Ezio Antonioni (Nome di battaglia Gracco) un bolognese in Veneto


Nasce il 13 marzo 1923 a S. Lazzaro di Savena. La sua famiglia è antifascista. Dopo l’8 settembre 1943 entra nella Resistenza. Nel febbraio 1944 raggiuge il Veneto entrando a far parte del distaccamento Boscarin. Nel luglio 1944 è nominato commissario politico del battaglione Col di Lana della brigata Pisacane e successivamente assume la carica di commissario politico della brigata Feltre e di vice commissario politico della brigata Gramsci della divisione Belluno Garibaldi. Per la sua partecipazione alla Resistenza nel Veneto gli è stata conferita la cittadinanza onoraria di Vittorio Veneto.

I suoi ricordi

Dopo l’8 settembre 1943, quando si pose ai giovani della mia generazione il problema di una scelta che era certamente imposta da una situazione che non ammetteva troppe incertezze o vie di mezzo, tenuto conto dell’ambiente familiare nel quale ero cresciuto, non mi fu eccessivamente difficile entrare in contatto con l’antifascismo attivo e poi fare parte della Resistenza armata. Furono determinanti, in questa scelta, ragioni di ordine morale, politico ed anche ideologico seppure queste ultime in forme molto elementari.

Quando io nacqui, Ezio Villani, cugino di mio padre, dirigente sindacale, a Ferrara, credo fosse uscito da poco dal carcere per i fatti di Castello Estense, del 1920. Mio padre in quel periodo ospitò clandestinamente alla Croara di San Lazzaro di Savena, il cugino ferito per le percosse ricevute al momento del suo rilascio e lo sottrasse così alle minacce e ai piani di morte manifestati nei suoi confronti dai fascisti di Galliera e di San Pietro in Casale. Mio padre mi chiamò Ezio, il nome di Villani, certo non casualmente. (Ezio Villani sarà poi nel 1944, uno dei firmatari, con Nenni e Lizzadri per il PSUP del patto di unità d’azione col partito comunista, per il quale firmarono Togliatti, Di Vittorio e Pellegrini).

Quella storia vissuta in casa mia, negli anni che seguirono doveva congiungersi e fondersi con altre storie di uomini semplici, buoni, ma dotati di grande dignità e coraggio, storie di antifascisti perseguitati: da quella di Ercole Rocca, il barbiere, che fin da quando, alle Roveri, mi prendeva in braccio e poi, per oltre venti anni, al Pontevecchio dove fu costretto ancora a ripiantare bottega, continuò a ripetermi: Ricordati Ezio, fine giuoco punto rosso! ; a quella del calzolaio Giuseppe Parma (come Rocca proveniva da Prunaro di Budrio) che mi fece alla fine del ’43 gli scarponi per andare in montagna ammonendomi di non fare la guerra per i borghesi. Conobbi poi Giulio Gioanetti, nipote dell’avvocato Ugo Lenzi, di idee repubblicane e che rappresentò per me una miniera inesauribile per conoscere fatti e vicende di prima del fascismo e per giudicare criticamente ogni manifestazione fascista.

Le Roveri, sulla via San Vitale verso Castenaso, dove mio padre era approdato con mia madre e due figli piccoli io e mio fratello, alla fine del 1923, senza un soldo, per iniziare un’attività di esercente durata quasi quaranta anni, il che gli permise di non dover mai soggiacere al ricatto della tessera del fascio, per poter lavorare, rappresentarono un punto di particolare osservazione per me.

A venti metri da casa mia, davanti alla vecchia osteria delle Roveri, due anni prima il 16 ottobre 1921 il barrocciaio Luigi Morini era stato ucciso dal fascista Luigi Venturoli di Castenaso. Fu questa una delle prime storie che io sentii raccontare nella bottega di mio padre. Vennero poi gli arresti di molti giovani antifascisti che abitavano nelle vicinanze nella zona della Croce del Biacco, e che io conobbi durante e dopo la liberazione: Armando Pilati, Marino Cesari, Elio Palmieri e anche Giuseppe Armaroli che incontrai dentro la Valle del Vajont.

I racconti che parlavano del pianto delle madri di questi giovani, su come la polizia pestava i detenuti prima e durante gli interrogatori lasciavano traccie molto profonde nel mio animo. Erano anni quelli, di grave depressione economica e dai lunghi conti di credito che mio padre faceva a decine di famiglie di operai, mi rendevo conto delle condizioni disagiate in cui si trovava tanta gente.

Fuori porta San Vitale vi erano poi bastonatori fascisti di prima grandezza capeggiati dal famigerato Bruno Monti le cui imprese erano spesso all’ordine del giorno, ma anche l’arresto e la fuga nel quartiere Cirenaica del comunista Rino Pancaldi fece a quel tempo molto parlare. Fuori porta San Vitale erano abbastanza noti i nomi degli antifascisti Fernando Zarri, Adelmo e Remigio Venturoli arrestati e condannati dal Tribunale speciale.

A Villanova, poco distante dalla mia abitazione, vi era la famiglia di Bruno Tosarelli che andò volontario a combattere in Spagna con le Brigate Garibaldi.
Conoscevo molto bene suo zio, Gigetto Tosarelli, anch’egli antifascista (comunista) che veniva nella bottega di mio padre. A casa mia, da San Venanzio di Galliera, era spesso ospite anche Umberto Bianchi, cognato di Ezio Villani. Bianchi ex ferroviere, sbarcava il lunario vendendo stoffe, come ambulante, non tralasciando mai di fare propaganda antifascista.

Venne la guerra. Mio fratello partì per l’Ucraina con la Divisione Torino.
Fortunatamente, avendo perduto quasi tutti i denti, tornò in tempo utile per salvarsi, cosa che non accadde alla quasi totalità dei suoi compagni. Molti amici e compagni dell’infanzia partirono e non tornarono più. Partì anche Sergio Rocca, il figlio di Ercole, il barbiere di Pontevecchio. Anch’egli non tornò più. Dieci, dodici anni prima, quando ancora eravamo piccoli, Sergio mi aveva detto che Mussolini era un porco (Mi pedar l’ha det che Mussulén l’è un porz). E facendomi vedere un ritratto di Achille Beltrame sulla Domenica del Corriere che rappresentava il duce mi aveva invitato a sputarci sopra.

Il 25 luglio 1943 si potè gridare a piena voce contro Mussolini e contro il fascismo.
Solo per pochi giorni, però, perché Badoglio impose il suo ordine. L’esigenza, la ricerca di qualcosa e di qualcuno che mi impegnasse di più, per operare in concreto si manifestava con sempre maggiore urgenza. All’Università eravamo andati ad ascoltare le lezioni di anatomia del prof. Olivo, che sapevamo essere antifascista, per cercare di cogliere qualche frase significativa. Con Vincenzo Golinelli che abitava a Villanova, nella casa dei Tosarelli, si distribuì della stampa e volantini. Al Pontevecchio conobbi Enio Botdoni, che dovevo incontrare ancora nel Veneto.

Frattanto con gli amici e coi compagni di scuola più intimi si facevano discussioni sempre più appassionate, con Elio Mandini, con Oder Bolelli, Paride Pasquali, Gianni Falchi, Secondo Negrini, ferroviere (compagno d’infanzia che doveva poi intraprendere la via della montagna alla Zocca nel primo esperimento bolognese di dar vita ad una formazione partigiana). Gualtiero Tugnoli, che lavorava al Polverificio di Marano e che svolgeva anche attività di vulcanizzatore al Pontevecchio in un locale accanto alla bottega di Ercole il barbiere, mi forniva materiale e stampa in continuazione. Golinelli, Pasquali, Bordoni, Mandini, Tugnoli durante la guerra di liberazione caddero tutti.

Ma per il nostro gruppo di giovani studenti il salto qualitativo potè essere compiuto solo con l’uscita dal carcere di Andrea Bentini, nipote di Genuzio Bentini, il famoso penalista bolognese e dirigente socialista, avvenuta alla fine dell’agosto 1943. L’anno precedente con Elio e Oder ero andato in Corte d’assise ad assistere appositamente, poiché sapevamo chi era, ad un processo dove Genuzio Bentini fungeva da difensore. In quella occasione sentimmo una lezione teorica sulla guerra partigiana in Jugoslavia e l’impressione che ne ricavammo fu enorme. Fu certamente Andrea Bentini che ci orientò verso la lotta armata dopo l’8 settembre, anche se si dovettero attendere alcuni mesi, prima di salire in montagna. Bentini, insieme a Ernesto Venzi, Giuseppe Landi, Rino Gruppioni, Italo Scalambra ed altri fece parte del gruppo che compì i primi esperimenti alla Zocca e a Guiglia. Noi finalmente avevamo trovato la persona che cercavamo.

Bentini era giunto alle Roveri, dove era sfollata sua sorella e suo cognato, presso la casa di campagna della moglie di Giulio Gioanetti. In quella casa si tennero riunioni. Si studiò il Manifesto dei comunisti, si discusse sul da farsi mentre la Repubblica di Salò e Graziani emettevano i loro bandi per la chiamata alle armi delle classi di leva. Elio Mandini, a sua volta, ci fece conoscere e portò alla lotta un suo zio, Medardo Pezzoli (a Corticella, in via Rosario) che più volte ci ospitò dopo l’8 settembre per i nostri incontri. Medardo Pezzoli e la sua casa rappresentarono in seguito una delle basi principali della 7a Brigata GAP.

In casa di Pezzoli (divenuto lo zio Benni) ci incontrammo con Gianni Masi, portato da Bentini, e con Dino Cipollani, allora dirigenti della gioventù antifascista bolognese.
Fu quello un momento, per noi che eravamo chiamati con cartolina precetto, di particolare difficoltà. Gli esperimenti di vita partigiana sul nostro Appennino non erano stati felici. Per quanto aspirassimo anche noi di andare in montagna, la partenza veniva sempre rinviata, mentre, per altro verso, in attesa di tale partenza, ci fu detto di presentarci alla chiamata della Repubblica di Salò per fare proseliti per il futuro nostro esercito e per portare via armi.

Quando fu costituita la guardia repubblicana Bentini mi prospettò l’opportunità di entrarci dentro con lo scopo, appunto, di conoscerne l’organizzazione. Non me la sentii. Non riuscivo ad immaginarmi, né vivo né morto, vestito di nero. Nell’esercito repubblichino però andammo, pronti ad abbandonarlo al primo segno di pericolo, o appena si fossero create le condizioni per andare in montagna.

Dal novembre al dicembre 1943, senza avere mai indossata la divisa, io fuggii quattro volte in occasione di altrettante partenze da Bologna di scaglioni di giovani predestinati ad essere portati sul fronte di Anzio. A casa mia le guardie repubblichine vennero a cercarmi. Dopo l’ultima fuga effettuata, avevo corrotto una guardia con L. 1,50 (una e cinquanta), mi recai a Corticella dallo zio di Mandini, poi a casa di un mio zio a San Pietro in Casale, e infine in casa di Oder Bolelli in Strada Maggiore, dove feci alcuni lavori molto semplici, per preparare documenti falsi che servivano all’organizzazione clandestina.

Qui rimasi fino al giorno della partenza per il Veneto che avvenne soltanto alla fine di febbraio del 1944. Il ritardo del mio invio, che avvenne con altri quattro giovani accompagnati dall’impareggiabile Marchino (Vittorio Suzzi), era certamente in relazione alle vicende che stava vivendo nella Valle del Vajont e nella Val Mesazzo, la formazione Boscarin.

La decisione di inviare nel Veneto i primi gruppi di partigiani bolognesi era stata presa nella seconda decade del 1943 dai locali dirigenti comunisti, in accordo con l’organizzazione di Padova e con la direzione del partito. I primi partigiani bolognesi avevano raggiunto la Valle del Mis prima del Natale 1943 e si erano uniti al già costituito distaccamento Boscarin. Fra i primi bolognesi che raggiunsero il Veneto vi erano Libero Lossanti (Lorenzini), Ernesto Venzi (Nino), Tino Fergnani (Mario), Giuseppe Landi (De Luca), Augusto Bianchi (Gustavo), Federico Gombi (Ico) e Giovanni Trippa.

Il distaccamento Boscarin composto all’inizio da 18 uomini, 10 dei quali bolognesi e comandato da Nicolotto (Raveane Rizzieri), con commissario Monteforte, fu sottoposto ad un notevole sforzo fisico, tanto più pesante in quanto si trattava per lo più di giovani che mai avevano avuto a che fare con la montagna.

Dalla prima base della Valle del Mis il distaccamento si spostò pochi giorni dopo nella zona di Erto e Casso, attraverso la Forcella Tanzoi, (m. 2200) e proseguendo nel fondo valle seguendo un sentiero piuttosto difficile, nascosto com’era dalla neve che in alcuni tratti era alta anche un metro. Le casere del Toc furono raggiunte la sera del Natale 1943. Tanto dura fu la marcia che un giovane bolognese, malgrado tutta la buona volontà, svenne tre volte per lo sforzo e fu lasciato in mano ad amici di Bolzano di Belluno. La marcia era durata 40 ore con un carico di circa 20 chilogrammi sulle spalle di ognuno. A questa prima difficoltà si aggiunse la scarsità dell’alimentazione e la limitata conoscenza della zona.

La caratteristica di questo primo distaccamento consisteva nel fatto che era composto in parte notevole da uomini politici, quasi tutti comunisti, che già avevano vissuto dure esperienze, e da alcuni ex garibaldini di Spagna. L’armamento iniziale era assai scarso: 12 fucili con 2 o 3 caricatori di scorta, 3 rivoltelle e poche bombe. In cassa c’erano 25000 lire portate da Bologna. Altre 5000 lire vennero dal CLN di Belluno, insieme a 2 pellicce, ma cominciarono anche e purtroppo ad insinuarsi delle divergenze politiche al vertice in quanto il CLN fece sapere che altri aiuti sarebbero seguiti solo se si fossero adottati degli orientamenti politici ed operativi che erano in contrasto con la volontà dei componenti del Boscarin.

All’inizio quel gruppo visse male, non riuscì a formarsi una sua vita indipendente, per sopravvivere era costretto a far appello alla solidarietà degli abitanti di Erto e Casso, solidarietà che non fu negata a quelli che erano definiti sbandati. Si mangiava con patate e polenta raccolte dai montanari e si giunse persino ad istituire un traffico bisettimanale con Bologna e furono in ispecie Ottavio Baffè, Secondo Negrini (Barba), Sigfrido Amadori e Calisto Zani ad andare e venire da Bologna con valigie di viveri.

Insomma, all’inizio andò male. I bolognesi che dalla base avevano avuto la direttiva di formare un gruppo proprio, si trovarono subito a risentire di incertezze che esistevano nel CLN locale, tant’è che addirittura si giunse a definire provvisoria la sistemazione, in attesa di un rientro dei bolognesi in primavera, appena fosse stata possibile la costituzione di basi nell’Appennino. I dissensi, che ebbero dei riflessi negativi anche a Bologna e a Padova, erano causati, al fondo, dalla mancanza di un’attività reale e di un’iniziativa autonoma del distaccamento. Aspettare, non passare alla lotta, come da alcune parti si sosteneva, era la cosa peggiore.

Nella lotta e nell’azione politica tesa a creare una vasta solidarietà popolare attiva era la sola soluzione e fu questa la tesi che De Luca sostenne con forza in una riunione del CLN provinciale bellunese organizzata a Cadola dal ten. Pesce, presenti i responsabili dell’organizzazione territoriale. De Luca sostenne che il passaggio all’azione armata era una necessità di Vita per chi era già in montagna e oltretutto era la sola giustificazione della loro esistenza e presenza. I giellisti Luigi Dall’Armi e Guglielmo Celso, di Longarone, appoggiarono la tesi di De Luca, contro le tesi dell’attesa della primavera e del momento buono, i cui sostenitori minacciarono nuovamente di interrompere l’assistenza se si fossero svolte azioni immature nella Valle del Piave e in Belluno.

Ma Franco e Celso coi loro uomini, in massima parte alpini, malgrado il veto del CLN, partirono per la montagna con tutta l’intenzione di passare all’azione concreta. Si noti però che non vi fu una rottura completa col CLN e che si definirono delle azioni concordate. In una di queste, svolta il 7 gennaio 1944 a Forno di Zoldo, trovò la morte il bolognese Tino Fergnani: il primo caduto.

Alla fine del 1943 il gruppo si era spostato dal Toc alla Val Mesazzo e il 16 gennaio vi fu la prima ispezione tedesca alla precedente base del Toc. Frattanto altri erano arrivati, fra cui Americo Clocchiatti, Giorgio Vicchi e anche Mario Peloni che in quel periodo era fra i dirigenti politici bolognesi quello che più da vicino seguiva lo sviluppo delle formazioni armate. Si sospettò un rastrellamento, che però non vi fu, e poi De Luca riuscì ad entrare in contatto, nella casa degli amici Deon, di Longarone, con trafficanti d’armi, riuscì a sapere dove era il deposito e così fu fatto il colpo senza pagare nulla di quanto era stato richiesto e l’azione, anche se procurò un’altra riprovazione del CLN, arricchì il nostro armamento e consentì di armare i molti che ancora erano disarmati.

Poi altre armi vennero da Padova, via treno, tramite staffette, e così la situazione dell’armamento cominciò a migliorare. Fu in questa fase di sviluppo del distaccamento che iniziò la discussione sul problema del rientro o meno dei bolognesi. Mario Peloni fu per la tesi del ritorno, Amerigo Clocchiatti la contrastò, appoggiato anche da Giuseppe Gaddi (Sandrinelli). Nella decisione, che segnò una svolta nella vita delle formazioni partigiane nel Veneto, pesò molto l’indicazione della direzione del partito comunista Alta Italia tesa a far prevalere questioni generali di orientamento sul complesso delle piccole cose che davano origine a dissensi e la conclusione fu che i bolognesi sarebbero rimasti e che importanti misure organizzative sarebbero seguite per risolvere i problemi logistici, di vettovagliamento, i rapporti con le popolazioni, col CLN e col comando militare, ecc.

Solo pochi uomini vennero spostati: il veneto Monteforte, in gravi condizioni di salute fu chiamato a Padova per essere destinato a Trento, fu poi catturato ed impiccato dai tedeschi; Ernesto Venzi e Giovanni Trippa rientrarono a Bologna, anch’essi per malattia: poi Venzi diventerà vice comandante della 36a Brigata Garibaldi e Trippa passerà alla direzione della lotta armata nel medicinese. Libero Lossanti, trasferito sull’Altipiano di Asiago per prendere contatto con una nuova formazione, subì un congelamento in combattimento e poi, rientrato a Bologna divenne comandante della 36a Brigata Garibaldi: catturato dai tedeschi dopo la battaglia di Monte Faggiola fu da questi ucciso il 14 giugno 1944 a San Pellegrino.

La riorganizzazione del gruppo, frattanto notevolmente sviluppatosi, comportò modificazioni nell’assetto del gruppo dirigente: al comando rimase Paride Brunetti (Bruno), mentre Giuseppe Landi (De Luca) prese il posto di Monteforte come commissario politico, Modesto Benfenati (Boretti), che già aveva fatto parte dei GAP a Bologna, divenne vice commissario e inoltre, per la direzione e il controllo, si formò un comitato del quale facevano parte Ildebrando Bilacchi (Brando), Fedric, De Luca e Boretti e dal veneto Mustaceti, ex garibaldino di Spagna.

Cominciarono le azioni offensive contro le linee di comunicazione tedesche, gli attacchi alle colonne in marcia ed iniziò la lunga serie degli attacchi volanti compiuti, anche in zone molto lontane dalle basi, da piccoli gruppi, due o tre partigiani al massimo, estremamente mobili. Alla fine di febbraio il distaccamento Boscarin fu denominato distaccamento Tino Ferdiani, in onore del primo caduto bolognese e deformando per errore il cognome (da Fergnani in Ferdiani). Si passò al sabotaggio alle centrali elettriche e ai cavi e poi, accrescendosi continuamente, il numero dei partigiani venne articolato sulla base di compagnie e di squadre, anche per stimolare al massimo l’iniziativa.

Qualcosa cominciò a cambiare e il gruppo si consolidò anche politicamente.
Mario Pasi (Montagna), Giuseppe Armaroli (Verdi) e Modesto Benfenati (Boretti) dedicarono molto tempo all’educazione politica dei giovani e io ricordo i commenti all’opera di Labriola La concezione materialistica della storia e delle posizioni di Gramsci sulla Questione meridionale.

A metà marzo, il distaccamento Ferdiani, dopo una importante azione compiuta dagli uomini di due compagnie a Cimolais, in Val Cellina, e dopo che furono arrestati un generale tedesco, la di lui moglie e l’autista, per le avvisaglie di un conseguente rastrellamento in tutta la zona del Vajont, si spostò nel bosco del Cansiglio.

Fu compiuta una nuova azione a Puos d’Alpago e, il 31 marzo, il distaccamento Ferdiani subì il primo rastrellamento diretto, dalla data della sua costituzione. I tedeschi, forti di circa 500-600 uomini autotrasportati e muniti di autoblinde, carri armati, cannoncini e mitragliere aprono il fuoco contro la nostra vecchia posizione di Vallorc e contro alcuni nostri uomini scesi in Pian di Cansiglio per corvet (dal Diario del distaccamento).

Fu deciso un logico sganciamento, con una durissima marcia attraverso Pian Cavallo (1° aprile), Barcis, in Val Cellina, e alle prime luci dell’alba del 2 aprile si giunse all’imbocco di Val Ferron e infine si tornò in Val Vajont. Nella serata del 3 aprile il distaccamento si trasferì in Val Mesazzo dove, il 4 aprile, furono adottate importanti decisioni fra cui quella di rinviare alle loro case alcuni giovani non adatti alle fatiche della montagna. Dal distaccamento Tino Ferdiani presero vita tre battaglioni: il Mameli, il Mazzini ed il Pisacane, ai quali doveva aggiungersi il distaccamento Vittorio Veneto. Intanto una decina di elementi di un gruppo locale raggiunse le nostre posizioni e furono tutti incorporati nelle tre nuove formazioni.

Di fatto, da quel momento si era costituita una Brigata partigiana, il cui comando rimase per alcuni giorni aggregato al battaglione Mameli. Con la costituzione della Brigata Nino Nannetti il nome di Tino Ferdiani venne dato alla Compagnia comando. Al battaglione Mazzini venne assegnato il territorio interessante la sinistra del Piave e il Feltrino, al battaglione Pisacane l’Agordino, al battaglione Mameli il Trentino e al battaglione Vittorio Veneto la foresta del Cansiglio e la pianura Trevigiana.

Alla fine di giugno, con la crescita del numero dei componenti le diverse formazioni, si formò il Gruppo Brigate Nino Nannetti, comprendente la Brigata Mazzini e la Brigata Tolot che agivano dal passo del Fadalto alla stretta di Quero. La Brigata Pisacane operava nell’Agordino e la Brigata Vittorio Veneto ormai occupava tutta la foresta del Cansiglio per proiettarsi nella pianura Trevigiana. Il battaglione Mameli, che era rientrato dal Trentino, venne sciolto. I suoi uomini furono incorporati nelle varie Brigate.

Un mese dopo, nel luglio, dal Gruppo Brigate si passò alla costituzione della Divisione Nino Nannetti la quale, considerando anche i collaboratori, raggiungeva i 4-5 mila uomini distribuiti in sei Brigate. Comandante della Divisione era Filippo Albertelli e commissario politico Amerigo Clocchiatti (Ugo). Alle prime quattro Brigate si erano infatti aggiunte la Brigata Antonio Gramsci che prima operava come distaccamento nel Feltrino, alla destra del Piave; e nel Cadore e nel Comelico, la Brigata Pier Fortunato Calvi, già operante anch’essa come distaccamento.

Nell’agosto-settembre 1944, prima dei grandi rastrellamenti che investirono tutto il settore e per i quali i tedeschi impegnarono circa 20 mila uomini appartenenti a due divisioni, il numero dei partigiani e dei collaboratori organizzati e che erano esposti e impegnati come partigiani, pur vivendo nei paesi, ammontava a cinque-seimila uomini circa. In questo periodo la Brigata Vittorio Veneto, alla sinistra del Piave, e la Carlo Pisacane rappresentavano già due Gruppi Brigate.

I grandi rastrellamenti della fine dell’estate, con le relative distruzioni e stragi nei paesi e nei territori prima quasi interamente occupati e diretti dai partigiani, inevitabilmente provocarono una gravissima crisi in tutte le formazioni. L’allontanarsi del giorno della fine della guerra, rispetto alle speranze e alle convinzioni di tanti che erano entrati durante i mesi estivi a far parte delle formazioni partigiane, certamente tutti pronti e convinti di essere partecipi dello sforzo e del sacrificio finali necessari per la liberazione del paese, provocò sconforto, delusioni, amarezze e il riaccendersi e l’inasprirsi di polemiche attorno all’opportunità o meno di aver favorito e portato il movimento partigiano ad assumere proporzioni così eccezionalmente imponenti, rispetto a ciò che solo qualche mese prima era possibile immaginare.

Critiche ingiuste, partite da ambienti i più vari, alcuni anche vicini al CLN che si riallacciavano alle posizioni rinunciatarie ed attesiste già emerse nei primi tempi dalla formazione dei primi gruppi di partigiani attivi ed impegnati, attraverso l’azione, a dare i colpi più vigorosi al nemico per porre in tal modo le premesse per una più vasta azione insurrezionale, investirono l’operato dei comandi delle varie formazioni fino a colpire anche l’ultimo partigiano. Con la resistenza anche a questo tipo di attacco per il movimento partigiano si impose tuttavia un certo esame autocritico dell’attività trascorsa che comportò l’adozione di nuove misure organizzative e di ristrutturazione.

La fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, a cavallo del 1944 e 1945, rappresentò il punto più basso dell’attività partigiana nel Veneto, e anche il più duro ed il più tragico. Arresti, sevizie, torture, impiccagioni di partigiani furono continuamente all’ordine del giorno. Per settimane e settimane, per mesi, si dovette lavorare per riallacciare rapporti, infondere fiducia, superare le nuove diffidenze, le polemiche e costruire quell’esercito partigiano che avrebbe poi racchiuso in una robustissima morsa l’esercito tedesco in fuga verso il nord nei giorni dell’insurrezione vittoriosa.

Dal travaglio vissuto dal movimento partigiano nel Veneto dopo i grandi rastrellamenti dell’Agordino, del Cansiglio, del Grappa e del Cadore, nell’inverno 1944-1945 si gettarono le basi e si creò l’ossatura del Comando Zona Piave. La Zona Piave comprendeva due Divisioni: alla sinistra del Piave la Nannetti; alla destra, la Belluno. Alle due Divisioni garibaldine si aggiungevano la Val Cordevole alla destra del Piave e la 7a Alpini alla sinistra. Entrambe queste formazioni subirono varie influenze politiche dal partito d’azione alla democrazia cristiana, ai liberali. Maggiormente caratterizzata dalla presenza di giellisti nella prima fase, era la Val Cordevole che in seguito fu contesa dalla DC e anche dai liberali. La costituzione del Comando della Zona Piave permise di superare buona parte delle difficoltà esistenti nei rapporti fra le formazioni garibaldine e le suddette formazioni che avevano sempre rivendicato una loro autonomia.

A questo proposito vorrei ricordare che, per accordi che si dimostrarono certo non ben definiti, nel settembre 1944 io fui inviato dal comando della Pisacane, presso la formazione Val Cordevole della quale era comandante Ettore e commissario Simon (Nello Ronchi), per assumere l’incarico di vice commissario assieme a Della Nera, della Brigata Pisacane, il quale, a sua volta, avrebbe dovuto essere il vice comandante. Rimasi presso il comando della Brigata Val Cordevole che era sistemata vicino a Forcella Alleghe, nella malga omonima, dal 23 al 27 settembre.

Ciò che doveva essere un accordo già fatto si dimostrò cosa del tutto inesistente ed i rapporti politici e militari auspicati fra le due formazioni operanti nell’Agordino non si concretizzarono anche se sul piano umano ciò servì a conoscerci meglio.
Il Comando Zona Piave, che si costituì nell’inverno, venne così formato: comandante Abba (Manzin) un ufficiale superiore dell’esercito italiano; commissario De Luca (Giuseppe Landi); vice comandante Bruno (Paride Brunetti), ufficiale d’artiglieria che assunse poi direttamente il comando della Brigata Mazzini impegnata nel controllo della stretta di Quero; vice commissario Rudy (Decio Granzotto) rappresentante del partito socialista.

Al comando della Divisione Nannetti, alla sinistra del Piave, veniva chiamato Milo (Pesce) e commissario Coledi (Sante Mussio). Il comando della Divisione Belluno, alla destra Piave, veniva assunto da Franco (Luigi Dall’Armi), commissario fu Cellini (Rodolfo Sonego), proveniente dalla sinistra Piave, che sostituì Carducci (Edoardo De Bortoli) della democrazia cristiana, morto poi in combattimento ad Arsiè nelle ultime ore della guerra (maggio 1945), vice comandante fu Gianni (Gianni Lanzarini) e vice commissario Brando (Ildebrando Bilacchi) e capo di stato maggiore Radiosa (Mario Bernando).

I bolognesi, che nel corso della lotta di liberazione nel Veneto occuparono posti di responsabilità, furono parecchi. Oltre ai citati Giuseppe Landi (De Luca), Modesto Benfenati (Boretti), che fu vice commissario della Divisione Nannetti, Ildebrando Bilacchi che fu vice commissario della Divisione Belluno, vanno ricordati Giovanni Parini (Barendi) che fu commissario del Gruppo Brigate Gramsci, Duilio Argentesi (Turiddu) capo del servizio stampa della Divisione Belluno, Augusto Bianchi (Gustavo) primo responsabile del servizio stampa, Renato Capelli commissario della Brigata Pisacane, impiccato al Peron, Claudio Landi (Luciano) commissario del Comando Piazza di Belluno, Giorgio Vicchi (Giorgio) commissario del Gruppo Brigate Vittorio Veneto, Giuseppe Rosini (Figaro) commissario di Brigata, Francesco Sabatucci (Cirillo) comandante della Brigata Mazzini pianura caduto a Padova, Marcello Serantoni (Marco) fucilato a Mestre, comandante della Brigata Mazzini pianura, Otello Melotti (Marino) che svolse un’importante lavoro per il servizio di informazioni e per il servizio radio con gli alleati, Rino Gruppioni (Spartaco) che fu il comandante del GAP di Padova, Giuseppe Armaroli (Verdi) che fu per un certo periodo commissario di Brigata, così come Alessandro Badiali (Thomas-Tino), Dino Casadei (Bestione), Federico Tommasi (Fedric) che svolse attività come responsabile dell’intendenza della Divisione Nannetti e Spartaco Rizzoli che fu commissario nel Grappa e nel Trentino con una formazione della Gramsci.

Per ciò che mi riguarda personalmente, dopo essere stato in Cansiglio prima ed avere trascorso un periodo — tra l’aprile e il giugno 1944 — con il battaglione Mameli, allo scioglimento di questo ritornai nel Trentino nell’agosto 1944 come commissario del battaglione Col di Lana, di cui era comandante Maurizio Capellin (Marco) di Venezia. Merita di essere ricordato il combattimento sostenuto vittoriosamente, anche se i risultati potevano essere maggiori, da questa formazione al rifugio Rosetta sotto le Pale di San Martino, a oltre 2.000 metri di quota, contro un reparto di truppe alpine tedesche di stanza a San Martino di Castrozza (12 agosto 1944). Il 22 agosto però vi fu il grande rastrellamento che investì tutta la Valle del Biois e la Val di Garès. I tedeschi scesero dalla parte di passo Valles e da passo San Pellegrino. Su Garès piombarono dopo aver bruciato il rifugio Rosetta e attraversato il Pian delle Comelle. A Caviola morì in combattimento Enio Bordoni e a Garès morì Aldino Marchesi, entrambi dtìl Pontevecchio.

Sciolto il Col di Lana dopo i rastrellamenti e la susseguente fallita missione presso la Brigata Val Cordevole, rimasi nella Valle del Biois e in Val di Garès fino alla fine dell’anno. A Caviola per alcune settimane fui ospite della famiglia Fenti, nonostante che il 22 agosto due dei figli, garibaldini della Pisacane fossero caduti in combattimento e la loro casa completamente distrutta, come gran parte del paese.

Nello stesso periodo fui accolto anche nella casa dello scultore Augusto Murer (Artista), anch’egli partigiano e in quella di Rosetta Cagnati in Val di Garès. Nel gennaio 1945 assunsi l’incarico di commissario della costituenda Brigata Feltre di cui era comandante Nicolotto (Raveane Rizzieri) e di vice commissario del Gruppo Brigate Gramsci. Comandava il gruppo Brigate Gramsci Anto (Natale Stefani).

Nei giorni dell’insurrezione, l’intero territorio del Feltrino fu investito dalla presenza di ingenti forze armate in ritirata, ma ancora ben equipaggiate. A Feltre da tempo era stanziato un presidio di circa 500 tedeschi agli ordini di un maggiore.
Nel pomeriggio del 28 aprile in casa di Cicchet, a Pren, fu tenuta una riunione alla quale parteciparono oltre ai componenti del comando Gruppo Brigate Gramsci e della Brigata Feltre i membri del Comitato di Liberazione di Feltre. Fra i vari argomenti trattati, tutti inerenti ai modi come portare a compimento l’insurrezione anche nel Feltrino, vi fu la proposta di andare a parlamentare con il comando tedesco di Feltre, per chiedere la resa del presidio e procedere quindi, attraverso questo primo atto, alla occupazione e alla liberazione, da parte delle forze partigiane, della città.

Si decise che a scendere in città e a parlare al comando tedesco fossimo io e il feltrino Pietro Bonato, giovane rappresentante della democrazia cristiana. Il mattino seguente dopo essere passati dallo studio dell’avvocato socialista Oberdan Vigna del CLN ci incamminammo verso la villetta di certa signora Banchieri, dove era di stanza il comando tedesco passando in mezzo ad alcune centinaia di tedeschi disposti ai lati della strada sotto gli alberi. Con sorprendente facilità la guardia ci lasciò passare e ci trovammo a tu per tu con il maggiore, un capitano e due giovani ufficiali. Ci presentammo come ufficiali di collegamento dell’esercito partigiano. Fummo salutati militarmente e fummo fatti accomodare attorno ad un tavolo. Ci fu servito il caffè.

Iniziammo noi a parlare facendo presente che la guerra stava per finire e che l’esercito tedesco era ormai completamente battuto, pertanto al fine di evitare altre vitime e distruzioni si poneva la necessità della loro resa. La discussione che aveva avuto un avvio incoraggiante fu però interrotta in modo drammatico dalla notizia portata da un soldato tedesco di un attacco sferrato dai partigiani ad un camion pieno di tedeschi sulla strada che da Pedavena va ad Aune. Nonostante ciò, si concluse che il mattino seguente un centinaio di tedeschi accompagnati da un tenente si sarebbe arreso a noi, nei pressi di Foen. Il sopraggiungere però del 10° Corpo corazzato in ritirata e che occupò tutta la vallata impedì che, secondo l’accordo quei primi cento tedeschi, si arrendessero. Invece della resa si accese un combattimento nella zona situata fra Foen e Pren che durò tutta la mattinata.

Ma ormai la situazione stava precipitando. Le altre Brigate della Divisione Belluno informate della presenza di queste truppe avevano provveduto lungo la Valle del Cordevole, nella Valle del Mis e lungo la strada di Aiemagna ad interrompere il passaggio facendo brillare mine, innalzando sbarramenti e piazzando le armi più pesanti. Da quel momento furono i tedeschi in ritirata che cercarono di mettersi in contatto con noi. Interi reparti furono fatti prigionieri in tutta la zona del Feltrino.

A conclusione ritengo si debba qui ricordare una vicenda che mi interessò direttamente e che dovrebbe trovare un maggior approfondimento di studio e conoscenza. A guerra finita, Coledi (Sante Mussiio che aveva avuto l’incarico di fare il Questore di Belluno) mi propose di far parte di un Corpo di spedizione che, con il nome di Nino Nannetti, avrebbe dovuto, come atto tangibile di solidarietà verso gli alleati, essere dirottato contro il Giappone che ancora resisteva.

Io mi misi a disposizione. Lo scopo che aveva spinto le forze della Resistenza a dar vita ad una tale iniziativa aveva, com’è noto, dei gloriosi precedenti storici, anche se si deve riconoscere una buona dose di ingenuità nei promotori di tale iniziativa, mentre già si aprivano gravi problemi per tutti gli uomini che avevano partecipato alla Resistenza, disarmati dagli alleati e inviati alle loro case.

L’uso della bomba atomica contro il Giappone rese ovviamente inutile e improponibile ogni iniziativa in tal senso. La dichiarata disponibilità per una tale operazione di un certo numero di quadri responsabili delle nostre formazioni, stava a provare quali fossero lo spirito e gli orientamenti delle Brigate Garibaldi. Volevamo prima di tutto dimostrare, di fronte agli alleati, che l’unica Italia reale era quella della Resistenza che, nella lotta contro il fascismo ed il nazismo aveva riscattato l’onore e il prestigio del paese ed ora intendeva, con pieni titoli, schierarsi al fianco delle potenze alleate e partecipare alla costruzione di un nuovo mondo.

Rimanevano aperti come si è detto ed erano ben presenti anche i problemi politico-sociali che riguardavano il futuro del Veneto e dell’intero Paese e su questi problemi non erano mancate discussioni e prese di posizione che richiamavano all’immediata attenzione dei partigiani e del popolo le soluzioni che già si ponevano a proposito della costruzione democratica del nuovo Stato. Io restai nel Bellunese con funzione di dirigente della Questura per il distretto di Feltre, ma ben presto fui estromesso, in quanto partigiano, da quel posto di responsabilità. Ebbi allora l’incarico dal partito comunista di svolgere attività di propaganda nella zona in vista della Costituente. Restai nel Veneto fino alla fine del 1945.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

One thought on “Ezio Antonioni (Nome di battaglia Gracco) un bolognese in Veneto”

  1. Grazie per aver pubblicato questa testimonianza che dopo la recente scomparsa di mio padre mi fa piacere trovare e leggere anche se molte cose le conosco a memoria.
    Antonella Antonioni

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