Enzo Biondi (Nome di battaglia Pepé, Flavio)


Nasce il 23 maggio 1920 a S. Giorgio di Piano. Subito dopo lʼ8 settembre 1943 partecipa al recupero di armi e munizioni allʼinterno della caserma di Fossano (CN) presso la quale svolgeva il servizio militare col grado di sottotenente.

Nel novembre 1944 si iscrive al Partito Comunista Italiano. Combatte nel battaglione Tolomelli della 2a brigata Paolo Garibaldi a S. Pietro in Casale. Dal gennaio 1944 passa alle dirette dipendenze del CUMER a Bologna; qui fa parte di un gruppo del SIM in collegamento con gli alleati.

I suoi ricordi

Il giorno della liberazione di Bologna incontrai il compagno Cesare Masina, di non molto più anziano di me, che aveva fin da ragazzo più volte conosciuto il carcere per la sua attività antifascista e che da anni non vedevo. Mi chiese cosa avevo fatto in questo tempo ed alla mia risposta che ero stato partigiano, comandante partigiano, mi disse: Non potevi sbagliare; l’avevo capito fin da quando venivo a San Pietro  in Casale a trovare tuo padre. Allora ero un ragazzo, credevo nel fascismo e non sapevo cosa fosse l’antifascismo, ma i miei sentimenti sulla questione umana e sociale erano quelli di chi si batteva contro la dittatura.

A darmi coscienza furono i fatti del 25 luglio 1943 e, soprattutto, dell’8 settembre, quando mi trovavo al 28° Reggimento Artiglieria di Fossano (Cuneo), sottotenente di prima nomina. Alla notizia che la caserma, ormai vuota, sarebbe stata consegnata ai tedeschi, mi ci trattenni fino al giorno 13 mettendo fuori uso numerose armi. Pistole e bombe a mano portai invece a casa del contadino dove avevo alloggiato. Accolto come un figlio vi ritornai nella settimana del Natale 1943, con una grossa valigia, e portai a casa tutto. Non avendo contatti mi misi a fare il partigiano per conto mio. Su segnalazione di Raffaele Cesari, facente funzione di capo alla stazione FF.SS. di San Pietro in Casale e dopo essermi consultato col ten. col. Bruno Manucci, ufficiale in SPE, che non si era presentato ai fascisti ed era sfollato in paese, feci due incursioni in un treno carico di munizioni rimasto in sosta per alcuni giorni e, con l’aiuto della mia futura moglie e del futuro cognato, portai nella cantina di mio padre due grandi casse di esplosivi assortiti, che ci furono in seguito molto utili.

Fu nel giugno 1944 che l’esercito fascista mi richiamò alle armi come ufficiale d’artiglieria. Non mi presentai e cominciai la mia vita di illegale nascosto nei campi di canapa, in valle e nei cimiteri (mio padre era necroforo comunale).

Fu mio padre che riuscì a conoscere Marcello Zanetti, che stava organizzando i primi gruppi partigiani, ed a mettermi a contatto con lui. Andammo subito d’accordo e, in certo senso, ci integrammo a vicenda. Lui di un entusiasmo incontenibile e di un ardire che rasentava spesso la temerarietà; io, estremamente scrupoloso nella preparazione delle azioni, da quando mi avevano dato la direzione militare sentivo in modo persino esasperato la responsabilità della vita dei compagni. Ne uscirono così numerose azioni partigiane che sarebbe troppo lungo voler tutte citare e che assunsero il carattere di beffe a fascisti e tedeschi, mettendo grande entusiasmo nei compagni e nella popolazione che ci appoggiava.

Già ai primi del luglio 1944 a San Pietro in Casale i gruppi legali rappresentavano una considerevole forza armata. Oltre al gruppo più numeroso e meglio organizzato di Maccaretolo e delle Tombe che contava su una ventina di aderenti, quasi tutti armati di armi corte, ma anche con fucili, mitra e due mitragliatrici, altri ne erano sorti in quasi tutte le frazioni, come nelle frazioni e nei comuni limitrofi di San Giorgio di Piano, Galliera e Pieve di Cento; squadre composte da un minimo di 6 fino a 10-15 uomini. La caratteristica comune era quella di uno stretto legame con la popolazione tramite i politici, in gran parte più anziani, noti antifascisti, che facilitavano anche i primi contatti fra i gruppi, sorti alcuni contemporaneamente senza sapere l’uno dell’altro. A dirigerli, più che a comandarli, erano coloro che gli appartenenti a ciascun gruppo sceglievano: giovani pieni di coraggio, ma anche di grande senso di responsabilità; che si rendevano conto delle difficoltà di dover agire senza poter contare, allora, su delle basi dove poter nascondere uomini ed armi; agire senza che si scoprissero gli uomini, pur combattendo nello stesso comune o nei comuni limitrofi a quello di residenza; colpire e, possibilmente, evitare che il nemico compisse atroci rappresaglie che, oltre a stragi e distruzioni, avrebbero portato intimidazione in una opinione pubblica che ci appoggiava, che viveva le nostre azioni e si entusiasmava, ma che, in quel momento, aveva ancora bisogno di una maggiore consapevolezza, di maggiore determinazione.

Per questo, dopo accese discussioni, che coinvolsero i militari e i politici — e con il contributo decisivo dei dirigenti partigiani collegati ed inviati dal comando di Bologna, i quali avevano già vissuto positive esperienze in altri comuni —, si stabilirono le seguenti direttive: risolvere urgentemente il problema delle armi e munizioni per tutti, disarmando i fascisti e i componenti la guardia nazionale repubblicana di stanza nella zona, senza ucciderli, ma disarmandoli nuovamente non appena riarmati; compiere colpi in depositi tedeschi; non attaccare le forze tedesche di stanza nella zona, ma singoli elementi o piccoli gruppi in transito, di giorno e di notte, preoccupandosi di creare le premesse e quindi attuarle per far sparire ogni prova, sicché il comando tedesco non potesse esattamente sapere dove i suoi uomini erano andati a finire; infine, compiere azioni di forte contenuto politico al fine di difendere la popolazione e quindi rinsaldare i legami fra questa ed il movimento partigiano.

Queste direttive trovarono piena comprensione in tutti i gruppi i quali, anche indipendentemente dalle direttive del comando e limitandosi a darne informazione (qualche volta non fecero nemmeno quello), compirono numerosissime azioni i cui risultati, nell’estate-inizio autunno 1944, possono essere così riassunti: una quindicina di tedeschi e di carogne fasciste uccisi (si distingueva fra carogne e poveri diavoli); armi lunghe, leggere e pesanti, per l’armamento completo di un centinaio di uomini, provvisti inoltre in gran parte di pistole e, tutti, di bombe a mano tedesche a volontà; circa duecento capi di bestiame già razziati dai tedeschi e fatti rientrare alle stalle; caos completo nel servizio tedesco per la deportazione di lavoratori in Germania; scioglimento della GNR con la consegna delle armi ai partigiani.

In questo quadro un compito fondamentale fu assegnato al gruppo di illegali di cui facevano parte, fra gli altri, giovani dell’Italia centrale e meridionale già rastrellati dai tedeschi e fuggiti, carabinieri disertati dal servizio sotto i fascisti, il sovietico Fiodor Ponomarenko, compagni del nostro comune o anche della città, già ricercati da fascisti e tedeschi. Il gruppo illegali ebbe il compito di compiere proprie azioni di guerra e di far da perno e da potente centro di fuoco nelle azioni notturne assieme ai gruppi legali.

Ma, forse, è opportuno raccontare come si svolsero alcune azioni perchè ci si possa rendere conto del come le direttive sopra indicate venissero realizzate.

Una sera il gruppo illegali, cui si unì Marcello camuffato da tedesco, partì a piedi dalle Tombe, al chiaro di luna, raggiungendo Maccaretolo. Dodici uomini perfettamente armati ed inquadrati marciavano nella strada battendo forte il passo e cantando in coro, a due voci, la canzone degli aviatori tedeschi (i repubblichini di San Pietro in Casale, temendo di essere attaccati in caserma, tornavano ciascuno a sera alle loro case completamente armati e, a Maccaretolo, ne abitavano diversi). Il gruppo si fermava davanti alla casa di un repubblichino; forte bussata; quello si presentava alla finestra; breve colloquio: tu venire con noi servizio ponte su Reno!, presto, prendere tutte armi, munizioni, bombe; capito?!Capito!. Il gruppo ripartiva cantando e battendo il passo; rimanevano i due di coda ad accogliere sulla porta il repubblichino che, allibito, non aveva che da consegnare le armi e ritornarsene a letto. I due partigiani rientravano carichi al gruppo che intanto continuava il giro lasciando e riprendendo sempre i due che rimanevano in coda.

Tutto finì in venti minuti, né i tedeschi che passarono in camion dalla via Galliera capirono o credettero di capire qualcosa. Fu disarmato anche Bomba, un repubblichino che, prima di essere chiamato in servizio, faceva già parte e continuava a far parte dei partigiani e non volevamo venisse scoperto. Capitò un altro fatto curioso. Nel giro era prevista anche una sosta in un negozio, proprio sulla strada provinciale; mentre i due di coda svegliavano il proprietario senza intimorirlo e facevano rifornimento di sigarette, si videro tre uomini vestiti da tedeschi, giungere a piedi. All’intimazione dell’alt e mani in alto questi proruppero in grida di  viva i partigiani e senza esitazione, con gesti di incontenibile gioia, venivano avanti ad abbracciarci. Non sparammo; erano tre cecoslovacchi trascinati prigionieri al seguito dei tedeschi per i servizi. Li invitammo a venire con noi. Ci dissero che erano già impegnati a riunirsi con altri connazionali in una località già fissata per formare un loro gruppo in una brigata partigana. Ci accompagnarono un po’ nel nostro giro; ci salutammo calorosamente ed essi proseguirono per Poggio Renatico ove erano diretti.

Il colpo al deposito di munizioni tedesco a Chiesa Nuova, nel Ferrarese, richiese una preparazione ancor più meticolosa e già un primo tentativo era stato interrotto essendosi venute a presentare, durante lo svolgimento, condizioni diverse da quelle previste. Il deposito era sistemato in un campo, in grandi mucchi mimetizzati attorno ad ogni albero di un lungo filare. Poco distante la casa colonica, sede del corpo di guardia che alimentava di sentinelle il deposito ed il ponte di San Prospero sul Reno. Autocarri tedeschi andavano e venivano di notte e, qualcuno, anche di giorno; di notte c’erano quattro sentinelle; di giorno una che girava avanti e indietro e, qualche volta, una seconda che, però, girava affiancata alla prima. Cianén (Arleziano Testoni) di Galliera, avendo avuto il compito di informatore e di guida durante l’azione, si era premurato di fare, da solo, un primo assaggio saltando la siepe quando le sentinelle erano lontane, asportando una cassetta da un mucchio e fuggendo in bicicletta incurante delle schioppettate.

Dalla cassetta e da quanto egli aveva visto da vicino si seppe con quale criterio erano distribuite le munizioni nei vari mucchi; (a noi servivano per mitra, per fucili e mitragliatrici tedesche). Passarono i giorni col deposito sempre sotto controllo. Poi, in un cocente mezzogiorno di luglio, quattro partigiani partirono con un camioncino dalla Ca’ Bianca di Bosco di Galliera; lungo la salita del ponte di San Prospero si unì ad essi Cianén con le ultime notizie; le sentinelle al ponte lasciarono passare il camioncino di lavoratori con cappelli di paglia che andavano alla trebbiatura. Passati per la strada fiancheggiante il deposito si andò avanti e ritornò indietro per il tempo necessario affinché la sentinella fosse il più lontano possibile dal mucchio che interessava. Nessun camion a caricare; al corpo di guardia si era a pranzo. Piombarono sul mucchio i partigiani all’improvviso; uno rimase al volante; due si sistemarono in modo che la sentinella dovette appiattirsi all’albero più vicino per non essere scoperta da una parte o dall’altra; gli altri caricarono fino alle sponde e fin sopra la capotta della cabina; si ripartì. Urla della sentinella e confusione enorme al corpo di guardia dove si pensava forse che alle spalle, lungo l’argine del Reno, ci fossero chissà quanti partigiani appostati per coprire il gruppetto del camioncino. In quella direzione infatti guardavano correndo come impazziti alla ricerca delle loro armi.

Lo stesso ragionamento debbono aver fatto le due sentinelle al ponte, collegate telefonicamente al corpo di guardia. Forse si sentivano isolate, tant’è che i partigiani, preparati al momento ritenuto più duro, mentre il camioncino arrancava, per il peso, per la salita del ponte, videro i due tedeschi correre a gambe levate sull’argine verso il loro comando. Alle 13,20 partigiani, automezzo e munizioni, tante munizioni, erano sistemati fra i canneti della valle delle Tombe.

Altra azione, ispirata alle direttive prima decise, si svolse in frazione Maccaretolo in pieno giorno. Un sottufficiale e due soldati tedeschi, giunti con un grosso autocarro, si fermarono in una casa colonica esigendo un sostanzioso pranzo. Dalle loro domande si capì che, provenienti da oltre Ferrara e diretti a Cento, avevano sbagliato strada. Mentre la arzdaura, costretta ad uccidere le sue più belle galline, preparava il pranzo, il figlio avvisò Marcello. Pochi minuti dopo lo stesso Marcello, con altri due compagni, cui si aggiunse uno dei nostri autisti, erano sul posto; catturavano i tedeschi; si travestivano con i loro indumenti e con un lungo giro giungevano nella valle delle Tombe. Lasciata la strada comunale il grosso autocarro, dopo un centinaio di metri, si piantò nella cavedagna di valle e fu una gran lotta farlo giungere al punto giusto dove fu rapidamente mimetizzato come uno dei tanti mucchi di paglia di riso. Durante la faticosa operazione per smuovere l’automezzo transitò per la strada comunale una colonna di tedeschi autotrasportati i quali non mancarono di indirizzare lazzi e risate verso i camerati che erano andati così ad impantanarsi. Fortunatamente non si fermarono per portare aiuto. In un’ora e mezza erano così spariti tre militari tedeschi e un autocarro, con trenta casse per complessive 2880 panzer geweher, ottime granate, che potevano essere usate come bombe a mano o lanciate applicando un lanciabombe al fucile.

Il comando di Bologna aveva posto da tempo il problema di un eventuale spostamento delle forze in città, per liberarla all’avvicinarsi degli alleati; noi avevamo proposto di non procedere ad un anticipato trasferimento delle nostre squadre impegnandoci, se preavvisati di mezza giornata, di trovarci all’ora X al posto a noi assegnato, pronti alla battaglia. Per questo era stato studiato un piano dettagliato di rapido trasferimento sia di giorno che di notte. (Dato il modo come poi si svolse la guerra e dopo il famoso proclama di Alexander, questa nostra particolare situazione finì casualmente per agevolarci in quanto la maggioranza dei nostri uomini (e delle basi) non si erano trovati allo scoperto e poterono rimanere sul posto organizzati ed efficienti anche nel duro inverno 44-45).

La necessità quindi di addestrare le squadre al movimento e al combattimento gli uomini, molti dei quali, giovanissimi, non avevano mai impugnato un’arma, ci indusse, durante l’estate e poi nell’autunno, a concentrare e muovere di notte fino a cinquanta uomini, legali ed illegali anche in azioni per le quali sarebbero bastati in pochi. Prima del mattino i legali tornavano alle case e al lavoro; gli illegali rientravano alla base in valle e, in seguito, presso le basi contadine.

Così avvenne, ad esempio, quando al Fangén (Aroldo Tolomelli), del comando di Bologna, condusse di notte quaranta uomini sulla statale per Ferrara per attaccare autocarri tedeschi; caso volle che passasse soltanto una motocarozzetta. Si seppe in seguito che era rimasto ucciso dalle schegge di bombe a mano lanciate dai partigiani, il tedescho che sedeva sul sedile posteriore.

Analogamente tre squadre di quindici uomini, radunate subito dopo il coprifuoco al margine della valle delle Tombe, si mossero verso Gavaseto dove i tedeschi avevano concentrato al canapificio di Tasini (neanche a farlo apposta la nostra migliore base partigiana in quel periodo) un centinaio di capi di bestiame razziati ai contadini. Le prime volte i tedeschi trasferivano il bestiame costringendo dei boari ad accompagnarlo; ma questi venivano fermati lungo il tragitto dai partigiani e rinviati a casa, lasciando le bestie libere di tornare, come effettivamente tornavano, alle loro stalle. Il comando tedesco decise di inviare due soldati di scorta; ma capitò che questi venissero uccisi; decise allora di effettuare grossi raduni di bestiame trasferendolo con autocarri.

Stando alle informazioni, quella sera dovevano esserci di guardia i repubblichini di stanza a San Pietro in Casale; ma i partigiani, giunti sul posto, non trovarono nessuno. Tasini, svegliato nella notte, si raccomandò di far le cose in modo che la sua famiglia non potesse essere incolpata di aver liberato il bestiame. Si decise quindi di fare chiasso, di compiere cioè un’azione dimostrativa. Si disposero gli uomini in modo da non essere sorpresi dai tedeschi, che avevano un comando a nemmeno trecento metri nella villa Bersani; si liberò una parte del bestiame e molti altri capi furono uccisi con le armi da fuoco, sapendo che la carne non avrebbe potuto essere conservata e che quindi, come avvenne, sarebbe stata data ai macellai per l’immediata vendita alla popolazione. La sparatoria durò una ventina di minuti e fu udita sin dal capoluogo. Dal comando tedesco fu lanciato un razzo da segnalazione e partì immediatamente un camion di soldati; ma nessuno tentò di attaccarci né sul luogo, né durante il ritorno alla valle dove i legali depositarono le armi lunghe ritornando quindi alle loro case.

Nelle condizioni in cui si operava, già prima accennate, e con la presenza di comandi e truppe tedesche quasi dappertutto, anche se in misura minore rispetto agli ultimi mesi di guerra, noi cercavamo di sfruttare al massimo il fattore sorpresa, portato fino all’incredibile; ma il margine dell’imprevisto era pur sempre grande nonostante il nostro studio minuzioso delle azioni e l’accurata preparazione. Del resto la stessa cosa era per i nostri nemici. È capitato a un fascista di scampare per ben cinque volte ad attentati; la prima volta si incepparono le armi al partigiano; la seconda il partigiano, che aveva preso con se una mitragliatrice tedesca, non sparò perchè il fascista gli era capitato davanti in camioncino guidato da un’altra persona che non c’entrava; le altre volte il fascista fu atteso invano davanti alla porta del suo ufficio da un partigiano con la pistola in tasca.

Per parte nostra — mentre andavamo a fare il carico di carburante al deposito tedesco della Todt in località Cantone — capitammo di notte nel bel mezzo di una autocolonna tedesca con la quale procedemmo per un lungo tratto prima di separarci e proseguire per la nostra strada. Un’altra volta una nostra squadra di quindici uomini, mentre provenendo dalla valle attraversava di notte la provinciale Galliera, dalla villa Bergamini verso un tratto in disuso della stessa provinciale, sfilò in assetto di guerra davanti alla testa di una lunga colonna di tedeschi, in marcia di trasferimento, che sostavano per ristorarsi un momento, davanti al lungo caseggiato detto Quindici Camini. I tedeschi non spararono e noi nemmeno, perché non ci conveniva ed avevamo altro obiettivo da raggiungere per il quale non potevano esserci rinvìi.

In queste nostre azioni non avemmo alcuna perdita; un partigiano rimase accidentalmente ferito a un dito durante un disarmo e venne curato dal medico condotto, dr. Petronio Reatti che, dal paese, veniva alla base partigiana per le medicazioni.

Ho creduto di dover descrivere nei dettagli alcuni esempi perchè, a distanza di tanti anni, molti forse non riescono a rendersi conto del come potesse organizzarsi e svolgersi una lotta partigiana armata nelle condizioni della nostra bassa bolognese.

Per il significato politico che assunsero ricorderò per ultimi i fatti verificatisi a San Pietro in Casale con la manifestazione di massa del 17 settembre 1944. Vi giungemmo dopo una lunga preparazione da parte dei politici del CLN e di tutte le organizzazioni di massa legate alla Resistenza, dai comitati contadini, ai Gruppi di difesa della donna, ai giovani del Fronte della gioventù, parte dei quali erano già nelle squadre armate. Nelle parole d’ordine erano le rivendicazioni particolari di ciascuna categoria unitamente a quelle più generali contro la guerra, le deportazioni in Germania.

La mattina del 17 settembre, a Massumatico, dove si era trasferita la sede del comune, si concentrarono donne e uomini di San Pietro in Casale, Maccaretolo e Poggetto e fu veramente una grande manifestazione contro i fascisti e i tedeschi, contro la guerra. Parlò alla folla, con grande entusiasmo, Cesare Mazzacurati concludendo con l’appello a sostenere i partigiani ed inviare i figli nelle loro fila. A protezione dei manifestanti si erano posti in cerchio i partigiani legali con le armi corte e le bombe celate, mentre il gruppo illegale, dotato di mitra e mitraglie, rimaneva poco distante pronto ad intervenire.

In quel momento non ve ne fu bisogno; ai pochi militi della GNR rimasti a San Pietro ed al loro comandante era stato fatto capire che un loro intervento non sarebbe stato conveniente. Si disse fosse invece il podestà di allora, fascista fra i più fanatici, a telefonare a Bologna in questi termini: Correte! San Pietro in Casale è occupata dai partigiani. Così, nel pomeriggio, giunsero in gran forza da Bologna i brigatisti neri che entrarno in paese sparando lungo le strade e contro le finestre; tale era il caos che rimase ucciso uno dei loro, a casa in licenza. La brigata nera raggiunse quindi Maccaretolo e i limiti della valle che circondò col dichiarato proposito di fare piazza pulita.

Caso volle che i giovani si fossero dati appuntamento in valle per l’inventario e la distribuzione di armi corte; nelle case c’erano solo gli anziani. I fascisti, alle Tombe, assassinarono il povero Giuseppe Setti che si accingeva a raggiungere la valle e riuscirono a colpire a morte, sorprendendoli all’aperto, lontani dal loro gruppo, Dino Mazzucchelli, Omar Nanni e Gianfranco Versura di Ponticelli di Malalbergo.

In valle i partigiani, trovatisi fortunatamente in una trentina, si appostarono in ordine di combattimento con il compito di non far passare i fascisti nelle zone di canneto ove si era rifugiata la popolazione di Ponticelli per sottrarsi alla rappresaglia (era stato ucciso il reggente del fascio di Malalbergo) e nelle altre due zone dove c’erano il comando partigiano e i depositi di armi, munizioni e carburanti. Iniziò così un intenso fuoco di sbarramento, che durò tutto il pomeriggio e che i fascisti non riuscirono a bucare nonostante il loro numero imponente, le manovre tattiche ai lati del canneto ed i tentativi di incunearsi fra le canne.

A sera, temendo evidentemente un nostro attacco, favorito dal buio, i fascisti abbandonarono completamente il campo dicendo alla popolazione che sarebbero tornati il giorno dopo coi tedeschi (ma non tornarono più). Il comando partigiano esortò la popolazione di Ponticelli a tornare alle case garantendo che non sarebbe rimasta indifesa. Nella zona, oltre alla nostra formazione, operavano quelle che formarono poi la 4a Brigata Venturoli. Si decise inoltre di far tornare a casa i combattenti legali. Agli illegali toccò il compito di trasferire la base; compito che fu assolto nella notte alla luce dei bengala e sotto le bombe di aerei alleati attirati e tratti in inganno dagli incendi ai mucchi di paglia appiccati dai fascisti.

Il comando e la nuova base furono ospitati dalla famiglia Tasini, nel già citato canapificio di Gavaseto. L’azione del 17 settembre era finita. Assieme alla consapevolezza dell’importanza politica della ben riuscita manifestazione, che aveva visto uniti partigiani e popolo, rimase anche l’amarezza per i compagni caduti lontano dalla formazione. I combattenti uscirono dalla impegnativa esperienza ancor più temprati. La manifestazione ebbe un seguito nell’azione condotta poche sere dopo da un gruppetto di partigiani che, col solito camioncino, prelevarono il segretario comunale alla propria abitazione e recatisi alla stessa sede del comune, sfollata nell’asilo delle suore a Massumatico, asportarono tutti i documenti anagrafici (che furono poi riconsegnati dopo la liberazione) per ostacolare le deportazioni in Germania. Furono inoltre asportati e distribuiti ai partigiani e, in larghissima misura anche ad altri, delle tessere di esonero fatte dai tedeschi e tutte regolarmente timbrate e firmate sicché chi veniva fermato per strada dai tedeschi veniva poi rilasciato essendo ritenuto già impegnato al loro servizio o comunque in attività indispensabile. In altri comuni l’asportazione dei documenti anagrafici e di leva era stata attuata durante le manifestazioni di massa, ma a San Pietro si vollero evitare eventuali complicazioni politiche o il turbamento di parte dell’opinione pubblica per la presenza delle suore che abitavano nello stesso stabile.

Si ottenne così anche la collaborazione del segretario comunale; collaborazione che ci fu particolarmente utile nei mesi seguenti. Si è detto inoltre che durante la manifestazione i militi della GNR di stanza a San Pietro non intervennero. In effetti essi non ne avevano voglia e questo fu anche il frutto di tutto un lavoro compiuto da i nostri nei confronti di coloro che, nel comune, avevano aderito alla GNR o al fascio per le pressioni subite o per leggerezza. Per questo nell’estate ’44 io stesso mi incontrai, in un macero asciutto nei pressi del nuovo cimitero di Sant’Alberto, con il comandante del reparto fascista e gli feci comprendere che non conveniva opporsi alle nostre azioni. Pochi giorni dopo Marcello ed io avemmo un altro incontro con un benestante del luogo, stimato dalla popolazione, che in seguito a forti pressioni aveva finito per accettare la carica di reggente del fascio.

Ci incontrammo di notte nella sua stessa abitazione e parlammo chiaro, a viso aperto (addirittura senza la maschera che Marcello ed io tante volte eravamo costretti a portare). Il risultato fu che questi diede le dimissioni, mentre il gruppo di GNR si sciolse con la tacita consegna delle armi alla Resistenza. Nel comune non era quindi praticamente rimasto nulla della organizzazione fascista. I pochi, più fanatici, erano rimasti a contatto con la brigata nera di Bologna e cercarono di svolgere il basso servizio di spie dei tedeschi; cosa questa che a loro non fruttò niente, mentre nell’autunno e nell’inverno la nostra organizzazione venne a capo dei loro propositi e delle persone di cui si servivano, colpendo inesorabilmente dove si rendeva necessario.

Così anche i pochi fanatici finirono per sfollare e, tolti di mezzo i fascisti, rimasero di fronte le nostre formazioni ed i reparti tedeschi, sempre più numerosi, in una mescolanza che ha dell’incredibile; basti pensare, ad esempio, che Marcello, ricercato inutilmente nella propria abitazione da un gruppo di brigatisti neri venuti da Bologna, fu scagionato da un ufficiale tedesco che si era installato nella stessa casa e che respinse indignato i fascisti, garantendo che Marcello non poteva essere un partigiano.

Il comando tedesco tentò, nel luglio 1944, di darci un duro colpo con un rastrellamento compiuto da un intero reggimento paracadutisti di transito nella zona, e simultaneamente per una estensione che andava da Malalbergo fino a San Giorgio di Piano, perquisendo case coloniche, stalle, fienili, ma, soprattutto, attraversando con i soldati a distanza di dieci metri l’uno dall’altro, i campi di canapa. Non presero nemmeno un partigiano. Io stesso, snidato dal campo di canapa dove mi trovavo a Santa Croce, in frazione di Cenacchio, riuscii a sfuggire perchè un bimbo di 4-5 anni della famiglia Pagani, mentre i suoi erano messi mani in alto contro il muro, scappò in campagna ad avvisarmi. I tedeschi non trovarono nemmeno il mio rifugio essendo accorsi, proprio in quel momento, in un altro campo di canapa dove un loro camerata era saltato in aria per una bomba scoppiatagli nel ventre essendosi il nottolino d’accensione impigliato nelle piante.

Visto il risultato negativo il comando tedesco cercò di ripiegare sul sistema spionistico trasferendo stabilmente nella zona gruppi specializzati di gestapo e di SS, ma, fortunatamente, nel comune di San Pietro in Casale non ottennero tangibili risultati.

In questa situazione le azioni partigiane continuarono nell’autunno e nell’inverno.

Le nostre fila si ingrossarono; vi aderì anche l’austriaco Johan Wengler, carrista di un reparto tedesco, caduto poi il 19 aprile ’45 in uno scontro ,con i fascisti, mentre il compagno che era con lui, Otello Gambini, rimasto ferito venne catturato, sottoposto ad atroci torture e poi fatto scomparire. Anche il soldato sovietico Anatoli Abramov, prigionero dei tedeschi, tentò di raggiungere un nostro reparto, ma scoperto mentre si allontanava dalla caserma carico di armi, cadde da valoroso colpendo a morte tre nemici e ferendone altri. Il sovietico e l’austriaco riposano ora nel Sacrario dei Caduti partigiani di San Pietro in Casale. Dal battaglione iniziale che comprendeva i piccoli gruppi di quattro comuni sorsero quattro battaglioni: la 2a Brigata Paolo che in una battaglia campale il 22 aprile 1945 libererà San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano, Galliera e Pieve di Cento, salvando i paesi dal preannunciato bombardamento degli alleati, da questi ritenuto necessario prima dell’avanzata dei loro carri armati e delle truppe se la resistenza tedesca non fosse cessata entro la sera dello stesso giorno. Nel combattimento caddero ventidue partigiani, fra i quali il comandante di battaglione Ruffillo Tolomelli ed il comandante di squadra Vincenzo Marino. Negli ultimi giorni, nella zona che va dalla Statale Bologna- Ferrara ai caseggiati dei capoluoghi sopra citati, i tedeschi perdettero un centinaio di uomini per le imboscate tese loro durante la ritirata e nell’ultimo combatimento. I morti furono lasciati in gran parte sul terreno; gli altri trascinati con sé su rudimentali carrette e seppelliti non si sa dove.

Ma in gennaio io ero stato chiamato a Bologna ad un altro lavoro. Alle dirette dipendenze del CUMER, sotto la direzione di Stanislao (non ho mai saputo come si chiama), assieme a Bruno (Raffaele Gandolfi), Pino (Giuseppe Montanari) e Raimondo (Raimondo Rimondi), costituimmo un nucleo del Servizio Informazioni Militari. La Lina (Nannetti Paolina) fungeva da staffetta garantendo i collegamenti.

Controllavamo dal centro della città sino al fronte i movimenti dei reparti tedeschi, cercavamo le postazioni che gli aerei alleati non riuscivano ad individuare e segnalavamo il tutto ai comandi della 5a e dell’8a Armata, per mezzo di una radio trasmittente installata in via Nuova al n. 17. Bravissimo il compagno radiotelegrafista, tappato in casa per delle settimane. Non abbiamo mai saputo il suo nome, nemmeno quello di battaglia.

Giunse la liberazione; ma per la mia famiglia, come per tante altre famiglie di partigiani, la guerra non era finita. Preso dall’impegno ideale e politico della lotta di liberazione, non ripresi gli studi universitari per dedicarmi completamente all’attività politica. Ma certamente proprio per questo, nell’ottobre 1950, la polizia bussava alla mia porta. Senza alcuna valida ragione (tanto da essere poi assolto in seconda istanza dal Tribunale di Bologna) venni implicato in uno dei grossi processi contro i partigiani e fui costretto ad abbandonare, per sei anni, la mia famiglia; prima latitante in Italia (ma andavo a tenere nel Parmense i comizi elettorali per le amministrative del 1951), poi all’estero, rientrando a fine settembre 1956.

Se ce ne fosse stato bisogno, anche questo fatto, oltre ai tanti che sono ormai storia politica italiana di questi ultimi venti anni, sarebbe stato sufficiente a far comprendere che la lotta della Resistenza continuava e doveva continuare.

 

Fonti

Dizionario biografico A –C Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1985

Luciano Bergonzini – LA RESISTENZA A BOLOGNA TESTIMONIANZE E DOCUMENTI VOLUME III Istituto per la Storia di Bologna 1970

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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