di organizzare la fuga dal carcere ed è proprio questo, fra l’altro, che si faceva.

Il primo tentativo di evasione avvenne in accordo con un prigioniero che lavorava in cucina, il quale riuscì a segare l’inferriata della finestra della cucina che metteva in via De’ Chiari. Da quel punto si doveva scendere da una altezza di circa venti metri. Tutto era già pronto, ma egli non resistette ed anticipò di una notte la fuga, da solo, ma la fune, purtroppo, si ruppe quasi subito e fu accolto sul selciato, moribondo, dalla pattuglia di servizio, accorsa dal rumore della caduta e dai gemiti che egli emetteva.

Un altro tentativo consisteva nell’uscire dalla cella, attraversare il cortile in un angolo del quale c’era una lunga scala di legno da muratori e con questa si poteva raggiungere l’altezza delle mura dalle quali calarci, con una fune fatta di lenzuola, sul mucchio delle macerie della chiesa bombardata. Qui dovevano essere ad aspettarci i partigiani della 7a brigata GAP, già avvertiti con un foglio su cui era disegnato lo schema, a mezzo di una guardia carceraria che collaborava con noi.

Dopo molte giornate di paziente lavoro, la sera prevista per la fuga, la guardia ci consegnò un biglietto nel quale era scritto di sospendere la fuga essendo già stati scoperti dalla polizia fascista. Fu questo un altro duro colpo, anche perché il nostro piano prevedeva la fuga di oltre una ventina di partigiani. Soltanto trent’anni dopo la liberazione ho saputo da Alcide Leonardi (Luigi), che l’autore del biglietto era stato proprio lui. Egli aveva considerato che il piano era impossibile e suicida. Da parte mia anche oggi lo considero un piano molto pericoloso, ma realizzabile ed avercelo fatto sospendere fu un errore.

Altra cosa mai spiegata: perché furono mandati lo stesso i gappisti ad aspettarci fra le macerie nel posto da noi richiesto?

Verso la fine di luglio, mediante corruzione e collaborazione, riuscimmo ad ottenere un colloquio con le partigiane Novella Albertazzi (Wanda) e con l’Ada Zucchelli; ci dissero che un primo tentativo gappista di liberarci dal carcere non era riuscito e che per il momento era stato tutto sospeso. Mi proposero di tentare di avere un altro colloquio contemporaneamente con Nerio Nannetti, venendo tutte e due armate di bombe e rivoltelle nascoste sotto le vesti (sperando che non le perquisissero, come era successo questa volta), e, con queste, intimare alla guardie di aprire i portoni per la nostra fuga.

Considerai impossibile questo tentativo perché davanti al carcere c’era, oltre la solita guardia, una pattuglia permanente di repubblichini. Concordai che se eventualmente fossero stati in grado di fare un colpo sul carcere, in considerazione della organizzazione interna del carcere, per rendere più facile e veloce l’operazione, il segnale doveva essere quello di farci pervenire un chilo di pomodori, il che era facile dando la mancia alle guardie.

Invece, alle ore 22 del 9 agosto, venne la liberazione dal carcere, ma il segnale non fu di proposito (così mi è stato detto) mai inviato per ragioni di segretezza. La sorpresa per noi creò una certa confusione e perdita di tempo.

Vedere entrare in cella una pattuglia di giovani vestiti con divisa fascista, in qualsiasi ora del giorno e della notte, a prelevare dei prigionieri, era una cosa di quasi tutti i giorni. Quella sera i due partigiani che entrarono in cella, armati e vestiti da fascisti, si qualificarono naturalmente come partigiani. Data l’oscurità della cella non potemmo però riconoscerli ed era comprensibile che noi dubitassimo che, come in altre occasioni, si trattasse di un prelevamento. Perciò all’inizio facemmo resistenza, anche se sapevamo che questa contava ben poco trattandosi di ritardare l’uscita soltanto di pochi minuti. In questo caso la resistenza fu più lunga e cessò soltanto quando il partigiano Roveno Marchesini (Ezio) comparve sulla porta della cella vestito da brigatista nero ed a viso scoperto, cosicché lo conoscemmo immediatamente.

Seminudi, con la mano destra che impugnava la rivoltella che ci avevano dato e nell’altra mano il fagotto dei vestiti, scendemmo di corsa le scale e raggiungemmo, Nannetti, io e altri tre partigiani, il primo cancello interno. Non avendo le chiavi salimmo le scale, diretti nella cella ove erano state rinchiuse le guardie. Ordinammo ad una di queste di venire con noi con le chiavi per aprire il cancello. Arrivati all’ultima porta d’uscita, dato il segnale a William, che con altri due partigiani era rimasto all’esterno del carcere a chiacchierare con la pattuglia delle brigate nere, sentimmo i colpi della rivoltella che feriva William e quelli del mitra che atterrava il fascista feritore che non intendeva arrendersi. Usciti, salimmo in macchina: Nannetti, Calari, io ed un altro partigiano che non conoscevo e fummo portati in una base della Bolognina.

Al nostro arrivo la gioia dei gappisti fu grandissima, mentre la nostra non lo fu nella stessa proporzione, non avendo partecipato a questo grande colpo che ci restituiva la libertà e ci consentiva di riprendere la lotta.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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