Aldo Aflitti


Nasce il 21 febbraio 1911 a Imola. Nel 1928 aderisce al Partito Comunista Italiano. Il 6 dicembre 1930 viene arrestato a Osteriola (Imola) a seguito della scoperta dell’organizzazione comunista imolese avvenuta in novembre.

A seguito della sentenza istruttoria del 19 maggio 1931 viene deferito al Tribunale speciale che il 23 giugno 1931 lo assolve dall’accusa di costituzione del Partito Comunista Italiano, appartenenza allo stesso e propaganda.

Viene tuttavia condannato a 3 anni di confino che sconta a Lipari (ME) dal 10 agosto 1931 all’1 novembre 1932. Liberato grazie all’amnistia del decennale fascista, nel 1933 viene chiamato alle armi e dal 6 dicembre 1940 al 23 luglio 1943 presta servizio militare sul fronte greco dove viene sottoposto a continua sorveglianza.

Dopo il 25 luglio 1943 riprende l’attività politica accanto a Guido e Andrea Gualandi. Partecipa all’organizzazione delle prime bande armate nella pianura imolese diventando ben presto comandante di battaglione.

E’ in seguito nominato vice comandante della brigata SAP Imola e quindi commissario politico.

I suoi ricordi

Durante la guerra di liberazione io ebbi numerosi incarichi e responsabilità, ma qui voglio soffermarmi in particolare sull’attività della Brigata SAP dell’Imolese che operava sia nella collina, in collegamento con la 36a Brigata Garibaldi, sia nella città, ma più estesamente nella zona di pianura ed io mi interessai particolarmente proprio della guerriglia nella pianura come vice comandante della Brigata prima e come comandante della stessa nella fase finale e durante l’offensiva per la liberazione.

Mi soffermerò in particolare sull’attività partigiana nella pianura imolese anche perché nel giornale clandestino La Comune, a parte la riproduzione dei bollettini militari emessi dal gennaio al novembre 1944, non si danno notizie sufficienti sulle iniziative e sulle azioni svolte dalla Brigata SAP.

Le responsabilità che mi furono affidate durante la Resistenza erano dovute all’esperienza che mi ero fatta in lunghi anni di lotta antifascista. Per me l’opposizione attiva al fascismo era infatti cominciata molto presto. Avevo 17 anni, nel 1928, quando diedi la mia adesione al partito comunista. Da tre anni lavoravo già come falegname e, tenuto conto dei tempi, avevo una certa istruzione perchè mio padre, sebbene fosse un bracciante agricolo povero, mi aveva fatto frequentare le scuole elementari e non erano molti i miei coetanei di famiglia proletaria che avessero frequentato così a lungo la scuola perchè c’era bisogno che tutti lavorassero se si voleva mangiare.

Il 6 dicembre 1930 mi arrestarono per appartenenza al partito comunista e il 23 giugno 1931 fui mandato, assieme a molti altri imolesi, davanti al Tribunale speciale fascista che però mi assolse (sentenza n. 41 del terzo gruppo imolese). Tuttavia non mi misero in libertà e da Bologna mi mandarono a passare 3 anni nell’isola di confino di Lipari. Fui lasciato libero per il decennale del fascio.

Nel 1933 fui chiamato alle armi e mi mandarono a Fano, nel 94° Reggimento fanteria e vi restai per 13 mesi e quando scoppiò la guerra d’Africa fui richiamato e avviato a Catanzaro Sala, nel 19° Reggimento fanteria, e vi restai per altri 17 mesi. Nel 1940 fui ancora richiamato ed aggregato al 12° Reggimento fanteria, a Cesena, e dopo 75 giorni, fui avviato al fronte greco e ricordo che ero continuamente sorvegliato perchè sapevano che ero un comunista e prima di quest’ultimo richiamo ero stato anche arrestato a Imola e tenuto in carcere per 15 giorni, essendo annunciato l’arrivo di Mussolini.

A causa di una grave malattia di mio padre, nel 1942 mi mandarono a casa in licenza per un mese e da Agrinion, in Grecia, fino a Bologna ero sotto la scorta di tre soldati del mio reparto. Il giorno della partenza per il rientro in Grecia vennero a prendermi due carabinieri di Sesto Imolese che mi riportarono alla stazione e mi rispedirono al fronte. Il 23 luglio 1943, causa malattia, mi rimpatriarono e dopo 20 giorni di ospedale, mi diedero un mese di convalescenza. Ero a casa da pochi giorni quando vidi arrivare il Moro (Guido Gualandi) e la stessa sera, insieme ad altri compagni, facemmo una riunione di partito ad Osteriola e mi fu data la responsabilità del lavoro politico nella zona e ricordo che presi subito contatto a Imola con Primo Ravanelli e fu lui in seguito a darmi la stampa.

Dopo l’8 settembre 1943 e la ricomparsa dei fascisti, il nostro lavoro aumentò moltissimo e diede subito, malgrado l’occupazione tedesca, dei buoni risultati: aiutammo i soldati a sfuggire ai rastrellamenti, invitammo le popolazioni alla solidarietà e alla mobilitazione e cercammo di formare subito un vasto fronte unitario e di lotta facendo appello a tutte le forze democratiche, senza nessuna distinzione politica, ideologica e religiosa.

I fratelli Guido e Andrea Gualandi ci aiutarono molto ad organizzare il volontariato. La prima organizzazione che si fece fu la Guardia nazionale e le prime attività furono quelle di disarmo dei militari (in cambio di abiti borghesi) e anche di fascisti che erano stanchi della guerra e poi cominciammo a fare il sabotaggio alle linee di comunicazione, alle cabine elettriche e anche alle ferrovie, tanto che facemmo deragliare anche dei treni.

In quel periodo venne ad Imola Aldo Cucchi, il quale, insieme a Franco Franchini (Romagna) e Orsini, cominciò ad organizzare i GAP. Restai un po’ con lui e poi, insieme ad Ezio Serantoni, cominciai ad interessarmi dell’organizzazione di una Brigata SAP con basi nella pianura imolese. Qualche partigiano cominciò frattanto ad avviarsi verso la montagna e intanto i carabinieri, i fascisti e i tedeschi cominciarono a darmi la caccia e io ero costretto a spostarmi sempre, agevolato un po’ da una carta di identità falsa del comune di Conselice che Serantoni mi aveva fatto avere.

Nelle zone di Osteriola, Cantalupo, Bubano, Mordano, Volta, Sasso Morelli, Giardino e Sesto Imolese formammo ben presto delle squadre di 8-10 elementi e successivamente delle compagnie che riunivano 4 squadre e ogni compagnia aveva il suo comando. Poi le compagnie furono riunite in un battaglione del quale fui eletto comandante. Al pari dello sviluppo delle nostre forze si estese anche la nostra zona di influenza e prendemmo contatto con Bagnara, Massalombarda, Conselice, Serraglio e anche Medicina e Castel Guelfo. Questi contatti furono molto utili non solo per ragioni militari, ma anche per ragioni politiche ed economiche.

Mantenevamo possibilmente la tranquillità nella zona di Serraglio perchè c’era la tipografia, di Giardino, dove fu poi spostata la tipografia e anche perchè ci mettevamo i nostri feriti per le prime cure che venivano fatte dal dott. Agostino Mongardi e dal dott. Tognacci e anche dal prof. Sandrini il quale ricoverava nell’ospedale di Imola i nostri feriti come se fossero feriti civili; così pure nella zona di Osteriola dove la popolazione, all’unanimità, era solidale con noi e dove ci riunivamo spesso coi comandi di battaglione e anche per riunioni di carattere comunale, mandamene tale, provinciale ecc., riunioni che duravano delle giornate e che prima di farle occorreva mettere in atto un dispositivo organizzativo di difesa per evitare eventuali sorprese e per questo avevamo una squadra di SAP e una di GAP sempre disponibili.

Non abbiamo mai avuto dei rifugi sotterranei per i partigiani perché fossero più solleciti e più difesi in caso di attacchi a sorpresa. Dove noi attaccavamo c’era sempre da aspettarsi una rastrellamento o una rappresaglia. Per questo i partigiani che vivevano in mezzo al nemico dovevano essere sempre a un tempo coperti e scoperti; i rifugi, infatti, lasciano tracce e servono per difendersi dai bombardamenti ma non servono ai partigiani in pianura.

Questa era la nostra organizzazione, formata di tutti volontari. Per chi voleva combattere c’era sempre un posto e un’arma; per chi voleva lavorare avevamo il lavoro. La nostra organizzazione non obbligava nessuno, lasciava fare quello che uno si sentiva di fare. Avevamo iniziato in pochi e in un tempo molto breve, così operando, siamo diventati in molti. L’organizzazione cominciò chiamandosi Guardia nazionale, disarmando chi aveva armi con sistemi persuasivi, passando alla maniera forte non solo per difenderci, ma anche per attaccare e colpire il nemico. Poi ci siamo trasformati in SAP, GAP e formazioni militari varie. Siamo partiti con 5 rivoltelle in tutta la bassa Imolese e disarmando e combattendo potemmo in breve inviare armi alla 36a Brigata Garibaldi e anche a Medicina con destinazione Bologna.

Fin dall’inizio dovemmo tenere in considerazione il fatto che eravamo in pianura, in mezzo al popolo e al nemico, e che uccidere tedeschi o brigatisti neri voleva dire scatenare le rappresaglie. Nonostante che fossimo preoccupati per questa possibilità, i bollettini militari parlano chiaro: siamo stati un battaglione che ha combattuto duro. Abbiamo disarmato quelli che erano disposti a cedere e siamo passati al disarmo dei guardafili, dei fascisti e dei carabinieri a Mordano, Bubano, Sasso Morelli e Sesto Imolese, e più volte abbiamo disarmato anche la milizia e colpito molti tedeschi verso i quali, dopo averli disarmati, non facevamo troppi complimenti.

Solo durante un attacco alle macchine agricole ci è andata male e ciò avvenne in via Nuova e la squadra di Sesto Imolese ebbe due feriti; e lo stesso accadde in un’azione durante la quale, per colpirci, mobilitarono 200 tedeschi — e certo fu una spiata — e noi avemmo un ferito anche in questo caso.

Ricordo che Mordano è sempre stato un posto molto difficile per noi, non perchè i partigiani non fossero attivi, ma per poco che facessero i genitori dei migliori partigiani venivano arrestati per rappresaglia. Comunque i fascisti più violenti non sono stati risparmiati. Osteriola e Sesto Imolese erano invece le zone di massima attività, anche per il traffico che c’era e per il fatto che la popolazione era solidale con noi.

Qui facemmo la grande manifestazione del 14 settembre 1944 e poi vi fu il rastrellamento della zona. Il 13 agosto 1944 mentre andavo a Mordano per una riunione, fui rastrellato dalla gendarmeria tedesca e messo assieme ad altri. La voce si sparse immediatamente e a distanza ci inseguirono due staffette. I tedeschi mi portarono a Massalombarda, in una stanza della gendarmeria, e non chiusero la porta e allora, visto che quattro di loro chiacchieravano senza fare troppa sorveglianza, mi decisi alla fuga, feci un balzo fuori precipitandomi in un bar che distava una cinquantina di metri e, per mezzo di una via d’uscita sconosciuta e insieme alle due staffette riuscii, favorito dall’oscurità della notte, a rientrare nella zona. La reazione dei tedeschi fu immediata e rastrellarono molti uomini nei dintorni, portandoli nel Santerno a lavorare.

All’inizio ho detto che non posso riferire in dettaglio i particolari né ricordare tutte le azioni perchè sarebbe impossibile. Ricordo che abbiamo avuto 7 morti e 5 feriti e con riguardo ai morti in ispecie specificherò i fatti particolari che, purtroppo, sono avvenuti nella zona di Osteriola dove la popolazione fin dall’inizio era stata solidale con noi. Quando Kesselring obbligò il prefetto di Bologna a dare disposizioni per la trebbiatura dell’annata agraria 1944, noi avevamo già vuotato l’ammasso di Mordano e quello di Sesto Imolese e avevamo dato alla popolazione il raccolto dell’annata.

Nella campagna 1944, per impedire la trebbiatura, di notte e di giorno, toglievamo le cinghie alle trebbie e quando misero la scorta alle trebbie noi passammo al disarmo delle guardie di scorta e incendiammo anche le trebbie quando non si poteva fare diversamente. Nella bassa Imolese quasi tutto il grano venne trebbiato nei mesi di aprile e maggio 1945, cioè dopo la liberazione.

Nel mese di luglio 1944 in tre o quattro alla volta le donne che spigolavano il grano, con un sacco ciascuna, mettevano un po’ di paglia dentro al sacco e poi cinque moschetti e all’imbocco del sacco le spighe del grano. Partivano più volte da Osteriola e si recavano sulla sinistra del Santerno, nei pressi di Ponticelli, percorrendo una distanza di circa 20 chilometri. Quando si riforniva Medicina con armi dirette a Bologna, adoperavamo invece un carretto tirato da un asino e sopra un tavolo e un comò col primo cassetto vuoto e sotto pieno di armi. La staffetta che guidava questo asino non conosceva né il proprietario dell’asino, né quello del baroccio, del tavolo e del comò: questo materiale era di nessuno.

Mio fratello Armando faceva il fabbro meccanico e in quel momento era partigiano armaiolo. Studiammo il modo per appiedare gli automezzi con dei chiodi ed egli divenne maestro nel fare questi ferri a tre punte che noi seminavamo nelle strade dalla via Emilia alla via San Vitale. Purtroppo però, mentre smontava un’arma tedesca a lui sconosciuta, rimase ucciso. Con questi chiodi si bucavano delle decine di macchine al giorno.

Il 14 settembre 1944, dopo una riunione del Comando di battaglione e dei comandanti di compagnia, con la partecipazione di Ezio Serantoni e del vice comandante della SAP di Bologna, si decise di fare la manifestazione di Sesto Imolese e possibilmente di tenere sotto controllo il paese per dodici ore. Sesto è sulla San Vitale, cinque strade portano al paese e in tutte le strade, a circa 500 metri dalla piazza, furono messe delle squadre con armi lunghe e una squadra era al centro.

Una trentina di partigiani con armi corte proteggevano in paese la sfilata di una folla di centinaia di persone. Arrivati al centro del paese Serantoni fece il discorso politico e militare poi, alle 11,30, il raduno si sciolse e molti tornarono a casa. Purtroppo 4 manifestanti di Bubano-Mordano nell’andare a casa si fecero arrestare dai carabinieri di Bubano poi furono portati in Germania. Il vice comandante e Serantoni lasciarono il paese per altri impegni e il comando della piazza venne assunto dal comando di battaglione.

Nel pomeriggio dei camions di tedeschi si fermarono in paese e notando un’animazione e un movimento insoliti, i tedeschi cominciarono a fare i prepotenti e allora iniziò lo scontro armato.

Contemporaneamente arrivarono due soldati e un ufficiale italiano che furono fatti prigionieri. La sparatoria durò circa un’ora e in quell’ora furono uccisi 2 tedeschi, 3 furono feriti, 5 furono fatti prigionieri e fra questi 2 ufficiali e poi fu sequestrato tutto l’armamento. La squadra che si trovava all’ovest fu subito impegnata e rafforzata da una squadra di Medicina per impedire l’arrivo di altre forze nemiche che provenivano da Bologna. Questa lotta durò fino alle ore 18, dopo di che lasciammo il posto e anche i soldati e i tedeschi prigionieri indirizzandoci nei luoghi prestabiliti. Più tardi entrarono in paese e nei dintorni dei tedeschi e brigatisti neri sparando all’impazzata e ad Osteriola rimase ucciso Enea Suzzi. Le nostre perdite furono due feriti, uno ad un braccio, l’altro, disgraziatamente, si era ferito da solo ad una gamba.

Il 18 settembre 1944 nella via San Vitale, vicino al ponte Ladello, due SAP incontrarono un ufficiale tedesco, gli spararono quattro colpi e lo stesero a terra.

Dieci minuti più tardi sopraggiunse una camionetta di tedeschi: chiesero ad una donna chi era stato e dove erano andati i colpevoli. La donna indicò la strada giusta, ma i due SAP, che avevano previsto il pericolo, girarono per altra via al sicuro. Più avanti, in Caritalupo, questi tedeschi videro tre ragazzi in bicicletta e senza chiedere nulla cominciarono a sparare, due si salvarono buttandosi a terra e facendo i morti, mentre il Candido continuò a correre finché, ferito, cadde anche lui nel fossato e appena raggiunto lo uccisero e poi lo portarono nella caca vicina. Nella serata io, due GAP e tre SAP lo andammo a prendere: senza incontrare resistenza lo portammo nelle vicinanze di casa sua e solo a liberazione avvenuta si potè fare il funerale.

Il 26 settembre dalla zona di Conselice ci mandarono quattro soldati sovietici che dovevano essere avviati nella 36a Brigata Garibaldi: erano soldati coraggiosi che nella Romagna avevano disarmato molte caserme di carabinieri. Dei quattro, tre erano mongoli con delle facce riconoscibili a distanza e l’altro invece era un capitano che parlava anche l’italiano e non si distingueva da noi. Rimasero con noi due giorni e intanto ci procurammo quattro biciclette. La sera prima della loro partenza mi recai personalmente nel palazzo  Buscaroli, in via Gambellara, vicinissimo alla Cogne e alla ferrovia. Il palazzo era completamente vuoto perchè tutti temevano il bombardamento.

La mattina dopo, alle 5, partirono accompagnati da 4 staffette e 2 SAP in modo che fossero protetti e alle sei e un quarto arrivarono nel palazzo. Alle dieci circa suonò l’allarme e approfittando del fatto andammo tutti dentro a Imola e ci recammo nel posto di recapito, che era sempre il solito, dove portavamo anche le armi e gli altri partigiani che mandavamo in montagna. Ho voluto ricordare questo palazzo (anche se ora non c’è più) perchè ci sono passati quattro bravi e coraggiosi combattenti sovietici. Il palazzo si chiamava Buscaroli e ora Faiost.

Il 17 ottobre 1944, nel comune di Massalombarda a seguito dell’uccisione di un tedesco, passarono per le armi 23 persone nel cortile della famiglia Baffè. Il giorno dopo due di quelli che avevano fatto, o fatto fare, questa strage passarono da Osteriola e furono immediatamente riconosciuti. Due gruppi di SAP si nascosero nella siepe per attendere il loro ritorno e quando giunsero alla macchina si accorsero che i fascisti avevano con loro uno dei nostri migliori partigiani e allora i SAP, per evitare la morte del partigiano, si trattennero dallo sparare: avevano caricato questo uomo per farsene scudo e arrivati a Massalombarda lo lasciarono.

Nel mese di novembre 1944, a Sesto Imolese, i tedeschi decisero di fare un rastrellamento per eliminare la guerriglia. Fatalità volle che solo il giorno prima sapessimo quanto stava accadendo e riuscimmo a salvare solo i partigiani. Riuscimmo a trattenere molti dei migliori uomini, ma altri li mandarono in Germania. Il 13 novembre ci fu l’appello di Alexander che era diretto alle formazioni in montagna, ma che purtroppo valeva anche per noi, poiché finché il tedesco manteneva il fronte ad una certa distanza per noi la lotta era più facile, ma quando il fronte si fermò sul fiume Senio ci riempimmo di tedeschi in tutte le case e ci rimase solo un casetto nella tenuta Ghina dove avevamo quattro GAP, e una chiesina nella Balia dove c’era il comando di battaglione. Eravamo quasi nell’impossibilità di operare, eppure qualche tedesco sparì egualmente. E inoltre dovevamo difenderci dalle spie.

Intanto il fronte russo avanzava; nella nostra zona la gendarmeria tedesca, aiutata da qualche spia italiana, lavorava forte. Io e Serantoni eravamo ricertatissimi.

Nei mesi di gennaio e febbraio 1945 andarono due volte a casa mia e, non trovandomi, rastrellarono uomini e donne portandole a Cantalupo e facendo delle pressioni per avere delle notizie. Purtroppo anch’io dovetti rompere tutte le mie piste perchè per due volte mi spararono con armi automatiche, senza colpirmi. Nella lotta armata per chi ha maggiore responsabilità, il peggior nemico è lo spionaggio e il tradimento. Coll’aumentare dei tedeschi qualche vile si faceva coraggio, aveva meno paura e arrivava a fare la spia.

Anche noi subimmo danni. L’azione del recupero, nella quale furono mobilitati 200 tedeschi, fu dovuta a spionaggio. Nell’indagare su quel fatto incominciammo dall’origine finché individuammo due tipi che tentavano colpi per conto proprio e che erano istigati da una donna di pochi scrupoli, sfollata da Bologna, la quale si temeva che facesse il doppio gioco; fu lei ad insistere perchè si andasse nella casa di un fascista per fare il recupero e temendo che io sapessi tutto fece il piano per farmi fuori.

Ma veniamo al fatto più clamoroso. Una squadra di tedeschi un giorno puntò al casetto della Ghina con la scusa del fieno, e appena dentro i tedeschi cominciarono a disfare un fienile nell’interno del quale c’era molta stampa e anche il timbro della Brigata. Visto questo materiale cominciarono molte discussioni allo scopo di guadagnare tempo in nostro favore e intanto fui avvertito e così riuscimmo a circondare la casa. Concludemmo con un galletto in un tegame e tutto il resto nella stufa. Anche dopo non successe nulla: erano degli austriaci.

Nell’Imolese avevamo un elemento nelle nostre fila che tentava il doppio gioco, ricattandoci e pretendendo dei soldi e noi fummo costretti ad eliminarlo. Il 17 febbraio, la mattina presto, la staffetta mi portò un biglietto in cui era scritto che ad Osteriola erano arrivati due partigiani dalla 36a Brigata, armati di rivoltella dicendo che conoscevano quelli di Osteriola, che erano nella 36a Brigata, facendo i loro nomi e chiedendo di essere aiutati e difesi da noi. Prima che la staffetta andasse al solito recapito di Sasso Morelli, portò la risposta ai ragazzi di Osteriola nella quale si diceva di stare in guardia perchè potevano essere dei finti partigiani.

Un’ora dopo mi portai sulla San Vitale perchè dovevo andare nella zona di Villa Serraglio per un appuntamento col responsabile militare di Conselice e fui raggiunto dalla staffetta quando ero distante da Osteriola circa un chilometro. Senza prendere la posta feci proseguire la staffetta perchè c’era traffico nei crocevia. Le dissi di cercare di fare in modo che prima che io arrivassi mi facesse sapere cosa c’era, e frattanto proseguendo lentamente, arrivai in Osteriola dove vidi tre tipi con la tuta, armati di mitra in ogni crocivia.

Appena a cinquanta metri oltre Osteriola mi raggiunse una bambina e mi disse di fuggire perchè cercavano proprio me e avevano arrestato molta gente comprese le staffette. La borgata si era riempita di tedeschi, brigate nere e spie. Delle spie una era Marco e l’altro Fiorello i quali dovevano trovarsi con me in casa di mia cognata, che abitava nella borgata di Osteriola, alle ore 14: la mia staffetta aveva in tasca una lettera da consegnarmi dove c’era scritto che dovevo trovarmi alle 14 in casa di mio cognato e che dovevo essere sostituito dal Fiorello perchè ero troppo ricercato e perciò mi era impossibile lavorare, (da considerare che il Marco, quindici giorni prima era stato con me a fare una riunione te aveva mangiato in casa di mia cognata).

Fecero una retata di uomini e donne e presero anche i due finti partigiani e Marco e Fiorello. Dentro, i quatto facevano il doppio gioco. Ma questo doppio gioco i partigiani vennero a capirlo il giorno seguente. Il terzo giorno il Fiorello (che avrebbe dovuto diventare comandante di battaglione) cominciò a picchiare e torturare mia cognata e quattro partigiani: Angelo Volta, Otello Gardelli, Armando Gardi e Zelindo che poi furono trucidati nelle carceri di Bologna prima della liberazione. Marco intanto faceva finta di nulla. Anche mia cognata fu arrestata e poi liberata dopo 40 giorni. Gli altri furono lasciati 5 giorni dopo.

Il 9 aprile 1945 gli alleati scatenano la grande offensiva; vengono abbattuti parecchi bombardieri con la contraerea tedesca e cinque di questi caddero nella zona di Balia e Sesto Imolese. L’equipaggio cercò di salvarsi col paracadute, ma i tedeschi sparavano al volo tentando di ucciderli prima che toccassero terra, però, grazie ai partigiani di quelle zone, molti dell’equipaggio furono salvati.

La notte del 14 aprile, insieme a un GAP e a una staffetta riuscii ad andare al comando dell’8.a Armata alleata. Diedi loro le piante della zona di Sesto Imolese con le indicazioni delle fortificazioni e del terreno minato e ciò allo scopo di evitare il bombardamento del nostro centro. La mia indicazione fu subito rispettata e gli alleati entrarono dentro Sesto senza pericolo e senza trovare i tedeschi. Ma in una casa della periferia di Sesto Imolese c’erano tre tedeschi con una mitraglia che aprirono il fuoco e colpirono una parte di una pattuglia alleata. Fu la sola resistenza tedesca che trovarono, ma bastò per cominciare a sparare distruggendo inutilmente il paese.

Il giorno 15 ero già a Mordano e presi contatto con il comandante alleato della Piazza e col comando di compagnia dei partigiani. Prendemmo accordi per l’amministrazione del paese. Alle 11 mi trovavo al CLN di Imola, ed Ezio Serantoni era già sul posto come presidente: mi consegnò un pacco di manifesti, mi fece conoscere il capitano italiano che manteneva i contatti coi CLN e il Comando alleato e tutti assieme, in una jeep, andammo a Sesto Imolese dove lasciammo il pacco e poi demmo istruzioni per la direzione del paese e proseguimmo per il fronte.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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