Gino Monti


Nasce il 22 febbraio 1916 a Faenza (RA). Nell’estate 1943, alla caduta del fascismo, insieme con altri giovani, incomincia a mettere a segno attentati alla casa del fascio di Faenza.

Nei giorni dell’armistizio, sempre con il gruppo dei giovani, provvede a recuperare armi e munizioni nelle caserme abbandonate di Faenza utilizzate poi per armare un gruppo di 20 giovani, la banda La Scansi che fino al novembre 1943 opera nella valle del Senio. Divenuto comandante del gruppo, successivamente si porta sul monte Falterona dove combatte fino alla primavera 1944.

Su incarico della federazione del Partito Comunista Italiano di Ravenna, nel luglio 1944 crea la 1.a brg Ravenna che avrebbe dovuto operare all’interno della 36.a brigata Bianconcini Garibaldi come battaglione autonomo romagnolo.

In realtà i partigiani romagnoli vengono inseriti nei vari battaglioni della 36.a brigata Bianconcini Garibaldi. Assume la carica di commissario politico del battaglione Ivo con il quale partecipa agli scontri contro i tedeschi nel settembre-ottobre 1944.

Dopo la battaglia di S. Maria Purocelo (ottobre 1944), nascosto in una macchia, riusce a sfuggire al rastellamento tedesco e, attraversato il Lamone, raggiunge S. Adriano e poi a Popolano (Marradi – FI) liberata dagli inglesi.

Rientrato sulle colline faentine, partecipa il 15 dicembre 1944 alle operazioni militari per la liberazione di Faenza, quando, con un ritardo di mesi, giunsero le truppe alleate che si erano fermate sulla riva destra del Senio.

I suoi ricordi

L’8 settembre 1943 iniziò la nostra battaglia partigiana a Faenza e nelle alte valli del Lamone e del Montone. Cominciò con la formazione quasi spontanea di una banda chiamata La Scansi che poi all’inizio dell’estate 1944 diventò battaglione Ravenna.

I primi giorni di agosto, come battaglione Ravenna entrammo a far parte della 36a Brigata Garibaldi, mantenendo i nostri quadri ed una relativa autonomia, in accordo col comando della Brigata. Alla fine di settembre, quando la Brigata si divise in quattro battaglioni in previsione dell’offensiva alleata, che poi non vi fu, io assunsi la carica di commissario del 2° battaglione, comandato da Ivo Mazzanti, che aveva come obiettivo proprio la zona di Faenza.

Fin dall’inizio della nostra attività partigiana come banda La Scansi, noi assai di frequente andavamo con delle pattuglie nell’Imolese e nel Bolognese. Infatti ad una delle primissime azioni armate svolte nella zona di Medicina parteciparono anche i faentini Marx Emiliani, Dino Ciani e Amerigo Donatini: i primi due restarono feriti nello scontro ed Emiliani fu catturato dai fascisti e pochi giorni dopo anche Donatini fu arrestato a Marradi. Trasferiti a Bologna, Emiliani e Donatini furono i primi partigiani sottoposti a giudizio e condannati a morte dal Tribunale straordinario fascista di Bologna il 29 dicembre 1943 e fucilati al Poligono di tiro di Bologna il giorno seguente. Il bando contenente i loro nomi, in lingua tedesca e italiana, fu il primo ad essere affisso nei muri di Bologna, allo scopo di intimidire l’opposizione e terrorizzare la popolazione.

Noi tutti della banda La Scansi non facemmo molta fatica all’inizio a scegliere la via della lotta armata. Ricordo che provenivamo tutti da famiglie antifasciste e perciò non eravamo nuovi alla lotta. Inoltre, essendo stati militari in diversi fronti nei Balcani, l’esperienza fatta in quei luoghi occupati dai tedeschi ci aveva insegnato che l’unica cosa da fare era combatterli con tutte le armi e i mezzi disponibili così da render loro la vita impossibile.

Il primo lavoro che dovemmo affrontare dopo l’8 settembre 1943 fu quello di asportare dalle caserme (a Faenza ce n’erano tre) tutto il materiale che ci sarebbe servito e cioè armi munizioni, equipaggiamento, ecc. Ammassammo tutto nella villa Case Grandi e in Santa Maria in Valle e di lì partimmo in due scaglioni per raggiungere l’alto Appennino tosco-romagnolo. In meno di 20 giorni giungemmo al Monte Ritoio, presso il Falterona, non solo portandoci appresso tutto il materiale e l’armamento, ma lungo il tragitto riuscimmo ad occupare Rocca San Casciano ed aprire le carceri, liberando ostaggi e detenuti, che erano in attesa di partire per la Germania. Occupammo anche Tredozio, San Benedetto in Alpe, Bocconi ed ovunque trovammo ottima collaborazione e una simpatia che le popolazioni mantennero fino al termine della nostra lunga avventura.

Ho detto innanzi che eravamo divisi in due scaglioni; il primo lo comandavo io e il secondo era comandato dal sottotenente Enrico Ferro, il quale a Santa Sofia, con molta bravura, riuscì a catturare due ufficiali tedeschi che portavano seco, in una borsa, preziosi documenti, tra cui i piani della linea Gotica. Fu un colpo veramente magistrale: i documenti furono consegnati al dott. Virgilio Neri della ORI (Organizzazione Resistenza Italiana) il quale, attraverso Radio Zella, pensò a farli recapitare agli alleati.

Un’altra squadra diretta da Nino Cimatti, in un successivo colpo a Rocca San Casciano, dopo aver catturato un automezzo con a bordo due tedeschi, cominciò a scendere verso Faenza, proprio insieme a Marx Emiliani che era stato in Germania come operaio e conosceva il tedesco. In divisa da ufficiali tedeschi si presentarono in diverse caserme idi carabinieri e le disarmarono: così a Solarolo, Russi, Castel Bolognese, Cotignola, giungendo sino a Medicina dove vi fu lo scontro di cui ho già parlato e che costò la vita ad Emiliani e Donatici e solo Ciani, pur ferito, riuscì a salvarsi.

Questa attività aveva naturalmente messo in allarme i tedeschi e i fascisti i quali, per quanto era loro capitato nella Valle del Montone, nella Valle del Ronco, nella Valle dell’Archiano, nelle prime colline del Faentino e nei paesi attorno a Faenza, erano profondamente scossi e ciò li aveva resi addirittura idrofobi; fatto sta che il gruppo del tenente Ferro fu attaccato da un paio di compagnie tedesche della zona del Monte Fratta, ma, da bravo ufficiale, ripiegò con molto ordine senza subire alcuna perdita, infliggendo ai tedeschi perdite piuttosto pese.

Così ci ricongiungemmo ma, appena avvenuto tale ricongiungimento, fummo attaccati da forze soverchianti. Combattemmo a distanza sotto la guida tecnica del ten. Vittorio Bellenghi e lo scontro maggiore lo avemmo a Monte Ricci, nella zona dei Tre Faggi, e per la prima volta vedemmo i tedeschi fuggire non senza aver lasciato sul terreno una decina di morti. I tedeschi che avevano trovato nei fascisti italiani degli ascari e dei lacchè, ne avevano mandati quattro nella zona col compito preciso di informarli sui nostri movimenti e sulla nostra organizzazione; ma il fiuto del ten. Bellenghi e del partigiano Marangoni, funzionò, cosicché pagarono con la vita il loro triste mestiere di spia.

Dovemmo così spostarci ancora sulla dritta della Valle del Montone; non avevamo avuto perdite umane, ma tutto quello che avevamo portato di equipaggiamento, coperte, materiale vario, lo avevamo perduto. Ciò non ci impressionò perchè avevamo salvato tutto quello che ci premeva, e cioè la pelle e le armi, così da poter continuare ancora la nostra battaglia. Contemporaneamente avevamo trovato un alleato prezioso: la popolazione di quei luoghi, abbruttita dalla miseria e dall’ignoranza, ma col cuore dei poveri e degli umili, sempre solidale con chi lotta per una causa giusta. Ci affiancammo per qualche tempo all’8a Brigata Garibaldi, con la quale partecipammo all’occupazione di San Zeno, Galeata, Premilcuore, fino al sopraggiungere della primavera quando riprendemmo la nostra autonomia, trasferendoci nelle valli del Lamone, del Sintria e del Montone, controllando così la ferrovia Faenza-Firenze e la Statale n. 67.

In quello stesso periodo ottenemmo, in collaborazione con Radio Zella, un aviolancio per la 36a Brigata Garibaldi e poco dopo avemmo un aviolancio tutto per noi. Con questo ci mettemmo in sesto e con l’ausilio, sempre di Radio Zella, ridimensionammo la formazione con l’immissione di quadri tecnici come Bruno Neri e Vincenzo Lega. In questo periodo di riassestamento lavorammo anche in collaborazione coi distaccamenti GAP e SAP del Faentino: spargevamo dei chiodi a tre punte lungo le strade percorse dai tedeschi, tagliavamo i fili, voltavamo i cartelli indicatori, raccoglievamo armi assaltando posti di blocco della milizia e anche un casello ferroviario sede della milizia ferroviaria, recuperando armi e materiale vario.

Poi incendiammo il ponte di Felisio, sulla provinciale Faenza-Solarolo. In seguito il battaglione si trovò tutto riunito al Monte del Tesoro, a cavallo delle valli del Marzeno e del Lamone, pronto ad avviarsi sulle falde del Monte Savane per occupare a seguito di direttive del CUMER, il posto fissatoci.

In località chiamata Gamogna, poco distante dalla strada che da Marradi porta a San Benedetto in Alpe e sulla quale i tedeschi stavano eseguendo alcuni lavori, Bruno Neri e Vittorio Bellenghi, che si erano portati in testa alla formazione per accertare il modo e il momento migliore per attraversare la strada, furono scorti da un gruppo di soldati tedeschi e caddero in un’imboscata presso il cimitero della Gamogna. Raccogliemmo i loro corpi poco dopo e invertimmo la marcia, preoccupandoci di far sapere a Faenza ciò che era avvenuto. Quindi inviammo Vincenzo Lega a Faenza perchè facesse un rapporto dettagliato.

Bruno Neri e Vittorio Bellenghi erano due giovani sportivi faentini. Neri giocò come mediano nella Fiorentina dal 1928 al 1935, poi passò al Torino e nel 1937 alla Lucchese e poi di nuovo nella Fiorentina. Più volte vestì la maglia azzurra della nazionale di calcio, come mediano sinistro.

Nella notte stessa, partito che fu Lega, attraversammo la Valle del Lamone, quella del Sintria e del Senio portandoci nella zona allora occupata dalla 36a Brigata Garibaldi della quale facemmo parte per quattro mesi partecipando ai combattimenti della Bastia, del Carzolano, poi ancora alla Canovazza del Diavolo, dove perdemmo il mitragliere Esiade Rava. Poi prendemmo parte al combattimento di Monte Mauro dove catturammo un reparto tedesco di una quindicina di soldati e un sottufficiale, 26 muli, 6 cavalli, 3 lanciagranate e molti fucili e munizioni. Poi combattemmo alla Valletta dove perdemmo Domenico Neri e Nino Bordini, nella zona delle Sirene, dove morirono Giancarlo Barrucchello e Alberto Zauli. Combattemmo pure a Ca’ di Malanca, dove perdemmo il partigiano Guiscardo Villa, e infine a Purocielo dove morì anche Ivo Mazzanti.

Dopo aver partecipato alla liberazione di Faenza, che avvenne il 15 dicembre 1944, il battaglione Ravenna si aggregò alla 28a Brigata Garibaldi e nella stessa combattè fino alla completa liberazione dell’Italia.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

4 thoughts on “Gino Monti”

  1. I comandanti del Battaglione Ravenna erano Vittorio Bellenghi comandante Bruno Neri vice, Gino Monti commissario politico, dopo la caduta dei due comandanti a Gamognia gli uomini in parte entrarono nella 36° Garibaldi a quel punto si creo un nuovo Batt. Ravenna comandato da Ivo Mazzanti caduto nella Battaglia di Puro Cielo. Poi ci sono altre imprecisioni no parla dello scioglimento della Scansi dalla quale nacque la banda Silvio Corbari Medaglia D’Oro al Valore Militare

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      1. Allora una ventina di libri di storia della Resistenza nella mia zona Faenza riportano quello da me scritto in precedenza. detto questo il Tenente Bellenghi Vittorio il comandante era mio parente una strada di Faenza porta il suo nome, Bruno Neri vice comandante,
        giocatore di calcio di serie A della Lucchese, Fiorentina, Torino e della Nazionale Tanto e vero che il campo sportivo della mia città porta il suo nome senza nulla togliere al suo contributo alla resistenza non è mai stato comandante del Ravenna ma comissario politico

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