Claudio Montevecchi


Nasce il 23 aprile 1901 a Imola. Presta servizio militare a Cagliari nel 1922. Richiamato alle armi nel 1939 presta servizio militare per alcuni mesi a Fiume. A 15 anni, nel 1916, aderisce alla FGSI collaborando a “La Scolta” organo dei giovani socialisti imolesi. Antinterventista, durante la 1a guerra mondiale, partecipa ad azioni di disturbo, innalzando bandiere rosse in diverse zone della città, per sollecitare la popolazione a prendere posizione contro la guerra. Per questa sua attività viene trattenuto in camera di sicurezza per un giorno e una notte. Il 4 novembre 1920 insieme con altri compagni imolesi partecipa alla difesa della Camera del Lavoro di Bologna contro l’assalto degli squadristi. Prelevato dalla polizia, viene portato nel carcere di S. Giovanni in Monte (Bologna) per accertamenti. In seguito viene liberato insieme con i compagni per l’intervento di politici e sindacalisti.

Nel 1921 aderisce al Partito Comunista Italiano. Nel 1938, è nominato responsabile del centro diffusione della stampa clandestina del Partito Comunista Italiano, riusce con l’aiuto di validi collaboratori a organizzare un’efficiente rete distributiva il cui centro fu il negozio della moglie Laura Pirazzoli.

Entrato nel movimento partigiano, continua a occuparsi della diffusione della stampa clandestina. Dopo l’8 settembre 1943 insieme con il gruppo dirigente del PCI imolese si rende conto che la stampa nazionale era insufficiente per sollecitare l’adesione della popolazione al movimento resistenziale. Occorreva una stampa locale che parlasse direttamente ai nostri lavoratori, alle nostre donne dei loro problemi, delle loro necessità più impellenti. Bisognava informare la popolazione: occorreva far conoscere a tutti cosa volevano quei giovani che andavano sui monti ad affrontare sacrifici e disagi.

Nel dicembre 1943 il negozio della moglie è sede di incontro tra lui, Aldo Cucchi, Antonio Meluschi nel corso del quale si definisce la struttura redazionale e organizzativa del quindicinale La Comune il cui primo numero dattiloscritto apparve il 1° gennaio 1944. Mantiene la direzione del periodico fino al 24 maggio 1944 quando, ricercato dalla polizia fascista, deve allontanarsi dalla città.

Rientrato a Imola nell’ottobre 1944, vive nascosto in una soffitta. Qui, da bravo radiotecnico, installa una radio galena che gli permette di captare le stazioni alleate. I bollettini di guerra da lui scritti a mano, vengono recapitati dalle staffette tra cui anche il figlio Ferruccio, al centro di redazione per la trascrizione.

I suoi ricordi di militante e redattore

Nella lotta clandestina antifascista il mezzo che dava più possibilità di arrivare anche agli elementi meno orientati, era indubbiamente la stampa, fosse essa in veste tipografica, o ciclostilata od anche dattiloscritta. Di questo il movimento antifascista imolese se ne rendeva conto e aveva molta cura nel preparare ed effettuarne la diffusione. Tutto era valido. Anche i libri, fossero essi romanzi a sfondo sociale come La Madre, II Tallone di ferro ed altri, oppure di cultura politica come, fra gli altri,  La storia del Partito Comunista dell’URSS, L’Antidühring, Discorrendo di socialismo e di filosofia, fornitici da un libraio compiacente; ed anche il Manifesto dei comunisti, considerato come Magna Charta dell’URSS, che era inserito in una pubblicazione fascista, La Carta dei Diritti edita nel 1934 dalla Scuola di Scienze Corporative di Pisa, diretta dal ministro fascista Giuseppe Bottai.

Incaricato fin dal 1938 del centro diffusione stampa nell’organizzazione clandestina del partito comunista, ero riuscito, coadiuvato da ottimi collaboratori, a creare una rete distributiva efficace che negli anni 1942-43 si era molto allargata arrivando fino a strati di cittadini e di lavoratori che prima sembravano inaccessibili.

L’ 8 settembre 1943 però ci mise di fronte a problemi nuovi. Se fino a quel periodo era stato sufficiente portare a conoscenza dei lavoratori gli indirizzi generali di politica sociale in una atmosfera di normalità, il crollo del fascismo monarchico, la posizione ambigua del nuovo governo e lo sfaldamento del potere costituito avevano creato in Italia una situazione originale e delicata. La calata delle forze tedesche a sostegno del nascente fascismo repubblicano, già squalificato agli occhi degli italiani, poneva obiettivi più impegnativi. Il potere politico della borghesia vacillava ed occorreva impedire che nel crollo fosse travolta anche la parte sana del paese; bisognava reagire e portare i lavoratori, i cittadini tutti alla lotta aperta contro fascisti e tedeschi per la conquista della libertà e dei diritti politici e sociali.

Non si trattava più di influenzare un popolo attraverso un attento lavoro di propaganda, ma di renderlo consapevole delle sue capacità di affrontare a viso aperto il fascismo per debellarlo completamente. Occorreva portare le masse alla lotta e quindi prepararle a comprendere il significato di questa lotta. Il problema era di natura nazionale, ma occorreva che ogni zona, ogni parte del paese sviluppasse localmente determinate iniziative per creare una forza d’urto atta a colpire le forze tedesco-fasciste ovunque.

Volantini, giornali stampati o dattiloscritti, rappresentavano il mezzo migliore per portare ai lavoratori, alle donne, ai cittadini le parole d’ordine che incitavano alla lotta, che stimolavano ad opporsi ai nazifascisti. La rete distributiva della stampa contava elementi attivi e l’Unità, La Lotta,  Il Garibaldino, Il Combattente erano i giornali che più frequentemente entravano in Imola. Io ero uno dei maggiori responsabili della distribuzione.

Il centro di raccolta si trovava fuori porta Romana, presso il ponte sul Santerno, in casa del  Cospaio  (Giuseppe Mazzolani), dove il Moro (Guido Gualandi) consegnava il materiale e dava le istruzioni del caso. Di là, superando con le dovute precauzioni due posti di blocco fascisti, lo portavo nel negozio di mia moglie, in via Emilia, dove venivano preparati i pacchetti per i vari recapiti di gruppo.

Un altro recapito destinato particolarmente alla stampa in arrivo dal di fuori, era situato nella casa del calzolaio Giovanni Manaresi, in via Laguna, alla periferia di Imola.

Il lavoro era intenso e proficuo; ciononostante, ad un certo momento si dimostrò insufficiente. La stampa che giungeva dall’esterno, avendo un obiettivo più largo, si manteneva su di un piano generico, mentre si sentiva il bisogno di una voce locale, che parlasse direttamente ai nostri lavoratori, alle nostre donne dei loro problemi e delle loro necessità più impellenti. Il problema era tra i più sentiti e già i dirigenti responsabili del movimento clandestino imolese si preoccupavano di risolverlo. Sussisteva il pericolo di venire superati dagli avvenimenti stessi.

Nell’Imolese il partito comunista non si fece prendere alla sprovvista e seppe trovare subito il giusto orientamento per affrontare la nuova situazione.

La stampa proveniente dall’esterno, che tanta parte aveva avuto in passato, ormai era insufficiente. I problemi locali non potevano, ovviamente, essere trattati in quei giornali; oltre a ciò il giro che essi dovevano compiere era lento perché  vincolato da esigenze tecniche. Di contro la situazione politica invece si evolveva rapidamente ed occorreva seguirla con lo stesso ritmo per non essere superati dagli avvenimenti col pericolo di restare tagliati fuori dalla lotta. Occorreva perciò una voce che raggiungesse rapidamente gli operai, i contadini, le donne, i giovani, i cittadini tutti; che discutesse i loro bisogni, le loro necessità, e che spiegasse l’opportunità di mobilitarsi in una azione a fondo contro tedeschi e fascisti. Il problema, quindi, era della massima importanza e il partito, avvertendone l’esigenza, diede mandato ad una ristretta commissione di realizzare praticamente la direttiva.

Ai primi di dicembre del 1943, nel negozio di mia moglie, che era uno dei principali centri di riferimento del movimento clandestino imolese, si incontrarono Jacopo (Aldo Cucchi), il dott. Morri (Antonio Meluschi) ed il sottoscritto, per gettare le basi della pubblicazione di un giornale clandestino locale.

Apparve subito evidente che la difficoltà maggiore consisteva nella possibilità di stamparlo. Esisteva una tipografia clandestina nei pressi di Conselice, a venti chilometri da Imola, ma occorreva aspettare che smaltisse il lavoro arretrato, il che avrebbe richiesto settimane di tempo prezioso. Ciò che prima era solo una preoccupazione, ora si rivelava un intoppo. Si discusse sulla opportunità di attendere, ma per cogliere tutti i vantaggi che la situazione ci offriva, proposi di pubblicare il giornale dattiloscritto per passare alla tipografia appena possibile.

Ci si preoccupò che una veste troppo modesta non avrebbe forse dato sufficiente prestigio al giornale, col pericolo quindi di finire nel nulla, ma feci notare che sarebbe stato un grave errore rimandare ulteriormente l’uscita. Sì era nel periodo di formazione di un largo movimento patriottico, con l’organizzazione dei primi gruppi partigiani ancora sconosciuti alla maggior parte della popolazione ed occorreva fare conoscere a tutti cosa rappresentavano e cosa volevano quei giovani che andavano sui monti ad affrontare sacrifici e disagi. Si riconobbe che realmente la situazione era tale e si passò alla costituzione della redazione della quale fecero parte, in un primo tempo, il Moro (Guido Gualandi) responsabile del partito nella zona imolese, Jacopo, il dott. Morri ed il sottoscritto.

I compiti furono così distribuiti: per la trattazione dei problemi politici, lavoro collegiale; singolarmente Jacopo si sarebbe interessato delle formazioni partigiane e della lotta armata; il dott. Morri, coadiuvato dalla moglie, Renata Viganò, dei problemi dei lavoratori e delle questioni femminili; al sottoscritto spettò l’incarico della organizzazione redazionale, del legame coi gruppi clandestini e della compilazione dei notiziari dai vari fronti di guerra e delle zone in cui operavano le forze partigiane. Fu organizzato anche il centro di riproduzione nel quale veniva dattiloscritto tutto il materiale che giungeva in redazione. Responsabile dell’impaginazione era Walter Tampieri, coadiuvato da due giovani dattilografe: Teresa Loreti e Maria Turrini. Il collegamento tra la redazione ed il centro stampa venne affidato a Carlo Nicoli, prezioso collaboratore che in seguito divenne comandante partigiano. Fu Jacopo poi che propose di chiamare il giornale La Comune.

Il 1° gennaio 1944 uscì il primo numero in 10 pagine, formato 21×29, con una tiratura di circa venticinque copie e l’intenzione di farlo uscire ogni settimana. Gli articoli, come ho detto, furono opera in un primo tempo della redazione, ma in seguito subentrarono collaboratori e corrispondenti dalle frazioni e dai gruppi partigiani. In un paio di occasioni il materiale fu ricavato stralciando importanti direttive da l’Unità e da La Nostra lotta. Il contenuto era vario ma sempre imperniato sulla necessità di agire, di unire le forze antifasciste, sulla mobilitazione delle masse lavoratrici, di tutta la popolazione imolese; di denuncia della demagogia fascista, come la socializzazione delle aziende.

Appelli agli operai, ai contadini, alle donne, ai giovani ricorrevano spesso sulle pagine de La Comune, che divenne in breve tempo il giornale dell’antifascismo imolese, importante politicamente in quanto si rivelò valido mezzo di coesione e di informazione. In esso trovarono spazio, oltre ai citati articoli di impostazione politica, appelli, incitamenti, parole d’ordine, moniti, ricorrenze storiche socialiste, argomenti tutti che servivano a vivificare l’ambiente preparando il popolo imolese all’insurrezione. Si rese necessario anche un aumento della tiratura che alla fine di maggio raggiunse le 80 copie.

Alla fine di marzo Jacopo abbandonò la redazione perché ricercato dalla polizia fascista, ed ai primi di aprile lasciò Imola il dott. Morri, seguito dalla moglie Renata, per assumere un nuovo incarico in altra zona. Subentrarono nella redazione Elio Gollini (Sole) e Carlo Nicoli. Il 24 maggio anch’io e Carlo Nicoli dovemmo abbandonare la redazione perché ricercati dalla polizia fascista e la direzione de La Comune venne assunta da Sole.

In seguito a questo mutamento improvviso, il lavoro nel giornale entrò in una fase critica per un certo periodo, ma la nuova redazione seppe superare brillantemente la situazione trovando anche modo di migliorare la tecnica della stampa. Infatti, avendo ricuperato un ciclostile, il lavoro di riproduzione venne sveltito e La Comune aumentò la tiratura; dalle 150 copie di giugno passò in agosto a 250 continuando così fino all’ultimo numero. Apparve anche una edizione straordinaria, di poche pagine, che raggiunse le 500 copie. Anche la testata cambiò; fu ingrandita e realizzata con un tampone.

La maggior parte degli articoli, pur rifacendosi alla situazione nazionale, si inserivano nei problemi locali toccando gli argomenti di maggiore interesse per la popolazione. L’articolo di fondo del primo numero, Prospettive, tracciava un quadro della situazione in quel dato momento ed un invito a fronteggiarla…

Contadini, operai, studenti, soldati: unendovi troverete le ragioni umane chealimenteranno i bisogni del nostro popolo, e solo in questo modo si potrà sostenerela lotta che è colma di tragiche acerbità, di dolori e di sangue

Altri titoli furono: II dovere degli italiani, Le donne ed i fascisti,  Sangue da vendicare  in seguito alla notizia di patrioti fucilati; Vendetta scritto in occasione della fucilazione di nove antifascisti di cui quattro imolesi; Contro gli attesisti  ove tra l’altro si legge:

…si lamentano perché i patrioti con la lotta armata contro i tedeschi ed i fascisti turbano la pubblica quietementre sarebbe così comodo attendere l’arrivo degli eserciti delle Nazioni Unite nell’assoluta tranquillità. Questo pensiero è vergognoso per tutti i comunisti e per tutti gli italiani degni di questo nome…

In un altro articolo La menzogna fascista e i partigiani  si può leggere:

Aprendo qualsiasi giornale non manca l’occasione di leggere riferimenti ad azioni di partigiani ma in termini così duri e a colori così foschi che sembra trovarsi di fronte a delinquenti degni della forca o dei lavori forzati. Qual’è lo scopo? …impedire che le imprese delle brigate partigiane possano infiammare il cuore del popolo…;

ed infine in Prepararsi ad agire

…se si sente parlare di patrioti che combattono con le armi alla mano, di operai che si agitano nelle officine e nei campi, di donne che manifestano sulle piazze lasciandovi talvolta la vita (due donne imolesi caddero durante la grande manifestazione del 29 aprile 1944) …bisogna riconoscere che una parte del popolo è decisa. Perché non tutti?…

Anche il notiziario era molto ricercato perché dava la possibilità di apprendere notizie, specialmente dai lontani fronti di guerra. In quel periodo gli apparecchi radio erano bloccati in una sola stazione anche ad Imola, perciò molti cittadini ascoltavano soltanto quell’unica emittente.

Alla fine del novembre 1944, in seguito a delazione, fu individuato il rifugio del centro riproduzione; Walter Tampieri fu arrestato assieme ad un collaboratore, Vero Vannini; venne sequestrato tutto il materiale, il ciclostile andò distrutto ed il n. 24 de La Comune uscito il 15 novembre, finì la serie delle pubblicazioni. Il giornale ebbe anche i suoi caduti: Marino Dalmonte e Rino Ruscello, due gappisti che avevano fatto buona guardia al rifugio del centro riproduzione quando questo era sistemato alla periferia di Imola, uccisi in combattimento; Walter Tampieri deceduto a Mauthausen e Domenico Rivalta, collaboratore addetto alla distribuzione, massacrato dalla brigata nera.

La mia attività a La Comune per quanto svolta in condizioni per ogni aspetto diversa, si ricollegava alle mie prime esperienze nella stampa socialista imolese del primo dopoguerra. Ricordo la collaborazione a La Scolta, organo dei giovani socialisti imolesi, diretto da Lambertini e Tabanelli e tutti gli spazi bianchi con la scritta censurato. Agli ideali del movimento operaio avevo aderito nel 1916, quando, a 15 anni di età, entrai nelle fila dei giovani socialisti.

La prima guerra mondiale era in pieno sviluppo e le forze socialiste in Italia si battevano contro i fautori di quella carneficina. Anche noi giovani ci davamo da fare per sollecitare l’opinione pubblica nei modi più impensati, per fare capire che la guerra serviva solo ad arricchire i fabbricanti di armi. Ogni tanto organizzavamo azioni di disturbo che mettevano in movimento la polizia, la quale, tra l’altro, disponeva di forze esigue; certe sere scrivevamo sui muri parole d’ordine, altre sere distribuivamo volantini nelle finestre, entro le porte od esponevamo bandierine rosse.

Due furono gli episodi, caratteristici nel loro genere, che mandarono in bestia la polizia. Il primo, quando decidemmo di esporre una grande bandiera rossa sull’asta parafulmine del serbatoio dell’acquedotto della città, alto quaranta metri circa. Predisponemmo tutto, e la notte ci portammo sul posto con il materiale occorrente. Tre compagni salirono disinvoltamente sulla vetta del serbatoio, uno di essi si arrampicò con coraggio lungo l’asta mentre gli altri lo sorreggevano. L’operazione venne compiuta in pochi minuti e quando i compagni scesero ci allontanammo in fretta per andare a goderci lo spettacolo della bandiera che sventolava al chiaro di luna. Solo il mattino dopo la polizia notò la bandiera rossa sul serbatoio e si diede molto da fare per toglierla, riuscendovi solo dopo alcuni giorni, quando cioè trovò chi si sentì disposto a salire fin lassù.

Il secondo episodio fu quando escogitammo di esporre bandierine rosse in posizione scomoda perché le altre volte i poliziotti riuscivano sempre a coglierle in breve tempo. Pensammo quindi di attaccarle sui muri nelle principali strade cittadine, ma in alto, sotto il tetto, e per riuscire in ciò usammo palle di tufo che racchiudevano il cordone della bandierina, poi, i più abili, le tiravano violentemente in alto, contro i muri ove rimanevano appiccicate. I poliziotti furono obbligati a lavorare tutto il giorno seguente con lunghe canne, tra le risate dei passanti.

Per quanto mi riguarda, questo episodio mi costò una notte e un giorno di camera di sicurezza, perché mentre percorrevo via Mazzini in bicicletta per portare ai compagni un massello di tufo che mi ero procurato alla Ceramica vecchia, mi imbattei in alcuni poliziotti; tentai uno scatto per evitare che mi fermassero ma il massello mi scivolò dalle mani e cadde sulla catena bloccandomi la bicicletta. Fu quella la mia prima esperienza con la prigione.

In tutti i modi, come giovani socialisti, in quegli anni ci facemmo notare con sempre nuove attività. Avevamo — come ho detto — un nostro giornale, La Scolta, a cui collaboravamo un poco tutti. Organizzammo anche un mezzo di propaganda che risultò molto valido e che servì nell’immediato dopoguerra a fare da  battage  agli oratori quando si recavano fuori Imola: una squadra di settanta-ottanta ciclisti, con una fascia rossa al braccio e su scritto Ciclisti Rossi – Imola. Ben organizzati, con Demetrio Piatesi in testa che ogni tanto faceva squillare la sua tromba, e al suo fianco il sottoscritto come portabandiera, seguiva la lunga teoria delle biciclette chiusa da un infermiere con la cassetta dei medicinali e da un meccanico con quella degli utensili. Nel periodo estivo eravamo quasi ogni domenica in giro, anche su percorsi lunghi. I nostri itinerari collimavano spesso con quelli di oratori del partito, ai quali davamo una mano con la nostra propaganda, per adunare i lavoratori. Le nostre méte furono località distanti anche parecchi chilometri, come Cesena e Molinella, senza parlare di Bologna, Medicina, Budrio, Castel del Rio, Riolo Bagni e tutte le altre più vicine.

Il 1919 fu il periodo d’oro della nostra attività, che fu intensa sotto ogni aspetto: distribuzione della stampa, propaganda spicciola, azione di proselitismo, mobilitazione degli animi e preparazione alla difesa dai probabili assalti come accadeva in altre parti d’Italia. Il 1920 fu l’anno in cui si accentuarono i contrasti che caratterizzarono l’Italia di quel dopoguerra. In primo piano l’insoddisfazione delle masse operaie e contadine che chiedevano la resa dei conti per i sacrifici fatti e una migliore giustizia sociale; nel sottofondo l’insoddisfazione dei nazionalisti che si consideravano traditi dai risultati ottenuti dall’Italia al tavolo della pace. I rigurgiti nazionalisti capitarono al momento opportuno.

Ai fanatici nazionalisti si accodarono arditi e legionari, una forza dvurto certamente apprez zata dalla destra economica che ravvisò in essa il mezzo, senza compromettere la legalità democratica e costituzionale, per fronteggiare la classe operaia avviata alla conquista del potere. Non era concepibile allora un colpo di stato del tipo sudamericano o greco, perché troppo impopolare e pericoloso. Fu questa distorsione forse che indusse molti italiani sprovveduti, tra i quali anche degli intellettuali, a credere che il fascismo non fosse una creatura della classe borghese, ma un terzo mondo in contrasto con il capitalismo e il proletariato.

Lo squadrismo nacque per iniziative locali e personali, sollecitato e finanziato da agrari ed industriali, poi organizzato in gruppi d’assalto quando la borghesia lo considerò abbastanza solido per la parte che doveva rappresentare nell’ambiente politico italiano. Dalle prime scaramucce del 1919 si passò alle azioni cruenti del 1920, alle intimidazioni, ai soprusi, alle devastazioni del 1921 con l’aiuto scoperto e sfacciato della forza pubblica, per finire, nel 1922, in piazza Venezia con il beneplacito della corona, che rappresentava la classe più retriva della borghesia italiana.

Un episodio, che fece molto scalpore, si svolse nella notte tra il 4 e il 5 novembre del 1920 a Bologna. Politicamente l’ambiente si stava riscaldando. I nazionalisti erano alla ricerca di qualcosa che facesse colpo per intimidire la popolazione.

Alcune scaramucce avevano avuto un esito non troppo brillante per loro, perciò volevano a tutti i costi il fattaccio. Ottima occasione poteva essere la commemorazione del 4 novembre, con la scusa della quale si potevano raggruppare elementi facinorosi e senza scrupoli, adatti a fare un colpo grosso. Ai primi di novembre si ebbe sentore che gli squadristi si preparavano a dare l’assalto alla sede della Camera del Lavoro di Bologna, posta allora in via d’Azeglio, nel palazzo che oggi ospita il teatro La Ribalta; la data, l’anniversario della vittoria. La voce si propagò veloce tra le masse operaie e nella zona di Imola si mobilitarono spontaneamente un centinaio di lavoratori, giovani e adulti, che si misero a disposizione dei dirigenti sindacali per recarsi a Bologna.

Molti erano delle frazioni e non li conoscevo; tra gli imolesi ricordo Amedeo Tabanelli, Antonio Cicalini, Luigi Giardini, Giovanni Bandini, Tulio Camerlata e un certo Nicodemo di Fontanelice; degli altri che pur conoscevo, oggi ho dimenticato il nome. La mattina del 4 novembre ci preparammo e durante il giorno, alla spicciolata, chi in treno, chi in bicicletta, chi in camion, partimmo a la volta di Bologna per ritrovarci tutti nella sede della Camera del Lavoro.

L’attacco era previsto per la tarda serata, e verso le ore 21 ci disponemmo nei punti strategici: nei locali della portineria, alle finestre dell’ammezzato che guardavano la via d’Azeglio da sotto il portico, altri nei locali al piano terra e alle finestre che davano sul cortile. Verso le ore 23 si udirono schiamazzi più intensi del solito, numerosi gruppi di nazionalisti passavano davanti al portone della Camera del Lavoro che avevamo lasciato aperto per dimostrare che non eravamo intimoriti dalle loro intenzioni. A un certo momento, dopo un periodo di silenzio, si udì all’improvviso un tramestio intenso, poi gli squadristi apparvero sparando davanti al portello della portineria, dentro la quale cinque o sei compagni, tra i quali anch’io, erano pronti alla difesa. Rispondemmo immediatamente e allora gli squadristi si ritirarono, scambiando alcuni colpi coi compagni appostati alle finestre dell’ammezzato. Si seppe poi che un tenente degli arditi, certo Pappalardo, era rimasto ferito.

Pensando che sarebbero senz’altro tornati, per precauzione fu chiuso il portone onde impedire una nuova sorpresa. Poi, invece, venne escogitata una trappola. Due giovani, uno dei quali era Cicalini, si sistemarono su un ballatoio, che si trovava in fondo all’androne, da dove dominavano lo specchio del portone; altri nei vani delle camere al piano terra e alle finestre del cortile.

Avremmo così lasciato entrare gli squadristi, ed al resto ci avremmo pensato dopo. Il portone fu quindi riaperto.

Gli squadristi tornarono in numero maggiore e si schierarono contro il muro, sul lato opposto della strada; urlavano e schiamazzavano, ma non tentarono l’assalto: forse intuirono il pericolo e dopo un’ora si allontanarono per la seconda volta. A questo punto intervenne l’allora segretario della Camera del Lavoro, on. Bucco, il quale, evidentemente preoccupato che i fascisti ritornassero in numero maggiore e che potesse succedere qualcosa di grave, credette di salvare la situazione telefonando al comando delle Guardie regie perché intervenisse.

Dopo di ciò fummo invitati da Bucco a depositare le armi in alcune casse che portammo nel suo appartamento; poi attendemmo l’arrivo delle Guardie regie.

All’alba, con le catene ai polsi, fummo tradotti al carcere di S. Giovanni in Monte e rinchiusi in un camerone di transito. Subito dopo il nostro trasferimento, con la scusa della perquisizione, entrarono nei locali della Camera del Lavoro carabinieri e squadristi i quali sfogarono la loro rabbia mettendo a soqquadro alcuni locali, distruggendo documenti, mobili ed attrezzature.

Durante le formalità per la nostra identificazione, sotto il tavolo del funzionario del carcere che trascriveva le generalità, fu trovato un coltello di cui non fu possibile accertarne il possessore. Apprendemmo più tardi che uno di noi, sapendo di essere poi perquisito, si era fatto scivolare silenziosamente l’arma tra la sua gamba e quella del tavolo e con una piccola spinta del piede l’aveva spedita sotto il tavolo stesso. Ci ritrovammo tutti nel salone di transito, un locale seminterrato lungo e stretto, con il soffitto a volta sorretto al centro da tre grosse colonne quadrate imbiancate con calce, come tutto il resto del locale.

Passavamo le giornate in discussioni e giochi vari, in attesa che fuori risolvessero il nostro caso. Tra noi vi erano anche due giovani esuli ungheresi, uno dei quali ottimo disegnatore e ritrattista. Un giorno costui, ottenuto chissà come un pezzo di carbone dolce, disegnò sul lato di una colonna un somigliantissimo Lenin col colbacco, in netta evidenza sul bianco della calce. Quando il secondino lo vide, corse allarmato dal direttore per comunicargli la  scoperta . Poco dopo tutto lo stato maggiore del carcere si precipitò nel nostro camerone. Lì per lì, dopo vari tentativi per sapere chi era l’autore, non trovò nessuna soluzione per fare sparire il disegno. Più tardi il secondino tornò assieme a un carcerato armato di secchio e pennello per cancellare quella  sconcezza  con una mano di calce.

Dopo di che si ritirò con un ghigno di compiacimento ed un incedere tronfio come avesse vinto una battaglia. Il mattino seguente c’era però una sorpresa: la testa di Lenin era ricomparsa nei suoi tratti essenziali abbastanza visibile e pulita. Quando il secondino entrò nel camerone per il consueto servizio giornaliero, vide ancora il disegno e corse sbalordito dal direttore del carcere gridando al miracolo. Ma non era successo nulla di straordinario e quando il direttore eccitato scese nuovamente nel camerone gli fu spiegato l’enigma: la calce non aveva aderito al muro causa la polvere di carbone e nell’asciugarsi si era staccata in piccoli truccioli che erano caduti poi sul pavimento.

Fummo liberati a scaglioni e senza nessuna conseguenza, grazie all’intervento degli organismi politici e sindacali, i quali mobilitarono le masse della provincia ed indissero uno sciopero generale. Ma per me quella detenzione rimase come un marchio indelebile. Chiamato alle armi di leva, il 22 novembre, mi dovetti presentare al distretto di Bologna; certamente giunse una segnalazione al comando del reggimento di stanza a Cagliari al quale fui destinato, perché, dopo un mese o poco più, laggiù fui fotografato in varie pose come si usa ai criminali, ed un segno rosso mi ha sempre contraddistinto nei documenti, trovandolo ancora ben visibile persino nel 1939 quando fui richiamato.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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