Francesco Baldassarri (Nome di battaglia Gim, Sassi Guerino)


Nasce l’1 marzo 1924 a Conselice (RA). Nel 1940 aderisce al Partito Comunista Italiano. Partecipa agli scioperi del marzo 1943 e alle manifestazioni per la caduta di Mussolini. E’ fra gli organizzatori dei primi gruppi gappisti a Bologna.

Ricercato per aver partecipato il 24 aprile 1944 ad uno scontro con i fascisti (durante il quale rimase ucciso Ermanno Galeotti) alla Croce del Biacco (Bologna), si rifugia sull’Appennino ed entra nella 36.a brigata Bianconcini Garibaldi. Qui gli viene affidato il comando di un distaccamento con funzioni di polizia formato in prevalenza di ex gappisti. In seguito gli viene affidata una missione nei pressi del lago Trasimeno dove incontra le truppe della 5.a armata americana. In seguito si reca a Roma dove la direzione del Partito Comunista Italiano lo incarica di una missione in Jugoslavia per entrare in contatto con i soldati italiani passati nelle fila della Resistenza.

Assume le funzioni di commissario politico della 2.a brigata Garibaldi.

I suoi ricordi

 

Passai alla Resistenza armata il primo novembre 1943. Malgrado la mia giovane età (avevo diciannove anni), portavo con me un’esperienza che mi caratterizzava nella mia personalità in rapporto ai compiti che svolsi nella formazione dei gruppi della 7a GAP, fuori Porta Galliera e Corticella. Mi favoriva il fatto di aver lavorato nell’officina Minganti fin dal 1939 dove alla fine del 1940, tramite una grande ma modesta figura di comunista, Mario Lelli, entrai nel partito comunista.

Nel 1942, tramite concorso, fui assunto nell’azienda statale delle Ferrovie dello Stato, all’ufficio elettrificazione del Compartimento di Bologna. Era un ambiente completamente diverso dall’azienda privata: qui, infatti, tra alcuni anziani era ancora vivo il clima della marcia su Roma.

Nel marzo 1943 mi chiamò il vice capo tecnico Cocchi, un uomo di poche parole e di un notevole prestigio tecnico, cui era stata bloccata la carriera perché non aveva aderito al partito fascista. Lo seguii nel piazzale e quando fummo fuori dagli sguardi indiscreti si fermò, si girò verso di me e mi disse: Hai parlato troppo questa mattina e con gente sbagliata; c’è un. rapporto su di te, ti consiglio di scomparire. Comunque ti regalo questa, sperando che tu ne faccia un uso migliore di quello che ne abbiamo fatto noi. Detto ciò mi porse una pistola cai. 6,35 con tre pallottole.

Lo rassicurai, lo ringraziai e dopo un’ora mi ripresentavo a lui con un dito sanguinante perché mi mandasse all’infortunio (mi ero tagliato, con martello e scalpello, i tessuti epidermici dell’articolazione di un dito della mano sinistra).

L’indomani la polizia, in mia assenza, mi venne a cercare a casa dando la conferma ai nostri sospetti. Iniziò così un periodo di illegalità durante il quale feci molte esperienze e conoscenze.

Partecipai agli scioperi del marzo 1943 e ai moti che seguirono il 25 luglio 1943 con la caduta del fascismo, arrivando poi all’8 settembre. In quell’epoca a Bologna ci fu un grande bombardamento che sconvolse tutti i servizi e bloccò lo smistamento ferroviario compreso un lungo treno carico di armi e munizioni che fu colpito continuando tra scoppi a bruciare. I rischi erano molti, ma l’occasione era unica. Passando tra proiettili esplodenti arrivai dentro a uno di questi vagoni e per tre giorni selezionai armi portandole fuori dall’area delle ferrovie, in una zona che io conoscevo bene. Avevo perso tutti i contatti con l’organizzazione ma avevo le armi e quindi potevo armare i meno attesisti tra gli amici renitenti alla leva o già alla macchia.

La politica di unità nazionale di Togliatti non era ancora arrivata, quindi mi servivo delle lezioni di Giacomino Masi sulla rivoluzione sovietica, che diedero entusiasmo alla rivolta armata agli amici della mia infanzia. Mi mise in contatto con Giorgio Proni (Tito), Dante Palchetti, Luciano Tura, Mario Soldati, Loris Rambaldi, Giorgio Fiorentini e Cinciuloti. Fu un lavoro individuale e poi di gruppo e quindi si distribuirono le armi.

Presentai questo gruppo al partito e ne ebbi il comando e furono aggiunti Scalabrino, (Zio) ed Ezio e completando il distaccamento in tre gruppi di GAP.

Furono portate a termine azioni di sabotaggio alle linee e mezzi di comunicazione e infine si era pronti a colpire i responsabili di questa umana tragedia.

Alle sei di sera dei primi di febbraio fu giustiziato il brigatista nero Baroni davanti al bar Sport, fuori porta Sant’Isaia; spavaldo, crudele, vanitoso si vantava di aver fatto parte del plotone di esecuzione di Bianconcini e dei suoi compagni e girava, con una pistola in fondina ed un’altra infilata nella cintura. Dopo l’eliminazione, il 17 febbraio, del capo fascista professor Ducati, fu la volta del notaio Amaduzzi, giudice del Tribunale Speciale fascista di Firenze, che fu bloccato in via Michelino e giustiziato.

Nel suo complesso sono circa una trentina le azioni svolte con questi compagni, ma l’ultimo nostro scontro in Bologna rimarrà nella storia dei GAP come l’episodio della morte del marinaio Ermanno Galeotti, di venti anni. Il 20 aprile 1944, con Ermanno al volante del camioncino con guida a destra e Proni, Tura, Scalabrino e Rambaldi sul cassone, si procedeva lentamente verso Castenaso per compiere un’azione. Questa lentezza, mi dava il tempo di riflettere, sul dubbio che mi era sorto poco prima quando avevo incrociato la nostra staffetta che poi non si presentò all’appuntamento. Il dubbio aumentava sempre più e allora decisi un rapido rientro; da una parallela di via San Vitale e, all’altezza della Croce del Biacco, ci trovammo di fronte ad un posto di blocco composto da otto brigatisti armati di mitra, disposti in semicerchio con al centro una lanterna. Dico ad Ermanno di rallentare oltre il blocco e poi accelerare mentre noi avremmo fatto fuoco sul blocco. Ma nella fase del rallentamento il motore del camioncino si fermò e di colpo ci trovammo sotto il tiro di otto mitra e la situazione mi parve subito disperata, anche perché avevamo solo armi corte e la distanza ci era sfavorevole.

Quattro brigatisti avanzarono verso il lato destro per esaminare i documenti di Ermanno ed un quinto venne verso di me chiedendomi i documenti. Io estrassi i documenti li consegnai ai quattro del lato destro, scesi dal lato sinistro, girai intorno al camioncino e quando mi chiamarono per nome estrassi le due pistole e sparai un colpo ciascuno su due di essi e poi spostai il tiro e sparai due colpi per ciascuna rivoltella agli altri due.

L’iniziativa aveva capovolto la sorte dell’imboscata. Contemporaneamente, altri due si erano avvicinati al camioncino e Proni e Tura li avevano colpiti dopo di che s’incepparono le pistole. Ritornando sui miei passi mi trovai i due brigatisti feriti che, appoggiati al mitra, si rialzavano e li finii, feci scendere tutti e li appostai ai bordi della strada.

Non vedevo Ermanno e mi lanciai in avanti, ma alcune bombe a mano mi scoppiarono tra le gambe e mi buttai a terra riparandomi dietro la ruota del camioncino. Il marinaio era disarmato, corse nel campo e si nascose nel cratere di una bomba d’aereo; disgraziatamente un paio di brigatisti finirono dentro la buca dov’era Ermanno e, riconosciutolo, lo assassinarono a pugnalate.

Ci mettemmo al sicuro in una base in via Tiarini presso degli oscuri compagni che tanto hanno dato alla Resistenza, e apprendemmo i dettagli dai giornali che riportavano i nostri nomi con relativa taglia. Era giocoforza lasciare la città.

Abbandonammo così la 7a GAP e salimmo l’Appennino per la 36a  Brigata Garibaldi.

Dal commissario (il Moro) e dal comandante Lorenzini mi fu affidato un distaccamento con funzioni di polizia, formato in prevalenza da ex gappisti di città.

Partecipai ad alcune azioni, tra le quali quella di Firenzuola, in coppia con Bob (Luigi Tinti), che ci copriva con armi pesanti, e presso Castel del Rio, dove fu colpito un fucilatore di partigiani chiamato Settegambe.

In seguito mi fu affidata una missione speciale che mi portò fuori zona, oltre il Falterona, sino nei pressi del lago Trasimeno, dove incontrai le truppe alleate della V Armata. Demmo agli alleati le informazioni logistiche delle formazioni tedesche e fasciste di nostra conoscenza e in cambio ci misero in campo di concentramento assieme a fascisti e tedeschi, lasciandoci però le armi.

Al quinto giorno, con Tura e Rambaldi andai al comando del campo e minacciai di usare le armi contro gli alleati se non ci lasciavano andare in libertà.

La nostra reazione andò a buon segno e alle 17 della sera arrivò un grosso gippone davanti alla tenda che ci trasportò a Roma presso la direzione del partito comunista, come avevamo chiesto.

Mal sopportando le lungaggini per un lancio al nord, Tura rifece la strada a ritroso e sul fronte di Firenze ripassò le linee e puntò su Bologna dove riprese la lotta con molto onore.

Rambaldi si ammalò nella base partigiana Jugoslava di Bari e rimase in Italia, ritornando poi a Firenze. Io partii con altri due compagni in missione in Jugoslavia, il 20 settembre, con un apparecchio sovietico, dal campo alleato di Bari, con divisa e documenti slavi, onde evitare complicazioni con gli Alleati.

Questa missione l’aveva voluta Palmiro Togliatti e sostenuta dal sottosegretario alla guerra Palermo, con tutto l’appoggio degli alti comandi di Tito.

La nostra missione era della massima importanza in quanto l’8 settembre nei Balcani erano state sorprese 32 divisioni con 950.000 uomini e solo due di queste la Venezia e la Taurinese non avevano ceduto le armi e in seguito avevano formato la Divisione Garibaldi che raggruppava quattro brigate.

Fui assegnato dal Comando del II Corpus a commissario della II brigata che raccoglieva circa 1500 uomini dislocati in Erzegovina come zona di rastrellamenti e retrovie per una lunghezza di 60 chilometri per sfociare nella vallata di Nevesine (Bosnia), dove due battaglioni della II brigata combattevano con molto onore.

Questo ultimo contributo caratterizzava la nostra missione, che doveva riportare le unità al combattimento al riscatto degli errori del fascismo e alla conquista del diritto al rimpatrio con l’onore delle armi. Fu così che verso la fine di marzo 1945 in un movimentato incontro con la staffetta della direzione del PCI, Aldo Romano, e i restanti membri della missione, Carlo Rossi, commissario della la brigata e Paolo Bentivegna, commissario della 4a brigata e con la presenza del commissario di Divisione Risto Vuletic, si decise a maggioranza il rimpatrio della Divisione Garibaldi, con decisivo intervento di Togliatti.

Fu per questo che nell’aprile del 1945 i 5.500 uomini della Divisione Garibaldi poterono confluire a imbarcarsi a Ragusa con l’onore delle armi, sotto gli occhi stupefatti degli equipaggi delle imbarcazioni alleate (inglesi) che li avrebbero trasportati in Italia dove avrebbero resa più forte la voce che chiedeva indipendenza e un trattato di pace giusto.

Io e Rossi rimpatriammo un mese dopo e nel frattempo andammo nella zona di Spalato e qui incontrammo la brigata Gramsci. Non potrò mai dimenticare l’incontro con un giovane amico di infanzia Arpinati (Cencio) che era anche lui della Bolognina e contemporaneamente demmo in una esclamazione Ban ma sa fet que!. (Ma cosa ci fai qui! N.d.R.)

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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