Armando Marocchi


Nasce il 29 marzo 1901 a Bologna. Aderisce alla FGCI bolognese, nell’agosto 1924, appena giunta la notizia dell’assassinio di Giacomo Matteotti, prende parte con altri compagni alla diffusione di volantini di protesta contro il delitto, nei principali caffè del centro.

Poco dopo viene fermato e trattenuto in questura. Nel 1925 è nuovamente arrestato, per l’attività antifascista svolta. Nel 1927 gli infliggono due anni di ammonizione. Il 13 luglio 1933 è condannato dalla Commissione provinciale di Bologna a 3 anni di confino; in seguito viene prosciolto e liberato il 24 aprile 1935. Ripresa l’attività clandestina, è arrestato ancora come componente dell’organizzazione comunista attiva nel 1936-37 all’interno dei sindacati fascisti e, con sentenza del 2 settembre 1938, viene deferito al Tribunale speciale che il 26 novembre 1938, lo condanna a 6 anni di carcere e 2 anni di vigilanza per costituzione del Patito Comunista Italiano, appartenenza allo stesso e propaganda. Rientrato a Bologna nel 1942, riprende l’attività insieme a Paolo Betti e Leonida Roncagli. Dopo l’8 settembre 1943 combatte nella 1a brigata Irma Bandiera Garibaldi con funzione di vice comandante della 3a compagnia del 2° battaglione.

 

I suoi ricordi 

Subito dopo la notizia del ritrovamento del cadavere di Matteotti, nell’agosto 1924, la federazione giovanile comunista di Bologna, allora diretta dal falegname Giovanni Ugolini e da Mario Peloni, decise di denunciare all’opinione pubblica il delitto fascista indicando in Mussolini il responsabile e a tale scopo fece un manifesto riproducendo la denuncia di Cesare Rossi, il gerarca fascista che denunciò Mussolini per tale atto e poi fuggì, ma fu arrestato a Campione e tradotto davanti al Tribunale Speciale. Il manifesto era firmato i diciannovisti che voleva dire i fascisti del diciannove, alcuni dei quali erano già dissidenti e fra questi si diceva vi fossero, a Bologna, anche Arpinati e il rag. Baroncini.

La sezione centro della federazione ebbe il compito di organizzare la distribuzione dei manifesti. Furono mobilitati i settori e si decise che l’auto della federazione, con sopra Ugolini e Peloni, doveva passare per le vie del centro alle 10 di notte e, al suono del campanone di Palazzo d’Accursio, la macchina doveva lasciare cadere i manifesti per le strade e intanto nei caffè San

Pietro, Centrale, Apollo, Garibaldi, Follia, Modernissimo e al caffè Due Torri i compagni, e fra questi Verdelli, Cavallazzi, Vito Mazzoli, Fantazzini, Macchia, io e molti altri distribuivamo i manifesti alla mano, anche agli squadristi che affollavano quei caffè.

Si noti che i caffè centrali erano allora molto grandi e lussuosi e in questi capitavano e soggiornavano sempre, da mattina a notte, i gerarchi fascisti e i loro gregari. Tra questi il caffè San Pietro era il più lussuoso: andava da via Indipendenza fino all’angolo con via Altabella: era un locale ricco, con sale da gioco, con corsie di velluto, camerieri in frac, con l’orchestra che suonava ogni sera ed era il ritrovo non solo dei gerarchi, ma anche della borghesia, specie agraria, di Bologna.

Noi andavamo non solo nei tavolini esterni, ma anche nell’interno e consegnavamo i manifesti a mano: a volte ci venivano anche richiesti. La reazione fu naturalmente immediata. Io, che avevo il compito di distribuire i pacchi di manifesti ai compagni che erano incaricati della distribuzione minuta, me la cavai. Al caffè Apollo fu arrestato Fantazzini, fu bastonato e restò all’ospedale a lungo sebbene dichiarasse di essere un diciannovista. Gli altri se la cavarono.

Il comunista, onorevole Molinelli, che assistette a tutto quel lavoro, disse che eravamo dei matti, tanto estesa fu l’attività dei giovani comunisti i quali erano, in quel periodo, i più attivi nel partito.

Un mese dopo io fui arrestato, insieme a Peloni, Marchesi, Nasci e un altro nel bar Emilia, in via S. Felice. I fascisti entrarono in una trentina nel caffè e ci presero tutti. Peloni che stava scrivendo una lettera alla federazione di Ferrara vide i fascisti entrare e allora fece in tempo a mangiare la lettera.

I fascisti ci volevano portare nella caserma di via Mascarella, ma arrivati in via Borgo Casse, Peloni finse una convulsione e allora i fascisti ci misero contro il muro e ci circondarono. Venne un momento di distrazione e allora Peloni strappò un bastone ferrato a un fascista e fuggì in direzione dell’Hotel Brun: gli spararono e lo colpirono a un tallone e allora intervennero delle guardie notturne. Peloni chiese di essere portato in Questura. Noi pure fummo portati in Questura e fu un risultato perché alla milizia bastonavano subito, mentre in Questura c’era meno violenza, a quell’epoca.

Ricordo che in quel tempo, mentre i fascisti si riunivano nei caffè citati del centro della città e di qui organizzavano le spedizioni punitive, gli antifascisti in genere capitavano nel caffè Martini, in via Saragozza, al bar Emilia e al caffè Mantova, in via S. Felice, al bar Reno in via Lame, sul ponte del canale e qui generalmente capitavamo noi giovani comunisti, e anche al bar Umberto, in via Cairoli, dove per camuffare la nostra attività avevamo organizzato una società sportiva.

Naturalmente la guerra dei caffè era continua e i fascisti assai spesso facevano delle improvvise irruzioni nei locali da noi frequentati, partendo dal loro quartier generale dei caffè del centro.

Io fui arrestato anche nel 1925, poi nel 1927 ed ebbi due anni di ammonizione; nel 1933 fui condannato a 3 anni di confino e nel 1937 finii davanti al Tribunale Speciale dove fui condannato a 6 anni.

Ritornai a Bologna nel 1942 e presi subito contatto con Betti, Roncagli e Trebbi che già stavano riorganizzando il movimento.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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