Athos Druidi (Nome di battaglia Moretto) un bolognese in Veneto


Nasce il 6 marzo 1924 a Bologna. Il 9 luglio 1942 insieme ad altri nove compagni dell’ACMA partecipò alla prima astensione dal lavoro organizzata a Bologna, durante il periodo bellico, per protestare contro i prolungati turni notturni. Denunciato alla pretura di Bologna, viene condannato a 300 lire di multa e al pagamento di L. 35 di spese giudiziarie. Il 25 luglio 1943 insieme con Umberto Corneti, Ermanno Galeotti e ai fratelli Meliconi partecipa ad azioni di raccolta di armi e munizioni.

Nell’autunno – inverno 1943 insieme con Ermanno Galeotti e altri due compagni crea il primo GAP operante nella zona Saffi (Bologna).

Nell’aprile 1944 viene inviato in Veneto dove combatte nelle fila della divisione Nannetti delle brigate Tolot e Cacciatori delle Alpi con funzione di commissario politico di battaglione.

I suoi ricordi

Nella primavera del 1942, in piena guerra fascista, lavoravo come operaio fresatore all’ACMA, in via Fioravanti. Io facevo il turno di notte che durava undici ore, dalle 20 di sera alle 7 del mattino successivo. Eravamo in 15 ragazzi, dai 16 ai 19 anni, tutti addetti alle macchine come fresatori e tornitori. La fabbrica era specializzata in costruzioni di macchine automatiche per accartocciare le caramelle, ma aveva anche un contratto con la Marina per la produzione di meccanismi automatici per i siluri.

Essendo già un anno che durava quell’orario di lavoro fu fatta richiesta di variarlo di tanto in tanto con qualche turno di giorno e, malgrado le promesse, le cose rimanevano sempre così. Indignati, una sera dei primi di luglio decidemmo di andare al cinema rionale della Bolognina, anziché recarci al lavoro. A mezzanotte andammo a casa a dormire senza dire ai familiari l’accaduto. Ma al mattino seguente vennero i carabinieri a prelevarci perchè il cav. Barbieri, proprietario della fabbrica, ci aveva denunciati. Il maresciallo ci disse subito che il tribunale poteva condannarci da 6 mesi fino a 3 anni per sciopero antinazionale.

Ma all’interno dell’ACMA lavorava un giovane assai forte ed intelligente, che era il fiduciario di fabbrica degli operai del sindacato fascista e che si interessò subito al nostro caso e mediante l’organizzazione clandestina antifascista ci procurò un avvocato che prese le nostre difese e in Tribunale disse che il nostro gesto non era che una ragazzata e fece anche presente i nostri precedenti penali puliti e il fatto che noi osservavamo gli obblighi premilitari da farsi il sabato fascista nelle sedi rionali. Gianni Masi (era il nome del nostro giovane fiduciario) dopo averci tolti dai guai ci diede una educazione politica facendoci diventare, in buona parte, degli attivisti antifascisti.

Lo seguii quando andò alla Ducati, dove il suo compito di organizzatore antifascista era molto più importante sia nello stabilimento sia fuori. Io mi davo da fare, per quanto ancora molto immaturo, per aiutarlo dove mi era possibile e rimasi in contatto con lui fino al primo sciopero organizzato della Ducati del marzo 1943.

Contatti con antifascisti li ebbi anche fuori della fabbrica e in ispecie io ero legato da amicizia personale con Ermanno Galeotti, detto il Biondo, un giovane nato a Pian di Setta, figlio di un minatore e che lavorava come aggiustatore nell’officina Minganti.

Il 26 luglio 1943 il Biondo ed io organizzammo dei gruppi e cominciammo a fare delle scritte antifasciste nelle zone Saffi, Sant’Isaia e Saragozza con parole d’ordine di lotta. Con noi erano anche i fratelli Meliconi, Sergio, Pasquini, Corneti, Ventura e Bonora.

Dopo l’8 settembre andai alcune volte col Biondo a sottrarre materiale esplosivo nella polveriera di San Luca. Entravamo dalla parte di dietro, scavalcando il recinto spinato, mentre l’ingresso era presidiato da soldati e carabinieri. Facemmo molti viaggi e una fatica bestiale e, specie nell’ultimo viaggio, faticammo da matti a trattenere il carretto nella ripidissima discesa e poi passammo, con molta fortuna, fra i tedeschi al Meloncello con cinque quintali di materiale sul carretto le cui ruote cigolavano. Comunque ci andò bene e portammo tutto il materiale in un deposito nella Cirenaica. Quella operazione la facemmo io, il Biondo, Loris, Baffè, Barba, Mario e Meliconi. In altre azioni di recupero di materiale vario furono con noi, come dirigenti, Remigio Venturoli, uno dei primi caduti della Resistenza bolognese e Nerio Nannetti.

Poi, in quattro, demmo vita ad un gruppo GAP formato dal Biondo, Gastone Jim ed io, Jim però non poteva essere sempre presente perchè faceva il ferroviere e successivamente fu sostituito da Paolo. Nell’autunno-inverno 1943 il gruppo fece molte azioni come la distruzione dei fili dell’alta tensione in via del Chiù e in via Tolmino e collocò una bomba ad esplosione ritardata dentro ad una birreria del centro che era piena di tedeschi che stavano cenando. Il Biondo morì poi, il 20 aprile 1944, in uno scontro coi fascisti in una strada del Bitone che era stata colpita da bombe alleate ed era presidiata dalle brigate nere. Lui guidava un camioncino e fu scoperto: seguì uno scontro a fuoco durante il quale il Biondo fu ferito e poi finito a pugnalate.

Il partigiano Franchi, ex tornitore dell’ACMA, depositò una bomba dentro ad un vagone pieno di esplosivo in un treno in transito nella stazione di Bologna centrale. Fu aiutato dal Moro in questa azione che fu fatta durante l’allarme aereo con grande coraggio e decisione. La distruzione fu grande e i bolognesi restarono sorpresi dall’esplosione perchè nessun aereo aveva sorvolato la città. La stazione restò immobilizzata per tre giorni a seguito delle distruzioni.

Una settimana dopo la morte del Biondo, cioè alla fine di aprile, fui fatto partire per il Veneto con l’ultima spedizione di bolognesi e fui aggregato alla Brigata Tolot che era comandata da Fiacca, un veneto, con commissario politico Bestione, un bolognese. Conobbi qui altri bolognesi (Rosso, Saetta, Tarzan, Gordon, Jago e anche Jim, quello che era nel mio GAP all’inizio e che ora era commissario del battaglione Casagrande). Negli altri tre battaglioni della Tolot v’erano altri bolognesi: Pantera, Lupo, Otello, Carletto, Vladimiro, Nando, Magro e un altro di cui non ricordo il nome.

Come prima azione io, Otello, Jim e altri tre veneti, facemmo saltare un treno tedesco carico di armi e rifornimenti alla galleria del Fadalto, dove il treno si era fermato per fare acqua alla locomotiva. Quando il treno arrivò occupammo la stazione, tagliammo i fili del telefono, rinchiudemmo tutti nella sala d’aspetto e poi Naci, un veneto, prese il posto del macchinista e lanciò il treno in discesa e dopo cinque chilometri di corsa furibonda ruzzolò dalla montagna.

La marcia per il ritorno in Brigata fu assai dura e tormentata. All’una di notte raggiungemmo il Visentin, a 1200 metri d’altitudine — tra Vittorio Veneto e Belluno — nella zona di influenza della Tolot, tutti stanchi morti, specie io e Otello che non eravamo allenati alla vita di montagna. Ci avvicinammo all’albergo per riposare, ma all’improvviso ci trovammo di fronte a due sentinelle tedesche che presidiavano l’entrata: l’albergo era pieno di tedeschi. L’oscurità della notte ci coprì un po’ e così riuscimmo a ritirarci nella stessa direzione da dove eravamo venuti. Venne l’alba che eravamo ancora in marcia e non ne potevamo più. Avevamo percorso appena un quarto di giro della montagna per giungere all’altro versante! Dall’alto i tedeschi seguivano i nostri spostamenti e noi ce ne rendavamo conto. Verso le otto ci buttammo in una boscaglia e ci rifugiammo in un buco che rispondeva bene anche come trincea. A mezzogiorno eravamo accerchiati e i tedeschi erano vicinissimi, li vedevamo fra il fogliame. Jim aveva già deciso di vendere cara la nostra pelle: sparato l’ultimo colpo avremmo fatto esplodere nel buco i venti chili di tritolo che avevamo con noi. Mentre Naci si appresta ad accendere la miccia sentiamo all’esterno il canto di una mitragliatrice e la risposta delle raganelle tedesche.

Vedemmo i tedeschi fuggire urlando come selvaggi per raggiungere la cima dove c’era una battaglia in corso. Aspettammo la notte e poi riprendemmo il cammino e giunti in Brigata fummo festeggiati dai nostri e sapemmo che erano stati quelli della Tolot che ci avevano liberati proprio quando non avevamo più speranza.

Un altro episodio da ricordare è la missione affidata a cinque uomini, Rosso (di Bologna), Paolo (di Revine Lago), Margad (di Venezia), D’Artagnan (di Palermo).

Partirono dalla Brigata Tolot, stazionante nella zona del Visentin per recarsi in una zona controllata dalla Brigata Mazzini. Dopo una faticosa marcia di cinque ore circa sostarono in un’osteria nei pressi del passo di Praderadego per riposarsi un po’. Una spia fascista informò il comando dei tedeschi che il giorno prima si erano installati nella zona. Circondati e sorpresi all’interno del fabbricato, quattro vennero arrestati mentre il quinto, che un attimo prima s’era spostato nella baita adiacente, si salvò. Polsi legati e fucili spianati sulla schiena, attraversarono il paese di Follina sotto lo sguardo terrorizzato della popolazione. I tedeschi, per rappresaglia, bruciarono l’osteria e parte delle case del paese per sospetto di favoreggiamento ai partigiani. Giunti al comando tedesco alle 19,30, subirono un lungo interrogatorio individuale poi collettivo, a colpi col calcio dei fucili; prima della mezzanotte terminarono le torture e poi i tedeschi decretarono l’impiccagione all’alba.

Durante la notte Rosso riuscì miracolosamente a slegarsi mani e piedi, mentre la sentinella era distrattamente appoggiata al tavolo al centro della stanza. Con un balzo afferrò la maschinenpistole dal tavolo e slegò due suoi compagni. Poi, per reazione del tedesco fu costretto a sparare e i rumori provocarono l’allarme. I tedeschi convinti di un attacco partigiano, presero posto nelle postazioni già approntate per la difesa fuori dall’edifìcio e sparavano contro le ombre in quella notte priva di luna. I quattro riuscirono, grazie all’oscurità, ad uscire da quell’inferno, e a raggiungere, sfiniti, dopo due giorni di marcia, Revine Lago dove trovarono le nostre pattuglie già in allarme per loro. Ancora oggi Rosso porta una apparecchiatura d’argento per tenere unito l’osso spezzato durante il descritto interrogatorio.

Verso metà settembre 1944 vi fu il grande rastrellamento della zona del Visentin.

Le nostre formazioni e specie la Piave, la Mazzini, la Tolot, furono impegnate in una durissima lotta. La Piave pochi giorni dopo non era più efficiente; la Mazzini e la Tolot invece dopo due settimane di combattimento ripiegarono unite, con tutti i loro feriti, verso il Cansiglio, dopo aver attraversato la pianura nella zona del lago di Santa Croce. In Cansiglio ci unimmo alla Divisione Nannetti. Dopo dieci giorni fecero un altro e più massiccio rastrellamento con l’aiuto di una seconda divisione in transito diretta a Nettuno.

Noi non potemmo reggere e le 8 Brigate della Divisione Nannetti dovettero cedere. Parte del mio battaglione doveva aprire la strada per la ritirata nella Carnia, ma poi sapemmo che il passo era bloccato. Sul Pian Cavallo ci congiungemmo al battaglione di Folgore. Da quel momento il comando ci diede il si salvi chi può, ma il comandante Fiacca seppe tenerci uniti e riportarci in salvo. Tre settimane dopo la Tolot era ricostruita al 60 per cento.

All’inizio dell’inverno Jim portò parte del gruppo dei bolognesi ad Albina, fra Treviso ed Udine, dove fummo accolti nel paese dalla Brigata Giustizia e Libertà ed ospitati e sfamati dai contadini. In primavera fummo di nuovo all’attacco, riprendemmo contatto con quelli del Cansiglio, raggiungemmo la Brigata Cacciatori delle Alpi, comandata dal Tigre.

Facemmo saltare il ponte di Brugnera, sul Livenza, ponte che gli aerei alleati molte volte avevano tentato di distruggere data la sua importanza, senza però riuscirvi. Quella notte con me c’erano Jim, Jago, Gordon, Rossi, Rosso, uno zingaro che chiamavamo Mac e tre russi scappati dalla prigionia. Avevamo un’ora di tempo perchè ogni ora passava la ronda, ce la facemmo e tutto andò come previsto.

Giungemmo così alla battaglia conclusiva con le nostre formazioni di nuovo bene organizzate. La Cacciatori delle Alpi aveva fondato all’inizio del 1945 la brigata sorella dei  Cacciatori della Pianura, nelle zone circostanti ad Oderzo con l’area operativa oltre a Brugnera. Il comando della Cacciatori delle Alpi fu affidato a Vitas. Oderzo era presidiata dalle brigate nere dei battaglioni Emilia- Romagna, il cui fanatismo e violenza nelle torture di partigiani erano noti ormai in tutto il Veneto. Il Tigre assunse il comando di Brigata e Jim la carica di commissario. I bolognesi Rosso e Saetta e lo zingaro Mac partirono per quelle zone operative. Le imprese di questa brigata furono leggendarie per il coraggio di questi uomini scelti per il loro valore e per l’addestramento nella lotta partigiana. Alla liberazione giunsero con perdite di uomini, in parte seviziati dalle brigate nere (dopo due anni dalla liberazione questi dirigenti furono colpiti da una campagna antipartigiana e condannati per l’uccisione di fascisti durante i giorni della liberazione). (Con la condanna Jim subì un lungo periodo di carcere che procurò l’immediato suo licenziamento quale capo stazione delle Ferrovie dello Stato. I partigiani che gli furono vicini durante la guerra lo stimavano e gli ubbidivano perchè era un valoroso combattente e anche un uomo politico equilibrato. Seppe sempre essere all’altezza del suo compito, animatore e protagonista principale di molte azioni e fatti che avvennero in quei luoghi.).

La notte del 5 aprile, per ordine della Divisione Nannetti, la brigata era pronta al completo e scendeva dai monti armatissima e preparata ad ogni evenienza. In quattro direttrici, con i comandanti in testa, i fazzoletti rossi al collo, alla garibaldina, e fucili e mitragliatori, attraversammo le vie di paese in paese, mentre le guarnigioni di fascisti e tedeschi fuggivano disordinatamente. Malgrado qualche piccolo gruppo di fascisti che, confusi, non sapevano dove fuggire, e quindi reagivano, tutto il territorio venne occupato e già alla sera fu in ogni paese festeggiata la liberazione come un fatto già avvenuto.

L’indomani, all’alba, avvenne l’imprevisto: una divisione motorizzata tedesca, in ritirata dall’Emilia, si trovava lungo la strada provinciale di nostra appartenenza, distante due chilometri circa, in linea d’aria, da Colle Umberto, nei pressi di Conegliano. Questo paese era rialzato di circa 200 metri e dominava tutta la pianura, e quindi grande era l’immagine dei mezzi e degli uomini che sostavano, provati dalla fatica, in quella strada. Tutte le brigate erano in stato d’allarme. Il comando della Divisione Nannetti chiese ed ottenne a mezzo radio l’intervento dell’aviazione alleata, spiegando dettagliatamente il bombardamento da farsi per non colpire i partigiani che da un chilometro o due di distanza presidiavano la zona per oltre due chilometri in attesa di ordini del nostro comando.

Era una mattina di sole, il cielo era limpido e senza nubi. Verso le nove e trenta circa giunse la prima squadriglia alleata e cominciò il primo bombardamento. Forse perchè stanchi ed avviliti per tutte le sconfitte subite in una regione ormai occupata quasi totalmente dai partigiani, i tedeschi lasciarono i mezzi sulla strada e si gettarono nei campi per ripararsi. Noi, a Colle Umberto, assistevamo a questo spettacolo in attesa che distruggessero i carri armati e blindati per attaccare i tedeschi. Nel pomeriggio, però, una squadriglia venne su Colle Umberto e cominciò su di noi uno spezzonamento tale che sembrava che la guerra ricominciasse e l’odio fosse contro di noi.

Molti furono i feriti, ed alcuni i morti: anch’io fui ferito. Non poteva essere stato un errore perchè gli apparecchi bombardarono con calma, senza nessuna reazione da parte tedesca, perchè costoro erano già finiti e pensavano solo alla loro salvezza. La visibilità era ottima e quindi in noi tutti nacque la prima impressione che dopo tutti gli appelli ed elogi fatti dal generale Alexander questa fosse la prima ricompensa.

Nella notte e nel giorno successivo rastrellammo la zona infestata dai tedeschi che, disordinati e dispersi nelle campagne, erano crollati totalmente nello spirito di conquista. Disarmammo migliaia di questi prigionieri nel rapporto di un partigiano ogni quindici tedeschi e li concentrammo in alcuni centri di raccolta, in base alle zone operative delle diverse brigate.

Il giorno dopo, finalmente, arrivarono le prime truppe di colore e poi il resto delle truppe alleate e allora fecero una bella parata davanti al popolo e conquistarono tanta parte del Veneto senza colpo ferire e trovarono anche nel Veneto l’ordine da noi già ristabilito.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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