Bruno Innocenti (Nome di battaglia Fedele)


Nasce il 10 maggio 1908 a Scarperia (FI). Nel 1933 entra a far parte dellʼorganizzazione clandestina del Partito Comunista Italiano. Nel 1937 viene arrestato come attivo membro del gruppo comunista fiorentino impegnato nella propaganda a favore della Spagna repubblicana e delle brigate internazionali antifasciste.

Con sentenza del 26 novembre 1937 viene condannato dal Tribunale speciale a 5 anni di carcere per costituzione del Partito Comunista Italiano, per appartenenza allo stesso e propaganda. Dopo lʼ8 settembre 1943 si unisce alla 36a brigata Bianconcini Garibaldi con l’incarico di commissario politico e di vice comandante di compagnia. Partecipa al combattimento di Caʼ di Malanca (Brisighella – RA) del 10 ottobre 1944.

I suoi ricordi

Ad un antifascista che fin dal 1933 faceva parte dell’organizzazione clandestina e che nel 1937 fu arrestato e condannato dal Tribunale speciale a cinque anni di prigione, non è certo difficile trovare i contatti per inserirsi nella lotta di liberazione partigiana, anche perché, praticamente, la lotta antifascista, per chi scrive, ha avuto inizio dal 1933. Ad ogni modo, tanto per fare dei nomi, dirò che il primo contatto con formazioni partigiane lo ebbi con quella comandata da Brunetto, in località Gattaia di Mugello, e poi passai sul monte Giovi dove presi contatto con i comandanti Maggi e Donatello, i quali, nominandomi commissario politico delle prime formazioni, mi trasferirono nella zona di Fantino-Lozzole con il compito di riunire quei piccoli gruppi sparsi di partigiani che azionavano in quelle zone costituendo un unico nucleo più organizzato e meglio diretto.

Il gruppo fu costituito e i partigiani erano una sessantina. Fu poi stabilito un contatto con la 36a brigata che operava nella zona del monte Carzolano e dopo un convincente colloquio col comandante Bob entrammo al completo a far parte della 36a brigata.

Il fatto di maggiore interesse politico credo sia da vedersi nel legame che avevamo cercato con le popolazioni povere delle zone da noi occupate. L’aiuto materiale e le informazioni, a noi tanto preziose, che ci fornivano i contadini e i paesani delle zone, veniva contraccambiato con viveri a nostra disposizione, come fu il caso dei 70 capi di bestiame che Guerrino aveva catturato al principe Borghese e che servirono oltre che ai partigiani anche ai contadini, agli abitanti della zona, agli sfollati e parte della carne fu inviata pure all’ospedale di Acquadalto. Questi aiuti reciproci avevano creato un legame che in seguito fu anche politico, divenendo un elemento di emancipazione e di progresso per vaste popolazioni condannate all’isolamento e a condizioni fra le più inumane di vita sopportate da generazioni.

L’episodio di guerra che maggiormente mi è rimasto impresso riguarda la battaglia di Ca’ di Malanca. Al fine di raggiungere gli anglo-americani per farci rifornire di munizioni che stavano ormai esaurendosi, il 10 ottobre iniziammo l’attacco sopra Ca’ di Malanca. Poco dopo l’inizio dell’attacco le artiglierie alleate incominciarono a scaricare proiettili nella nostra zona e così, invece di facilitarci l’operazione, ce le ostacolarono, e la nostra manovra che era iniziata cosi bene (ci eravamo già inoltrati nelle difese tedesche) fu interrotta da questo infernale bombardamento che ci costrinse al riparo.

Il comandante Bob, che era al mio fianco, decise di tentare un altro balzo in avanti; si trattava di attraversare un campo scoperto di circa trecento metri, per portarci nel bosco adiacente, al fine di meglio proteggerci. Questo esempio di coraggio lo dovemmo dare per primi Bob ed io. L’attraversata del campo fu una cosa orribile, i proiettili ci cadevano da ogni parte con boati infernali, ma nonostante ciò arrivammo incolumi al margine del bosco, anche se ricoperti della terra che i proiettili sollevavano esplodendo. Molti partigiani poi ci seguirono, ma vi furono morti e feriti.

All’imbrunire fu deciso di ritirarci e ci asserragliammo così a Ca’ di Malanca, dove il giorno successivo fummo attaccati da truppe tedesche che vennero in rinforzo da Brisighella. Respingemmo gli attacchi con le poche bombe a mano che ci erano rimaste. Tutto il giorno rimanemmo sotto il fuoco delle artiglierie alleate e degli attacchi sia delle artiglierie tedesche che ci sparavano da Fognano e da Brisighella, che della fanteria che tentava con le sue puntate di occupare la nostra posizione. Le nostre poche munizioni le adoperavamo solo quando i tedeschi erano a pochi metri dalla casa.

Tutto il giorno fummo impegnati a respingere questi attacchi; nella notte dovemmo abbandonare Ca’ di Malanca, improvvisando barelle di legno per il trasporto dei nostri feriti che portammo, anche a spalla, fino a Cavina. I feriti più gravi, che non potemmo trasportare, li lasciammo in consegna ad alcuni tedeschi che avevamo fatto prigionieri molto tempo prima e che si erano affiancati a noi con lealtà, nell’intesa che avrebbero fatto di tutto per salvare loro la vita. Il giorno seguente controllammo se avevano eseguito l’ordine, e potemmo constatare che ciò’ era stato fatto.

Due giorni dopo, dovemmo prendere la decisione di raggiungere le truppe alleate nella zona di San Benedetto in Alpe, e dovemmo lasciare a nostro malincuore i nostri feriti, assieme ad altri, a Cavina dove furono in parte uccisi, e fra questi anche Wilhelm, un ufficiale tedesco partigiano che fino all’ultimo si era battuto per la salvezza della loro vita, e in parte trasportati a Bologna, dove poi furono fucilati insieme a medici partigiani.

Fonti

Dizionario biografico – Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1986

LUCIANO BERGONZINI – LA RESISTENZA A BOLOGNA – TESTIMONIANZE E DOCUMENTI – VOLUME V – Istituto per la Storia di Bologna 1980

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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