28 luglio 1943 a Reggio Emilia: l’eccidio delle Reggiane


Già tre giorni erano passati dal folgorante annuncio della caduta di Mussolini. Ben poche persone avevano prestato la giusta attenzione al messaggio che il vecchio Maresciallo aveva lanciato all’indomani del suo insediamento come Capo del Governo “…la guerra continua a fianco dell’alleato tedesco… gelosa custode delle sue tradizioni millenarie…”.


L’allora direttore amministrativo delle Reggiane Ferruccio Bellelli, commentando con alcuni suoi dipendenti la nuova situazione politica, consigliò loro di non lasciarsi andare a gesti inconsulti e di fare attenzione, perché i tedeschi e i fascisti rimanevano comunque padroni della situazione e non avrebbero consentito lo scatenarsi di tumulti e manifestazioni.

La mattina del 28 luglio migliaia di operai delle Officine Meccaniche Reggiane, si presentarono regolarmente al lavoro nei vari reparti della fabbrica, ma quella non sarebbe stata un giornata regolata dalla ruotine come tutte le altre che l’avevano preceduta. Operai, tecnici, ed impiegati avevano una precisa idea in mente: quella di lasciare lo stabilimento e sfilare per le vie cittadine chiedendo la fine della guerra. Iniziò un piccolo ma risulto gruppo di operai che lasciarono il loro reparto decisi a manifestare nonostante il divieto della direzione e le nuove severissime norme sull’ordine pubblico emanate dal Governo Badoglio che autorizzavano l’esercito e le forze di polizia ad aprire il fuoco senza preavviso contro ogni assembramento di persone superiore alle tre unità. In pochi istanti si sparse per tutta la fabbrica la voce che alcuni operai avevano lasciato le officine e si apprestavano a varcare i cancelli della fabbrica. Ad essi si unirono immediatamente altri dipendenti delle Reggiane edil piccolo gruppetto iniziale divenne ben presto un una nutrita rappresentanza fino a comprendere forse cinquemila uomini e donne che si presentarono all’uscita inneggiando alla pace e innalzando bandiere tricolori e ritratti di Vittorio Emanuele III.
Le testimonianze di chi era presente all’eccidio non hanno consentito di chiarire definitivamente chi furono i primi ad aprire il fuoco: se le guardie giurate della fabbrica o un plotone di bersaglieri in servizio di ordine pubblico. Chiunque sia stato il primo a sparare contro persone disarmate e pacifiche non cambia certo il risultato di quella tragica sparatoria che è tristemente noto: nove operai, fra i quali una donna incinta, rimasero uccisi (Antonio Artioli, Vincenzo Bellocchi, Eugenio Fava, Nello Ferretti, Armando Grisendi, Gino Menozzi, Osvaldo Notari, Domenica Secchi e Angelo Tanzi) e decine di altri riportarono ferite da arma da fuoco o lesioni causate dal panico delle persone che cercavano disperatamente un riparo dai proiettili. I feriti trovarono un primo parziale ricovero nell’infermeria delle Reggiane.
I bersaglieri e le guardie giurate delle O.M.I. eseguirono zelantemente l’ordine emanato dal generale Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il 26 luglio:

“ … qualunque perturbamento dell’ordine pubblico anche minimo e di qualsiasi tinta costituisce tradimento; poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue [versati in seguito]; i reparti… procedano in formazione da combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai ed artiglierie senza preavvisi di sorta, come procedessero contro truppe nemiche; non è ammesso il tiro in aria, si tiri sempre a colpire come in combattimento… chiunque compia atti di violenza e di ribellione … venga immediatamente passato per le armi”.

Secondo quanto racconta Sergio Malinverni, uno dei bersaglieri presenti quel giorno alle Reggiane, il tenente che comandava il reparto perse il controllo della situazione quando udì alcuni colpi di pistola provenire dall’interno dello stabilimento (le guardie private?) e, forse temendo di essere attaccato dai “ribelli”, ordinò il fuoco. I militari, disobbedendo alle disposizioni di Roatta, spararono una prima raffica in aria, ma l’ufficiale, evidentemente non pago di quell’inequivocabile avvertimento, puntò personalmente una mitragliatrice verso i manifestanti e ordinò nuovamente il fuoco.
Quando in città si sparse la notizia della strage vi furono alcune manifestazioni e scioperi spontanei di protesta, in particolare alla Lombardini. Anche nelle fabbriche di Modena vi furono degli scioperi spontanei: alle Vinacce, alla FIAT Motori, all’OCI-FIAT e all’Orlandi. Gli operai stessi delle O.M.I. tornarono a scioperare il giorno successivo l’eccidio.

Alcune testimonianze

Aldo Magnani

La dichiarazione “la guerra continua” aveva provocato stupore, malcontento e reazioni che si esprimevano in crescente fermento. Alle aspirazioni di libertà, Badoglio rispondeva con lo stato di assedio.

“Non è il momento – dicevano le disposizioni di quei giorni – di abbandonarsi a dimostrazioni che non saranno tollerate. Sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha l’ordine di disperderli inesorabilmente”. Nello stesso tempo veniva proibita la ricostruzione dei partiti e vietata la pubblicazione dei giornali di partito già soppressi dal fascismo. “l’Unità” era uscita la mattina del ’26 lanciando la parola d’ordine “Pace e Libertà” e si sapeva che in tutta Italia particolarmente a Milano – continuavano le manifestazioni e le astensioni dal lavoro. A Reggio erano ancora gli operai delle Reggiane a dare l’esempio. La mattina del 28 luglio, così come era avvenuto i due giorni precedenti, circolò tra i reparti la voce di una nuova manifestazione per la fine della guerra che doveva tenersi in città. Quando suonarono i campanelli, gli operai cominciarono a riversarsi nei viali e a confluire verso l’uscita principale della fabbrica. Presso i cancelli, un drappello di soldati comandati da un ufficiale vietava a chiunque di entrare o di uscire. Gli operai si avvicinarono ai soldati per raggiungere i cancelli. L’ufficiale intimò loro di fermarsi e di ritornare ai reparti.

Subito dopo ordinò ai soldati di sparare sui dimostranti. I soldati fecero fuoco puntando in alto sia con i moschetti che con la mitragliatrice. L’ufficiale allora, certamente non solo per ubbidire agli ordini ricevuti dai comandi militari, ma anche per avversione verso gli operai, avanzò verso la mitragliatrice che continuava a sparare in alto, e con un colpo di piede ne abbassò la canna. La raffica colpì in pieno le prime file degli operai.

Nove di essi caddero fulminati ed altri trenta circa rimasero ferito. Gli operai ripiegarono verso i piani e i cortili interni. Subito la fabbrica venne occupata militarmente con reparti di bersaglieri e con carri armati. A mezzogiorno, gli operai, per uscire, dovettero passare in fila indiana tra due ali di soldati armati. Il giorno 29 alle Reggiane non si lavorò. Gli operai che erano presenti rimanevano nei reparti a braccia incrociate. Una delegazione di rappresentanti di ogni reparto si incontrò con l’ing. Vischi. Questi assicurò che la direzione sarebbe intervenuta per il ritorno alla normalità. I morti vennero trasportati fino al cimitero e non vi furono pertanto funerali pubblici.

Bigi

La colpa di ciò che accadde non è da attribuire ai bersaglieri, che in fondo erano dei figli di operai, di contadini come noi, che non potevano disobbedire agli ordini. La responsabilità va al tenente che li comandava: fu lui che abbassò il piede sulla canna della mitraglia facendo così colpire i nostri compagni.

Risveglio Pattacini

Una cosa in particolare mi è rimasta impressa di quella mattina: non caddero soltanto coloro che erano in prima fila davanti la mitragliatrice, ricordo che caddero anche alcuni operai vicino a me che mi trovavo nel centro del corteo. Ciò mi fa pensare che, oltre i soldati, qualcun altro abbia sparato dall’alto.

Napoleone Azzolini

Non prevedevamo che la reazione militare sarebbe stata così dura e spietata. Ai primi colpi pensavamo che i soldati sparassero in aria, ma ci accorgemmo presto dell’errore all’apparire delle macchie di sangue. Qualche disgraziata guardia fascista ci sparava addosso dai tetti. Gli ultimi colpi si confusero con gli scoppi di un temporale».

Franco Carini

Quella settimana lì facevo il turno, il primo turno del mattino, dalle 6 alle 14. Ero apprendista tornitore in Meccanica generale. Dopo le manifestazioni del 26 dentro alla fabbrica e in città, il 27 ho ripreso ancora a lavorare e il 28 ero dentro a orario normale.

D. Quanti anni avevi allora?

R. 17 anni. Entravano quelli del turno dell’orario normale e dopo d’un pò si sparse la voce che bisognava riprendere la manifestazioni per la pace, la libertà, far cessar la guerra, e quindi andare fuori e andare in città. Ci siamo incamminati con gli altri, quando siamo stati nel vialone lungo dell’Avio, quasi vicino alla portineria, il corteo si fermò, riprese, si fermò, tentennò, poi a un certo momento udimmo qualche colpo isolato di pistola; poi la sparatoria, come hai descritto tu [rivolto a Guidotti]; c’è chi affermò che l’ufficiale dava ordine di sparare, c’è chi disse che i soldati la prima raffica la diedero in alto, sia coi fucili che con la mitraglia; e c’è chi testimoniò che l’ufficiale con un piede abbassò la canna della mitraglia e, la raffica… le prime file degli operai vennero stesi. lo ero con altri amici della Meccanica generale, eravamo nei pressi del refettorio. Praticamente quando sentimmo le raffiche continue e gli spari continui, non più di pistola, ci portammo dietro l’angolo lì della portineria, proprio vicino alla porta del refettorio, mentre gli altri erano caduti a terra, altri scappavano: tutta una baraonda enorme.

Poi, piano piano, passato il primo smarrimento, ritornammo in reparto. E in reparto tutti davanti alle nostre macchine, nessuno lavorava, tutti fermi; dopo un po’ c’è il temporale, come hai descritto bene nel libro [rivolto a Guidotti]; viene ‘sto temporale e immaginammo subito, pensammo subito che avrebbe lavato, pulito il selciato dal sangue del mattino.

D. Scusa… dopo la sparatoria, dopo un’ora, arrivarono i carri armati o no?

R. Ci stavo per arrivare. Dopo il temporale, improvvisamente, mentre eravamo sempre lì fermi, entrò una prima pattuglia di soldati, di fanteria, non di bersaglieri: erano tre militari, col fucile imbracciato, entrarono dall’ingresso principale del reparto. E quando entrarono noi rimanemmo lì un pò allibiti, loro si fermarono diedero una guardata, uno sguardo generale nel reparto e cominciarono a girare fra le varie corsie del reparto … Meccanica generale era il reparto dove c’erano in prevalenza i torni facevamo della produzione sia bellica, sia … [I soldati] lì che giravano continuamente, a tre a tre …

Poi dopo un pò di tempo sentiamo anche che da fuori, dai finestroni aperti, dalla strada adiacente al reparto, si sente il classico rumore dei mezzi pesanti, cingolati, che incominciano a pattugliare [ ….. l. Compagnia di bersaglieri, eccetera, che andavano dalla fine del reparto fino alla portineria, una fila costante; proprio a contatto di gomito, fucili pronti … Voglio insistere sul particolare perché fare uscire degli operai in quel modo lì, cioè uno alla volta, distanziati di una decina di metri uno dall’altro, di fianco a questa fila di militari armati, ti dava l’impressione delle famose Forche caudine che studiavi a scuola … quando i romani volevano umiliare il prigioniero, l’avversario. E noi ci sentivamo, per lo meno, io mi sentivo, nelle stesse condizioni, di prigioniero, di umiliato. lo che avevo protestato, manifestato per un diritto e loro ti facevano vedere le armi per dirti: sei ancora il più debole. Ecco il punto, che questi qui, vedi, tu parli bene del tenentino … ma non è solo il rapporto degli operai manifestanti con il tenentino, e neanche con i militari della pattuglia; il rapporto è diverso, perché in questo modo sembrerebbe che non ci fossero stati dei mandanti, invece c’erano i mandanti.

Tutti quegli interrogativi, del libro, no: dov’era il giusto dov’era il non giusto, chi aveva ragione chi non aveva ragione? e poi scrivi nel racconto, che venne pubblicato sul giornalino delle Reggiane … quando sei in ultimo anche lì giustamente fai un’affermazione e dici “Ho pensato subito a quello che era successo qui davanti, perchè a loro gridammo assassini” – e difatti fu così, a chi aveva sparato gridammo assassini, e loro avevano la loro responsabilità, e nessuno gliela toglie – ma pensasti subito, guardando anche il ritratto del re, abbandonato appeso al traliccio dell’alta tensione, solo – anche questo è significativo – pensasti subito ancora più in alto, più in alto c’era il governo di allora, c’era il governo Badoglio con “la guerra continua”, e c’era chi voleva impedire a tutti i costi che la classe operaia, che aveva manifestato un preciso orientamento il 25, il 26 luglio davanti alle Reggiane prendesse il sopravvento. Quello che mi ricordo poi è che i carri armati erano percorsi ancora all’esterno, e quindi il percorso che gli operai facevano dall’interno del reparto all’esterno era un percorso delimitato e vigilato dai militari.

Andammo al deposito, prendemmo la bicicletta e andai a casa. Un particolare personale, che mi interessa, è che a casa trovai mia madre che anch’essa era operaia alle Reggiane e mia madre era compagna di lavoro ed amica della Secchi Domenica, l’operaia che venne uccisa. E lei era a casa in lacrime, terrorizzata questa donna. E continuava a ripetere solo che avrebbe potuto succedere anche a lei, e che lei a lavorare non ci voleva più andare … Già scossa dalle manifestazioni dei giorni prima, dal fatto che è successo, lei disse che non ci andava più. Era combattuta dal fatto che eravamo in cinque a mangiare, lei è rimasta vedova a 40 anni, io avevo 13 anni, nessuna pensione, ero solo io a lavorare, mangiare in 5 con il salario di un apprendista che ciapeven essantot bèsi a l’ora 17, prendevamo, nel 1939 e 40, io percepivo L. 0,68 ogni ora di lavoro. Perchè prima di passare operaio qualificato, che a passare dallo 0,48 a 1,03 lire, ci vuole molto tempo, ‘m ricord eh ‘iò fat treintamèla dèe pr’al bombi, treintemela dèe al tòren a revolver, fòra, mas’c e taja, treintamela! Era imberiègn. Mia madre rimase a casa da lavorare, per sempre, ma come mia madre, secondo me, poi, anche altri sono rimasti a casa da lavorare: soprattutto poi quelli Vivevano in provincia, non nel comune di Reggio, nella provincia di Reggio; e anche quelli che vivevano a Modena, a Parma, a Salsomaggiore, Fidenza, Bologna … quelli che venivano da tutta la regione.

Perchè se eravamo quasi 13000 alle Reggiane, questa gente veniva da fuori, eh? Non erano tutti di qui. E di questi 13.000 i giovani, gli apprendisti, erano il 38%, mentre prima della guerra erano solo il 10%, dopo la guerra siamo rimasti il 3%. Ecco quindi il discorso, allora, che veniva avanti, è questo: dopo quei fascisti che le hanno prese in fabbrica il 26,27 luglio – perchè qualche fascista, i più smaccati, dagli operai hanno preso dei ceffoni – e sono stati buttati fuori: questi non sono più venuti in fabbrica. Ma anche molti degli operai che sono stati intimoriti dall’eccidio, non sono più venuti in fabbrica. […] Dopo abbiamo ripreso con il tran tran degli altri giorni. C’è Magnani mi pare su “Ricerche storiche”, che dice che il giorno 29 gli operai non hanno lavorato alle Reggiane. Non siamo usciti, ma non abbiamo lavorato però. lo non mi ricordo questo particolare. Lui però lo dice al convegno dei rappresentanti del CLN […] “La donna incinta doveva sposarsi il sabato” [voce di un altro]

 

L’episodio viene riportato anche nel film I sette fratelli Cervi di Gianni Puccini

 

Fonti:

http://www.istoreco.re.it/default.asp?page=1765,ITA

Le Officine Reggiane centro della Resistenza antifascista (1919-1945) Bruno Marani, Michele Sartori, Moreno Simonazzi

28 luglio – 8 settembre alle «Reggiane» Antonio Zambonelli

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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