Bruna Pezzoli (Nome di battaglia Lina) Staffetta


Nasce il 17 maggio 1923 a Castenaso. Con lʼinizio della guerra di liberazione, la sua casa colonica, a Corticella (Bologna), viene trasformata in una base della 7.a brigata GAP Gianni Garibaldi, nella quale milita. 

Nellʼautunno, in previsione di quella che si ritiene lʼimminente insurrezione popolare, segue il suo gruppo che si nascose tra le rovine dellʼex macello comunale, nei pressi di Porta Lame. Con lei la sorella Rina. Il 7 novembre 1944 prende parte alla battaglia di Porta Lame e la sera, con il favore delle tenebre, quando i partigiani lasciano la posizione, camminando nel canale con lʼacqua alla cintola, aiuta e aiuta i feriti. Ritorna nella zona di Corticella e prosegue lʼattività partigiana sino alla fine del conflitto. E’ stata membro del CUMER. Le è stata conferita la medaglia di bronzo al Valor militare.

I suoi ricordi

Prima dell’8 settembre 1943 facevo la contadina aiutando mio padre nel lavoro dei campi in un podere nei pressi di Corticella. Insieme a mia sorella Rina e ad altre ragazze avevamo costituito un gruppo di gappisti nella zona. Quando la 7.a brigata GAP scelse la casa di mio padre come base noi dovemmo trasferire il centro di attività nella casa di altri contadini, nostri confinanti.

Il gruppo della 7a GAP veniva a prelevare le armi dai bunker scavati in casa nostra e io attendevo il loro ritorno anche se era notte inoltrata, un po’ per paura che fosse capitato qualche disgrazia, il più per sentire il racconto dell’azione che procurava l’emozione della battaglia.

Gli alleati stavano investendo la linea Gotica, i partigiani erano all’attacco ovunque, la stampa che sfornava il gruppo diretto dalla Lina incitava all’insurrezione.

Il gruppo di partigiani con la base in casa mia ebbe l’ordine di trasferirsi in città per partecipare alla liberazione di Bologna. Anch’io volli essere della partita e, assieme a mia sorella Rina, ci trasferimmo nella base del Macello a porta Lame, sotto il pericolo costante dei bombardamenti.

La mattina del 7 novembre 1944 mi ero alzata presto, come al solito, e avevo acceso i fornelli e stavo preparando il caffellatte ai partigiani, quando irruppe nella cucina della Palazzina un partigiano che, agitandosi, disse: Siamo accerchiati! Spegnete il fuoco. Il fumo può attirare su di noi l’attenzione del nemico. Il comandante ordinò alle partigiane Rina e Diana di uscire in perlustrazione e riportare quante più notizie potevano raccogliere sul nemico. Vi erano dei partigiani che volevano attaccare subito. Il comandante ordinò di stare fermi. I tedeschi ultimavano l’accerchiamento. I nostri osservatori seguivano i loro spostamenti.

Quando ci attaccarono li lasciarono avvicinare il più possibile poi li annientarono.

Gli assalti del nemico si susseguivano nella giornata, ma venivano sempre respinti con grosse perdite. In mezzo ai partigiani vi era dell’entusiasmo, io riempivo caricatori su caricatori e li consegnavo ai combattenti. Le ore passavano veloci, non pensavo a niente, quasi provavo piacere a quella lotta.

Verso mezzogiorno il fuoco dell’artiglieria e delle armi pesanti dei nazi-fascisti si concentrò contro la Palazzina che sotto i colpi si sgretolava e i muri ci cadevano addosso. Ci rendemmo conto che in quella situazione non era possibile fuggire. Io non avevo mai adoperato armi, pregai i compagni, se fossero stati costretti a soccombere, di riservare un colpo per me e di non abbandonarmi viva nelle mani del nemico. Fra un bombardamento e l’altro gli assalti dei nemici si susseguivano sempre più violenti, sembrava impossibile anche a noi metterne in fuga tanti.

Nelle ore del pomeriggio, dopo un ennesimo assalto respinto, ma con più fatica degli altri, mentre il nemico concentrava maggiormente il fuoco delle armi pesanti su di noi, ci ordinarono di abbandonare i resti della Palazzina e di ritirarci nella lavanderia. Raccogliemmo le poche munizioni che ci restavano e attraverso il cortile, di corsa imboccammo la scala esterna del fabbricato che conduce nello scantinato. Lo zio Scalabrino all’imbocco della scala cadde colpito a Saltai il suo cadavere e mi buttai al riparo giù nella cantina, inseguita dagli spari. Entrai dentro un ampio vano pieno di feriti, sparsi sopra dei materassi insanguinati. Alla vista di questi, cominciai a piangere, abbracciai Aldo, Cognac ed altri, mentre, piangevo, cercavo di curarli, di rendermi utile.

Anche la lavanderia stava crollando: una voce disse che il lato ovest del resto del lungo fabbricato stava bruciando e il pietrisco cominciò presto a caderci addosso sotto l’azione demolitrice del carro armato, che sparava, col cannone, da distanza ravvicinata. Il comando decise che non era più possibile resistere ancora fra quei ruderi ed ordinò di sfondare la porta che dava sul Cavaticcio di fronte al porto del canale.

I nazi-fascisti avevano fatto un lancio di bombe fumogene per coprire l’assalto di guastatori contro la lavanderia. I partigiani ne approfittarono ed infittirono il lancio di bombe fumogene riempendo il canale di fumo, fino a via Roma. Un gruppo di partigiani apriva la marcia della colonna immergendosi nell’acqua melmosa e fetida del canale, risalendo la corrente. Io aiutavo i feriti a mantenersi in colonna per proseguire la marcia fra gli sterpi della riva destra. La brigata nera in postazione sulle rive del canale ci gridò: Chi va là! Un partigiano rispose brigata nera. Ci chiesero: Chi vi comanda? Fu risposto il nome di un gerarca. La brigata nera tacque. Noi continuammo la marcia e, attraverso le macerie, raggiungemmo piazza Umberto I. Un forte schieramento di nazisti era schierato contro la base. Noi avevamo superato lo schieramento, ma non era possibile passare oltre senza essere veduti.

I partigiani decisero di attaccarli alle spalle di sorpresa. Altri feriti si aggiunsero ai feriti. Si raggiunse il canale della mura prima di via Pietramellara. Ci rifugiammo dentro. Si discusse se salire verso la Montagnola o seguirne il corso verso la bassa. Io sostenevo di seguire il corso, anche perché abitavo a Corticella, dove mi sarebbe stato più facile trovare delle basi e ritornare a casa mia. Vi era Libero, Franz, altri del gruppo di Medicina e molti feriti. Ci gettammo di nuovo dentro a questo canale: la melma ci giungeva alle ginocchia e l’acqua ci copriva a metà. Molti perdettero le scarpe che restarono incollate al fondo del canale.

Faticando ed ansimando mi trascinai Rudi, assorbendomi i gas che si sprigionavano dalla colonna in marcia nel mescolare la melma; dovemmo ritornare indietro a cercare il gruppo di Medicina che si era allontanato. Quando finalmente giungemmo oltre via Carracci, e percorso più di un chilometro nella fognatura che attraversa la stazione centrale, potemmo guadagnare la riva sinistra del canale, guidati da Elio Vigarani, consegnammo i feriti alla base del Cagnaro dove la signora Elide Ruvinetti mise a disposizione la sua casa che venne trasformata in infcrmeria.

Coll’aiuto della mamma di Elio, la signora Pasquina, che ci mise a disposizione la casa, ci potemmo pulire, ristorare e finalmente riposarci. Verso le ore dieci dell’8 novembre, attraversando i campi, giunsi a casa, abbracciai i familiari che avevano vegliato tutta la notte nell’attesa di avere notizie.

Fonti

LUCIANO BERGONZINI – LA RESISTENZA A BOLOGNA – TESTIMONIANZE E DOCUMENTI – VOLUME V – Istituto per la Storia di Bologna 1980

Dizionario biografico – M – Q – Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1995

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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