Armando Pilati (Nome di battaglia Nino)


Nasce il 2 marzo 1906 a Bologna. Falegname. Iscritto al Partito Socialista Italiano nel 1921, diventa componente del comitato direttivo della federazione giovanile. Nel 1926, insieme ad un gruppo di giovani socialisti bolognesi, aderisce al Partito Comunista Italiano. Fra il 1927 e il 1928 presta servizio militare in artiglieria. Il 25 marzo 1929, per aver distribuito, con Orfeo Curti e Cesare Cristi, dei volantini contro il plebiscito indetto dal regime fascista, è arrestato insieme a tutta la sua famiglia a causa dell’arresto il padre si suicidò.

Con la sentenza istruttoria del 20 maggio 1929, è deferito al Tribunale speciale e il 19 dicembre 1929 è condannato a 1 anno di reclusione per propaganda comunista. Il 6 maggio 1930 la Commissione provinciale gli infligge 4 anni di confino che si riducono a 2 a seguito di un condono. A Ponza (LT), dove viene relegato, è fra gli organizzatori di uno sciopero della fame.

Tornato in libertà il 24 marzo 1932, riprende l’attività antifascista. Il 31 ottobre 1935, in seguito ad un segnalazione dell’OVRA, viene arrestato con altri antifascisti bolognesi per aver svolto azione di propaganda contro la guerra d’Africa.

Il 31 marzo 1936 viene inviato a Ventotene (LT) con una seconda condanna al confino per 4 anni. Nel 1937, ancora, è trasferito a Lampedusa (AG) come pena per essere stato fra gli organizzatori di una protesta contro la censura sulla posta, operata dalla polizia. Con l’arresto da parte della polizia fascista del funzionario comunista Giuseppe Rossi, viene nuovamente coinvolto in misure repressive.

Il Tribunale speciale, in assenza di sentenza istruttoria, il 24 novembre 1938 lo condanna per la terza volta, ad altri 4 anni di reclusione per costituzione del Partito Comunista Italiano, appartenenza allo stesso e propaganda.

Sconta la pena – ridotta a due anni per condono – nel carcere di Civitavecchia (Roma). Mentre sta per riacquistare la libertà, il 15 novembre 1939, la Commissione di Foggia gli comminò per la terza volta altri 2 anni di confino da scontarsi – come internato di guerra – alle Tremiti (FG) e, in particolare, nell’isola di S. Domino, dove i coatti riuscivano a stento a sopravvivere per la mancanza di rifornimenti alimentari.

Nella primavera del 1943 giunge a Bologna, piantonato dagli agenti, con una licenza del ministero per sposarsi. Il 15 giugno 1943 viene ricoverato all’ospedale S. Orsola, con l’aiuto dell’infermiere Anselmo Ramazzotti e del dott. Cattoli, per le gravi condizioni di salute in cui versava a causa degli anni di carcere e di confino.

Dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, rimane ricoverato in ospedale, ma non più piantonato. Dall’agosto 1943 organizza i contatti con gli antifascisti presenti all’interno dell’ospedale e con gli organismi patriottici all’esterno. Partecipa all’organizzazione per il ricovero di partigiani feriti nelle cliniche del S. Orsola e, in particolare, al ricovero ed alla fuga di Bruno Pasquali.

Ha militato nella 1ª brg Irma Bandiera Garibaldi.

I suoi ricordi

L’ultimo giorno di ottobre del 1935, in seguito a segnalazione dell’OVRA, pervenuta alla polizia di Bologna, fui arrestato insieme a molti altri antifascisti bolognesi. L’accusa era quella di avere svolto, fra gli operai, un’azione di propaganda contro la guerra d’Africa. La stampa comunista in quel difficile momento aveva lanciato la parola d’ordine: Non un soldato non un soldo per Mussolini, per la guerra. L’Unità, l’Avanguardia clandestine smascheravano costantemente la tesi mussoliniana della necessità di conquistare un posto al sole per sfamare il popolo e mettevano in risalto l’aspetto demagogia volto a soffocare incertezze ed insofferenze crescenti fra il popolo, e anche l’indignazione dovuta alla farsesca raccolta delle fedi d’oro delle spose italiane e al taglio delle cancellate di ferro attorno alle case e alle ville per fornire ferro alla patria. I fascisti giravano per i quartieri con carri trainati da cavalli e sopra un mucchio di bidoni e di ferri vecchi coi quali si sarebbero dovuti fare dei cannoni per la patria in armi e la balordaggine non era passata inosservata.

Una parte degli arrestati fu assegnata al confino con una quota fissa di quattro anni ciascuno e destinati all’isola di Ventotene: io fui fra questi. Nel carcere di Napoli, dove transitammo, mentre eravamo in traduzione verso Ventotene, vedemmo i confinati di Ponza, arrestati per avere anch’essi protestato contro le misure liberticide e repressive del fascismo.

Nell’isola di deportazione non si dava tregua ai fascisti e ci si inseriva come si poteva nella lotta generale per accelerare la caduta della dittatura. Nell’isola di Ventotene trovammo infatti una situazione tesa; la resistenza degli antifascisti aveva creato delle preoccupazioni ai fascisti e ai poliziotti che operavano arbitrariamente, oltre gli stessi limiti, già rigidissimi, del regolamento carcerario. Il loro scopo era quello di soffocare gli ideali dei resistenti.

I confinati, nel loro isolamento, cercavano nella corrispondenza con i congiunti di avere notizie sullo svolgimento degli avvenimenti politici e a tal fine usavamo linguaggi convenzionali. La polizia addetta alla censura si insospettiva, leggeva tra le righe, cercava di capire qualcosa, e pennellava di nero parole su parole fino a rendere la lettera illeggibile. Spesso una parola (gattino, bicicletta, cagnetta), ripetuta molte volte nel testo di una lettera, diventava per la polizia, una chiave di interpretazione cospirativa, un punto di una rete comunicativa, e quindi cancellavano talmente da rendere incomprensibili le lettere. I confinati non sopporrono questo insulto e, dopo molti incontri clandestini fra i gruppi politici repubblicani, socialisti, comunisti, indipendenti, si giunse alla determinazione di organizzare una protesta contro la direzione e la polizia per la eccessiva e insopportabile censura applicata ai confinati.

Il disagio era generale fra i confinati e ciò favorì l’iniziativa di lotta unitaria che si concluse anche con la impostazione del programmino di battaglia: I confinati cesseranno di scrivere e rispondere alla corrispondenza dei congiunti sino a che la direzione non limiterà la censura alle funzioni stabilite dalla “carta di permanenza”. Nella prima decade di maggio del 1937, il Comitato di agitazione clandestino si assunse il compito della diramazione delle direttive ai collegamenti senza per niente modificare i rapporti di vita normale. A tutta prima sembrava una agitazione muta, passiva, senza efficacia; ma dopo alcuni giorni i congiunti, spinti dal nostro silenzio scrissero lettere infuocate di passione e preoccupazione; la censura le consegnava, ma sempre più pennellate, credendo di spegnere con la vernice i sentimenti umani di questo delicato rapporto.

La resistenza a non scrivere, a non rispondere a quelle lettere aumentava anche la nostra ansia. La direzione, i poliziotti ci guardavano in cagnesco, ma non potevano perseguirci. I nostri congiunti, non avendo notizie e sapendoci nelle mani di un nemico poco rassicurante, orientarono le loro preoccupazioni verso il Ministero, inviando decine e centinaia di esposti, chiedendo un intervento per la normalizzazione della corrispondenza a garanzia e difesa dei congiunti, nonché notizie dei confinati.

Il Ministero fu scosso da quegli esposti; intanto noi, nell’isola, controllavamo le mosse della polizia, notavamo la irritazione nei loro volti induriti, ma non potevano procedere verso di noi secondo l’uso, cioè, la classica retata che ci mandava tutti in galera per aver violato la carta di permanenza. Ogni confinato era libero di non scrivere, il commissario direttore era libero di fregarsene, ma i familiari non si potevano far tacere, tanto più che quella voce varcò il limite confino stabilito per i confinati e ciò diede fastidio. Questo fronteggiarsi durò molti giorni, fintante che giunse nell’isola un funzionario del Ministero per l’inchiesta: ed era quello un primo risultato.

Da quel momento, o poco dopo, i confinati ripresero a scrivere. Un certo numero di essi furono interrogati e nel corso dell’inchiesta esposero le loro rimostranze per l’eccessiva censura rivendicando la applicazione delle norme contenute nella carta di permanenza stabilita dallo stesso Ministero.

A conclusione dell’inchiesta otto confinati ritenuti responsabili dell’agitazione — ed io ero fra quelli — furono posti in traduzione per il trasferimento: due all’isola di Ustica, due all’isola di Tremiti; due all’isola di Lampedusa e due a Favignana.

Ma anche il direttore commissario, Fraticelli, fu destituito. A noi parve di aver combattuto e vinto una bella battaglia. Io e Bertocchi fummo mandati all’isola di Lampedusa dove restammo fino a tutto il giugno 1937. Poi io fui deferito al Tribunale Speciale fascista e condannato a quattro anni di reclusione, che scontai a Civitavecchia. A fine pena fui trasferito all’isola Tremiti dove fui caricato di altri due anni di confino dalla commissione di Foggia, anni che passai sempre a Tremiti, finiti i quali mi internarono a San Domino, sempre nelle Tremiti.

A San Domino le condizioni erano tremende: i rifornimenti mancavano, spesso la nave non arrivava ed eravamo ossessionati dalla fame. In vista del nostro arrivo i fascisti mandarono via i pederasti perché quell’isola era stata fino allora una colonia di pervertiti sessuali. Raccoglievamo le erbe che potevano essere cotte e mangiate, davamo la caccia agli animali che potevano essere ritenuti commestibili, compresi cani, gatti e anche rettili. Se riuscimmo a cavarcela lo si deve alla nostra organizzazione e alla nostra disciplina che, specie noi comunisti, riuscivamo a dare alla vita della comunità dei confinati.

Dall’isola di San Domino venni a Bologna nell’estate del 1943, piantonato dagli agenti, con una licenza del Ministero, allo scopo di sposarmi. Approfittai della conoscenza dell’infermiere Ramazzotti per tentare di essere ricoverato all’Ospedale S. Orsola, date le mie gravi condizioni di salute. Ramazzotti mi fece visitare dal dott. Cattoli, che era anch’egli un antifascista, e Cattoli mi trovò affetto da reumatismo cronico e miocardite; tutti mali, questi, contratti a Regina Coeli e Civitavecchia e in cinque isole di confino nelle quali avevo passato quasi tutta la mia giovinezza come punizione per la mia adesione al movimento comunista e antifascista.

Fui ricoverato nella Clinica Medica dell’ospedale Sant’Orsola il 15 giugno 1943. La clinica era diretta dal prof. Gasparini e il reparto dal prof. Felice Addari.

Trovai subito una amichevole e calorosa accoglienza che dimostrava la simpatia di questi medici per un militante antifascista. Mi aggravai e, sempre piantonato, rimasi immobilizzato nel mio letto, nei sotterranei della Clinica Medica, dove mi avevano messo per proteggermi dai bombardamenti, che erano assai frequenti.

La mattina del 25 luglio 1943 ebbi la notizia della fine del fascismo da Maria, sorella di Nino Nannetti e da altri compagni che vennero a trovarmi. Io però stavo malissimo e non potevo muovermi. Cominciai a stare meglio verso la fine di agosto.

Il piantonamento naturalmente non c’era più e io potei prendere contatto con molti compagni e anche con molti medici e infermieri che mi erano sempre stati amici. Ricordo, oltre al prof. Addari, il dott. Novaro, il dott. Santarelli, il prof. Posteli, il dott. Longo, il prof. Vivarelli, il dott. Cornacchia, il prof. Carboncini e tanti altri, e, oltre a Ramazzotti, gli infermieri Tartarini, Ronchi, Cappelletti, l’Imelde, Tilde, la Stella, la Rosa, Santini e altri ancora.

Il compagno con cui ebbi i primi rapporti fu Rino Pancaldi  che molto operava nell’interno dell’ospedale.

Io lo aiutai a prendere contatto con altri antifascisti e questi contatti furono preziosi durante il periodo della Resistenza quando nell’ospedale vi furono basi dell’antifascismo.

Dopo l’8 settembre 1943, la confusione all’ospedale aumentò. Il gerarca fascista Franz Pagliani, direttore della Patologia Chirurgica, dava la caccia ai partigiani con l’aiuto del criminale fascista Tartarotti. Tuttavia molti partigiani e clandestini trovarono nell’ospedale il necessario rifugio. Cominciò ad organizzarsi, oltre al movimento comunista, anche quello di Giustizia e Libertà. Un presidio della Resistenza fu l’Anatomia Patologica, diretta dal prof. Armando Businco e un altro fu l’Istituto del Radio, diretto dal prof. Gian Giuseppe Palmieri e un altro ancora la Patologia Medica e la Clinica Medica dove si realizzò la collaborazione fra medici e infermieri come era accaduto anche in Patologia Chirurgica e al Rizzoli.

Molti partigiani venivano nascosti nelle stanze dove c’erano i laboratori dell’inserviente Rovinetti e anche nella camera mortuaria dove lavorava l’infermiere Ramazzotti.

Io potei sposarmi il 13 dicembre 1943 con una cerimonia quasi clandestina e davvero singolare. Venne un funzionario del comune nella mia stanza e per testimoni c’erano, l’infermiere Grassi, mia cognata Emilia e sua cugina, il prof. Vucetic, uno slavo antifascista. Il prof. Addari mi mandò un mazzo di fiori e fu l’unico omaggio che avemmo.

Un giorno portarono nella Patologia Chirurgica, nelle mani di Franz Pagliani, il dirigente partigiano Bruno Pasquali, che era stato ferito in uno scontro a fuoco nella città. Lo piantonarono, in attesa dell’intervento, ma Pasquali, approfittando della fortunata occasione che una scala era stata lasciata dai vigili dell’UNPA nel cortile della Dermosifilopatica con l’aiuto degli infermieri Ramazzotti e Santini, e anche di un vigile dell’UNPA, riuscì a fuggire: si fermò per vestirsi nella camera mortuaria e poi andò nella casa della partigiana Agnese, in un palazzo di fronte all’ospedale, dove fu curato clandestinamente dal prof. Fabio Fabbi.

Pasquali però appena guarito ritornò nella zona del Ponte Vecchio, ma poi finì catturato dalle SS, insieme a Walter Busi, sempre nella zona, e poi Tartarotti li riconobbe e così furono uccisi: Busi il 18 aprile e Pasquali il 14 dicembre 1944.

A seguito della fuga di Pasquali i fascisti fecero, sotto la guida di Tartarotti, una rappresaglia all’ospedale. Furono arrestate molte persone e la rappresaglia terminò con l’uccisone di Santini che fu fucilato dalla brigata nera a Bologna il 23 settembre 1944 e con l’invio di Ramazzotti a Mauthausen dove morì di fame e di stenti nel dicembre 1944.

L’antifascismo non ebbe più sosta. Molti studenti divennero partigiani e molti medici si unirono alla Resistenza. I contatti riuscii a mantenerli con Pancaldi, tramite l’infermiere Barilli. Riuscii pure a muovermi e ciò facilitò la mia attività, anche perché molti medici dormivano all’ospedale. Fu così che stabilii rapporti amichevoli con gli studenti Sternini, Patuelli e altri che erano già anche partigiani.

Spesso mi trovavo anche col prof. Addari nel suo studio in Clinica Medica.

Nonostante la presenza dei terroristi Franz Pagliani e Tartarotti la verità è che nell’Ospedale Sant’Orsola il corpo medico, gli infermieri, gli inservienti e molti studenti lavoravano con noi e si stringevano attorno a noi. Basti pensare che non ci fu mai una delazione, sebbene nell’interno vi fossero, oltre ai partigiani, anche depositi di armi.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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