Mario Fabbri staffetta


Nasce il 12 marzo 1931 a S. Martino in Pedriolo (Casalfiumanese). La sua è una famiglia antifascista il padre viene perseguitato per le sue idee. Dopo l’8 settembre 1943, come molti giovani di S. Martino in Pedriolo, guidati dai fratelli Bruno, Ivo, Tonino e Valentina Bassi, entra a far parte della 66 a brigata Jacchia Garibaldi svolgendo la propria attività come staffetta alle dipendenze del comando di brigata. Ha combattuto  anche nella 36 a brigata Bianconcini Garibaldi.

I suoi ricordi

Nella frazione di San Martino in Pedriolo, situata lungo la strada che da Castel San Pietro porta a Sassoleone, fiancheggiando il fiume Sillaro, per tutto il periodo della dittatura fascista un gruppo di lavoratori era riuscito a mantenere in vita una opposizione attiva al regime. Fra questi ricordo Cesare Pesci, che poi dovette trasferirsi altrove per sfuggire alla persecuzione, Massimo Dalmonte arrestato e condannato a due anni di carcere e anche mio padre Pio che fu perseguitato in continuazione dall’OVRA fascista.

Ricordo che dopo l’8 settembre 1943 molti giovani cominciarono a passare nella zona di San Martino in Pedriolo per ritornare nelle loro case. Uno di questi che abitava nella mia frazione, un certo T, l’unico della zona che poi aderì alla repubblica sociale fascista, fermò due di questi giovani sbandati e li consegnò ai tedeschi. Nonostante le proteste di molte ragazze del luogo, che supplicarono i tedeschi di lasciarli in libertà, essi vennero imprigionati e non si è mai saputo la fine che hanno fatto. (Ancora oggi quel tale T si fa vivo a San Martino in Pedriolo e continua nella sua opera di denigrazione della democrazia e della Resistenza).

In quei giorni però molti aderirono alla Resistenza e fra questi ricordo un gruppo di giovani che, sotto la guida dei fratelli Bassi, entrarono a far parte del distaccamento di polizia partigiana inquadrato poi nella 66a brigata Garibaldi. Io stesso, per quanto giovanissimo, appena ragazzo, svolsi attività come staffetta alle dipendenze del comando di Brigata.

Più volte i tedeschi, guidati da spie fasciste, fecero irruzione nella nostra zona e non mancarono anche di compiere alcuni atroci delitti. Nel luglio 1944, una squadra di SS tedesche guidata in luogo da informatori e da brigate nere, circondò alle prime luci dell’alba la canonica e la chiesa e iniziò una perquisizione allo scopo di cercare una radio trasmittente clandestina. Dopo aver rubato le cose di maggior valore i tedeschi arrestarono il parroco, don Ildebrando Mezzetti, persona buona e stimata da tutti, e lo portarono a Bologna. Dopo averlo a lungo torturato perché dicesse i nomi degli antifascisti e dei partigiani lo misero nelle mani dei fascisti che lo fucilarono al poligono di tiro all’alba del 20 settembre 1944, sotto l’accusa di aver ospitato un gruppo di paracadutisti inglesi dotati di radio.

Alla fine di giugno un’azione terroristica era stata compiuta dai fascisti. Una squadra di sappisti che normalmente operava nella zona di Budrio si trovava di passaggio nella nostra zona, diretta verso le basi di montagna della 66a brigata Garibaldi. I partigiani si trovavano nei pressi del ponte che attraversa il Sillaro a San Martino ad un appuntamento con una staffetta della brigata che avrebbe dovuto guidarli nella marcia di trasferimento, quando una spia al soldo dei tedeschi avvertì il comando nemico in quei giorni accampato, con una scorta di circa cento uomini, nei pressi della nostra frazione.

Vistisi individuati, alcuni partigiani riuscirono a fuggire lungo il greto del fiume, coperti da cespugli di acaci; un altro sappista fu salvato da una ragazza del luogo. Ma cinque giovani finirono, purtroppo, nelle mani dei nazisti. Dopo estenuanti interrogatori, il primo luglio 1944, alle 14,30, furono condotti sotto scorta armata nei pressi dell’argine sinistro del Sillaro e qui furono uccisi, uno alla volta con un colpo di pistola in bocca. Ricordo i nomi dei caduti: Cleto Casi, di anni 22, ragioniere; Dino Pancaldi, di anni 20, impiegato; Rino Balestrazzi, di anni 21, incisore; Silvano Rubini, di anni 18, calzolaio; Gino Salmi, di anni 21, calzolaio.

I loro corpi furono sepolti con poche manciate di terra, ma le donne del luogo, sfidando l’ira dei fascisti, da quel giorno portarono fiori sulle loro fosse.

II fatto accrebbe nella zona l’odio verso i fascisti che si erano dimostrati ancora una volta servi crudeli dell’occupante straniero, e la Resistenza ebbe dal luglio in poi un nuovo sviluppo. La 66a brigata, che dapprima era una piccola formazione si trasformò in poche settimane in una forte unità partigiana che ben presto fu in grado di giocare un ruolo importante nella guerriglia nelle colline di Castel San Pietro e di Monterenzio.

Anche la mia famiglia conobbe il carcere e le persecuzioni. Una notte dell’autunno 1944 alcuni tedeschi che erano a conoscenza dell’attività antifascista di mio padre, entrarono nella nostra casa minacciando tutti e poi si portarono via quel po’ d’oro che c’era, alcuni oggetti di valore e il denaro liquido della famiglia. Mio padre e mio nonno tentarono di opporsi, ma al nonno spaccarono il naso col calcio di un fucile e mio padre fu trascinato giù per le scale. Poi ci ordinarono di abbandonare immediatamente la casa e, sotto una pioggia torrenziale, in una notte illuminata dai bagliori delle bombe, fummo costretti a cercare rifugio a Castel San Pietro.

Con la liberazione le condizioni della mia famiglia non migliorarono gran che.

La nostra casa fu perquisita dai carabinieri, trovarono una carabina americana che conservavo come ricordo di guerra e allora fui arrestato e inviato prima alle carceri di Castel San Pietro e poi a quelle di Imola dove mi trattennero parecchie settimane (forse perché ero responsabile di zona del partito comunista), fin quando non furono costretti a rilasciarmi non essendovi prove a mio carico.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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