Luigia Loreti (Nome di battaglia Gigina) Staffetta


Nasce il 15 aprile 1913 a Imola. Nata in una famiglia antifascista, da bambina è testimone della violenza squadristica. Viene sospesa da scuola per aver rifiutato il saluto romano alla bandiera. Anche se non ancora appartenente a nessuna organizzazione democratica dopo lʼ8 settembre 1943 aiuta i giovani disertori. Insieme con i suoi fratelli Domenico Renzo e Giuseppe Ugo, Rino Ruscello e Anselmo Salieri partecipa al recupero di armi e munizioni. Dal maggio 1944 tramite Antonietta Carletti entr nei Gruppi di difesa della donna. Da questo momento cominciai unʼazione più attiva e organizzata.

E’ stata la staffetta di Domenico Rivalta e di Ezio Serantoni. Ha combattuto nel distaccamento imolese della 7a brigata GAP Gianni Garibaldi.

Venne addetta alla distribuzione della stampa clandestina, alla raccolta di fondi per le famiglie partigiane, alla distribuzione delle armi, alla falsificazione dei documenti. E’ arrestata una prima volta nel settembre 1944 e tradotta nel carcere della Rocca (Imola).

Non avendole trovato alcun documento compromettente, viene rilasciata dopo tre giorni. Arrestata per la seconda volta il 14 febbraio 1945 mentre bussa a casa Carletti, base partigiana, è incarcerata nel carcere della Rocca. Per quattro notti di seguito, mentre mi facevano girare sul bastione con la rivoltella puntata sulla nuca o sulla bocca, viene interrogata dalle brigate nere comandate da Ravaioli. Ma si stancavano prima loro di me a stare al freddo sebbene io fossi nuda. Non parlò anche se a sentire il Ravaioli tutta la guerra di liberazione lʼavevo fatta io, proprio io che non volevo parlare. Viene trasferita a Bologna insieme con altri trenta partigiani, tra cui Wladimiro Gollini, in carcere viene interrogata dalle SS tedesche. Il giorno della liberazione di Bologna riacquista la libertà.

I suoi ricordi

Ricordo ancora, sebbene fossi bambina, le squadracce fasciste che picchiavano gli operai. Ricordo che un primo maggio la polizia sparò sulla popolazione che festeggiava la festa del lavoro. Ricordo la sospensione dalla sesta elementare che ebbi per non voler fare il saluto romano alla bandiera. Sebbene fossi bambina il mio cuore e il mio cervello odiavano il fascismo. Ricordo che durante la guerra di Spagna andavo a sentire la radio popolare spagnola in casa di antifascisti e lì avvenivano lunghe discussioni che formavano sempre di più la mia coscienza. Una sera sentii il discorso pronunciato da Bianconcini e ricordo l’entusiasmo che avevo perché un compagno di Imola aveva parlato dalla Spagna popolare.

Fra miseria e oppressione, si arrivò al 25 luglio 1943, giorno in cui il fascismo crollò. Questo fu un giorno di gioia, che purtroppo però durò poco e le nubi non tardarono a ritornare con l’8 settembre. Ancora non facevo parte di nessuna organizzazione democratica, ma il mio spirito antifascista mi indusse subito ad aiutare i giovani che scappavano dall’esercito per non subire il tradimento del re e dei generali. Anche i miei due fratelli arrivarono a casa e così incominciò, sebbene non fosse ancora organizzata, la mia modesta lotta per la liberazione. Ricordo che, assieme ai miei fratelli, Rino Ruscello, Simì e due dei suoi fratelli, mi mandavano a trasportare armi, munizioni e stampa.

Il bombardamento del 13 maggio fu per me una scossa orribile nel vedere parte della mia città distrutta e tanti morti e così d’impulso mi misi a discutere a voce alta l’azione criminosa dei fascisti e dei tedeschi. Dopo qualche giorno fui avvicinata da una mia antica compagna di scuola, Antonietta Carletti, che mi organizzò nei Gruppi di difesa della donna. Da questo momento cominciò un’azione più attiva e organizzata. Cominciai a partecipare a riunioni in mezzo ai campi, con diverse compagne, fra cui Nella Baroncini, a riunioni nelle case di compagni, assieme ai giovani del « Fronte della gioventù », che poi divennero ottimi collaboratori e ottime staffette.

Il mio primo contatto con compagni fu con Domenico Rivalta, barbaramente trucidato e buttato con altri quindici partigiani nel pozzo Becca proprio alla vigilia della liberazione. Rivalta fu per me, e anche per le altre staffette, più di un compagno, più di un padre. Quando ritornavo a casa dall’aver distribuito la stampa, o trasportato armi e munizioni, bagnata, stanca dopo ore di bicicletta, lui era pronto a riceverci con affetto ed ogni buona premura. Ci diceva: Se non ci foste voi, ragazze, a fare quello che fate, il nostro movimento sarebbe più lento e difficile.

Poi ebbi l’incontro con Ezio Serantoni, presidente del Comitato di liberazione di Imola, e questo avvenne a Sasso Morelli, dove il Serantoni dirigeva tutto il movimento partigiano della bassa pianura imolese. Tutte le mattine, alle 7 circa, partivo da Imola diretta a Sasso Morelli, con materiale propagandistico, documenti, armi e ritornavo con altrettanto materiale da distribuire ai compagni delle basi.

Fu circa a metà settembre che, con altre staffette, andai a Sesto Imolese a ritirare da Nicola delle sigarette. Tutto andò bene, ma dopo una quindicina di giorni fui fermata per strada da due della brigata nera e condotta in Rocca, cioè nelle prigioni locali. Mi fu chiesto se avevo trasportato delle sigarette e chi me le aveva date. Feci la tonta e negai sempre, così il mio primo arresto si risolse in 24 ore. Quando mi fermarono avevo nella borsa proprio qualche pacchetto di quelle sigarette che dovevo portare a destinazione, ma arrivata alle prigioni chiesi di andare al gabinetto e buttai tutto giù e così quando mi perquisirono non trovarono un bel niente. Dopo qualche giorno si seppe chi era stato a denunciare quel fatto.

Restai inattiva per un po’, poi ripresi con tranquillità il mio lavoro. Vi era da attaccare ai muri dei manifestini contro i fascisti e tedeschi. Uscimmo alla mattina presto, io e Antonietta, e riempimmo il centro di manifestini; non contente li andammo ad affiggere anche sul portone e sul muro di fronte della brigata nera, ma dopo una mezz’ora, quando ripassai, li avevano già tolti.

Continuamente c’erano degli spostamenti di armi, anche quelle ingombranti come mitra e mitragliette e allora adoperavo coperte e carriole, o ceste di quelle che i contadini usano per portare in paese il formaggio. Aiutavamo anche le famiglie dei partigiani più bisognosi con denaro e cibo. Durante la settimana del partigiano ricordo che un giorno di mercato mi recai in piazza e lì, fra i contadini e negozianti che ad occhio mi sembravano favorevoli al movimento, raccolsi una bella somma, tanto che ebbi gli elogi dai compagni. Vi era poi da fare anche il lavoro di falsificazione di documenti, carte d’identità, ed ebbi anche la possibilità, attraverso un amico tipografo, di far fare dei timbri. Noi avevamo una macchina per ciclostile nascosta in una capanna in mezzo alla campagna.

Un giorno dei primi d’ottobre del 1944 fui mandata a portare al fondo Ca’ Vecchia, sulla strada che porta a Codrignano, al di là del fiume, dei piani per i SAP che azionavano sulle colline sovrastanti Imola. All’altezza della casa del podere della Bella Rosa, dov’era una nostra base, fui fermata dalle SS e mi chiesero la bicicletta per andare a Imola a prendere un carro armato per tirarne su un altro che era nel passo. Per forza dovetti dare la bicicletta, ma dissi che sarei stata ad aspettare. Guardandomi attorno vidi un tedesco morto nel greto del fiume; la casa era occupata dai tedeschi e i civili erano scappati. Tutto a un tratto sentii una scarica di mitra venire dalla collina, i tedeschi sembravano pazzi, però non s’azzardavano ad andare su e stavano a guardare con i cannocchiali. Anch’io guardavo su, verso la collina, ma sapevo già di che cosa si trattava. Udendo uno delle SS parlare italiano gli chiesi che cosa era successo e mi rispose che i partigiani avevano ammazzato un tedesco, ma che avrebbero pagato. A bruciapelo mi chiese se ero partigiana; negai, ma lui disse che avevo occhi troppo furbi per non esserlo.

Riebbi la bicicletta e ritrovai il coraggio per portare a termine il mio compito.

Ritornai poi a Imola con due ore di ritardo e raccontai tutto a Rivalta, il quale era molto in pensiero per il ritardo. Dopo due giorni si seppe che i tedeschi avevano impegnato in combattimento, alle 4 del mattino, i partigiani e che due valorosi di essi, Rino Ruscello e Marino Dalmonte, erano morti.

Durante l’inverno fu sempre un avanti e indietro fra Imola, Castel San Pietro e Bologna. Serantoni era venuto a stabilirsi a Imola, grazie all’aiuto di noi staffette.

Egli era molto conosciuto dai fascisti e l’ansia fu grande. In Imola inoltre, si organizzò un distaccamento della 7a brigata GAP ed anch’io ebbi l’onore di farne parte come staffetta. Il comandante militare era Dante Pelliconi e quello politico Luigi Lincei, detto Sganapino. Fra i diversi gruppi di GAP ve n’era uno che faceva capo a Walter Grandi, ex partigiano della 36a brigata. Walter poteva girare avendo un documento della Todt e qualche volta veniva lui alla base, specialmente alla domenica. Una di queste domeniche sua moglie, una ex partigiana iugoslava, venne a cercarlo dicendo che a mezzogiorno non era rientrato a casa.

Da mia sorella appresi che aveva visto, circa a mezzogiorno, dei fascisti con in mezzo un civile e dalla descrizione compresi che era Walter. Corsi subito ad avvisare i compagni e poi andai da Serantoni. Spostammo subito Lincei dalla base e non fu facile trovargli un posto, ma alla fine ci riuscimmo. Intanto io e gli altri rimanemmo, con la speranza che tutto andasse bene e la notte nessuno fu capace di dormire.

La mattina dopo ognuno fece il suo lavoro con molta più attenzione. Dopo mangiato ritornai alla base, bussai alla solita maniera, ma ad accogliermi c’erano le brigate nere. Fui svelta a chiedere della sarta, che era poi Antonietta, ma il Ravaioli, comandante politico delle brigate nere di Imola, che già mi conosceva, mi disse che ero in arresto e che una volta ero sfuggita, ma che stavolta avrei pagato anche per l’altra. Questo accadde il 19 febbraio 1945. Facendo la perquisizione trovarono la mitraglietta di Lincei che non avevamo spostata credendola al sicuro. Volevano bruciare la casa, ammazzarci tutti, dicevano. Alla fine di una commedia a base d’insulti e schiaffi fummo portati in Rocca: Adria, Antonietta, Andrea, Cesare Carletti ed io.

In Rocca rimasi quattro giorni, come pure gli altri. Tutte le notti ci interrogavano.

Mi spogliavano nuda, facendomi girare sul bastione per delle ore, interrogandomi continuamente, sempre con la rivoltella puntata o in bocca o sulla nuca.

La prima sera mi fecero fare un bel bagno ghiacciato, ma io stavo sempre zitta, e fra me e me ripetevo continuamente che non conoscevo nessuno e che non avevo mai fatto la staffetta. Quando proprio era impossibile stare zitta dicevo solo così.

Si stancavano prima loro di me a stare fuori al freddo, sebbene io fossi nuda e allora mi portavano in cella dov’ero lasciata nuda per tutta la notte, senza branda. La branda me la diedero solo al mattino seguente, coi vestiti. Io facevo continuamente della ginnastica e chi mi faceva compagnia era la civetta sulla finestra.

Un giorno venne in cella un ufficiale tedesco per interrogarmi e parlava l’italiano.

A sentire il Ravaioli tutta la guerra di liberazione l’avevo fatta io, proprio io che non volevo parlare. L’ufficiale cominciò ad interrogarmi, ma io non sapevo mai niente; alla fine, arrabbiato, mi disse che ero dura, ma che loro sarebbero stati più duri e che mi avrebbero fucilata. Ero distesa sulla branda, mi rivoltai verso il muro e gli risposi che allora mi avessero lasciato dormire. Se ne andarono tutti e due arrabbiatissimi.

Dopo quattro giorni, alle 22, fummo caricati su un camion e portati a Bologna.

Eravamo in una trentina circa. Uscimmo dalla Rocca cantando un inno partigiano.

Purtroppo di quei trenta pochissimi sono ritornati.

Il verbale che avevo firmato era di due righe dattiloscritte. Avevo sempre negato tutto, andavo in quella casa, dalla sarta, a cucirmi un paltò e quel ragazzo che era sempre lì credevo fosse il fidanzato di una delle sorelle. Questo era il mio verbale.

A Bologna fui interrogata una volta dai tedeschi e mantenni lo stesso atteggiamento.

Mi presi qualche schiaffo. Arrivò il giorno della liberazione di Bologna e così potemmo ritornare alle nostre case.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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