Luigi Castelli


Nasce il 10 ,arzo 1925 a Lizzano in Belvedere. Ha militato a Lizzano in Belvedere nel gruppo partigiano comandato dal cugino Romolo Castelli fino al giugno 1944 quando entra nella 7a brigata Modena della divisione Armando. Ha preso parte ai combattimenti per la difesa della repubblica di Montefiorino (MO).

I suoi ricordi

Alla fine del 1943 avevo diciott’anni e lavoravo alle dipendenze di Olindo Cheli proprietario di diversi automezzi adibiti al trasporto della legna tra Lizzano in Belvedere e Porretta Terme. Nei primi mesi del 1944 fui chiamato alle armi dalla repubblica sociale fascista per il servizio di leva e allora io, per sottrarmi alla chiamata, andai a lavorare alle dipendenze di una ditta lizzanese che aveva un appalto con la Todt tedesca. Il lavoro consisteva nella costruzione di ponti e strade nella zona di monte Piano, tra Vernio a Castiglione de’ Pepoli. Dopo qualche tempo di permanenza in quell’ambiente decisi di fuggire perché ero assillato dalla paura che mi portassero in Germania. Durante la fuga fui però ripreso e condotto alla Todt di Livorno. Ma scappai una seconda volta, ritornai a casa e mi diedi alla macchia.

Sui monti attorno a Lizzano restai un po’ di tempo e durante questo periodo costituimmo una formazione partigiana, di una decina di uomini, al cui comando era mio cugino, Romolo Castelli, detto Toti. La formazione Toti fu attiva all’inizio dell’estate nella zona di Poggiolforato.

Durante la sua attività come formazione autonoma, la Toti fece un buon lavoro nella zona di Lizzano. Fra le numerose azioni ricordo un fortunoso colpo di mano in località Casa Fontana durante il quale svuotammo un magazzino di armi leggere e materiale di vettovagliamento appartenente all’esercito repubblichino.

In tale occasione venne anche fatto prigioniero il sottotenente di guardia al materiale.

Il magazzino era situato sulla statale Porrettana, nelle vicinanze di Casa Fontana, dove vi era anche un piccolo gruppo di militari tedeschi ed un colonnello italiano dell’esercito repubblichino, mentre a Porretta era di stanza un forte contingente della Feldgendarmerie.

L’azione fu svolta di notte; passammo tra l’intenso traffico di camion tedeschi che allora si svolgeva su questa importante arteria. Il nostro gruppo, di circa venti uomini, era armato solo di due bombe a mano, un moschetto con un solo caricatore ed un paio di pistole. Eppure tutto finì bene.

A metà giugno, però, il nostro comandante decise che ci dovevamo spostare nella zona del lago Pratignano, con l’obiettivo di proseguire in direzione di Montefiorino per unirci alle forze di Armando. La marcia di trasferimento verso Montefiorino durò tre giorni, anche perché viaggiavamo solo di notte per evitare di essere sorpresi dalle pattuglie tedesche che durante il giorno sorvegliavano le strade.

Dopo molte traversie giungemmo finalmente a Montefiorino. Eravamo tutti molto giovani e allora i nostri comandanti ci affidarono ad uomini più esperti perché ci insegnassero l’uso delle armi. Rimanemmo a Montefiorino fino agli ultimi giorni di luglio e durante quel periodo il nostro compito fu quello di uscire in azioni di pattuglia per controllare le strade principali, i punti strategici della repubblica da difendere (acquedotti, cabine elettriche, ecc).

Al momento dell’attacco tedesco alla Repubblica di Montefiorino, dopo aver sostenuto una durissima battaglia che impegnò tutti noi fino all’esaurimento delle forze, dovemmo fare una rapida ritirata e poi ritornammo nei nostri luoghi d’origine, e cioè Poggiolforato e Vidiciatico, in comune di Lizzano in Belvedere, e qui riprendemmo l’azione clandestina che durò circa altri due mesi.

Quando ridiscendemmo in paese i tedeschi avevano già occupato ogni parte dell’alto appennino modenese, ritenuto un punto strategico importante per l’esercito germanico nella linea Gotica. Ai continui attacchi dei tedeschi contro di noi, attacchi che avevano lo scopo di eliminarci dalla zona in quanto i tedeschi avevano la necessità di creare una zona di sicurezza nelle retrovie, si aggiunse ben presto l’opera sterminatrice delle SS comandate dal maggiore Walter Reder.

Reparti di Reder giunsero nella zona del lago Scaffaiolo e di qui scesero verso il paesino di Cà Berna dove, il 27 settembre, fecero una tremenda strage uccidendo ventisei civili e quattro partigiani. Dai monti attorno sui quali, di fronte al pericolo, eravamo risaliti lasciando nelle case so’o le donne, i vecchi e i bambini, sentimmo i colpi delle armi da fuoco, ma nessun poteva immaginare che quei colpi erano indirizzati contro la nostra gente. Nessuno ha potuto vedere come si è consumato il massacro; solo una donna, Maria Pasquali, che scoprì quell’orrore, ce lo disse con gesti e grida incomprensibili, tanto era sconvolta.

Dopo aver seminato la morte e bruciato le case, i tedeschi se ne andarono in fretta perché altri obiettivi di morte li attendevano. Infatti, ripreso il cammino, mentre scendevano a Cà del Vento, i tedeschi catturarono un paesano che conosceva il tedesco perché aveva lavorato in Germania, lo presero con sé e poi lo ammazzarono sotto gli occhi dei suoi quattro figli. Nei pressi di Cà Berna venne ucciso il partigiano Pietro Bellotti. A Le Catinelle i tedeschi raggiunsero anche il comandante partigiano Armando Zoli, mentre rientrava in base su una moto guidata da un tal Cavallina: quest’ultimo, per ragioni ancora sospette, ebbe salva la vita, mentre Zolli, per il suo fiero atteggiamento, venne barbaramente assassinato.

Frattanto la marcia di Reder continuava, seminando ovunque devastazioni e terrore. A Poggiolforato fu dato l’allarme, la gente venne sospinta in piazza e in breve tutti i paesani vennero raccolti e schierati contro un muro: erano circa una cinquantina e fra questi c’era anche il padre di Dario Taglioli il quale, conoscendo il tedesco sempre per il fatto che aveva lavorato in Germania, capì l’ordine di distruzione dato dal comandante tedesco, cioè da Reder, l’uomo dal braccio monco. Taglioli disse ai paesani che si rassegnassero perché l’ordine era di ucciderli tutti. Già le mitraglie erano pronte per il massacro quando un prigioniero tedesco piombò nella piazza e, gridando e supplicando, mostrò le sue ferite scagionando la popolazione che aveva avuto cura di lui. Fu il miracolo che nessuno più si aspettava. I tedeschi si limitarono a bruciare le case, lasciando libera la popolazione.

Poi scesero a Vidiciatico e si avviarono verso Marzabotto dove, a cominciare dal 29 settembre, iniziarono la grande strage.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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