21 Aprile 1945 l’Emilia-Romagna insorge i retroscena della Liberazione


La cattura dei fascisti 

Il 21 aprile 1945 a Bologna e nei giorni seguenti nelle altre città dell’Emilia-Romagna, a mano a mano che erano liberate dagli alleati o si liberavano da sole grazie all’insurrezione popolare, iniziò la cattura dei fascisti.

Pochi si consegnarono spontaneamente alle forze della Resistenza – secondo le modalità del bando nazionale «Arrendersi o perire!» — mentre i più preferirono rinchiudersi in casa o nascondersi in rifugi di fortuna, presso amici e parenti. Erano rimasti — a Bologna come altrove — solo personaggi piccoli e medi ritenendo di avere modeste responsabilità. Ma molti non avevano potuto fuggire per vari motivi, in primo luogo quelli familiari.

Al contrario, gli alti gradi del regime avevano preso il largo da tempo, dopo essersi procurati — potendo disporre di grandi mezzi finanziari — un rifugio sicuro in qualche città del nord, anche se andarono quasi tutti nel Bresciano e nell’alto Vicentino. Il morituro regime aveva provveduto per tempo a stanziare — a vario titolo — grosse somme prelevate dalle casse dello stato, per andare incontro alle esigenze dei gerarchi e dei militari. Dall’epistolario di Giorgio Pini risulta che i giornalisti avevano avuto la liquidazione e sovvenzioni — non dovute e, quindi, illecite — dall’istituto di previdenza della categoria (Per l’epistolario Pini, depositato all’Archivio centrale dello stato, cfr. N. S. Onofri, “il Resto del Carlino” durante l’occupazione tedesca. Le carte di Giorgio Pini, in “il Carrobbio”, Edizioni Parma, Bologna 1991, p. 280.).

Il piano d’evacuazione dei militi delle formazioni armate fasciste e dei loro familiari era stato predisposto da tempo con la circolare che Alessandro Pavolini, segretario nazionale del PFR, aveva inviato il 22 settembre 1944 ai prefetti ed ai segretari provinciali del PFR. Il documento era intestato «SEGRETO. N. di Prot. 002328, S.P.C.». Le «presenti istruzioni», terminava, «delle quali avrai l’accortezza di non riprodurre altre copie», vanno «custodite in luogo sicuro e progressivamente distrutte dopo la utilizzazione».

Il piano, dettagliatissimo, prevedeva varie soluzioni: dal trasferimento in Germania delle famiglie alla «mimetizzazione in Italia, mediante trasloco da rione a rione, da un Comune all’altro, da una ad altra Provincia». Le mogli dei militi avrebbero avuto un «sussidio» di 20 mila lire e 10 mila «ciascun componente a carico», anche se non era specificato se il mese o una tantum (ASMO, GP,1945, b.738, s.2, cat.2, fas. 5, “Partito nazionale fascista. Fatti e commenti”.).

Inutile dire che i soldi sarebbero dovuti uscire dalle casse statali, dalle quali i fascisti, nei giorni dell’insurrezione, prelevarono — armi alla mano — ingenti somme. La sede della Banca d’Italia di Modena il 4 giugno 1945 invitò il CLN modenese ad accertare se le formazioni partigiane avevano ricuperato le somme rubate dai gerarchi fascisti in fuga. «Nel pomeriggio del 25 aprile u.s.», si legge nella lettera, «il Commissario Straordinario per il Veneto del cessato Governo, impose alla nostra succursale di Padova la consegna della somma di L. 30/milioni…». Seguiva l’elenco delle serie delle banconote. Lo stesso giorno cento milioni furono prelevati dalla sede della Banca d’Italia di Novara (ASMO, GP, 1945, b. 746, s. 3, cat. 2.3.4, fas. 1, “Ministero finanze”.).

Non è facile ricreare il clima politico di quel grande e terribile avvenimento, passato alla storia come l'”aprile 1945″, che fu e resta senza precedenti perché raramente una fazione politica — neppure nei periodi più bui della storia nazionale – aveva dato vita ad un regime di terrore come quello di Salò.

Il fenomeno ebbe aspetti, forme e dimensioni diversi a seconda delle città e del grado di rabbia che bolliva nell’animo degli uomini e delle donne dell’Emilia-Romagna. Sicuramente non fu il frutto di un piano studiato a lungo e attuato con metodo — come si legge in quasi tutta la letteratura neofascista — ma di un’esplosione spontanea e incontrollata d’ira e risentimento per la violenza subita e le sofferenze patite. Iniziata come giusta esigenza di punizione dei traditori che avevano collaborato con l’esercito invasore e che si erano resi responsabili di innumerevoli crimini, quest’esplosione d’ira collettiva divenne anche un modo per scaricare la tensione causata dal terrore e dalla violenza nazifascista. Va da sé che in simili ribaltoni storici le degenerazioni, gli abusi e gli errori sono inevitabili.

A Bologna — rimasta sette mesi sulla linea del fronte — la reazione popolare fu molto superiore a quella che si ebbe a Piacenza o Parma. Pur essendo state nelle immediate retrovie, le due città non avevano conosciuto gli orrori della terribile guerriglia urbana combattuta sotto le Due torri, oltre che nel Modenese e nel Reggiano. Anche se non è possibile stabilire un rapporto tra i lutti subiti dal movimento patriottico e la misura della sua reazione, questo fattore deve essere tenuto nella massima considerazione, se si vuol comprendere quanto avvenne in quei giorni.

Si può dire che si ripetè — a ruoli invertiti — quanto era avvenuto nell’ autunno precedente quando i fascisti avevano scatenato la caccia ai partigiani, dopo il proclama Alexander. Nei primi giorni della liberazione molti fascisti furono passati per le armi appena catturati, ma non in luoghi pubblici. Meno che mai i cadaveri furono abbandonati per le strade, se si fa eccezione per Salvatore Cavallero, capo di gabinetto della Questura di Bologna, catturato nelle prime ore del 21 aprile, ucciso in piazza Nettuno, davanti al «Posto di ristoro dei partigiani», legato ad una finestra, per evitare che fosse calpestato, e quasi subito ricuperato dai vigili del fuoco.

Quasi sempre furono trasferiti nelle caserme occupate dai partigiani e usate dalle Brigate nere sino al giorno prima, come quella bolognese di via Magarotti, oggi via dei Bersaglieri. Qui furono sottoposti a processi sommari e fucilati. Aldo Cucchi, uno dei comandanti della 7a brigata Gap Garibaldi, diresse l’operato dei tribunali popolari, anche se non fu il solo (Giorgio Fanti ha scritto di avere rimproverato Cucchi, allora, «per la violenza degli interrogatori, alla caserma Borgolocchi, dei brigatisti neri catturati nei giorni della liberazione» (G. Fanti, I distintivi alt occhiello, Roma, Carocci, 2000, p. 64).). Pochi, nei primi giorni della liberazione, i fascisti che finirono in carcere e salvarono la vita. Anche se non erano state preparate liste di proscrizione — ma Irene Rosa Colizzi ha scritto, senza documentarlo, che a Bologna fu attuato un «piano di eliminazioni» preparato da tempo (I.R. Colizzi, J’accuse, Quello che non fu detto di terra d’Emilia (Fatti di cronaca del dopo armistizio1943/46), Roma, Campidoglio, 1988, p. 139.)  — le forze della Resistenza avevano i nomi e gli indirizzi solo di alcuni gerarchi nelle città. Diversa la situazione nei piccoli centri dove tutti conoscono tutti. Per questo furono rari gli scambi di persona anche se, nell’indescrivibile marasma di quei giorni, tutto era possibile.

Le esecuzioni sommarie furono considerate legali sino all’8 maggio — l’ultimo giorno di guerra in Europa — termine prolungato dall’amnistia al 31 luglio. Nei grossi centri i giustiziati furono quasi sempre trasferiti negli istituti di medicina legale o nei cimiteri, mentre in quelli piccoli si ebbero inumazioni in fosse anonime. Quasi tutte furono esecuzioni singole e non molte quelle collettive.

L’esempio di Bologna fu seguito dalle altre città dell’Emilia-Romagna, meno Forlì e Ravenna liberate nell’autunno precedente. Così come, nei giorni seguenti, il fenomeno si allargò alle regioni dell’Italia del nord, per non dire della Francia, dell’Olanda, del Belgio, della Jugoslavia, della Cecoslovacchia e delle altre nazioni che si erano liberate dal giogo tedesco. Ovunque la fine del conflitto segnò l’inizio della punizione dei collaborazionisti, quasi che i popoli d’Europa si fossero accordati, mentre si trattò di un fenomeno del tutto spontaneo. Fu un’enorme, improvvisa e contemporanea esplosione di furore, dopo una lunga notte di terrore.

Mai, a memoria d’uomo, i popoli d’Europa furono animati, come in quel momento, da un unico sentimento e da un comune anche se violento desiderio di giustizia. Il tentativo della pubblicistica neofascista di accreditarlo come una manovra comunista per mettere le mani sul continente cadde ovunque nel ridicolo, meno che in Italia.

La fiammata che avvampò l’intero continente fu tanto intensa quanto breve. Durò non più di venti, trenta giorni al massimo, anche se la cattura dei collaborazionisti proseguì per mesi, mentre quasi ovunque — ad eccezione della Francia, già parzialmente libera dall’estate 1944 – i primi processi davanti ai tribunali straordinari iniziarono nell’estate.

Se le motivazioni di quell’atto di sostanziale giustizia popolare erano comuni a tutti i movimenti patriottici europei, diverse risultarono le modalità e le forme di attuazione. Bologna fu la sola città dove la punizione dei collaborazionisti iniziò con le truppe alleate presenti.

Il dispositivo insurrezionale partigiano non era stato allertato perché Sante Vincenzi, l’ufficiale di collegamento tra comando alleato e forze di liberazione, era stato catturato e ucciso dai fascisti il giorno prima di quello fissato per l’inizio delle operazioni.

Per questo l’insurrezione non precedette – come nelle altre città – l’ingresso dei militari polacchi, americani e italiani. E gli ufficiali alleati fecero subito intendere che non avrebbero gradito forme di giustizia diretta contro i collaborazionisti.

Per questo gli alleati disarmarono alcune squadre partigiane che operavano in città, nonostante avessero chiesto al CLN di non smobilitare i reparti combattenti, nel caso fosse stato necessario impiegarli contro i tedeschi. Per questo avrebbero ricevuto le razioni alimentari dei soldati americani e la necessaria assistenza militare. Uno o due giorni dopo, quando il dispositivo militare tedesco crollò, il capitano inglese Richard Limberth, l’ufficiale di collegamento tra gli alleati e il comando dei partigiani bolognesi, comunicò ad Ena Frazzoni — incaricata dei rapporti con gli alleati — che le armi dovevano essere consegnate entro il 25 e le brigate smobilitate (E. Frazzoni, Note di vita partigiana a Bologna, Bologna, 1972, p. 178). Del tutto diversa la situazione di Modena e Reggio Emilia, dove gli alleati entrarono il 23 e il 24, per cui i partigiani ebbero mano libera per uno o due giorni. Il caso limite è rappresentato da Torino dove arrivarono il 5 maggio. Qui ed in altre città del nord gli ufficiali delle missioni alleate — che avevano operato per tutto l’inverno e la primavera a stretto contatto con i partigiani e condiviso i loro rischi — consideravano necessaria e più che giustificata la punizione dei collaborazionisti, anche se cercarono di limitarla nel tempo.

Il colonnello inglese John Stevens — responsabile di una missione alleata in Piemonte e ufficiale di collegamento con le forze partigiane locali — nei primi giorni dell’insurrezione di Torino disse a Franco Antonicelli, presidente del CLN piemontese: «Senta presidente, fate pulizia in due, tre giorni, ma al terzo giorno non voglio più vedere morti per le strade» (G. Vaccarino, C. Gobetti, R. Gobbi, L’insurrezione di Torino, Parma, Guanda, 1968, p. 31. In proposito cfr. G. Carcano, Note sull’ordine pubblico a Torino dopo la Liberazione, in “Studi piacentini”, n. 8, 1990.).

In Emilia-Romagna, anziché invitarli a fare «pulizia», sia pure in tempi rapidi, i comandi alleati si preoccuparono di disarmare subito i partigiani. Due gli obiettivi che si riproponevano: prevenire eventuali insurrezioni, come quella in atto in Grecia, e far cessare le esecuzioni dei fascisti. I comandanti delle missioni alleate, che avevano combattuto per mesi a fianco dei partigiani, da Piacenza al mare, ritenevano necessaria la «pulizia». Ma non poterono far nulla, salvo proporla, perché il potere fu quasi subito assunto dagli ufficiali dei reparti non combattenti, addetti all’Amministrazione dei territori liberati.

Il disarmo dei partigiani 

Sostenitore di questa linea di condotta fu il colonnello americano Alfred Connor Bowman che il 23 aprile aveva assunto il comando del Commissariato regionale alleato dell’Emilia region, della quale facevano parte Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, mentre Forlì, Ravenna e Ferrara erano finite sotto il controllo inglese. Quello che, di fatto, fungeva da governatore militare della regione occidentale non solo era privo di pratica bellica, ma aveva una modesta conoscenza della situazione politico-militare dell’Emilia-Romagna e della tragica esperienza dalla quale usciva la sua gente. Gli ufficiali dell’amministrazione alleata, quelli americani in particolare, erano quasi tutti professori universitari con un’ottima preparazione culturale, ma poca esperienza politica e ancor meno militare. Quando tornarono a casa avevano poche medaglie sul petto, ma molte cittadinanze onorarie e non meno lauree honoris causa nello zaino, perché le amministrazioni comunali e le università della regione le avevano distribuite con gran generosità. Conoscevano bene la storia antica, ma poco o nulla quella contemporanea. Tutti avevano letto Giulio Cesare, anche se talvolta lo citavano a sproposito.

L’infortunio più clamoroso capitò al colonnello americano Edoard Erskine Hume, il comandante militare di Bologna. Il 25 aprile – quando i partigiani consegnarono le armi — si rivolse ai «compagni in armi nella causa della libertà» che abitavano nella «città della famosa Decima Legione di Cesare».

Non sapeva, evidentemente, che pochi bolognesi conoscevano la Decima legione romana, mentre tutti avevano ancora sulla pelle il bruciante ricordo della Decima legione fascista la quale, almeno nel nome, si richiamava a quella di Cesare (I patrioti della regione emiliana sfilano nel centro della città liberata, in “Corriere dell’Emilia”, 26 aprile 1945.).

Bowman era arrivato a Bologna armato di registri e schede nei quali avrebbe dovuto annotare le fasi della ripresa postbellica della regione, anche se poi se ne dovette andare dieci settimane dopo. Di quella breve esperienza e di quella più lunga fatta a Trieste, ha tenuto un diario pieno d’errori e d’ingenuità, ma anche d’annotazioni malevoli, almeno per il soggiorno bolognese.

A parte un improponibile paragone tra i partigiani italiani ed i Vietcong — due movimenti del tutto diversi per origine, composizione sociale ed obiettivo finale, per tacere delle epoche e del diverso contesto internazionale — sull’Emilia-Romagna ha scritto cose fantasiose. A suo parere era «da lungo tempo nota come la cintura rossa d’Italia», mentre «i garibaldini o comunisti predominavano di fatto fino all’esclusione degli altri». Sono cose dette con il senno di poi. All’epoca non era possibile fare un’affermazione del genere perché nessuno sapeva che il PCI, come dimostreranno le elezioni del marzo e del giugno 1946, fosse il partito più grosso della regione mentre, in base alle ultime prefasciste, quelle del 1921, era uno dei più piccoli. Ma le cose più discutibili Bowman le ha scritte a proposito del disarmo di quelli che chiama i «nostri fedeli alleati guerriglieri — alcuni dei quali, come tutti coloro che si sono abituati a vivere al di fuori delle regole comuni, potevano averci preso gusto».

Ecco quello che dice in proposito: «Nella realtà, il disarmo dei partigiani di Bologna lo portarono a termine i miei superiori prima di proseguire verso nord ovest ad inseguire i tedeschi e a tenere fuori la Francia dalla Val d’Aosta, ma nelle altre quattro province toccò a me, e il solo strumento di cui potei disporre fu la persuasione». In realtà a Bologna le armi furono consegnate il 25 aprile, quando era già comandante dell’Emilia region da due giorni, anche se alla manifestazione, come abbiamo visto, parlò Hume.

Prosegue Bowman: «La tecnica era ben studiata e in generale efficace. Durante le settimane successive alla liberazione, nei capoluoghi e nei paesi maggiori, i partigiani vennero fatti sfilare in armi, con bandiere e musica, davanti a un ufficiale (quasi sempre io); al termine dell’itinerario della parata erano disposti diversi camion militari vuoti; là alcuni locali (nel senso di persone del luogo, N.d.A.) parlavano richiamando in continuazione l’esempio di Garibaldi che, finito il compito di soldato, aveva abbandonato le armi ed era tornato all’aratro.

«Altri che avevamo attentamente istruito nelle prime file, gettavano le loro armi sui camion, e il resto faceva altrettanto; in precedenza era stato annunciato che per i veterani partigiani disarmati vi sarebbero stati rinfreschi e riconoscimenti. Dopo di ciò i partigiani disarmati, si riunivano nuovamente nella piazza dove i loro comandanti e alcuni eroi scelti ricevevano certificati, firmati personalmente dal maresciallo Alexander, che attestavano il loro valore ed esprimevano il ringraziamento angloamericano per il loro impegno».

Questo piano funzionò sempre, ha scritto Bowman. Solo a Parma ci fu qualche problema quando «un ragazzo del banco di ristoro» — uno di quelli allestiti per dare una bottiglia e una tavoletta di cioccolata in cambio delle armi — avendo probabilmente «bevuto un bicchiere di troppo» in anticipo, «sparò un colpo in aria». Immediatamente «tutti i seimila partigiani della piazza, pigiati com’erano uno contro l’altro, spararono con le loro armi — mitragliatori, fucili, pistole – verso il cielo».

Gli «attestati al valore, i rinfreschi gratuiti e gli altri riconoscimenti furono solo una parte della ragione per la pronta collaborazione che incontrammo», conclude Bowman, ma il merito va anche a Stalin che «in quel momento aveva altra carne al fuoco e non voleva impelagarsi negli affari italiani» (9 Le citazioni sono tratte da I partigiani come i Vietcong (ma qui eravamo a favore), in “Bologna incontri”, n. 3, 1985. La nota era stata ricavata da A.C. Bowman Zones of Strain. A. Memoir of the Early Cold War, Hoover Institution Press della Stanford University, 1982, pp. 175..)

È probabile, ma poco credibile che Bowman sia riuscito a strumentalizzare alcuni partigiani, convincendoli a precipitarsi ai camion per deporre le armi e indurre, per contagio, gli altri a fare altrettanto. Ma quello che più stupisce è come sia riuscito a convincersi di avere giocato e piegato ai suoi voleri — con un sacchetto di caramelle e una Coca cola — uomini che avevano coraggio da vendere e una grande coscienza politica. Diversamente non avrebbero affrontato, quasi a mani nude, l’esercito più potente e spietato del mondo. Si aggiunga che la consegna delle armi — operazione alla quale intervennero i partigiani convinti e consapevoli di quell’atto, quindi non tutti – fu vissuta come un torto subito dagli alleati con i quali avevano condiviso la causa comune e combattuta la stessa battaglia (Il disarmo fu vissuto in modo traumatico da tutti i partigiani italiani. Cfr. C. Pavone, Una guerra civile, cit., p. 439.)

Il bolognese Giovanni Serantoni, commissario politico della brigata Tabacchi della divisione Modena, in un libro di memorie ha scritto, con amara ironia, che «Gli Alleati si sarebbero sentiti tranquilli solo quando tutte le armi che ci vedevano addosso fossero sparite dalla circolazione». E ancora: «Nello stesso momento che gettavo le mie armi nel mucchio che andava facendosi sempre più alto, sotto il palco delle autorità alleate, mi spogliai di ogni ambizione politica e militare. Mi ricordo ancora con dolore e umiliazione un altro episodio…» (G. Serantoni, Il commissario Oliviero, Milano, La Pietra, 1985, pp. 213-4.).

È sconfortante pensare che Bowman, che ha ricoperto un posto così delicato, sia riuscito a banalizzare e a distorcere – per vanità personale – avvenimenti storici tragici e importanti come quelli vissuti nel dopoguerra in Emilia-Romagna. Ma è addirittura incredibile che non abbia capito che l’unica persona che usciva ridicolizzata da quella vicenda era proprio lui e non i partigiani i quali avevano consegnato le armi, ma non tutte.

Non è noto se gli ufficiali del suo stato maggiore gli fecero una distinta di quelle consegnate. Se la compilarono, Bowman avrebbe dovuto notare — anche se non era un esperto militare – che sui camion erano stati depositati fucili, mitragliatrici e bombe a mano, ma non una sola o, al massimo, pochissime rivoltelle. Con un gesto teatrale, perché pare che fosse stata scelta a caso, come scrisse il giornale del PWM americano, fu consegnata «la prima pistola che sparò in Bologna contro i fascisti» (I patrioti della regione emiliana sfilano nel centro della città liberata, cit. Sergio Soglia, in un saggio sulla liberazione di Bologna, riporta un elenco – avuto da Libero Romagnoli – dal quale risulta che a Bologna, tra le altre armi, furono consegnate 421 pistole (S. Soglia, La liberazione di Bologna, Milano, Sperling & Kupfer, 1981, p. 235). L’elenco di Romagnoli non esiste tra le carte degli archivi della guerra di liberazione.).

Da una relazione, in data 10 maggio, del tenente colonnello americano Franco Paolo Vasciminni, risulta che i patrioti consegnarono 896 armi a Bologna – ma non si specifica quali (Secondo l’elenco di Romagnoli – citato nella nota precedente — a Bologna sarebbero state consegnate 2.838 armi di vario tipo, più bombe a mano ed esplosivo vario. Per l’ufficiale americano furono 896. La differenza di queste cifre può essere spiegata in un solo modo. Durante la guerra di liberazione i comandi partigiani erano soliti aumentare il numero dei morti nazifascisti per motivi di propaganda. Ad esempio, il 7 novembre 1944 nel corso della battaglia di Porta Lame a Bologna caddero una ventina di nazifascisti. Nel bollettino militare di quel giorno, redatto dal comando della 7a brigata GAP, fu scritto che erano 200. La cifra non fu ridimensionata nel dopoguerra e ancora oggi si continua a ripeterla. Qualcosa del genere deve essere avvenuto per la consegna delle armi, con l’aggravante che furono deposte direttamente su un automezzo americano e che nessun partigiano potè contarle durante od al termine della raccolta.) – 9.500 a Modena, 4.122 a Reggio Emilia, 3.000 a Parma e 5.338 a Piacenza. A Forlì e Ravenna erano state consegnate alla fine del 1944. «Le formazioni sono state sciolte», scrisse il Vasciminni, «ma si ha l’impressione che i singoli partiti stiano ora svolgendo attiva opera per richiamare in seno ai partiti stessi le formazioni che da essi erano state costituite».

In un’altra relazione del colonnello americano R.R. Cripps, del 21 maggio, è detto che tutti i partigiani della regione «hanno consegnato un’arma», ma che «probabilmente circa il 25 per cento delle armi dovrà ancora essere scoperto e raccolto». In quella del colonnello americano Floyd E. Thomas, in data 10 agosto, si legge: «3007 armi di tutti i tipi sono state raccolte in luglio e, sebbene sia stato fatto ogni sforzo per assicurare una completa consegna, si pensa che siano state nascoste sulle montagne armi e munizioni sufficienti per riarmare il 50% dei patrioti» (I testi completi di queste relazioni si trovano in: P. Alberghi, Il governo militare alleato a Modenae in Emilia Romagna, in “Rassegna di storia”, aprile 1983, p. 106 e seguenti; id., La fine delGoverno Militare alleato a Modena e in Emilia Romagna, in “Rassegna di storia”, aprile 1984, p.210.). In tutte queste relazioni non si parla di rivoltelle.

A differenza di Bowman e degli altri ufficiali alleati, l’assenza delle rivoltelle fu subito notata dall’ufficiale che da pochi giorni aveva riorganizzato la Legione carabinieri di Bologna. Quasi certamente era il capitano Biagio Argenziano, che segnalò la cosa al Comando nazionale. Il 23 maggio il generale Brunetto Brunetti, comandante dell’Arma, ne parlò nel rapporto “Situazione città di Bologna”, quando fece il punto dello stato dell’ordine pubblico nel primo mese di libertà. Scrisse che la consegna delle armi era stata «limitata ai moschetti, a qualche arma automatica leggera e ad un discreto numero di bombe a mano, mentre mancavano, quasi del tutto, le numerose pistole di cui i patrioti avevano fatto, sino a quel giorno, ostentata mostra per le strade della città» (ACS, MIG, 1944-46, b. 203, f. 11.066.). Anche nelle altre città della regione si verificò il significativo fenomeno della sparizione delle armi corte. A Modena, ha scritto Claudio Silingardi, «furono soprattutto le rivoltelle a non essere consegnate» (C. Silingardi, Una provincia partigiana: guerra e Resistenza a Modena, 1940-1945, Milano, Angeli, 1998, p. 673.).

Sono almeno due le interpretazioni che si possono dare. Non era possibile fare la rivoluzione con le rivoltelle e ciò avrebbe dovuto rassicurare gli alleati, se era questo il loro problema. Ma perché e a qual fine erano state trattenute?

Per difesa personale o per altro motivo?

Le rivoltelle potevano servire per moltissimi usi, a parte il fatto che non le avevano solo i partigiani. Dopo la militarizzazione del PFR, avvenuta il primo luglio 1944 quando nacquero le Brigate nere, quasi tutti i fascisti erano stati armati di mitra o fucile e pistola ed è più che certo che furono occultate e conservate a lungo dopo la Liberazione ( Il PFR fu militarizzato e armato in base al decreto n. 446 del 30 giugno 1944.). Ma vi erano altri cittadini ancora che circolavano armati.

Sicuramente non erano inermi coloro che si erano estraniati dalla mischia in attesa che una delle parti prevalesse, per salire — come al solito — sul carro del vincitore. Gli attendisti furono più numerosi di quanto non si creda. Si giustificavano sostenendo che erano costretti ad andare armati — pur non avendo permessi — per autodifesa.

A tutti questi vanno aggiunti quelli — e non erano pochi — che si apprestavano ad approfittare del grande marasma in atto per compiere tutta una serie di azioni criminose: dal delitto per motivi di vendetta privata, al furto. E costoro appartenevano a tutti i ceti sociali ed a tutti gli schieramenti politici.

Nel breve, ma tormentato periodo che va dal tramonto inglorioso della “repubblichina di Salò” al consolidamento del nuovo regime democratico, nel paese si ebbe una paurosa caduta di valori ed un appannamento del senso dello stato. Il tutto favorito dalla presenza poco più che simbolica delle forze dell’ordine, dall’assenza di un’efficiente magistratura e di un adeguato apparato burocratico statale. Mentre il nuovo stato andava faticosamente nascendo — perché bisognava ricostruirlo dalle fondamenta, anche se non si era mai interrotta la continuità costituzionale — in Italia successe di tutto. E tutto fu messo a carico di quel grande avvenimento storico che fu l'”aprile 1945″. La responsabilità non fu addossata al regime fascista che aveva imposto al paese una guerra ingiusta e perduta in partenza e la successiva guerra civile, ma al movimento di liberazione che aveva cercato di salvare l’onore nazionale e quello che si poteva del patrimonio agricolo e industriale.

La fine della guerra ed il ripristino delle libertà costituzionali coincisero con l’inizio di un grande sconvolgimento sociale perché il vecchio sistema era morto mentre il nuovo faticava a nascere. Come la guerra era stata caratterizzata da grandi gesti generosi e da altri meno che abbietti, anche il dopoguerra conobbe momenti alti e bassi. Il meglio si mescolò al peggio, anche se alla fine prevalse il generoso animo degli emiliani e dei romagnoli. Ma non fu facile.

Nel 1945 si ripetè quello che era successo alla fine del Settecento con la fine dello Stato pontificio e l’inizio della Repubblica cispadana quando, mentre pochi idealisti tentavano di materializzare gli “immortali principi dell’89”, in vari strati della società, si ebbero enormi rivolgimenti sociali e non prevedibili esplosioni di criminalità. Domenico Antonio Farini, un patriota romagnolo, ha scritto che negli ultimi anni del secolo XVIII, dopo la fine del regime papalino «le vendette e altre passioni determinarono alcuni ad eccessi».

Al contrario, dopo la restaurazione imposta dal Congresso di Vienna, furono i nuovi governi papalini a promuovere nelle Romagne feroci repressioni antigiacobine, organizzando i sanfedisti che, al grido «viva Gesù, viva Maria», diedero vita a «bande ladre, assassine, bestemmiatrici intrise nel sangue e coperte di iniquità». Commisero «estorsioni, concussioni, rapine, latrocini, omicidi senza numero, di cui si bruttarono per vendicare la religione» (D.A. Farini, La Romagna dal 1796 al 1828, Roma, 1899, pp. 30-3.).

In tutte le città della regione all’indomani dei moti risorgimentali del 1821, 1831, 1848 e 1849 e i brevi periodi di autogoverno che seguirono, si ebbero gravi esplosioni malavitose, per non dire di quelle che si ebbero dopo l’unificazione nazionale nel 1859. Piero Zama, a conclusione di un saggio sui contrasti sociali a Imola negli anni dei moti patriottici del 1848-49, ha scritto che «…dopo regimi assolutistici, o comunque aggressivi prendono più facilmente fuoco, nell’ora della rivolta, non solo le passioni politiche, ma purtroppo anche le brutali passioni, ossia l’odio, e la vendetta le quali possono avere soltanto delittuosa manifestazione» (P. Zama, Vicende imolesi durante la Repubblica Romana (1848-49): La cosiddetta “Squadrazza”, in “Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna”, vol. IV, 1951-53, pp. 171-96.).

Potrà sembrare un caso, se non addirittura una fatalità, ma tutti questi grandi avvenimenti storici risorgimentali furono seguiti da periodi più o meno lunghi di grave instabilità (Un panorama sulla malavita bolognese dal periodo napoleonico ai giorni nostri è in G. Quercioli, Bologna criminale. Trenta delitti alt ombra delle Due Torri, Bologna, Pendragon, 2002, pp. 221.). Non fece eccezione quello del 1945, che ebbe un dopo più tragico e tribolato dei precedenti, anche se il marasma e lo sconvolgimento morale e materiale non era una prerogativa esclusiva di una regione, ma dell’Italia intera e dell’Europa.

Calpestata da due eserciti che l’avevano arata da sud a nord, combattendosi con estrema violenza e senza rispetto per uomini e cose, la nazione aveva subito un danno morale molto superiore a quello materiale, che pure era stato gravissimo e senza precedenti nella storia patria. A tutto questo si aggiunga la guerra fratricida tra italiani.

Va da sé che il dopoguerra non sarebbe potuto essere migliore della guerra e quindi diverso da quello che fu.

Tutto era cominciato con la punizione dei fascisti collaborazionisti, un atto di spontanea giustizia popolare, che sarebbe stato preferibile non fare, anche se nessuno avrebbe potuto o voluto evitarlo. La conferma che si trattasse di una cosa inevitabile, quasi dovuta, viene dai paesi europei già occupati dai nazisti, nei quali si ebbe un fenomeno uguale e identico. L'”aprile 1945″ in Italia e il mese che si vuole nelle altre nazioni furono un breve prolungamento della guerra, il completamento di un ciclo storico dopo la fine ufficiale delle ostilità.

Ovunque la fiammata, tanto violenta quanto breve, ebbe numerose code e strascichi che diedero luogo a fenomeni di diversa natura. I delitti politici dei mesi successivi e la nascita di organizzazioni criminali — anche se vi presero parte ex partigiani ed ex fascisti — non sono e non vanno considerati come un prolungamento dell'”aprile 1945″. Si trattò di due fenomeni nuovi e insoliti per l’Emilia-Romagna — sicuramente il primo — che vanno esaminati e giudicati per quello che furono e non per quello che, oggi, si vorrebbe che fossero stati. Se mai, il problema è quello di stabilire quando fini esattamente l’aprile 1945″ e, di conseguenza, quando iniziò il dopo. Anche se la guerra terminò in Italia il 25 aprile e in Europa l’8 maggio, l’inizio di quel dopo variò da regione a regione e, in Emilia-Romagna, da città a città.

Fonte: NAZARIO SAURO ONOFRI – IL TRIANGOLO ROSSO – La guerra di liberazione e la sconfitta del fascismo (1943-1947) – sapere 2000 edizioni multimediali 2007

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

One thought on “21 Aprile 1945 l’Emilia-Romagna insorge i retroscena della Liberazione”

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