Nello Battilani (Nome di battaglia Emil)


Nasce il 21 marzo 1921 a Imola. Presta servizio militare nel genio dal 10 gennaio 1940 all’8 settembre 1943.

Combatte sull’Appennino tosco-emiliano nel 1° battaglione Libero della 36a brigata Bianconcini Garibaldi.

Ferito gravemente nella battaglia di Capanna Marconi (Scarperia – FI) il 10 agosto 1944, viene trasferito all’ospedale S. Orsola (Bologna).

Qui è sorvegliato e interrogato da Franz Pagliani.

Riusce a fuggire nel corso di un bombardamento.

Gli è stata conferita la medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione:

«Militare richiamato, sceglieva, all’armistizio, la via dei monti per evitare il campo di concentramento nemico. Per le sue qualità di coraggio e di determinatezza sapeva accattivarsi la simpatia e la stima di commilitoni e superiori e si distingueva, al comando di una squadra di partigiani, in tutte le azioni cui partecipava. Nel corso di un attacco contro una forte colonna avversaria, si lanciava arditamente contro il nemico sottoposto al fuoco della sua arma automatica. Ferito gravemente, continuava a sparare fino a che, esausto per l’emorragia, perdeva i sensi.

Ripresosi, riusciva con grave sforzo a rientrare al reparto e successivamente, ristabilitosi, a riprendere la lotta».

Capanna Marconi, 10 agosto 1944.

I suoi ricordi

Il mattino del 10 agosto 1944 ci fu riferito in compagnia che una colonna tedesca stava portandosi entro la zona del nostro schieramento e allora decidemmo di andarle incontro per tempo. Così si partì dalle Spiagge, un piccolo centro abitato sulla montagna di Palazzuolo dove aveva sede la la compagnia della 36a brigata Garibaldi, comandata da Guerrino, per raggiungere Capanno Marcone, un centro strategico della linea Gotica.

Arrivati sul posto, tutta la compagnia si dispose per contrastare il passo ai nazisti e i partigiani dotati di armi automatiche si disposero lungo il percorso che avrebbero dovuto fare per arrivare al piazzale di Capanno Marcone, a venti metri di distanza un gruppo dall’altro. Io mi trovavo nel punto più avanzato, insieme al vice comandante Umberto. Eravamo in tre: il vice comandante ed io con un’arma automatica e Ivo con un fucile.

Ci fermammo ai margini del bosco e aspettammo.

Poco dopo una colonna bene armata di soldati tedeschi cominciò a passare sotto di noi ad una distanza di otto-dieci metri. Noi, ben celati, aspettavamo che arrivassero nella radura dove il grosso della compagnia, attaccandoli, ci avrebbe dato il segnale di entrare in azione lateralmente. Così fu. Il canto della morte ebbe inizio e nello spazio di poco tempo la zona a noi assegnata e prescelta si era trasformata in un tappeto di morti e feriti.

Dopo quell’attimo io mi lanciai in avanti per affrontare la colonna che si trovava dietro, allo scopo di fermare i tedeschi momentaneamente, per lasciarci il tempo di raccogliere le armi che erano state abbandonate dai loro morti e feriti: così facevamo dopo ogni combattimento perché avevamo bisogno di molte armi per i partigiani nuovi. Ma un’ombra che intravvidi alla mia sinistra mi colpì con una raffica centrandomi al collo con una pallottola esplosiva che fece la sua opera distruttiva nella spina dorsale. Sentii un colpo sordo al cervello e perdetti i sensi.

Quando mi ripresi sentii che la battaglia infuriava a distanza e, intorno a me, udii i lamenti di morte dei feriti tedeschi. Poi riuscii a riprendermi un po’, aprii gli occhi e notai che mi trovavo col collo fra un forchetto di ramo e non potevo muovermi. Sentivo il gorgoglio del mio sangue che usciva dalle ferite. Chiamai Umberto; uno vicino a me mi sussurrò di tacere e mani amiche mi sollevarono di peso e mi trascinarono via. Perdetti ancora i sensi e quando mi risvegliai vidi la faccia di Ivo che, sopra di me, cercava di rianimarmi. Gli chiesi di portarmi via subito in qualsiasi modo, ma non potè farlo. Gli chiesi allora di spogliarmi delle mie armi e della divisa partigiana tanto per me non c’era più niente da fare.

Dopo insistenze lo fece, ma poi ritornò sui suoi passi. Le gambe non lo reggevano alla vista di tanto sangue. Un attimo dopo arrivarono i tedeschi, lo presero, lo disarmarono e vidi che un tedesco voleva spararmi, forse per sfogarsi. Io la guardavo aspettando. Un altro tedesco glielo impedì e allora lui mi colpì con un calcio nel fianco. Io, sempre immobile, lo guardai fin quando se ne andò, portandosi dietro Ivo e le nostre armi. Ormai solo, dopo la seconda visita tedesca, attesi che venisse la mia fine.

Sentii i nazisti che stavano curando i loro feriti e fu in quel momento che mi venne in mente una promessa che avevo fatto a mia madre, prima di partire. «Non piangere, mamma, perché io, a tutti costi, tornerò». Questa promessa mi diede forza sebbene avessi la spina dorsale fracassata, un braccio semiparalizzato e una larga ferita nel collo. Prima in ginocchio, poi anche in piedi, mi avviai. Ricordo che a ogni dieci-venti metri mi venivano meno le forze. Così per sei ore, fino a quando mi trovai al mulino delle Spiagge.

Qui dei nostri amici andarono a chiamare aiuto e quando vidi i primi volti di partigiani crollai perdendo ogni forza.

Mi caricarono su di una scala e per dieci giorni mi tennero, durante il giorno in mezzo alla macchia e di notte mi spostavano sotto le cure dei dottori partigiani Romeo e Jachini. Poi mi portarono all’ospedale San Leonardo, a Bologna, ma dopo che avevano sospettato che io fossi partigiano, mi trasferirono di notte all’ospedale Sant’Orsola, sotto la sorveglianza del fascista Franz Pagliani che più volte mi interrogò.

Un giorno venne un bombardamento e mia sorella e suo marito ne approfit tarono per portarmi via in tempo dal covo di Franz Pagliani, dove molti partigiani, purtroppo, non sono più usciti. Seppi dopo che Ivo era morto: i tedeschi lo avevano assassinato a Moscheta il 20 agosto.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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