8 marzo 1944 Bologna manifestazione delle donne contro la fame e la guerra.


L’8 marzo 1944 il Fronte della Gioventù organizza una manifestazione davanti alla Prefettura di Bologna con una distribuzione di volantini contro la fame e la guerra confondendosi con le donne che aspettavano il sussidio. Il ricordo della manifestazione nelle parole di Diana Franceschi partigiana nella 2.a Brigata Paolo e che in seguito diventerà una dirigente dei Gruppi di Difesa delle Donne.

All’inizio del marzo 1944 il Fronte della gioventù di Bologna, diretto da Gianni Masi, organizzò una manifestazione di donne a Bologna. Doveva essere una manifestazione nel quadro della giornata internazionale della donna dell’8 marzo. I temi erano la fine della guerra, il ritorno a casa dei mariti e dei figli dal fronte, la richiesta di latte, sale, burro e olio. La manifestazione era quindi chiaramente politica e antifascista e richiamava problemi sentiti dalle donne. Preparammo la manifestazione con delle riunioni di ragazze, operaie, specie della fabbrica di scarpe Montanari, che aveva sede al Pontevecchio. La strategia della lotta prevedeva che le operaie della Montanari dovevano scioperare e portarsi in piazza confondendosi con le donne che facevano la coda davanti alla Prefettura per riscuotere il misero sussidio di guerra.

Insieme a un gruppo di ragazze e di operaie della Montanari, avevo il compito di distribuire i volantini alle donne in coda. La coda era molto lunga, partiva dalla Prefettura e attraversava tutta la piazza: le donne erano quasi tutte in nero, col fazzoletto in testa. Appena cominciammo a distribuire i manifestini arrivò la polizia ausiliaria con alla testa Tartarotti. Lo stesso Tartarotti, che era stato avvisato dal padrone della Montanari, intervenne dicendo alle donne che erano in fila di andarsene perché c’erano le scioperanti fra di loro e la manifestazione stava diventando pericolosa. Le operaie reagirono bene e seppero convincere le donne a fare muro sebbene Tartarotti fosse armato e le minacciasse col mitra alla mano. Interessante è il fatto che gli stessi giovani della polizia ausiliaria, nonostante Tartarotti ordinasse loro di disperdere le donne, si guardarono in faccia e non osarono muoversi, impressionati, penso, dalla fermezza delle manifestanti. Tartarotti insistè e volle che i giovani della polizia ausiliaria sciogliessero la manifestazione e dovette però usare la forza per convincerli ad intervenire.

Fu così che le donne cominciarono ad andarsene: una di esse, che resistette, fu arrestata. A questo punto la Paola, una dirigente di Pontevecchio che, pur non conoscendomi, mi aveva vista impegnata nella lotta, mi informò dell’arresto dell’operaia e allora decidemmo di fare una commissione per andare dal prefetto. Ci ricevette subito: noi eravamo in nove. Fu cortese, anzi paternalistico: forse pensava che trovandosi di fronte a delle ragazze se la sarebbe cavata con poco. La Paola chiese subito che fosse rilasciata l’operaia arrestata. Il prefetto promise che l’avrebbe fatto, ma voleva sapere lo scopo della manifestazione. Io dissi che prima di discutere di questo volevamo con noi la nostra compagna. Allora il prefetto chiamò una guardia e disse di rilasciare la prigioniera.

Io spiegai quello che volevamo e il prefetto mi disse che io ero la meno indicata a parlare di fame perché ero giovane e grassa. Allora intervennero arrabbiate, le madri e dissero che loro avevano dei figli al fronte, che avevano bisogno di viveri e che non c’era da scherzare. Il prefetto disse che si rendeva conto delle ragioni e promise di dare un buono viveri alle donne che erano presenti. Io intervenni dicendo che noi rappresentavamo le donne bolognesi e che non potevamo accettare niente che fosse concesso solo a noi: superata una iniziale perplessità, le donne furono tutte d’accordo con me e ricominciarono a fare l’elenco delle rivendicazioni.

Allora il prefetto cambiò tono e disse che aveva capito che si trattava non già di una richiesta economica, ma di una protesta politica. E ci spiegò che se non c’erano grassi era perché dovevamo aiutare l’alleato tedesco che era venuto a salvarci. Le donne dissero: A noi non ci interessa dei tedeschi. Noi abbiamo fame, i nostri figli sono alla guerra; a cosa serve questa guerra? Siamo già stanche!

II prefetto disse basta e ci ammonì a non ripetere un atto simile: un’altra volta, ci disse, avrebbe sparato. Intanto venne la nostra compagna arrestata e ci mandò tutti via.

La settimana seguente mi incontrai con Giorgio Scarabelli che mi disse che d’ora in poi, sebbene giovane, dovevo passare al lavoro coi Gruppi di difesa della donna. Così feci e fui nominata responsabile dei Gruppi della zona Bolognina-Lame e come tale entrai nel comitato cittadino, diretto prima da Gianni Bottonelli e poi da Penelope Veronesi.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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