Jacchia Eugenio


Nasce l’11 ottobre 1869 a Trieste. Avvocato. Per avere preso parte ai movimenti irredentisti che propugnavano il ritorno di Trieste all’Italia, nel 1889 viene espulso dalla città dal governo austriaco. Si stabilisce a Bologna dove milita nelle fila della sinistra democratica radicale e si iscrive alla massoneria.

Nel 1902 viene eletto al consiglio comunale per la lista dell’Unione dei partiti popolari – composta da radicali, repubblicani e socialisti – alla quale era andata la maggioranza dei voti. Entra nella giunta presieduta dal repubblicano Enrico Golinelli e regge l’assessorato alla pubblica istruzione sino al 1904, quando cadde l’amministrazione.

Nel 1914 diventa uno dei dirigenti del movimento interventista democratico e negli anni della prima guerra mondiale presiede la Pro patria, l’organizzazione che raggruppava tutte le associazioni e i gruppi interventisti bolognesi. Presenta domanda per partire volontario, ma non viene arruolato per ragioni di età.

Nel primo dopoguerra diventa il massimo esponente della massoneria bolognese. Come i figli Mario e Luigi aderisce inizialmente al fascismo, per allontanarsene nel 1924 quando gli squadristi bolognesi assalgono e distruggono la sede della massoneria in vicolo Bianchetti 4.

La sera del 12 settembre 1924 i fascisti, al grido di A morte Jacchia, depongono davanti alla sua abitazione, in via d’Azeglio 58, una cassa da morto e alcuni simboli asportati dalla sede massonica. È l’ultima di una numerosa serie di azioni intimidatorie che aveva subito per la sua appartenenza alla massoneria. Poiché la persecuzione nei suoi confronti era stata sostenuta anche da “L’Avvenire d’Italia”, il quotidiano che, in quel periodo, era espressione dei clerico-fascisti di Bologna, il figlio Mario affronta e schiaffeggia il direttore Carlo Enrico Bolognesi. Negli anni della dittatura diventa un deciso oppositore del regime.

La polizia fascista esprime di lui questo giudizio nel 1930: Fu uno dei maggiori esponenti della massoneria locale, mantenendosi sempre un liberale democratico. E antifascista. Gode di un certo prestigio. Quando muore, il 31 marzo 1939, su iniziativa dell’avvocato socialista Ugo Lenzi, su “il Resto del Carlino” appare un necrologio nel quale si ricordano le elette virtù dello scomparso.

Era firmato da 73 avvocati bolognesi, la maggior parte dei quali ebrei e antifascisti. Ma non mancavano nomi di avvocati fascisti.

Il federale Vittorio Caliceti considerò un insulto al regime la commemorazione pubblica di un ebreo, antifascista per giunta oltre che ex capo della massoneria bolognese. Convocò immediatamente gli avvocati iscritti al Partito Nazionale Fascista e ritirò loro la tessera.

Il caso Jacchia ha un seguito il 3 aprile in corte d’appello quando un altro avvocato socialista — Roberto Vigni — ricorda l’opera e la figura dello scomparso, senza dimenticare di parlare del suo impegno sociale. Viene immediatamente arrestato, per ordine di Mussolini, e assegnato al confino per un anno.

Vighi sconta solo poche settimane di carcere e non andrà al confino perché Mussolini cambia idea.

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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