Giovanna Zaccherini (detta Giannina)


Nasce il 2 aprile 1890 a Castel Bolognese (RA). A Casola Canina (Imola), dove la famiglia si era trasferita nel 1903, aderisce al movimento socialista.
Si trasferisce a Bologna frequenta la sezione socialista e nel 1914 sposa Luigi Alvisi. Si iscrive al Partito Comunista Italiano, insieme al marito, nel giugno del 1921.
La sua abitazione e il negozio di calzature, di Strada Maggiore 70, diventano luogo di riunioni, deposito di stampa clandestina e luogo di sottoscrizione per il Soccorso rosso. E’ delegata a rappresentare le donne bolognesi ai funerali dell’on. Giacomo Matteotti. Per l’attività politica svolta viene arrestata, con il marito ed altre 81 persone, il 19 ottobre 1927, a lungo percossa e incarcerata.

In carcere attua lo sciopero della fame per ottenere la scarcerazione del marito e riesce nel suo intento. Viene trasferita nel carcere di Regina Coeli (Roma). Accusata di ricostituzione del Partito Comunista Italiano e propaganda sovversiva, con sentenza istruttoria del 24 settembre 1928, viene rinviata al Tribunale speciale e, il 19 febbraio 1929, viene condannata a 1 anno e 3 mesi di reclusione, nonché all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

II 12 marzo 1939 viene scarcerata e sottoposta a 3 anni di libertà vigilata. Nonostante sia controllata dalla polizia politica riprende l’attività cospirativa. II 17 marzo 1934 è nuovamente arrestata, per avere dato rifugio a Renato Bitossi, comunista fiorentino latitante. Accusata di favoreggiamento, sconta due mesi di carcere. Nel maggio 1934 venne nuovamente arrestata con Omero Ghini, Giuseppe Panzacchi, Ubaldo Sabbioni e Emilio Stignani, tutti collegati all’organizzazione comunista. II 28 maggio 1935 viene diffidata dal continuare l’attività clandestina.

Dopo l’8 settembre 1943 partecipa alla distribuzione della stampa clandestina e svolge attività di sussistenza a favore dei partigiani specie all’interno dell’ospedale S. Orsola, coadiuvata dalla figlia Liliana Alvisi. Il suo nome è stato dato a una strada e a un nido dell’infanzia a Bologna.

I suoi ricordi

La mia adesione alla Resistenza non fu che la conseguenza e la continuazione di quel lavoro cospirativo che già svolgevo da anni e anni; non fu che l’allargamento della stessa attività, che prima avevo sempre svolto, ma che negli anni di guerra si arricchì di un maggior numero di aderenti, di una più larga partecipazione di massa e, purtroppo, anche di un maggior pericolo: poiché l’esasperazione dei nazifascisti si evidenziava in una forma di terrore che portava ad una brutalità allargata alla massa, mentre prima era una brutalità riservata al singolo.

Ero iscritta al partito comunista fin dalla scissione di Livorno, seguendo l’esempio di Dozza, di Betti e della moglie di questo, Lea Giaccaglia. Aderii al movimento rivoluzionario con la speranza che questo gruppo più deciso fosse una migliore guida per gli interessi fondamentali della classe operaia e di tutto il popolo.

Quando il partito, messo nell’illegalità, cominciò a svolgere la sua attività in modo clandestino, misi subito, insieme a mio marito Luigi, a disposizione il negozio di Via Broccaindosso 1 e l’abitazione in Strada Maggiore 70 per riunioni, collegamenti, deposito della stampa clandestina, e per il Soccorso rosso ai compagni. Il Soccorso rosso era una vera e propria organizzazione internazionale di assistenza ai perseguitati dal fascismo e di sostegno delle lotte antifasciste.

L’organizzazione era efficientissima, anche se strettamente sorvegliata dalla polizia di ogni paese. In ogni nazione europea esisteva un comitato nazionale che faceva capo ad una organizzazione internazionale avente sede a Mosca. I fondi venivano raccolti e distribuiti secondo precise regole ed erano destinati ai carcerati, ai confinati, alle famiglie di questi e delle vittime. Per lunghi periodi, anche difficilissimi, i sussidi furono regolari. La raccolta veniva fatta con riunioni nelle campagne, nelle osterie, nelle sedi clandestine, nelle fabbriche. La raccolta assunse anche vaste proporzioni e nel 1939 vi fu pure un clamoroso processo di tranvieri per il Soccorso rosso a favore dei garibaldini di Spagna e delle loro famiglie.

Molti antifascisti si tassavano per una quota mensile e non mancavano anche delle persone facoltose della borghesia cittadina che versavano regolarmente cifre considerevoli. Per questa attività, anch’io fui arrestata, il 19 ottobre 1927, insieme a mio marito, e processata dal Tribunale Speciale con l’accusa di distribuzione di stampa clandestina, Soccorso rosso, aiuto al compagno Rigamonti (sfuggito in modo avventuroso alla polizia), collegamento di elementi sovversivi nella mia abitazione e ribellione alla forza pubblica. Fui condannata a 15 mesi di detenzione, più tre mesi per la ribellione alla forza pubblica; seguirono tre anni di libertà vigilata ed interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Ritornata a casa ripresi l’attività cospirativa e così fui di nuovo arrestata per aver aiutato Renato Bitossi a sfuggire alla polizia fascista. Passai altri due mesi in carcere. Quando fui scarcerata, ricominciai il solito lavoro.

Nel settembre 1943, quando ci fu l’armistizio, col compagno Bruno Pasquali, aiutai molti soldati a fuggire, dando loro degli abiti civili in cambio delle armi che si riusciva a trafugare dalle caserme ormai abbandonate, armi che dovevano in seguito servire ai primi nuclei di partigiani. Tenni nascosto a lungo il Pasquali, allora ricercato dai fascisti della Repubblica di Salò. Con Giuseppe Alberganti (Cristallo), allora reggente della segreteria del PCI e membro, insieme a Dozza e Barontini, del Triumvirato insurrezionale, continuai, sotto la sua direzione, il lavoro di distribuzione della stampa clandestina. Ero pure in collegamento continuo con Betti, Bruno Monterumici, Bottonelli e la moglie Bice e Rino Pancaldi. Con quest’ultimo svolsi anche una carte di lavoro cospirativo all’interno dell’Ospedale Sant’Orsola.

Varie volte nell’ambulatorio di mia figlia Liliana ci furono riunioni di medici (fra questi il prof. Posteli, il dott. Novaro, il prof. Businco) e qui Rino Pancaldi (Giorgi) parlava loro. Mi incaricai qualche volta di procurare un nascondiglio ad alcuni partigiani feriti all’interno dell’Ospedale Sant’Orsola (Oder Bolelli fra questi). Mantenevo anche un costante collegamento con Armando Pilati che, allora ricoverato alla Cllnica Medica, svolgeva attività cospirativa fra il personale medico e infermieristico.

Nel novembre 1943 ricordo che riuscii a portare a1 sicuro una ebrea polacca, Fanny Rudorfer, alla quale fino allora il prof. Forni aveva dato la possibilità di vivere conferendole l’incarico di laboratorista della Cliniea Chirurgica e pagandola di tasca propria. Fanny era ricercata dai tedeschi e non poteva più rimanere, senza pericolo, all’interno dell’Ospedale. L’accompagnai fino a Rimini e qui la feci incontrare con l’ing. Senegagliesi che l’accompagnò fra i partigiani della Majella.

Fra gli episodi della vita clandestina nel periodo della Resistenza, mi limito a ricordare quello che accadde quando, per esigenze di collegamento dovevo incontrarmi con la staffetta Iolanda Garuti (Irene). Per non destare sospetto ci eravamo date appuntamento alla Certosa, in mezzo alle tombe. Dovevamo fingere d’incontrarci per caso. Arrivata per prima mi ero messa a sistemare i fiori davanti alla tomba di un parente ed intanto mi guardavo intorno per vedere se l’Irene arrivava.

Il campo era quasi deserto. Quando la vidi giungere notai che, subito dietro, la stava seguendo una donna, ma sul momento non diedi importanza alla cosa. Con l’Irene cominciai a girare il campo, deponendo fiori su questa o su quella tomba e intanto si parlava di cose riguardanti il lavoro partivano. Ebbi, a un dato momento, la sensazione di essere osservata: mi voltai e vidi la donna inginocchiata davanti alla tomba vicina, in atteggiamento di Preghiera, ma notai che era tutta tesa come se volesse cercare di afferrare quello che io e l’Irene stavamo dicendo sottovoce. Pensai che forse il mio era solo un sospetto infondato.

Allora mi allontanai e passai ad un’altra tomba e qui mi accorsi che la donna fece lo stesso soffermandosi in preghiera sulla tomba vicina a quella da me scelta. Riprovai ancora, e la cosa si ripetè.
Ormai non c’erano più dubbi. Chiesi allora sottovoce all’Irene se aveva mai visto quella donna e l’Irene rispose che in quegli ultimi giorni l’aveva incontrata spesso. Sicura di aver a che fare con una spia, non avendo armi, pensai di giocare d’astuzia. Risoluta, aprii la borsetta, che conteneva solo il fazzoletto e le chiavi di casa, finsi di afferrare qualche cosa e dissi forte: «Irene, hai visto che cosa tengo nella borsetta? Se trovo qualche spia che mi dia fastidio so così come trattarla!». Guardai intanto l’effetto che avevano fatto le mie parole. Quella donna si alzò di scatto, improvvisamente impallidita; si guardò intorno smarrita come per cercare aiuto, ma non c’era anima viva in vista. Mi fissò allora, atterrita e quasi supplicando, poi indietreggiò di qualche passo, mentre io tenevo ancora la mano affondata nella borsetta aperta. Quando si fu allontanata di una ventina di metri girò sui tacchi e, quasi di corsa, come se fosse inseguita, raggiunse
l’uscita. Da quel giorno l’Irene non ebbe più occasione d’incontrarla.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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