In cerca della piccola “M”, con pochissimi indizi. “Ma quei capelli biondi ad Auschwitz può averli visti solo per pochi minuti”


Dai ricordi di una donna tedesca sopravvissuta al campo di concentramento affiora l’immagine di una bambina italiana, a cui la giovane deportata si era affezionata. Ma nella sua memoria c’è solo l’iniziale del nome. Con il direttore scientifico del prossimo museo della Shoah di Roma abbiamo provato a ricostruire le circostanze di quell’incontro. Poche possibili “Marta”, tante Mirella, Mimma, Milena… “Ma il lavoro di documentazione non è mai finito, noi continuiamo a raccogliere testimonianze”
di SIMONA CASALINI 

“Una bambina bionda italiana, col volto dolce, improvvisamente era sgattaiolata vicino a me…la trovavo incantevole…Era arrivata ad Auschwitz con un grande convoglio italiano, sicuramente non era giunta da sola…Le ho dato da mangiare, riuscivo a organizzare qualcosa per lei, perché avevo qualche libertà nel lager…Un giorno però l’ho persa di vista perché mi ero ammalata di nuovo… quando tornai in piedi era sparita, avevano già ucciso quella piccola ebrea”. 

Renate Lasker Harpprecht, la sopravvissuta tedesca che racconta il suo Olocausto nel campo di sterminio degli ebrei nell’intervista a Die Zeit che Repubblica ha pubblicato oggi, si sofferma in questo piccolo, dolce e tremendo ricordo nei giorni peggiori. “Il suo nome? Cominciava con la “M” – risponde l’ebrea novantenne – Marta, o qualcosa del genere” 

Chi poteva essere quella bimba? E come mai una “bimba” è riuscita a stare per un pò nelle baracche degli adulti, dal momento che ad Auschwitz la quasi totalità dei bambini al di sotto dei dieci anni visti venivano immediatamente eliminati. Marta? Ma davvero la signora ricorda bene il nome? E’ un nome che non rientra in quelli tipici della tradizione ebraica: a quanto risulta dal libro della Shoah in Italia, formidabile database italiano sul peggiore dei crimini del ‘900, sarebbero state solo sei le donne ebree di nome Marta deportate dall’Italia ai campi di sterminio. 

Marcello Pezzetti, lei è il direttore scientifico del prossimo Museo della Shoah di Roma. Chi poteva essere la misteriosa bimba incontrata da
Renate Lasker Harpprecht?
“La prima cosa che mi viene in mente dopo aver letto la testimonianza è terribile: e cioè che i capelli biondi di quella bimba la signora tedesca li ha potuti vedere per pochissimo tempo. Tutti i deportati che entravano nei campi venivano nel giro di mezz’ora rasati a zero, e dunque anche la misteriosa bambina “M” avrà subìto quel trattamento. E ancora. E’ verissima la scena raccontata dalla sopravvissuta, quel “sgattaiolare” della piccola. Abbiamo molte testimonianze di genitori o parenti che, nella confusione del momento dell’arrivo sulla Judenrampe dove in pochi minuti dovevano essere smistate le famiglie ebree, davano delle spinte ai figli per farli fuggire da qualche parte, tentavano di allontanarli da loro col disperato tentativo di salvarli. E i bambini sbucavano da qualche parte del campo, come dal niente”.  

Shoah, cercando la piccola M. LO SPECIALE INTERATTIVO

Scampata, ma per poco tempo, alla Shoah grazie alla “protezione” di una giovane deportata tedesca
“Circa 220 mila bambini vennero deportati ad Auschwitz, e la quasi totalità venne subito eliminata. Nei Kinderblock, le baracche dei piccoli, ne sono finiti solo una piccola percentuale ma solo quelli con qualche particolarità genetica: gemelli, o bambini con qualche deformità o con dettagli apparentemente di poco conto come le iridi di colori diversi e anche figli di genitori “misti”, uno cattolico e l’altro di religione ebraica. Servivano a Mengele per i suoi folli studi sulla presunta ereditarietà dei fattori negativi nei cromosomi degli ebrei  e di quelli positivi del carattere ariano. Questa è l’atrocità della Storia. E pochissimi tra loro si sono salvati. Ma forse la bimba “M” aveva più di dieci anni, età discriminante tra bambini e adulti. Magari era piccolina di fisico, minuta, dimostrava meno dell’età dei suoi documenti. Milena Zarfati, ad esempio, aveva appena compiuto 15 anni ma appariva talmente piccina che finì nel blocco dei bambini. No, la bimba “M” non poteva essere lei perché Milena fu una delle pochissime del Kinderblock che riuscì a sopravvivere perché era stata messa al lavoro nelle fabbriche di munizioni per via delle dita sottilissime. E’ scomparsa lo scorso anno”.

La signora tedesca pensa di ricordare il nome “Marta” ed effettivamente risulterebbero sei le donne ebree con quel nome deportate dall’Italia ai campi di sterminio. Lei cosa pensa?
“Marta non è un nome ebraico, così come è raro, per motivi religiosi, che una ebrea italiana si possa chiamare Maria. Forse Mimma, diminutivo tipico di tanti nomi ebraici romani… E comunque, a quanto si sa finora, nessuna delle sei deportate italiane di nome Marta aveva l’età di “una bambina”. Allora, la più giovane, Marta Ascoli, triestina, aveva 17 anni: ma fu l’unica di loro sopravvissuta allo sterminio ed è scomparsa nel marzo scorso all’età di 87 anni. Direi di ripartire da “M”.

Probabilmente, ma non con la totale certezza,  la sopravvissuta ha incontrato quella bambina italiana nell’ inverno del ’43. E ricorda che era arrivata ad Auschwitz “con un grande convoglio italiano”…
“I treni dei deportati erano tutti “grandi”, avevano minimo 500 persone, ma se dobbiamo focalizzare meglio il momento “il più grande convoglio italiano nel ’43” è uno solo, e non c’è modo di sbagliare: è quello proveniente da Roma, due giorni dopo la razzia nazista nel ghetto di Roma il 16 ottobre del ’43, con dentro 1022 ebrei, la quasi totalità romani: pochi uomini, tante donne, anziani e bambini. Qui però non risulta esserci nessuna bambina di nome Marta, e invece erano 11 le giovanissime con un nome che iniziava con la lettera M: l’età variava dai 3 anni di Mara Sonnino ai 19 di Mirella Astrologo. Marisa Anticoli e Mirella Terracina avevano nove anni, Mirella Di Tivoli 14, Milena Zarfati 15, Marisa Frascati era una undicenne. Marina Mieli ne aveva 6 e Marina Tedeschi 16 anni. Tra tutte solo Milena Zarfati ne uscì viva ed è scomparsa lo scorso anno. Chissa mai se è una di loro…”

E gli altri convogli di ebrei italiani nel ’43?

“Uno arriva da Firenze e da Bologna il 14 novembre, con circa 400 deportati dopo le retate in Toscana, Emilia Romagna e Liguria, e l’altro l’11 dicembre:  proviene da Milano, da Verona e si unisce un altro treno da Trieste, in tutto 600 ebrei stipati nei carri-merci. E da Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo, arriva i primi di dicembre del ’43 un altro carico di prigionieri, la gran parte di loro sono ebrei di origine francese. Ma non risultano arrivate bambine col nome “Marta” né nel ’43, né nel ’44, con i convogli che cominciarono a giungere dal campo di raccolta di Fossoli fino a fine luglio. E con l’ultimo treno di deportati per Auschwitz che partì da Bolzano nell’ottobre del ’44. Va ricordato però che piccole con nomi italiani potevano provenire dalle deportazioni dalle isole greche e in particolare da Rodi”.

Cosa dice dell’affetto provato dalla donna tedesca per quella bimba “sgattaiolata”?
“E’ da brividi. Abbiamo molte testimonianze di deportate che hanno cercato di proteggere i più deboli, dava forza anche a loro, ma in più qui c’è il fatto che la donna è tedesca, capisce la lingua degli aguzzini, sa bene che quella bambina lasciata sola non ne uscirà viva. Magari è sgattaiolata via dalla rampa della selezione e per puro caso è finita dalla parte dei deportati che lavorano nel campo. Poi la bimba sarà stata portata nella “sauna”, sarà stata tatuata e alla fine riesce ad avere un pò di sollievo, a stare vicino alla sua “protettrice”. Ma era chiaro che, nel momento in cui la donna l’avesse dovuta lasciare – non volutamente, ma perchè ricoverata in infermeria-  per lei lì non ci sarebbe stato scampo”. 

La sopravvissuta tedesca dice che forse gli italiani non avrebbero compiuto queste atrocità con i bambini, così come hanno fatto i nazisti
“Non è vero. Forse non l’avrebbero fatto in quella forma organizzata, ma prendere un bambino e darlo in mano a un nazista, così come hanno fatto, e ci sono centinaia di testimonianze, cos’era? Una parte non irrilevante di italiani ha anche cercato di salvare gli ebrei, dunque i rischi che correvano si conoscevano bene. E poi non sono certo immuni da atrocità: in Eritrea, nell’Africa coloniale non dimentichiamoci che gli italiani hanno gasato la popolazione civile”.

Il prossimo anno, nel 2015, ricorrono i 70 anni dell’apertura dei cancelli di Auschwitz. A cosa serve oggi quella Memoria sempre più lontana?
“L’Italia non ha mai fatto i conti su quel passato, continua a aggrapparsi all’idea che il nostro paese fu “vittima” del furore nazista. E invece non è vero: in quei crimini ne fummo alleati consenzienti e collaborativi. Soprattutto sulla questione ebraica. Nel ’46, poi, l’amnistia di Togliatti di fatto sanò tutti i reati legati alla persecuzione razziale. Anno dopo anno, si vanno spegnendo le voci dei testimoni diretti e invece bisogna continuare ad aprire tutti “gli armadi della vergogna”.

Secondo lei qualcuno potrebbe ricordare qualche altro dettaglio su questa storia: un parente, uno che vide, qualcuno che ha dei documenti di allora?  
“Noi ogni giorno andiamo a cercare testimonianze. Chi vuole può mettersi in contatto con noi alla mail “info@museodellashoah.it”.  Lo scorso anno, grazie alle famiglie che ce le hanno inviate, abbiamo ritrovato foto in cui si vede il volto dei soldati nazisti che parteciparono alla retata del 16 ottobre ’43. Ancora possiamo mostrarle a qualche sopravvissuto alla razzia che potrebbe riconoscerli ma fra pochi anni, di loro, gli ultimi testimoni diretti della Shoah, non ne resterà più nessuno”

Fonte: repubblica.it

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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