Bruno Gualandi (Nome di battaglia Aldo)


Nasce il 22 marzo 1922 a Bologna. Combatte a Bologna nella 7a brigata GAP Gianni Garibaldi con funzione di vice comandante di brigata e partecipa alla liberazione dei detenuti politici dalle carceri di S. Giovanni in Monte (Bologna) il 9 agosto 1944.

Nel corso la battaglia di Porta Lame comanda i partigiani raccolti nella base del macello. Nella battaglia rimane ferito dalle schegge di una bomba a mano. E’ stato membro del CUMER.

Gli è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione:

«Partigiano valoroso fra i valorosi prendeva parte a tutte le azioni più ardite della brigata distinguendosi sempre per audacia e sprezzo del pericolo. Organizzatore dell’audace colpo di mano alle Carceri di S. Giovanni in Monte che ridette la libertà a 240 detenuti politici, partecipava alla azione, dando prova di superbo coraggio e di elevato altruismo.

A Porta Lame con settanta uomini resisteva per dodici ore ai reiterati attacchi delle truppe nazifasciste che,appoggiate da formazioni di carri armati pesanti, cercava di travolgere la resistenza partigiana. Ferito in più parti del corpo da scheggie di bombe a mano, non desisteva alla lotta ed animando con l’esempio e con la parola i suoi uomini, riusciva a rompere l’accerchiamento portando in salvo i feriti. Mirabile esempio di audacia e di sprezzo del pericolo».

Bologna, 9 agosto -7 novembre 1944.

I suoi ricordi

Durante la battaglia di porta Lame io mi trovavo con 66 uomini e 5 donne nella base del Macello, che era al mio comando. La base era la più scoperta ed era situata fra la via Azzo Gardino, via del Macello e alle spalle avevamo il canale di via del Porto. Le altre forze partigiane erano sistemate dentro l’ex ospedale Maggiore, a 400 metri circa di distanza. Gli uomini al mio comando erano parte del distaccamento della 7a GAP di città, tutto il distaccamento di Medicina, e alcuni uomini della 62a e 66a brigata Garibaldi. Le donne erano nostre staffette.

Verso le 6 del mattino, dopo un largo accerchiamento e qualche sparatoria isolata, specie contro i due partigiani che erano entrati nella base, come accadeva del resto ogni mattina, per portare il pane e che avevo rimandato indietro data l’emergenza, i tedeschi e i fascisti attaccarono la zona presidiata dal mio gruppo. Noi subito aprimmo il fuoco. Le nostre armi consistevano in tredici automatiche corte, due fucili mitragliatoti e il resto fucili, moschetti e bombe a mano.

Eravamo sistemati dentro ad una palazzina di due piani dalla quale si poteva dominare una vasta zona e ad un casamento situato lungo il canale. Il primo gruppo di tedeschi — dovevano essere otto o nove — che superarono la passerella sul canale, fu distrutto dal nostro fuoco e nessuno usci vivo da questo primo scontro. Precedentemente, per avere notizie sullo schieramento nemico, avevo fatto uscire due ragazze staffette (Diana Sabbi e Rina Pezzoli) che però furono bloccate in piazza dei Martiri e non poterono rientrare.

Dopo il primo scontro fummo completamente accerchiati. Fra di noi vi fu qualcuno che fece il discorso che si poteva tentare l’uscita alla chetichella, ma 70 persone in una stradina stretta e ben visibile non potevano certamente passare inosservate e perciò sarebbe stato un suicidio in massa sia che si uscisse armati, oppure disarmati. In quell’occasione sentii che era mio dovere, come comandante della base, prendere una decisione e fu questa una delle poche volte, se non l’unica, che lo feci e dissi che bisognava restare sul posto e resistere fino all’imbrunire in modo da rendere possibile un intervento in nostro sostegno del gruppo che era nell’ex ospedale Maggiore. Dentro alla base del Maggiore, infatti, vi erano circa 230 partigiani bene armati.

Pochi momenti dopo il primo scontro cominciò la vera e propria battaglia.

Venivano avanti preceduti da squilli di tromba e noi li aspettavamo fino a che non erano a tiro d’arma corta, poi aprivamo il fuoco incrociato, e questo accadde molte volte. Il nemico ebbe perdite gravi e spesso si vedevano dei camion dell’UNPA caricare i morti e i feriti che erano riusciti a portare via. Il primo dei nostri a morire fu Nello Casali (Romagnino). Morì al mio fianco, colpito da tre colpi al petto: erano circa le otto ed avevamo già respinto alcuni assalti nemici. Noi avevamo molte munizioni (più di 70.000 colpi solo di armi automatiche) e non era quello il nostro problema. Il grave era che avevamo solo una scorta scarsa di fuoco per le armi lunghe e allora dovemmo utilizzare solo un fucile mitragliatore. Ciò consentì al nemico di avvicinarsi e di premere sempre più sotto.

La battaglia divenne allora un vero e proprio assedio. I nemici avanzavano, poi venivano ricacciati e poi tornavano sotto e di nuovo erano respinti. I nostri furono sorprendenti: sparavano in continuazione, calmissimi, dalle loro postazioni, con una freddezza e un coraggio impressionanti. Così per ore ed ore interminabili.

Verso le due del pomeriggio io fui colpito da una bomba a mano e le schegge mi entrarono in tutta la parte sinistra del corpo: in quel momento mi trovavo nell’incrocio fra le due case. Riuscii a raggiungere il casamento basso e a ripararmi, mentre William, che era commissario politico della base, prese il comando proprio nel momento in cui bisognava decidere come uscire dalla base stessa. Ricordo che venne da me il partigiano dott. Lincei e sentii che diceva che non ce l’avrei fatta.

Frattanto lo scontro continuava e così durò fino alle 6 di sera, quando era già buio.

I tedeschi avevano fatto entrare nel cortile un carro armato che sparava a zero su di noi. Non potevamo proprio più farci niente e allora venne decisa l’uscita. Mi avevano fatto una puntura di morfina, però ce la feci con le mie gambe, escluso l’attraversamento del canale durante il quale fui trasportato di peso da Primo, un gappista bolognese del mio gruppo. Riuscimmo ad uscire tutti, compresi i feriti. Vi fu un altro scontro in Piazza Umberto dove molti fascisti furono uccisi in combattimento: avemmo però altri tre feriti, fra cui Loredana, una staffetta di Medicina.

Io, con altri quattro compagni, andai in casa di Cognac, lui pure ferito, in via Ferrarese, dove rimasi per qualche giorno sotto le cure di un capitano medico austriaco che era con noi e che mi tolse le schegge con un paio di forbici. Mi ripresi abbastanza presto. Poi ritornai nella mia casa e poi a Pieve di Cento dove restai fino ai primi di marzo quando venne William a prendermi. Tornai nella base delle Lame e poi in altre basi e ripresi l’attività partigiana fino a partecipare alla liberazione di Bologna.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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