Giuseppe Beltrame (Nome di battaglia Pino)


Nasce lʼ11 aprile 1910 a Milano. Già dal 1941 entra in contatto con elementi dellʼantifascismo bolognese. Subito dopo lʼ8 settembre 1943 si impegna nel lavoro propagandistico svolto da una radio installata prima nel ferrarese e poi a Rimini (FO).

Nel 1944 ospita, nella sua abitazione di via Solferino, Ilio Barontini che lo incarica di organizzare il servizio sanitario del CUMER. Assunto l’incarico si occupa del reclutamento di medici e allʼallestimento di luoghi di ricovero per i partigiani feriti. Diventa membro del gruppo intellettuali Antonio Labriola.

 I suoi ricordi

Fin dal 1941, maturate le mie convinzioni politiche ed effettuate le necessarie scelte, avevo stabilito dei contatti personali con molti antifascisti bolognesi e principalmete con qualificati elementi comunisti come Fontana, Fortunati, Della Volpe, Peloni e Meluschi e anche con l’avv. Giorgio Maccaferri, ex vice podestà di Bologna e amministratore della Società Baschieri e Pellagri che, investito da una sincera crisi di coscienza, aveva deciso di collaborare e collaborò con coraggio e lealtà e finì trucidato dai fascisti insieme al dott. Busacchi.

Stabilii dei rapporti anche col campione motociclista Sandri, che sovraintendeva al parco automezzi della Kommandantur tedesca e con molti medici dell’ambiente universitario ed ospedaliero. La mia prima attività, per un non breve periodo di tempo iniziale, fu connessa alla disponibilità di una radio trasmittente che due amici tecnici, i signori Pasquini e Bassani del partito d’azione avevano costruito e che serviva per i collegamenti regionali. Ci fu un certo impegno collettivo attorno a questo genere di lavoro, fin quando la radio non ci fu sottratta, per esigenze più strettamente militari, ed affidata all’organizzazione marchigiana.

La mia attività si trasformò radicalmente con l’arrivo a Bologna di Dario (Ilio Barontini) chiamato a coprire la carica di comandante regionale delle forze unificate della Resistenza. Ospitai Dario nella mia casa di via Solferino 38 e poi Dario stesso mi incaricò di trovargli, presso famiglie amiche della borghesia bolognese, altre possibilità di cambio di residenza per garantirgli la massima sicurezza personale possibile. Si entrava ormai nell’estate 1944: la lotta nella città e nella provincia diventava sempre più cruenta: nella montagna si verificavano già scontri di massa fra partigiani e nazifascisti in corrispondenza anche con lo spostamento del fronte.

A me fu affidato l’incarico di organizzare il servizio sanitario del CUMER. Per fare ciò occorreva innanzitutto reclutare dei medici che si aggregassero alle formazioni partigiane. L’operazione era tutt’altro che semplice.

Bisognava raccogliere informazioni sicure, stabilire contatti diretti o indiretti, organizzare i trasferimenti. La mia opera si limitava alle prime due fasi dell’operazione, all’ultima provvedendo le staffette di cui disponeva il Comando.

Ero favorito dal fatto di essere io stesso medico e di potere contare, per le personali conoscenze, di una collaborazione assai vasta nei vari ambienti sanitari. Mi aiutava, inoltre, in questo lavoro di reclutamento, Rino Pancaldi che svolgeva una intelligente attività di propaganda politica nell’ambiente ospedaliero.

Stabiliti i contatti (era questo, in realtà, il lavoro più complicato da svolgere) non era necessario, nella quasi totalità dei casi, svolgere una faticosa opera di convinzione.

L’adesione era quasi sempre spontanea e completa: esplicita espressione di una volontà consapevole di partecipazione alla lotta attiva quale manifestazione necessaria e conclusiva di una maturata rivolta morale e ideale contro il fascismo.

Palmieri, Sternini, Righetti, Bonazzi, Pucci, Vincenzi, Collado Martinez, Terzi sono i medici di cui ricordo il nome e che accolsero, offrendosi incondizionatamente, l’invito ad una permanente ed organizzata partecipazione. Non pochi morirono in città o nelle brigate di montagna.

Contemporaneamente era indispensabile provvedere ai rifornimenti dei medicinali e del materiale chirurgico e di medicazione. Era pure necessario ed urgente provvedere all’organizzazione del ricovero in ambiente attrezzato dei feriti più gravi.

In locali di abitazione in via Arienti venne sistemata una base per la raccolta e la confezione del materiale sanitario da distribuirsi variamente. Con la preziosa collaborazione del partigiano Pietro Vassura e di alcune staffette si era riusciti a creare una specie di piccolo laboratorio per la lavorazione della fibra e la costruzione di studiate cassette di pronto-soccorso. Queste venivano confezionate con le attrezzature chirurgiche ed il materiale di medicazione che ci rifornivano gratuitamente e regolarmente le ditte di produzione Samo e Farmac, con le direzioni amministrative delle quali eravamo riusciti a stabilire contatti tramite Mario Bastia, caduto poi all’Università nella battaglia del 20 ottobre 1944.

Contemporaneamente in una villetta in via Andrea Costa, nei pressi del canale di Ravone, presa in affitto dal dott. Bonora, di Mantova, nostro collaboratore, veniva attrezzata una infcrmeria chirurgica per il ricovero urgente e le prime cure ai partigiani feriti.

Poiché l’impianto di questi servizi sanitari non rispondeva, ovviamente, alle esigenze di quella assistenza medico-chirurgica specializzata che le condizioni, talvolta assai gravi, dei feriti imponeva, furono presi diversi contatti con le direzioni sanitarie di alcuni ospedali chirurgici della città e più precisamente con il prof. Scaglietti che dirigeva il Centro ortopedico Putti, della Croce Rossa; con il dott. Ciaburri che dirigeva l’ospedale Marconi, pure della Croce Rossa; con il dott. Galassi che dirigeva la Casa di cura Sabaudia. Altri accordi furono stabiliti con i medici dell’Astanteria dell’Ospedale S. Orsola e in particolare con il dott. Collado.

I risultati pratici di questi contatti furono di diversa entità. La collaborazione più organica e più intensa, anche per una situazione di fatto più favorevole, la si ottenne dal prof. Scaglietti. Tuttavia riuscimmo ad utilizzare anche gli altri ospedali (due partigiani della 36a Brigata furono ricoverati anche nella Patologia chirurgica diretta da Franz Pagliani, naturalmente in incognito).

Di un particolare interesse è certamente il procedimento tecnico-organizzativo che si seguiva per la raccolta, il trasporto ed il ricovero dei feriti. I mezzi di trasporto erano offerti, in prevalenza, dall’avv. Maccaferri che partecipava, quasi con spirito carbonaro, all’avventurosa operazione di salvataggio dei feriti guidando personalmente gli automezzi. Altre volte provvedevano ai trasporti il campione motociclista Sandri o un gruppetto di compagni in servizio di ambulanza presso la Croce Rossa. I feriti venivano raccolti anche nelle immediate vicinanze delle zone di operazione. Sistemati all’interno dei furgoni e sottratti, quando era necessario, alla vista con gli artifici più vari, venivano poi trasferiti presso l’infermeria chirurgica. Dopo una prima medicazione e una accurata preparazione psicologica (dovevano risultare ricoverati come cittadini residenti in zone già liberate e feriti in seguito a mitragliamento aereo), distrutti i documenti, ripuliti e rivestiti, a mezzo di uno speciale furgone del Putti, o a mezzo della stessa ambulanza assicurata all’organizzazione della Croce Rossa, venivano trasferiti in ospedale.

Le direzioni sanitarie (per l’ospedale S. Orsola i medici di guardia dell’Astanteria) provvedevano per la sistemazione possibilmente più sicura nei reparti.

Il mio impegno però, non si esauriva solo nell’organizzazione dei servizi di assistenza sanitaria. Ricordo, ad esempio, un episodio che ha un suo particolare interesse e spiega con chiarezza come il nostro lavoro, in seno al CUMER, fosse di un tipo polivalente. Una fortunata occasione mi consentì di mettermi in contatto, tramite il dott. Carlo Pio Bonazzi, con un tecnico della TIMO, il sig. Cesare Boesmi, addetto al controllo degli impianti automatici il quale, nella esplicazione delle sue funzioni, utilizzando la cuffia di ricezione e stabilendo opportuni contatti, riuscì per un periodo di qualche mese a captare numerose comunicazioni telefoniche dei Comandi tedeschi di Piazza e delle SS e del Comando delle brigate nere; informazioni spesso preziose e di importanza decisiva che venivano regolarmente da me trasmesse al comandante Dario per i provvedimenti o gli interventi che le stesse comunicazioni consigliavano.

Rastrellamenti, investigazioni, rappresaglie frattanto si accentuavano. All’improvviso, in seguito ad una perquisizione effettuata dalle SS all’ospedale Putti (la direzione riuscì a fare allontanare tempestivamente i partigiani ivi ricoverati), ci fu preclusa la possibilità del ricovero dei feriti negli Istituti ospedalieri della città. Fu necessario trasformare, in breve tempo, l’infermeria clandestina in un piccolo ospedale attrezzato. Fu allestita una sala operatoria e, con il materiale procuratoci dall’ospedale Roncati, furono arredate alcune salette di degenza.

Come base di appoggio fu occupata una villetta in fondo a via Carso, di proprietà del sig. Bertocchi, dalla quale, in caso di grave difficoltà, percorrendo il canale Ravone, ci si poteva portare all’ospedaletto evitando qualsiasi attraversamento di strade. I compiti di assistenza medico-chirurgica presso il piccolo ospedale furono assegnati in un primo tempo al dott. Bonora e in un secondo tempo al dott. Vicenzi.

Purtroppo assai presto si presentò la necessità della piena utilizzazione di questo servizio sanitario. Ciò avvenne nelle ore immediatamente successive alla battaglia di Porta Lame, come conseguenza dolorosa della stessa battaglia.

Dalla base di appoggio di via Carso, mantenendomi in contatto con Dario, avevo seguito le fasi della battaglia. Il giorno immediatamente successivo ebbi l’ordine di provvedere al trasferimento e al ricovero dei feriti che, trasportati dai loro stessi compagni, erano stati sistemati, in condizioni terribilmente critiche e penose, in una casa diroccata del quartiere della Bolognina.

L’impresa si presentava assai difficile, quasi disperata, sia per il tragitto non breve da percorrere, sia per la condizione ed il numero dei feriti. D’altra parte ogni ritardo pur minimo poteva compromettere definitivamente l’operazione essendo prevedibile un massiccio rastrellamento in quella zona da parte dei tedeschi e delle brigate nere, non appena questi si fossero ripresi dallo stordimento per la sconfitta subita.

Occorreva, innanzitutto, effettuare un sopralluogo per conoscere l’esatta ubicazione di questo provvisorio rifugio e per valutare le reali condizioni fisiche dei feriti. Il sopralluogo venne predisposto per il pomeriggio stesso dell’8 novembre e con gli accorgimenti prestabiliti dallo stesso Dario. Si effettuò senza incidenti. La scena che mi si presentò era di una desolazione tragica ed il ricordo risuscita ancora oggi in me un profondo sgomento.

I partigiani feriti giacevano adagiati sopra dei miserandi giacigli insanguinati, in un ambiente di uno squallore totale. Con viva sorpresa vidi che si adoperava per assisterli, con i pochissimi mezzi di cui poteva disporre, un giovane ufficiale della Luftwaffe. Fui subito informato che si trattava di un ufficiale medico austriaco che aveva disertato ed era passato alla Resistenza.

Rassicurati i feriti e presi gli opportuni accordi, ritornai alla base di appoggio per predisporre, unitamente al dott. Vicenzi, ai compagni Barilli e Nadalini (infermieri del Roncati) e alla staffetta Ada Pasi, il piano organizzativo per il trasferimento dei feriti stessi.

Fu mobilitato subito il sig. Sandri, che si mise a disposizione senza esitazione con una delle macchine del Comando tedesco. Fu deciso, sembrando questa la soluzione migliore, di effettuare il trasporto nelle ore notturne, durante il coprifuoco. Dalle 9 alle 12 della sera (tre ore di intensa emozione) in quattro viaggi consecutivi, sotto la salvaguardia della divisa della Luftwaffe dell’ufficiale austriaco, in una chiara notte lunare, si effettuò senza il minimo incidente il trasporto di tutti i feriti, alcuni dei quali erano in condizioni assai gravi.

Il giorno immediatamente successivo, integrata con l’aiuto del prof. Scaglietti l’attrezzatura chirurgica e completato il rifornimento del materiale di medicazione del piccolo ospedale, la sala operatoria entrava in piena attività. Potevamo constatare così che il giovane ufficiale medico austriaco era un valente chirurgo, specializzatosi a Parigi. Diede infatti subito una rassicurante dimostrazione di sperimentata e sicura capacità tecnica.

Severe e precise disposizioni vennero impartite per mantenere il più possibile segreta la vita del piccolo ospedale clandestino, per non destare pur minimi sospetti nella zona e per assicurare i necessari rifornimenti senza turbare il funzionamento delle attività sanitarie. La villetta doveva sembrare disabitata. Per questo le finestre dovevano rimanere permanentemente chiuse. Tutti i movimenti dall’esterno dovevano effettuarsi all’imbrunire, nelle ore che precedevano il coprifuoco. I servizi di mensa e di pulizia all’interno furono affidati alle cure delle compagne Stella Tozzi e Ada Pasi. I collegamenti con l’esterno dovevano essere mantenuti o personalmente dal sottoscritto o dal partigiano Pietro Vassura che aveva funzioni di staffetta. L’assistenza medica, in aiuto al chirurgo, era assicurata dal dott. Vicenzi, coadiuvato da un giovane partigiano trentino.

Malgrado tutte le precauzioni adottate a tutela dei partigiani ricoverati, si vivevano giornate di profonda e giustificata ansia. Troppe persone erano passate per quella infermeria e le azioni di rappresaglia dei fascisti e i più numerosi arresti di resistenti rendevano sempre meno sicura la permanenza dei feriti in quello stabile. Gli stessi ricoverati, man mano che andavano ricuperando le energie, così segregati, vivevano in uno stato di inquietudine e di tensione che si andava progressivamente accentuando. Dario si rese subito conto di questa situazione di precarietà e dispose ben presto per un trasferimento della sede e fece effettuare ricerche per una nuova sistemazione dei feriti.

Furono fatte intense ed affannose ricerche per trovare altri locali dove trasferire l’ospedaletto ma, purtroppo, senza esito positivo. Nel frattempo le ferite dei partigiani andavano rimarginandosi al punto che le condizioni di salute, anche dei più gravi, potevano considerarsi ormai buone. In accordo con Dario e in considerazione della sempre crescente incertezza della situazione, si convenne sulla necessità di dimettere tutti, evacuando la base e sistemando, in modo frazionarissimo nella città, in casa di compagni o amici, i partigiani dimessi. Venne fissata la data precisa dell’operazione.

Purtroppo era ormai troppo tardi. La viltà folle di una delatrice dei propri compagni di lotta, certa Veronica, ex partigiana che era stata curata presso l’infermeria nella precedente estate, per una leggera ferita, doveva determinare quella catastrofe che da tempo paventavamo. Quasi per una tragica fatalità, poche ore prima che il nostro proposito di evacuazione della base sanitaria si realizzasse e pochi istanti prima della mia visita di ispezione quotidiana, le brigate nere attaccavano in forze ed occupavano il piccolo ospedale dei partigiani. Trascinati selvaggiamente nella caserma Magarotti, nei giorni immediatamente successivi venivano tutti passati per le armi.

I mesi di quel lungo, interminabile e doloroso inverno che seguirono, furono i mesi di una attesa accorata. L’azione militare necessariamente si frazionò e, conseguentemente, anche l’attività di assistenza sanitaria si svolse in forma frammentaria, quasi caso per caso. Le collaborazioni e gli interventi attivi dei medici fino al giorno della liberazione si svilupparono ed attuarono per sollecitazioni sempre estranee ad una organizzazione coordinata, rispondendo però sempre alle più varie necessità.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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