Francesca Edera De Giovanni (Nome di battaglia Edera)


Nasce il 17 luglio 1923 a Monterenzio. Negli ultimi giorni del gennaio 1943, mentre si trova in un locale pubblico, a Savazza (Monterenzio), si avvicina a un impiegato comunale e, indicando la camicia nera che portava sotto la giacca, dice: «Queste camicie nere… fra qualche anno dovranno scomparire». A causa di una denuncia anonima, viene arrestata il 28 gennaio.

Interrogata dai carabinieri, ammette di avere pronunciato la frase, ma in tono scherzoso perché la camicia non era pulita. Dopo 15 giorni di carcere viene diffidata e liberata.

Entra a far parte del primo gruppo di partigiani formatosi a Monterenzio, che in seguito confluirà nella 36.a brigata Bianconcini Garibaldi e nella 62.a brigata Camicie rosse Garibaldi.

Alla fine del marzo 1944, insieme al suo compagno Egon Brass, lascia Savazza per prendere contatti con i dirigenti della lotta di liberazione.

Appena giunta a Bologna, alle Due torri, viene catturata in seguito ad una spiata. Rinchiusa in S.Giovanni in Monte (carcere di Bologna), subisce interrogatori e torture da parte dei fascisti.

Il 1° aprile 1944 viene fucilata dietro le mura della Certosa di Bologna, insieme con Egon Brass, Attilio Diolaiti, Enrico Foscardi, Ferdinando Grilli e Ettore Zaniboni.

E’ la prima donna a essere fucilata a Bologna dai fascisti. Il 2 aprile “il Resto del Carlino” (quotidiano bolognese) pubblica la notizia dellʼavvenuta fucilazione in un articolo dal titolo “Ferma ed energica azione contro le bande terroristiche”.

La notizia viene pubblicata anche in un volantino del Comitato federale del Partito Comunista Italiano nella prima decade di settembre e dal foglio clandestino “La Voce delle donne” nel marzo 1945.

31 MARZO 1944: MARTIRIO DI EDERA FRANCESCA

Eroina diciannovenne, Eddera Francesca è caduta, uccisa dal piombo nazifascista mentre raggiungeva un distaccamento partigiano. Giovane piena di fede nella causa che ella seguiva, davanti ai suoi carnefici così disse prima di morire:

« uccidetemi pure se anche inerme fanciulla diciannovenne vi fa tremare! Ma non è lontano il momento della vendetta e voi ripagherete col sangue il sangue che avete sparso ».

Sì, Eddera Francesca, ora il momento è giunto, ora più che mai noi ti ricordiamo con ammirazione e con orgoglio. In questo 31 marzo, che ci ricorda, a distanza di un anno, la tua fine gloriosa. Ò giovane Partigiana, noi guardiamo al tuo esempio luminoso e ne possiamo trarre coraggio e fede per combattere l’ultima battaglia, quella che ci libererà dall’oppressore tedesco.

Gloria imperitura ai Martiri che caddero nel sacro nome della Libertà.

A Francesca Edera De Giovanni è stata intitolata una strada e a una scuola dʼinfanzia di Bologna e a una strada di Monterenzio.

Il ritratto fatto da Renata Viganò in Donne della Resistenza – edizioni S.T.E.B. – BOLOGNA

Era sempre stata buona e cara, fino da bambina. Aiutava la mamma nelle faccende, il babbo che aveva il mulino. Certe volte era tutta bianca per la farina, diceva: «Mi dò la cipria come una signora di città». Ma proprio dalle signore di città dovette andare a far la serva, che il guadagno era poco e al suo paese, Monterenzio, non esisteva la minima speranza di lavoro. Terra di mezza montagna, terra ingrata. Calanchi e slavine, poco per seminare. E c’erano i fascisti che non si curavano di niente, bastava che stessero bene loro, quei tre o quattro che avevano in mano tutto: la gente s’arrangiasse.

Così l’Edera venne in città a servire, chissà con quanta nostalgia e tristezza della sua casa, delle colline verdi e azzurre nell’amato paesaggio dell’infanzia. E poi, è veramente un duro stato quello delle servette. Sono giovani, quasi ancora bambine, scelte dalle famigliole borghesi «voglio e /non posso» come si dice in Toscana. Cioè quelle con pochissimi quattrini e molta spocchia, dove neppure il mangiare è mai sufficiente. Edera in fin dei conti stava bene con i suoi, c’era affetto, unione, anche coi pensieri e i disagi. Non vedeva l’ora di ritornare dalla mamma, spesso la sera piangeva prima di addormentarsi.

A casa ritornò, ma fu un brutto giorno dopo averlo tanto desiderato. La mamma era morta e lei doveva prenderne il posto. Il vuoto di quella perdita la rese diversa da prima. Cominciò a pensare a tante cose. Perchè i signori hanno se vogliono la loro famiglia unita e i poveri spesso non possono. Era stata una crudeltà la lontananza finché la mamma era viva, e tornare ora per andare a trovarla al cimitero. Si rendeva conto a poco a poco, anche parlando col babbo, di idee e di vita socialista, che bisognava farsi una nuova coscienza, più chiara, più aperta, e che sarebbe venuto il momento di combattere per un diritto, un avanzamento, un miglioramento dovuti a coloro che non hanno mai avuto nulla, se non guai, fatiche, angoscie, e sono la maggior parte della gente, la massa del popolo a confronto di una minoranza privilegiata.

Così imparò a odiare i fascisti scatenati da questa minoranza, prepotenti e sanguinari, torturatori, nemici di ogni più pallida figura di giustizia. Già c’era la guerra che mieteva la vita umana come fa il contadino col frumento quando è maturo. L’Edera cominciò il suo lavoro di propaganda antifascista, dapprima guardinga, poi sempre più ardita. Una volta a Savazza si trovò in un locale pubblico a prender parte a una discussione. Le scappò detto rivolta a un fascista che si lavasse la camicia ormai troppo sporca. La denunciarono, ma non fece in tempo per il processo.

Il fascismo cadde di colpo, e le camicie nere furono tutte messe non in bucato ma in solaio, almeno al momento. Per poco purtroppo, chè si rifecero ben presto e più nere che mai. Se prima i fascisti uccidevano, adesso, validamente assistiti dai tedeschi, avrebbero sterminato senza pietà.

L’8 settembre insieme al babbo distribuì alle famiglie il grano del mulino. «Meglio mangiarlo noi piuttosto che lo portino via i tedeschi» — diceva. E il giorno dopo organizzò un gruppo di antifascisti, quelli del paese e altri sfollati da Bologna. Andarono alla caserma dei carabinieri, fecero tanto che persuasero il maresciallo a dare alla popolazione il frumento dell’ammasso. Così tedeschi e repubblichini in arrivo non ne trovarono a Monterenzio neppure un chicco.

L’Edera era già considerata adatta e capace per la lotta. Aveva poco più di vent’anni, era nata il 25 luglio del 1923 (in realtà nasce il 17 luglio. N.d.R.). La caduta del fascismo era stato un bel regalo per il suo compleanno, ma poi non se n’era fatto di nulla, bisognava davvero difendersi in qualche altro modo. Ed ecco l’Edera mettersi in moto a costituire la prima squadra di partigiani, e con essi andare in azione. Fecero una cosa molto importante, senza contare il rischio: tagliarono i fili della linea del telegrafo e telefono che collegava Roma al Brennero e a Berlino. Era quasi tutta sotterranea, ma in un tratto del territorio di Monterenzio passava aerea. Tac, tac, che gioia! Per il momento l’Asse era ridotta al silenzio almeno di telegrafo e telefono. E ci volle il suo tempo a trovare il guasto, chè la strada era lunga. L’Edera si sentiva felice come se fosse andata a spasso con l’innamorato. Continuò il lavoro nella formazione, tutto ciò che si chiedeva da lei. Ogni volta aveva più coraggio, le sembrava niente. Pensava a quando aveva cominciato, allora forse qualche brivido le correva per la schiena. Adesso no. Era allegra, rideva spesso con un bel riso felice. Così ci è rimasta pure nella fotografia, fatta poco prima che la prendessero.

La presero a causa di una sporca spia. Altrimenti forse sarebbe viva, ancora giovane e sorridente, e forse sarebbero vivi i cinque compagni che andarono con lei per la stessa via: il suo fidanzato Egon Bras, Ettore Zamboni, Foscardi, Attilio Diolaiti, Ferdinando Grillini.

Il comando partigiano aveva deciso che partissero insieme per passare in altra formazione. Ancora un disegno ed un compito importante. Alcuni di loro erano di Monterenzio, uno o due di Bologna. Perciò ebbero l’ordine di trovarsi tutti la mattina del 25 marzo 1944 in piazza Ravegnana. Davanti alle Torri c’erano dalle bancherelle; l’appuntamento era fissato dal venditore di penne stilografiche, un partigiano anch’esso, che avrebbe dovuto attraverso la parola d’ordine avviarli a preparare la partenza. Puntuali, disinvolti, vennero a guardare le stilografiche, mostrando di non conoscersi, o almeno non tutti. Ma la spia aveva agito, insospettata, anzi tenuta in conto di compagno, dagli stessi che avevano avuto l’incarico della azione. Intorno alla bancarella si strinse ad un tratto un gruppo di brigata nera. I sei furono arrestati e chiusi nelle carceri di San Giovanni in Monte. Un giorno fortunato per i repubblichini. Infatti il questore Tebaldi ne restò così compiaciuto che decise di fucilarli subito, senza processo. Erano segnalati come gente in gamba, meglio cavarli di mezzo al più presto. «Bisogna dare un esempio» — disse — «Che imparino questi briganti fuori legge».

Il 31 marzo, la sera tardi i fascisti andarono a prendere i sei condannati, gli raccontarono la storia di un trasferimento a Castelfranco. Essi non ci credettero. L’Edera disse: «Non è vero, ci portate alla morte», ma non dette alle brutte facce il piacere di sentirla piangere, e lamentarsi. Nel carcere non erano venuti a capo, nè con tranelli nè con sevizie a cavare una sola parola dalla bocca, e anche i compagni avevano taciuto. Ora li buttarono legati su un camion, a spintoni come bestie, il camion partì.

L’ultimo viaggio attraverso il cuore addormentato della città. Le cose guardate con occhi sani, case, alberi, luci oscurate. Era una notte di aprile, pacifica. In alto il cielo pallido, con un quarto di luna. La vita intatta, meravigliosa, pareva impossibile di andare a morire.

Il camion girò dietro la Certosa, si fermò. I brigatisti neri saltarono a terra, trascinarono i condannati, li allinearono con il viso al muro. Volevano anche loro disfarsi di quelle figure diritte e ferme, seccanti per il coraggio. Si misero a sparare subito a raffiche lunghe. Cinque uomini giovani e una ragazza di ventanni. Cadevano sotto i proiettili fitti. Ma prima la ragazza si voltò, sputò con disprezzò, muta. La videro bene alla luce della luna. E lei prese la scarica nel petto.

Fonti

– Dizionario biografico – Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1986

– Luciano Bergonzini – Luigi Arbizzani – La Resistenza a Bologna Testimonianze e Documenti – La stampa periodica clandestina – Istituto per la Storia di Bologna – 1 9 6 9

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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