Trieste 13 luglio 1920. I fascisti incendiano l’Hotel Balkan


Violenze antislave a Trieste e a Fiume

Al termine del comizio di Francesco Giunta per gli incidenti antitaliani di Spalato cade in circostanze poco chiare il cameriere Giovanni Nini (poi rivendicato dai fascisti come loro martire); immediatamente tre squadre di camicie nere, armate e munite di taniche di benzina, convergono verso l’Hotel Balkan, sede dei sodalizi siavofii: il palazzo è espugnato e incendiato dopo una furibonda sparatoria. Hugen Roblek, un cliente dell’albergo gettatosi dalla finestra con in braccio la figlioletta, perde la vita; 6 le persone ferite gravemente. Gli assalitori, diretti da Giunta, lamentano la morte del tenente di fanteria Luigi Casciano, iscritto al fascio di Trieste, colpito dalla scheggia di una bomba. Aggressioni antislave anche a Fiume.

http://www.cinquantamila.it/

Due giorni prima a Spalato nel corso di violenti incidenti con la popolazione locale, sono stati  uccisi due italiani: il Comandante Tommaso Gulli e il suo motorista Sottocapo Aldo Rossi,  della nave “Puglia”.

Giunta la notizia in città il Fascio di Trieste  organizza, in segno di protesta, per il giorno 13, alle ore 18,00, un comizio in piazza dell’Unità; mentre gli oratori si avvicendano sul palco, si verificano incidenti tra squadristi e nuclei di sovversivi che si sono sistemati sotto i portici del Municipio. Viene così pugnalato a morte un simpatizzante fascista, il cuoco Giovanni Nini.

Immediata la reazione dei compagni di fede dell’ucciso: Giunta balza giù dal palco, e si pone alla testa di un corteo che si dirige verso piazza della Borsa. Obiettivo dei manifestanti è l’hotel Balkan (“Narodmi Dom”, casa della cultura slovena, finanziata dal neonato Stato dei SHS –  Regno dei Serbi-Croati-Sloveni -),   sede cittadina delle organizzazioni slave e centro di propaganda anti italiana.

Il gran numero (si parla di varie decine di migliaia) dei manifestanti che si incolonnano dietro i dirigenti fascisti  dà vita a tre distinti cortei (per via Roma, per via San Spiridione e per il Corso) che, all’arrivo, bloccano da tutti i lati l’imponente fortilizio del Balkan, che si presenta con ingressi sbarrati, saracinesche del pianoterra abbassate e finestre sprangate.

Con singolare analogia a quanto successo l’anno prima all’Avanti milanese, mentre la folla è ferma, incerta sul da farsi dalle finestre dell’hotel spunta una pistola e si inizia a far fuoco e a lanciare bombe sulla massa.

Come scriverà la relazione ufficiale delle Autorità: “Tutto si sarebbe probabilmente ridotto ad una manifestazione ostile, quando ad un tratto, da una finestra del Balkan fu gettata una grossa bomba, ferendo gravemente alcuni dimostranti”.

La scarica di fucileria è così forte e continua, che dalla vicina Caserma Oberdan accorrono, a dar manforte a quelle già in servizio di vigilanza,  truppe con le mitragliatrici (tra i militari ci sarà un morto, il Tenente dei Carabinieri Luigi Casciana), mentre gli squadristi si appostano sui tetti degli stabili vicini per rispondere al fuoco, che dura per una ventina di minuti, e si conclude con la fuga, attraverso via d’uscita secondarie, di gran parte dei difensori del Balkan.

È a questo punto (siamo alle 19,30 circa) che, con una ritualità destinata diventare abituale e già sperimentata nell’assalto milanese del 15 aprile 1919, viene dato fuoco all’edificio. Accertatisi che all’interno non ci sia più nessuno (e, infatti, ci sarà solo una vittima, Hugen Roblek che si getta dall’edificio con in braccio la figlia, rimasta incolume), un gruppo di squadristi, comandato da Carlo Lupertina, si procura delle latte di benzina e procede alla bisogna

Le fiamme irradieranno i loro bagliori sulla città per diversi giorni, alimentate probabilmente anche  dagli esplosivi ancora all’interno dello stabile, e senza che sia consentito ai vigili del fuoco di intervenire.

http://www.ereticamente.net/2014/02/i-fascisti-i-fascisti-di-trieste.html

Aseguito dell’assassinio a Spalato dei due militari italiani (il tenente di vascello Tommaso Gulli, al quale la città di Trieste ha dedicato un tratto delle sue Rive, ed il motorista Aldo Rossi, della Regia Marina, nave “Puglia”), viene organizzata una manifestazione di protesta a Trieste nel corso della quale, in piazza Unità, sotto il palazzo del Municipio, durante il comizio di Francesco Giunta (inviato da Mussolini ad organizzare il fascio in questa parte del Regno), viene accoltellato Giovanni Nini, cuoco di origini dalmate dell’albergo Bonavia di Fiume, ucciso da uno slavo che riesce a dileguarsi protetto dai suoi.

L’unica colpa di Nini è l’aver gridato in piazza – almeno così sembra – frasi a sostegno dell’italianità della Dalmazia.

La morte del giovane è l’episodio che dà il via ad una serie di gravi disordini di stampo anti-slavo che culminano con l’incendio dell’Hotel Balcan, sede del “Narodni dom” (Casa del popolo), vero e proprio simbolo culturale ed economico degli sloveni a Trieste. Il grande edificio, costruito su progetto di Max Fabiani nell’allora piazza della Caserma nel 1904 (in seguito Hotel Regina ed oggi sede della Scuola superiore di lingue moderne dell’Università di Trieste, in via Filzi 14), ospitava oltre all’albergo, un bar, un ristorante, la tipografia Edinost, la scuola di musica (Glasbena Matica), la filodrammatica con il suo teatro (Dramatično društvo), la palestra della Società Sokol, una biblioteca con sala di lettura, ed era la sede della Tržaška posojilnica in hranilnica (Cassa triestina di mutui e risparmio), vero cuore economico del complesso.

Da piazza dell’Unità, dunque, dopo aver danneggiato diversi negozi gestiti in città da sloveni, dato l’assalto ad alcune sedi di organizzazioni slave e socialiste ed aver fatto oggetto di una nutrita sassaiola la sede del consolato jugoslavo di via Mazzini, i manifestanti (gente venuta per lo più da fuori Trieste) confluiscono davanti all’Hotel Balkan, circondato da oltre 400 fra soldati, carabinieri e guardie regie inviate a difesa dell’edificio. Durante la manifestazione anti-slava, dalle finestre del terzo piano del Balkan parte una scarica di colpi di fucile contro la folla e vengono lanciate due bombe a mano, le cui schegge uccidono il tenente dei carabinieri Luigi Casciana e feriscono una decina di persone. I militari rispondono al fuoco.

La reazione dei dimostranti italiani è feroce: l’Hotel Balcan viene dato alle fiamme. Tutte le persone presenti all’interno riescono a mettersi in salvo, ad esclusione di Ugo Kablech (chi dice fosse il custode, secondo altri un ospite dell’albergo) che, intrappolato dalle fiamme all’interno, si getta dalla finestra assieme alla moglie (che rimane per fortuna solo ferita) nel tentativo di salvarsi.

L’incendio distrugge completamente l’edificio: per alcuni, gli squadristi hanno impedito ai vigili del fuoco di intervenire; secondo altre testimonianze, invece, è stato proprio il loro intervento ad impedire alle fiamme di propagarsi agli edifici circostanti.

Secondo alcune fonti il rapido propagarsi dell’incendio – con numerosi forti scoppi – fu favorito dal fatto che gli slavi celavano all’interno del “Narodni dom” un vero e proprio arsenale di esplosivi e di armi. In “Trieste nei miei ricordi” Giani Stuparich parla di “tragico spettacolo”:

Non dimenticherò quel pomeriggio estivo del 1920 quando fu incendiato il Balkan, albergo e luogo di ritrovo degli slavi, la loro così detta Casa nazionale. Abitavo ancora nella casa dei miei genitori, che ci aveva visto crescere e dove mia madre e mia sorella avevano atteso durante la guerra il nostro ritorno ed ogni cosa era rimasta al suo posto. In casa tutto era tranquillo, lavoravo nella stanza d’angolo, vicino alla finestra che guarda il palazzo delle Poste: di là, oltre la piazza, coperto alla vista c’era il Balkan.

Fuori, l’aria dolcissima in cui il sole si preparava a spegnersi. Mentre spalancavo le persiane a quell’aria e a quella luce, udii vicinissimi degli spari, poi tra urla di folla e fragore di bombe a mano un crepitare di fucili. Dopo qualche minuto un altro crepitio continuato e un odore acre nell’aria: dal fumo e dalle fiamme di sopra al palazzo delle Poste capii che si trattava di un incendio.

Scesi e capitai sulla piazza, mentre arrivavano i pompieri e gruppi di squadristi impedivano loro di metter in azione le pompe. La piazza era per un tratto deserta, il calore delle fiamme e la caduta dei tizzoni tenevano in giro scostata la folla; il massiccio edificio di sei piani dell’Hotel Balkan non era più se non una vuota cornice di muri maestri alle fiamme spettacolose che da terra salivano ruggendo e serpeggiando verso il cielo… Nel tragico spettacolo di quel pomeriggio io avvertii qualche cosa di immane: i limiti della piazza mi si allargarono in una visione funesta di crolli e rovine, come se qualcosa di assai più feroce della stessa guerra passata minacciasse le fondamenta della nostra civiltà.

Documenti dagli archivi del CNR

A seguito dei fatti di Spalato dell’11 luglio 1920, culminati con l’uccisione del Comandante della nave «Puglia», Gulli, e del motorista Rossi, da parte di una folla di nazionalisti slavi, i movimenti dei combattenti italiani indicevano a Trieste un comizio di protesta.

Durante il discorso, scoppiavano incidenti ed un italiano veniva ucciso; la folla reagiva assalendo l’albergo Balkan, sede del circolo slavo, che veniva incendiato dopo una sparatoria con alcuni elementi appostati sul tetto, nella quale era coinvolta anche la forza pubblica. Durante gli incidenti moriva lo slavo Ugo Kablech, mentre lamoglie, saltata dalla finestra per sfuggire alle fiamme, si feriva gravemente.

Un altro gruppo di dimostranti veniva fermato dalle forze dell’ordine mentre tentava di fare irruzione nell’ufficio dell’Incaricato serbo-croato-sloveno per la vidimazione dei passaporti, Marcovic, che subiva, tuttavia, l’invasione della propria casa e la distruzione di mobili e suppellettili.

Altri gruppi attaccavano la Banca croata, la Banca di Lubiana e la Banca adriatica; distruggevano il mobilio, ma non riuscivano ad impadronirsi dei valori, tratti in salvo dalla forza pubblica. Infine, gruppi di manifestanti tentavano di invadere le redazioni dei giornali «Edinost» e «Lavoratore», ma venivano respinti dalle forze dell’ordine.

Il Primo Ministro serbo-croatosloveno, Vesnic, riferiva in Parlamento di aver telegrafato all’Incaricato d’Affari a Roma, Antonievic, di chiedere al Commissario Generale Civile della Venezia Giulia, Mosconi, le scuse per l’accaduto, nonché una congrua indennità per l’attacco a quello che egli definiva «il nostro Consolato a Trieste». Il 16 luglio, il Segretario Generale del Ministero degli Esteri, Contarini, informava il Ministro degli Esteri, Sforza, di aver replicato alle richieste di Antonievic nei seguenti termini: «Mancava ogni informazione dell’accaduto: avrei chiesto notizie ed informato V. E. e Presidente del Consiglio del suo passo. Ho chiarito trattarsi di una delegazione per rilascio passaporti per quanto ufficialmente autorizzata e non di un vero ufficio consolare.

Gli ho fatto notare gravità fatti Spalato e come disgraziatamente sovraccitazione animi prodotta possa aver provocato dimostrazione Trieste». (Contarini a Sforza, Roma, 16 luglio 1920)

Il Capo dell’Ufficio Centrale per le Nuove Province, Salata, riferiva quindi a Sforza il contenuto del seguente telegramma inviato dal Sostituto del Commissario Generale Civile per la Venezia Giulia, Crispo Moncada:

«E’ ovvio che dato carattere dimostrazione in relazione gravi fatti Spalato e commozione cittadinanza dimostrazione non potevasi impedire, tanto più avendomi promotori assicurato che avrebbero evitato qualsiasi provocazione.

E nessun inconveniente si sarebbe infatti verificato se provocazioni gravissime non fossero partite da elementi slavi e precisamente:

1°) assassinio un cittadino italiano Piazza Unità mentre svolgevasi ordinatamente comizio;

2°) sparo di armi da fuoco e lancio di bombe a mano sulla folla che stavasi riunendo nei pressi Hôtel Balkan senza che questa avesse commesso qualsiasi atto di ostilità.

Nonostante affidamenti promotori dimostrazione io avevo disposto forti concentramenti truppa ed agenti nei punti più pericolosi della città impiegando tutta la […] forza disponibile di Trieste e principalmente 250 uomini di truppa con mitragliatrici, 100 regie guardie e 60 carabinieri, totale 410 uomini a protezione Hotel Balkan, forti nuclei, agenti e carabinieri nei pressi delle sedi dei giornali “Edinost” e “Il Lavoratore” e della sede delegazione iugoslava e altri nelle piazze e punti della città. La forza che era stata messa a protezione Hotel Balkan a seguito del fuoco e delle bombe lanciate da quel fabbricato, fu costretta a reagire col fuoco anziché proteggerlo e quindi non poté avvicinarsi ad impedire che gruppi staccati di giovani esaltati vi si introducessero e cominciassero opera devastazione appiccandovi fuoco. Rimanente anzidetti edifici e altri ancora vennero salvati da ogni danneggiamento appunto perché servizio disposto poté normalmente svolgersi.

Data dispersione rapidità e contemporaneità episodi, malgrado numerosi pattugliamenti eseguiti con autoveicoli, mentre gran parte forza era necessariamente mobilizzata a protezione noti obiettivi, non poterono evitarsi danneggiamenti accennati col suddetto fonogramma. Del resto stampa giornali locali e Regno hanno concordemente convenuto, come avrai potuto rilevare, che lamentati fatti sono esclusivamente dovuti a inconsulte gravissime provocazioni del partito e che autorità ha fatto quanto stava in essa per impedirli. Perfino giornale “Il Lavoratore” afferma che furono lanciate per prima bombe sulla folla da finestre Hotel Balkan.

Riassumendo posso assicurare con sicura coscienza che da me e da tutti preposti ordine pubblico si è fatto quanto possibile per evitare dolorosi incidenti che certo sarebbero stati ancora più gravi dato fortissimo eccitamento popolazione, ove non fosse stata spiegata energia adeguata a circostanze». (Salata a Sforza, Roma, 17 luglio 1920)…

In un dispaccio del 23 luglio 1920, il Capo dell’Ufficio I della Direzione Generale degli Affari Politici E. L.,

Toscani, affermava:

«1°) che i fatti luttuosi di Spalato avevano determinato una grave eccitazione nella cittadinanza di Trieste;

2°) che se non fosse stato ucciso cittadino italiano da uno slavo il comizio si sarebbe probabilmente chiuso senza incidenti;

3°) che se la polizia fece uso di armi fu per difendersi dalle persone che dal tetto e dalle finestre dell’albergo Balkan fecero fuoco e buttarono bombe contro di essa;

4°) che il Kablech perse la vita per cercare di salvarsi buttandosi dalla finestra dell’albergo;

5°) che la forza pubblica malgrado il numero esiguo fece quanto umanamente era possibile per evitare incidenti più gravi e si deve al suo fermo contegno se questi non si verificarono, e solo perché travolta da massa di dimostranti molto superiore non poté opporsi più di quanto si oppose».

(Toscani a Imperiali, Bonin Longare, Tomasi della Torretta, Caracciolo di Castagneto, Martin Franklin e Cucchi Boasso, Roma, 23 luglio 1920)

www.storiaditrieste.it

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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