Francesco Sabatini (alias Lenin) la storia di un socialista attraverso il fascismo


Nasce il 14 aprile 1870 a Granaglione. Allʼetà di otto anni incomincia a lavorare con il padre come boscaiolo recandosi in Sardegna. Per sbarcare il lunario nellʼetà giovanile feci di tutto: il boscaiolo, il carbonaio, il manovale e lo stradino, come racconta nei suoi ricordi, emigrando temporaneamente in Sardegna o nella Maremma.

Richiamato alle armi nel 1890 fu inviato a Siena in fanteria e successivamente viene trasferito a S. Gimignano (SI) dove impara a leggere e a scrivere. Al termine del servizio militare aveva acquisito una buona cultura. Nel 1900 con la famiglia emigra in Svizzera, dove incontra i primi socialisti.

Entra a far parte del comitato fondato dai fratelli Filippini per la diffusione delle idee socialiste. Allo scoppio della la guerra mondiale è costretto a rientrare in Italia.

Richiamato alle armi, viene militarizzato nella stabilimento della SNI di Campo Tizzoro (S. Marcello Pistoiese – PT), dove inizia a propagandare il socialismo fra gli operai, attività che prosegue successivamente per la quale viene soprannominato Lenin.

Dopo il primo dopoguerra è uno dei fondatori della Cooperativa di lavoro di Porretta Terme di cui diventa consigliere. Nominato assessore anziano del comune di Granaglione, svolge anche le funzioni di sindaco. Negli anni Venti chiese il visto per ritornare in Svizzera, ma gli viene negato perché elemento sospetto. Con la salita al potere del fascismo, nonostante le provocazioni e le minacce, non si piega ai soprusi e continua a professare le sue idee anche se questo ha significato mancanza di un lavoro stabile.

I suoi ricordi

Io ricordo bene che avevo otto anni, nel 1878, quando andai in Sardegna con mio padre a buttare giù i boschi di Orgosolo. Cominciai a fare il boscaiolo a quella età ed ogni anno andavamo via da casa perché qui non c’era lavoro e si moriva di fame. Quasi tutti gli uomini di Granaglione emigravano per poter tornare a casa con qualche soldo.

Si partiva per la Sardegna o per la Maremma subito dopo le feste dei Santi e si ritornava a casa verso luglio. Il sacco attaccato al chiodo non aveva smesso di dondolare che si ristaccava per ripartire poi per le macchie del Corno alle Scale, delle Stufe e del Toso. Nella mia prima gioventù feci di tutto, il boscaiolo, il carbonaio, il manovale, lo stradino. Nel 1890 fui chiamato sotto le armi e fui inviato a Siena al 12° Reggimento fanteria dove fui assegnato ad un reparto di bersaglieri; da questi però mi levarono perché ero affetto da febbri malariche prese nel grossetano quando ero alla macchia e mi mandarono a San Gemignano dove fui incluso nella compagnia presidiarla e messo alla bada di 400 galeotti che erano dentro al carcere. Restai nei soldati 36 mesi e ricordo che un giorno decisero di fare la scelta dei più bravi per metterli nel plotone allievi caporali e io pure fui scelto.

Io ero analfabeta, non sapevo né leggere né scrivere, i miei compagni mi dicevano: Ora come farai a passare gli esami che non sai nemmeno fare la tua firma?. Allora mi misi al rapporto dal capitano, il quale non credeva che fossi analfabeta perché diceva che ero molto intelligente e credeva che io mentissi per non andare nel plotone allievi caporali. Io gli dissi che dove ero nato non c’erano scuole e che fin da bambino, per mangiare, avevo dovuto lavorare nei boschi. La stessa cosa dissi al tenente che mi interrogò: Non è colpa mia se non ci sono scuole dissi.

Mi chiamò ancora il capitano: Voi non volete fare il caporale? Io vi farò marcire in prigione.

Faccia lei io risposi; poi mandò a prendere il mio libretto personale e si convinse perché c’era scritto: leggere, no; scrivere, no.

Furono molto comprensivi con me, ritennero che fosse un’ingiustizia che io fossi analfabeta mentre, secondo loro, ero molto intelligente e mi assegnarono al servizio interno che comprendeva tre giorni alla settimana d’istruzione per analfabeti.

Dopo sei mesi sapevo leggere e scrivere, e scrivevo lunghe lettere a casa.

Non potendomi far fare il caporale istruttore mi fecero fare il trombettiere; fu proprio durante le lunghe ore di servizio alla porta che mi prese la passione della lettura ed in quei mesi lessi: Paris e Vienna, La Gerusalemme Liberata, L’Orlando Furioso, molti canti della Divina Commedia, e molti altri romanzi epici. Quando fui congedato avevo una buona istruzione ed ero anche caporale trombettiere.

A casa trovai la solita miseria e dovetti ricominciare la solita vita. Nel 1896 mi sposai, ma non me la sentivo di dover stare sempre lontano da casa e da mia moglie, per passare i miei giorni da una foresta all’altra e così nel 1900 emigrai con la mia famiglia in Svizzera e qui mi incontrai con i primi socialisti.

Mi ricordo che per opera dei tre fratelli Filippini si formò un comitato per diffondere le idee socialiste. Vennero poi da me e quando mi ebbero spiegato quelli che erano i loro intenti risposi: Si, perché per quanto ho sentito ed ho letto, — dissi — anche Gesù Cristo fu socialista perche fece la barba a tutti i suoi discepoli eppoi la fece per sé.

Allo scoppio della grande guerra, nel 1914, fui rimpatriato dalla Svizzera; io non volevo venire perché sapevo che mi sarei trovato in mezzo ad una strada e con la famiglia che avevo non era certo una bella prospettiva. Non volevo partire, ma mi misero un limite di tempo di ventiquattro ore dopo di che avrebbero agito con la forza. Dovetti abbandonare tutto, lavoro, casa, una pensione per operai che mia moglie teneva per aiutarmi a sostenere la famiglia e dovemmo rimpatriare con poche garabottole riunite in fretta e in furia. In Italia, con lo scoppio della guerra, fui militarizzato e lavorai allo stabilimento della SNI a Campo Tizzoro. Facevo le matrici per le pallottole. In questo periodo iniziai la mia propaganda alle idee socialiste. Nello stabilimento, ricordo, avevamo organizzato ogni reparto.

Alla fine della guerra girai tutte le nostre montagne per diffondere fra i poveri l’idea del socialismo. Andavo nelle frazioni, dove c’erano gli operai che lavoravano, salivo su un muretto, o su un tavolo e parlavo del socialismo, della libertà, del diritto ad una vita decente, della uguaglianza degli uomini. Parlavo anche nei caffè, negli alberghi, dovunque ci fossero degli uomini.

Cominciarono a chiamarmi Lenin e così mi hanno sempre chiamato e mi chiamano ancora. Nessuno sa come mi chiamo, dicono Lenin. Io ero e sono religioso, non volevo che gli operai bestemmiassero. Per me non c’era, non poteva esservi dissidio fra la religione ed il socialismo perché volevano entrambi il bene dell’uomo.

Quando venne il fascismo la situazione già critica subito dopo la guerra, si aggravò ancora. Per chi la pensava come me, non doveva esserci lavoro; avevo chiesto il visto per poter ritornare in Svizzera dove avevo lasciato tutto; mi fu negato, perché ero un elemento sospetto. Io ogni giorno uscivo di casa per cercare lavoro, facevo il muratore, avevo imparato in Svizzera, nello stesso cantiere dove Mussolini faceva il manovale. Come ho già detto mi ero sposato nel 1896 ed avevo nove figli da mantenere (ne avevamo avuti quattordici dei figli) ed ogni giorno bisognava risolvere il problema della fame: a casa si mangiava della polenta e dei necci e si beveva acqua. Nessuno mi voleva dare lavoro, ero un sovversivo, mi pedinavano sempre, persino nella cabina elettorale, quando ci furono le false elezioni fasciste, nel 1924. Andai in cabina e mentre ero dentro, c’erano due elementi che stavano sulla porta, e venivano a spiare, per vedere quello che facevo, poi con delle scuse cercavano di venire dentro: C’è la candela? C’è il calamaio, la penna? .

Allora io dissi: C’è tutto, andatevene!.

E non ci tornarono più. Allora sulla scheda feci un bel serpente con la testa di Mussolini. Sortito di cabina misi da me la scheda nell’urna prima che il presidente riuscisse a prendermela e magari vedere come avevo votato. I fascisti mi perseguitavano per le mie idee, perché non prendevo la tessera del fascio mi volevano intimorire minacciando bastonature e purghe, ma io ero di quelli che dicevano: Abbocco più volentieri la canna di una rivoltella piuttosto di prendere le vostre purghe. I fascisti mi minacciavano e quando ero fuori casa andavano a buttare in aria le mie stanze per cercare armi, ma trovavano solo dei libri e qualche copia dell’Avanti!. Una volta chiesero a mia moglie dove c’erano armi e mia moglie aprì la stanza dove c’erano i miei figli e disse: Queste sono le armi di mio marito! .

Mi odiavano anche perché ero stato tra i fondatori e consiglieri della cooperativa di lavoro di Porretta Terme ed anche perché ero assessore anziano con funzioni di sindaco del nostro comune.

Una volta un commerciante del Molino del Pallone, fascista, il quale era stato tassato un po’ troppo, dandone a me la colpa, cercò di farmi una imboscata nei pressi della galleria del Rondone, vicino a Biagioni. Tentò con la prepotenza, spalleggiato da un nipote, di farmi scendere dal barroccio di un mio amico, con il quale ritornavo a casa. Non riuscendovi, in un secondo tempo cercò, con modo conciliante, di farmi scendere a sedere tra loro sul parapetto della strada, ma io fui più furbo di loro e non abboccai al tranello.

Un’altra volta soltanto i fascisti tentarono di farmi una imboscata, ma grazie all’aiuto di un amico, tutt’altro fascista, che mi procurò un passaggio su di una macchina in transito me la cavai senza conseguenze.

Mi odiavano, però mi rispettavano e mi temevano, e non mi torsero mai un capello. Io, in ogni modo viaggiavo con un bastone che in fondo aveva una lunga punta di ferro e se qualcuno si fosse azzardato a farmi oltraggio glielo avrei fatto passare mezzo metro dietro la pancia.

Una volta un prete fascista, amico di Mussolini, certo don Giuseppe, parroco di Frassignioni, mi fece andare in Questura a Bologna, forse con l’idea di mandarmi al confino. In Questura mi fecero le fotografie di faccia e di fianco, mi presero le impronte digitali del pollice e dell’indice eppoi mi misero fuori. Io allora dissi che per obbedire alla loro chiamata avevo perso la giornata e mi ero dovuto far prestare 20 lire, i soldi del viaggio, da un mio amico ed inoltre avevo fame, anche perché non avevo soldi per comperar cibo. Dissi loro che non mi sarei mosso di lì fino a che non mi avessero rimborsato tutte le spese. Il commissario, allora, che si vede era una buona pasta, mi fece rimborsare tutte le spese e mi fece accompagnare ad una trattoria.

Nel 1921 cominciarono a fare la strada Casa del Vento – Orsigna. Siccome ero rimasto senza lavoro andai a cercarne in quel cantiere. I capi dei lavori a mezzogiorno, andavano all’albergo di Serafino a Setteponti; li lasciai mangiare, eppoi gli chiesi se mi avessero messo a lavorare, ma loro mi dissero che per muratori non c’era lavoro. Io avrei fatto anche il manovale. Mi dissero che di quelli ne avevano in abbondanza, eppoi c’era il lavoro di zona… allora io gli dissi: Che maniera, andate a Serravalle a prendere scalpellini e muratori: quelli non sono della zona, ed uno di qui non può lavorare nella vostra zona?. Cercarono delle scuse. Prima di andare da loro, ero passato dal cantiere ed avevo saputo che le tariffe che prendevano erano la metà di quelle stabilite dal sindacato.

Io dissi che loro dovevano fare il proprio dovere e lavorare sul serio, che al resto pensavo io. Quando i capi mi dissero che non mi avrebbero messo al lavoro gli dissi che avrei fatto fare, agli operai, uno sciopero perché, appunto, non erano pagati come dovevano. Dissero ancora di no, perché non c’era lavoro, ed io risposi che il lavoro c’era, che dovevano darmelo e dovevano pagare la giusta tariffa agli operai; dissi che sarei andato a lavorare e che qualcuno mi avrebbe pagato e mi avviai deciso. Quando fui in mezzo al ponte mi chiamarono indietro ed accettarono le mie richieste e fu quella una importante vittoria sindacale ed un modo di far rispettare chi lavora.

Continuai così, sempre senza mai fare compromessi, anche se il mio modo di fare ostacolava la esistenza dei miei figli; infatti per i figli di Lenin, come dicevano, non c’è lavoro.

Durante la Resistenza perdetti un genero, marito della mia prima figlia: si chiamava Franci Alberto ed era della 62a Brigata Garibaldi, ucciso da una bomba da mortaio a Pian di Macina, ed un nipote, figlio del mio genero anzi nominato, partigiano nella 36a Brigata Bianconcini, con il grado di sergente maggiore, caduto in combattimento nella primavera del 1944 ai Casoni di Romagna, in località Cà del Rio. Aveva 20 anni.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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