Alberto Fontana


Nasce il 12 aprile 1926 a Bologna. Subito dopo lʼinizio della lotta di liberazione, entra a far parte dei gruppi armati che operano in città e, in modo particolare, in ferrovia. Nel giugno 1944, quando la sua classe viena chiamata alle armi, sceglie di entrare nelle formazioni partigiane operanti sullʼAppennino toscoemiliano ed entra nella banda di Urio Nanni. Lascia presto questo gruppo, ed entra nella brigata Toni Matteotti Montagna e prende parte a tutti i principali combattimenti che la formazione sostiene nellʼestate, compresa la battaglia per la difesa della repubblica di Montefiorino (MO).

Ammalatosi di tifo, dove lasciare per qualche tempo la brigata e trova rifugio in una casa colonica dove viene curato. Rientra in brigata in agosto e prende parte ai combattimenti sostenuti dalla formazione nellʼautunno per la liberazione di Porretta Terme, Lizzano in Belvedere e Granaglione. Dopo la riorganizzazione della brigata, da parte delle forze armate americane, torna in linea e ai primi di dicembre viene ferito alla gamba destra in uno scontro con i tedeschi a Castelluccio di Moscheda (Montese – MO). Dopo un mese di ospedale, a Porretta Terme, torna nuovamente in linea e vi rimane fino alla fine della guerra.

I suoi ricordi

Dopo l’8 settembre 1943 ebbi i primi contatti con antifascisti bolognesi ed entrai a far parte della rete antifascista clandestina. Quella scelta fu il fatto che decise della mia sorte di partigiano e che in seguito mi portò a combattere in una brigata di montagna. In quel periodo prestavo servizio presso le Ferrovie dello Stato, nel personale viaggiante di Bologna Centrale. Qui si formò un piccolo gruppo di tre persone: Walter Bennini, Oscar Savini, ed io. Oscar fu più tardi sorpreso in un’azione di sabotaggio ed inviato in Germania, dove perì in un Lager.

Noi tre passammo subito all’azione distribuendo volantini contro il regime nelle stazioni di transito e nei treni sui quali prestavamo servizio. Inoltre facevamo molti se pur piccoli atti di sabotaggio come il taglio dei tubi di gomma del dispositivo del freno dei carri merci.

Nel quadro di questa continua azione di sabotaggio più volte, ovviamente, s’invitava la partecipazione di altri compagni di lavoro alla lotta.

Nella primavera del 1944 la Repubblica sociale fascista chiamò alle armi anche il primo quadrimestre del 1926; io non risposi al bando di chiamata alle armi e da renitente alla leva passai alla lotta armata contro il nazifascismo.

Alla fine dell’aprile del 1944, dopo opportuni contatti, cercai di raggiungere la brigata Garibaldi, che operava nei pressi di Monterenzio. Nella località Savazza, centro di smistamento delle nuove forze che affluivano ai reparti partigiani, assieme ad una ventina di giovani, dovevamo essere inviati alla 36a brigata, ma ciò non fu possibile perché in quel periodo la brigata, a seguito di un combattimento, si era spostata in altra zona, cosicché, dopo una settimana di vana attesa, venne l’ordine di rientrare a Bologna. Ricordo che quando vidi il partigiano Ercolesi, componente della 36a brigata e gli dissi che ero un caro amico di Sergio Bonarelli, comandante nella stessa brigata, mi rispose che presto avrei potuto rivederlo, ma purtroppo le circostanze non lo permisero e lo rividi soltanto un anno dopo, all’indomani della liberazione di Bologna.

Da metà aprile alla fine di maggio operai come SAP in città e i primi di giugno mi fu proposto di raggiungere la Gaffa, una località sopra Montacuto delle Alpi, nell’alta Val del Reno, dove si stavano formando nuovi gruppi armati.

Fu così, che nella prima decade di giugno raggiunsi il gruppo comandato da Urio Nanni, composto da una quarantina di elementi, la maggior parte dei quali erano locali e malamente armati, alcuni totalmente privi di armi. Dopo alcuni giorni dal mio arrivo giunsero degli altri elementi, tra cui una decina di russi, più tardi tre francesi ed altri provenienti da Bologna. Il gruppo divenne forte di una settantina di uomini, però mancava assolutamente di una guida politica e di un collegamento con il movimento antifascista. Urio, pur non mancando di coraggio, non era certamente l’uomo adatto ad amalgamare uomini di così diverse provenienze.

Personalmente questa sensazione l’ebbi netta; fu così che al primo contatto che ebbi con la Matteotti al lago Scaffaiolo, in occasione di uno scontro a fuoco coi tedeschi, fui ben lieto di confluire in quella brigata, già comandata dal capitano Toni, facendo opera di persuasione presso altri compagni perché facessero altrettanto.

D’altra parte la giustezza della mia decisione fu dimostrata da un altro fatto.

Verso sera, dopo tre giorni di combattimento, mentre il capitano Toni predisponeva lo sganciamento dalla zone del lago Scaffaiolo, preavvertito dell’azione che i tedeschi avrebbero effettuato in forze il giorno dopo, Urio, che avrebbe dovuto fare da guida, abbandonò la zona, con un piccolo gruppo, all’insaputa del capitano Toni. In seguito a questo fatto, quando Urio si presentò armato di mitra a Castellaro, una borgata nei pressi di Castelluccio di Porretta dove la Brigata era accampata, il capitano Toni diede l’ordine a me e ad un altro di disarmarlo, invitandolo a lasciare l’accampamento. La Matteotti, Urio non lo ha riconosciuto partigiano.

Con la brigata Matteotti partecipai anche alla difesa della Repubblica di Montefiorino e quando venne l’ordine di ripiegamento e giungemmo nella pineta di Fellicarolo, ai piedi del monte Cimone, fui colto da un violentissimo attacco di febbre. Tutt’intorno le brigate erano in preda ad un vero e proprio sbandamento, inseguite come erano dai tedeschi che cercavano di sfruttare a fondo la vittoria riportata a Montefiorino.

Per almeno quattro giorni i miei compagni, stanchi ed affamati, mi trasportarono lungo sentieri montani e per i boschi; a volte capitava che, accovacciati in crepacci o in mezzo a cespugli, vedevamo i tedeschi a poche decine di metri da noi, ma la scarsità di munizioni non ci permetteva altri scontri a fuoco. Spesso ripetevo ai miei compagni di lasciarmi e di mettersi in salvo, visto che la situazione di ora in ora si faceva sempre più precaria, per non dire disperata. Dopo lunghe insistenze i miei compagni e lo stesso capitano Toni, a malincuore acconsentirono a lasciarmi.

Mi trovavo così solo, febbricitante, e per salvarmi, dopo aver nascosto armi e indumenti, fui costretto ad immergermi in un torrente; rimasi immerso per lunghe ore rendendomi conto che solo in quel modo avrei potuto sfuggire al rastrellamento.

A poco distanza vedevo i tedeschi che operavano con l’ausilio di cani appositamente

addestrati. Solo verso il tramonto, dopo aver attentamente scrutato la zona, uscii dal mio nascondiglio e mi rifugiai in un cespuglio, addormentandomi.

Dopo non so quanto tempo, mi svegliò il rumore di un contadino che stava falciando l’erba e fu grazie a lui, padre di un partigiano della brigata Giustizia e Libertà, della divisione Modena, che fui ricoverato in una baita nei pressi di Cà d’Olimpia d’Ospitale (Fanano).

Il giorno seguente venne a trovarmi li figlio del contadino con il parroco della zona, il quale si rese conto che io ero affetto da una forma di tifo e suggerì al riguardo le dovute precauzioni a chi avesse avuto contatto con me. Solo verso la metà di settembre, non completamente ristabilito, mi rimisi in cammino e raggiunsi la mia brigata, a Poggiolforato, sui monti della Riva, a Cappelbuso.

Al mio rientro fatti nuovi erano avvenuti. La brigata si era scissa: una parte era rientrata nella bassa bolognese (Molinella), un gruppo si era portato a Badi, sull’alta valle del Reno, e Toni, con il grosso della formazione, era rimasto a Poggiolforato, affiancato dal nuovo commissario politico Mario Bacchelli e dal tenente Bruno Stagni.

La Matteotti operò con due gruppi e i contatti venivano assicurati dal commissario Ferdinando Baroncini (Nino) che si trovava a Capugnano, quartier generale della brigata ed era allora segretario della federazione del partito socialista a Bologna e come tale operava in stretto contatto col CUMER.

Con il gruppo che più tardi assunse il nome di battaglione Toni partecipai alla conquista di Granaglione, Lustrala, Borgo Capanne, Ponte della Venturina, Castelluccio e Porretta Terme, dove ci congiungemmo con l’altra formazione chiamata Sambuca pistoiese. La sopra citata formazione aveva sostenuto combattimenti a Pracchia, Taviano, Badi, Treppio, Castel di Casio. Molino del Pallone e Porretta; questo congiungimento avvenne i primi di ottobre del 1944.

La Matteotti si portò a Raspadore, oltre il fiume Siila, dove vi rimase sino all’attacco che portò alla conquista del monte Belvedere.

Alla conquista del Belvedere parteciparono la Divisione Modena da Vidiciatico, Lizzano e Corona; la Matteotti dalla Querciola a Gabba e la Giustizia e Libertà, comandata dal capitano Pietro Pandiani della Divisione Bologna da Gaggio Montano.

Questo attacco in forze avvenne alla fine dell’ottobre del 1944. Nel corso dell’attacco tra Santa Filomena e Cà d’Ercole, con una pattuglia di venti uomini, avanzammo in direzione di Castelluccio di Moscheda per evitare sorprese sul fianco sinistro della brigata Matteotti. Ma fummo attaccati da un forte contingente tedesco e per nostra fortuna ci venne in aiuto un reparto della Garibaldi che ci salvò da una situazione critica e, messo in fuga il nemico, più tardi raggiungemmo la brigata senza subire perdite.

Mancando l’appoggio che ci era stato promesso dagli Alleati, fummo costretti ad abbandonare le quote conquistate al primo contrattacco in forza. I tedeschi approntarono in quella zona lavori di fortificazione fino a renderla uno dei punti più muniti e fortificati della linea Gotica. Ferito leggermente ad una gamba, fui ricoverato all’ospedale di Porretta Terme dove da un compagno appresi della morte in combattimento del capitano Toni (Antonio Giuriolo, di Arzignano di Vicenza).

Il capitano Toni decorato alla memoria di medaglia d’oro al valor militare, oltre ad essere un valido comandante, lo ricordo come un uomo di elevata cultura e di grande spirito umanitario. Personalmente ebbi molte volte occasione di parlare con lui e di ricevere i suoi insegnamenti dati sempre con affetto e con amicizia, mai con spirito di superiorità. Insegnamenti rivolti ad approfondire in noi giovani la nostra coscienza civile e ad illustrare i valori di solidarietà e di giustizia sociale della Resistenza. Oltre al capitano Toni, ricordo con affetto i ventotto partigiani caduti, tra cui tre russi e un francese.

Alla fine di dicembre fui dimesso dall’ospedale e, senza perdere i contatti con la brigata, mi aggregai ad un reparto della 5a Armata americana, di stanza a Porretta Terme, con funzioni logistiche e di esplorazione, rimanendovi sino alla liberazione di Bologna, avvenuta il 21 aprile 1945.

Il 2 maggio 1945 mi presentai alla direzione compartimentale delle Ferrovie e fui riassunto in forza al personale viaggiante di Bologna Centrale. A dimostrare quanto notevole sia stato il contributo dei ferrovieri alla lotta di liberazione, ricordo che solo nella brigata cui appartenevo eravamo in quattro ferrovieri di Bologna, fra cui Alfiero Tomesani, caduto in combattimento il 4 novembre 1944.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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