“Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”


Oggi 2 agosto, anniversario della strage FASCISTA alla stazione di Bologna. Una delle tante stragi FASCISTE che hanno segnato la vita italiana del dopo guerra. Il Fascismo cancro tipicamente italiano che nemmeno la Resistenza è riuscito ad ad estirpare grazie alla convivenza del Partito Comunista Italiano di Togliatti.

Un cancro la cui formazione risale a tempi lontani come segnalava il Partito Socialista nel 1921 con un testo sulle violenze fasciste commesse nel Veneto. Qui viene riportata la prefazione di Giacomo Matteotti (parlamentare socialista assassinato dopo la denuncia dei brogli elettorali  da parte dei fascisti nelle elezioni del 1924 da sicari del regime)

LE PAGINE INIZIALI DI MATTEOTTI

“Inizio con la situazione in Polesine.

Nel Polesine la situazione offre un esempio così tipico, che lo stesso- Sottosegretario di Stato agli Interni finalmente ha dovuto riconoscerlo.

Siamo in una regione di tradizioni essenzialmente pacifiche. Forti lotte agrarie ed economiche si sono trascinate per mesi ed anni nel Polesine, e nessuno ne ha parlato, perchè non si sono verificati atti di violenza.

Vi possono essere stati casi improvvisi di folle incoscienti, ma noi ci siamo messi sempre di mezzo con l’esempio e con la propaganda e anche gli avversari possono testimoniare questa nostra opera di educazione. Perciò il Polesine non pareva dare col suo atteggiamento alcuna giustificazione alle incursioni e agli atti, che ora vi si manifestano.

Ma come si manifestano? Ecco quello che il Sottosegretario di Stato ha trascurato di dirci. Si manifestano nella forma più orribile, che, mai altrove si sia vista.

Come ai tempi dei brigantaggio

Nel cuore della notte, mentre i galantuomini sono nelle loro case a dormire, arrivano i camions di fascisti nei paeselli, nelle campagne, nelle frazioni composte di poche centinaia di abitanti; arrivano accompagnati naturalmente dai capi della Agraria locale, sempre guidati da essi, poichè altrimenti non sarebbe possibile conoscere nell’oscurità, in mezzo alla campagna sperduta, la casetta del capolega, o il piccolo miserello Ufficio di collocamento.

Si presentano davanti a una casetta e si sente l’ordine Circondare la casa. Sono venti, sono cento persone armate di fucili e di rivoltelle. Si chiama il capolega e gli si intima di scendere. Se il capolega non discende, gli si dice: Se non scendi ti bruciamo la casa, tua moglie, i tuoi figliuoli. Il capolega discende; se apre la porta, lo pigliano, lo legano, lo portano sul camion, gli fanno passare le torture più inenarrabili fingendo di ammazzarlo, di annegarlo, poi lo abbandonano in mezzo alla campagna, nudo, legato ad un albero!

Se il capolega è un uomo di fegato e non apre e adopera le armi per la sua difesa, allora, è l’assassinio immediato che si consuma nel cuore della notte, cento contro uno. Questo è il sistema nel Polesine.

A Salara (i fatti son consacrati tutti negli stessi rapporti dell’autorità) a Salara un disgraziato operaio di notte sente bussare alla porta. « Chi è?’», domanda. « Amici! », gli si risponde. Apre e si accorge di aver davanti una banda di armati. Tenta di rinchiudere la porta; ma glielo impediscono con un piede, e attraverso alla fessura venti colpi di fucile e di rivoltella lo distendono cadavere.

A Peltorazza il capolega sente battere alla sua casa di notte, sempre di notte. Gli si dice che è la forza pubblica. Il disgraziato crede, apre. Lo prendono, lo legano, lo bastonano, lo trascinano per tutta la provincia di Padova, esponendolo al ludibrio di tutti, fino a che lo abbandonano in mezzo alla strada. Quel disgraziato ritorna a casa, denunzia il fatto, e il brigadiere dei carabinieri lo arresta!

A Pincura, piccolo paese in mezzo alla campagna, a mezzanotte arriva un camion davanti all’Ufficio di collocamento, una miserabile bicocca, una stanzetta. Non c’è nessuno dentro, ma per assicurarsene meglio i fascisti sparano a mitraglia, di cui si riscontrano le tracce sul muro.

Non c’è, nessuno : allora, fuori la benzina, e si brucia tutto.

Poi vanno alla casa del Sindaco, sempre dopo la mezzanotte: non lo trovano per puro caso. La moglie è all’ospedale, la figlioletta dice : « Mio padre non c’è ». Non ci credono; lo vanno ricercando nei piccoli rispostigli : non lo trovano; ma intanto una vittima la vogliono, e vanno più in là, nella campagna deserta, alla casa del capolega che dorme. Circondano la casa.

Duecento colpi di moschetto e di revolver punteggiano i muri della casupola da ogni lato. Il disgraziato scende e difende col petto l’ingresso della sua casa; cinquanta colpi crivellano la porta ed egli è ucciso nella sua casa stessa.

Quando il disgraziato difensore della casa è caduto, con due colpi dentro il petto, dietro la porta che difendeva, e la moglie lo sorregge fra le braccia, entrano (io sono stato a vedere la casa e ne ho riportata un’impressione tremenda) entrano inveendo, s’assicurano che il morto sia veramente morto e scuotono violentemente il figlioletto, che con le sue grida denunziava sulla strada, nella notte, l’assassinio del padre. Egli ne porta ancora sulle braccia il segno malvagio!

Ad Adria, pochi giorni or sono, è avvenuto un incidente fra un fascista ed un facchino. Il facchino fu ucciso dal fascista. Sarebbe dovuto bastare. Ma invece nella notte seguente arrivano ancora i camions, perchè i fascisti non erano paghi di avere ammazzato un uomo solo.

E vanno, dopo l’una di notte, alla casa del segretario della sezione socialista, lo prendono, lo legano, lo portano sull’Adige, fingono di immergerlo nel fiume, o di legarlo coi piedi dietro il « camion » e poi lo abbandonano legato ad un palo telegrafico in provincia di Padova! E il « Corriere del Polesine », l’organo degli agrari, ha il coraggio di far l’esaltazione di questo fatto malvagio e vergognoso. Poi, sempre nella stessa notte, mentre, naturalmente, i carabinieri dormono (poichè la Sottoprefettura era stata preavvisata nella giornata della spedizione fascista e quindi la consegna era di russare), mentre i carabinieri dormono, la stessa banda armata si presenta alla casa del presidente della Deputazione provinciale di Rovigo. Battono alla porla di casa. « Chi è? ». « La forza» , rispondono. Perchè avviene anche che molti della masnada sono vestiti in divisa, quando anche alle loro gesta non partecipano, come a Lendini, tenenti del regio esercito addetti alla requisizione. Battono dunque, dicendo che è la forza pubblica.

Nelle digraziate campagne del Polesine ormai si sa che quando si batte di notte alla porta di casa, e se si dice che è la forza pubblica, è la condanna di morte.

Quindi alla casa del presidente della Deputazione non si apre. Tentano di sforzare la porta : non riescono: saltano sul poggiolo, lo sforzano. Il disgraziato vuole difendersi con la rivoltella, ma la moglie e la madre lo dissuadono, lo inducono a fuggire. I colpi di rivoltella lo inseguono quasi nudo per la strada. Egli va alla caserma dei carabinieri, ma essi tardano un’ora ad andare, perchè i carabinieri non ci sono per mettere in galera i delinquenti, che vanno ad assalire le case di notte. E intanto la masnada penetra nella casa; prende le donne, la moglie, la madre del disgraziato e colla rivoltella in pugno si esige che indichino dove è nascosto.

E continua così la storia, ma nessuno viene, nessuno è scoperto, nessuno sa chi siano i delinquenti.

N ella stessa via, una viuzza di Adria, abitano gli agenti investigativi; tutta la strada è a rumore, tutti gridano per quello che sta avvenendo; ma gli agenti investigativi non sentono nulla e non si fanno vedere.

L’ordine della Camera del Lavoro: viltà

Notte per notte, giorno per giorno, sono così incendi ed assassini che si commettono. Leggo sul « Corriere del Polesine », l’organo degli agrari, che la Casa del Popolo di Gavello è stata bruciata; e non si dice nemmeno il perchè; perchè da parte nostra, per lo meno da parte dei nostri organismi responsabili, non vi è stata mai alcuna provocazione. L’ordine della Camera del lavoro è inteso appunto ad evitarle. L’ordine è “Restate nelle vostre cose: non rispondete alle provocazioni. Anche il silenzio, anche la viltà sono talvolta eroici”. Questo è l’ordine: ma, malgrado questo, si bruciano le Case del Popolo. E allora non è più lotta politica, non è più protesta, non è più reazione. Qui si tratta di un assalto, di una organizzazione di brigantaggio.

Non è più lotta politica: è barbarie; è medioevo. Dobbiamo noi combattere la lotta politica in questa maniera? Siamo anche noi autorizzati a metterci su questo terreno? Ma vi levaste allora almeno di mezzo, voi del Governo, e ci lasciaste combattere con dignità, a parità di condizioni.

E noi sapremmo mettere a posto i briganti. Il vostro intervento è intervento a favore dei briganti.

Ricordate: gli anni scorsi, ed anche quest’anno, quando l’Emilia era in fiamme per la lotta economica, la provincia di Rovigo taceva. Quando nello stesso Veneto, nella provincia di Padova, succedevano episodi di violenza contro gli agrari, verso cui si agiva violentemente per obbligarli a firmare, la provincia di Rovigo taceva. Vi furono cinque mesi di discussione, tre mesi di lotta agraria, tre mesi di sciopero, ma con incidenti minimi, trascurabili. Se avvennero, furono episodi di violenza improvvisi, imprevisti, di folle incoscienti. Ma da parte nostra è venuta allora sempre la deplorazione, la sconfessione. Oggi invece dalla parte avversaria vi è la glorificazione dell’assassinio. Questa è la differenza! Vi sono stati, anche da parte dei nostri, atti di follia. Un atto di violenza fu compresso a danno di un cattolico partigiano dell’on. Merlin.

Ebbene, noi lo abbiamo deplorato; lo abbiamo condannato. Non abbiamo mai fatto l’apologia di coloro che avevano commesso questi atti. E oggi l’assassinio premeditato e organizzato è la ricompensa di quel nostro atteggiamento.

Nel Polesine sono sempre state sconosciute le taglie, che vennero ricordate alla Camera. I boicottaggi si contano sulle dita : sempre nei paesi ultimi organizzati, e meno bene organizzati.

Ma, lo può riconoscere l’on. Merlin, dove sono avvenuti, noi ci siamo interessati per farli cessare.

Non disconosciamo, dunque, che errori siano stati commessi dalle nostre folle: erano da troppo poco tempo educate e venivano dalla guerra. Ma ci siamo sempre interessati e abbiamo sempre cercato di educarle. Nel Polesine non ci furono offese al patriottismo. I nostri contadini non hanno disertato, non hanno avuto bisogno dei decreti di amnistia. I nostri contadini sono andati tutti al fronte, hanno combattuto, sono morti, o sono tornati mutilati e feriti. Se qualcuno si è imboscato, se qualcuno non ha combattuto, questi appartiene agli agrari che in massa hanno ottenuto l’esonero. E gli agrari del Polesine non sono stati mai patrioti, neanche durante la guerra, perchè nei conversari loro erano più contrari alla guerra che non lo fossimo noi socialisti.

La lotta agraria

E allora perchè tutto questo? II perché c’è, e lo ha confessato lo stesso on. Corradini : è la lotta agraria. Il 28 febbraio scadevano i vecchi patti.

Le nostre organizzazioni proposero che si continuassero i vecchi patti fino alla ripresa delle trattative. Gli agrari non vollero accettare. Essi volevano rompere i patti perchè volevano rompere le organizzazioni proletarie. E hanno affermato pubblicamente che, per rompere le organizzazioni, non disdegneranno, se occorrerà, di abbandonare le terre, di lasciarle perfettamente incolte. Hanno detto che non faranno le semine per non compromettere le loro borse.

Gli agrari minacciano così l’abbandono delle terre, delle colture, se i contadini non accettano di abbandonare la mano d’opera in balìa dei padroni, stroncando i loro uffici di collocamento.

Essenzialmente a questo si mira, perchè non si fanno questioni di salario, ma si pone in questione soltanto l’esistenza delle organizzazioni proletarie. E del resto l’on. Corradini lo ha riconosciuto.

Si è giunti persino a questo: che, mentre i patti liberamente sottoscritti per le valli giungevano fino al 29 agosto di quest’anno, gli agrari li hanno stracciati e hanno mandato a casa i lavoratori. Lo stesso Sottosegretario di Stato all’Interno l’ha detto e deplorato poco fa. Ora per l’assassinio di Solara sono stati arrestati i figli di agrari locali, ma soltanto perchè si è trovato una volta tanto un ufficiale che ha fatto il suo dovere.

Chi conduce le bande a Lendinara? Gli agrari. A chi appartengono i camions per le spedizioni punitive? Agli agrari. Nessun camion, onorevole Corradini, è stato dalla forza pubblica arrestato nel Polesine. Eppure i camions che circolano armati si sa quali sono : appartengono agli agrari, alle bonifiche, agli industriali, quando non sono quelli stessi della Commissione di requisizione cereali. Le organizzazioni degli agrari sono divenute organizzazioni di delinquenza.

Quando voi avete ordinata la consegna delle armi, camions pieni d’armi sono giunti nel Ferrarese e le armi sono state depositate nelle case degli agrari. E quando una volta si minacciarono dai fascisti disordini contro il Municipio di Ficarolo e ci fu eccezionalmente un agente dell’ordine che avverti il capo degli agrari che egli sarebbe stato responsabile, quel giorno nulla avvenne, perchè, quando le autorità vogliono, ottengono: quando vogliono, conoscono i capi agrari della delinquenza organizzata. Il Governo telegrafa, è vero, il prefetto fa telegrammi, circolari, è vero, ma tutto questo che vale? Quando il tenente della requisizione cereali di Lendinara si fa guida di spedìzioni, e l’autorità di pubblica sicurezza lo riconosce a capo di quelli che sparano sulle piazze, quel tenente per due giorni è messo a disposizione dell’autorità militare di Rovigo; ma il terzo giorno è restituito alle sue funzioni nella Commissione dei cereali.

Un altro tenente dei carabinieri che finge di contenere le spedizioni facinorose è un noto amico di organizzatori fascisti e fu udito prendere accordi con loro dentro i locali di un pubblico ufficio. Il comandante dei carabinieri agisce spesso a rovescio delle istruzioni prefettizie. Il brigadiere di Pincara, ove è stato compiuto l’assassinio durante la notte, mangia, beve, canta e spara coi fascisti.

A Loreo i fascisti su di una strada assaltarono un povero disgraziato, lo picchiarono e poi si presentarono al comando dei carabinieri dichiarando di avergli sequestrata una rivoltella. I carabinieri, invece di arrestare coloro che lo avevano picchiato e assalito e perquisito, sostituendosi se mai alla pubblica autorità, arrestarono lo stesso disgraziato e insultato. Sono metodi e sistemi che hanno perfino meravigliato l’autorità politica. Perciò la mia interrogazione era diretta al ministro della guerra, troppe volle assente in questi banchi della Camera, per sentire le sue responsabilità.

Ho detto che il sottoprefetto era avvisato della presenza dei fascisti in Adria, e la notte che andarono a prendere nella sua casa il Presidente della Deputazione Provinciale, i carabinieri perciò appunto dormivano profondamente e non udirono nulla, mentre per due o tre ore in città si udirono spari, inseguimenti, rumori. Nessun carabiniere apparve se non alle 4,40 del mattino, quando, come nell’episodio dei “Maestri Cantori”, i ladri e gli assassini erano scappati, la luna sorgeva e tutto era ritornato in tranquillità. Fino a questo si arriva : che, mentre lo chaufeur che ha condotto l’automobile assassina di Pincara ha deposto e indicato persone; mentre è noto chi montava l’automobile chi la pagò, chi andò a compiere l’assassinio, il procuratore del re, ancora dopo parecchi giorni, mi dichiarava che non sapeva nulla, e che egli non ha l’abitudine di leggere i giornali.

“La viltà è un atto d’eroismo”

Qui non si tratta di fatti singoli, di piccola polizia. Voi avete detto di aver preso delle misure che non sono state osservate. Ma qui si tratta piuttosto di riconoscere una organizzazione, una associazione a delinquere, la quale si vanta nei giornali, con manifesti, vistati dalle vostre autorità, che minacciano di morte determinate persone, di organizzare queste spedizioni e queste rappresaglie. E’ una organizzazione a delinquere conosciuta nei suoi mezzi, nei suoi scopi, un per uno, e voi la lasciate intatta. .

Se avviene mai che qualche avversario sia bastonato, allora sono arrestati i capilega, il Sindaco, gli Assessori, tutti i nostri di quel Comune, vi siano o no indizi di colpabilità. Ma da parte opposta nulla, anzi spesso la glorificazione, l’apologia dell’assassinio o dell’incendio.

Ecco, perchè, onorevoli colleghi, la stampa tace sugli avvenimenti della provincia di Rovigo. Ma allora che cosa ci resta a fare? Noi continuiamo da mesi e mesi a dire nelle nostre adunanze che non bisogna accettare provocazioni, che anche la viltà è un dovere, un atto di eroisno. Ma abbiamo continuato a predicare per troppi mesi, o signori dei Governo, invano; non ci sentiamo e non possiamo più oltre tacere ai nostri che la disciplina può segnare la loro morte, non possiamo più oltre ordinare che si lascino uccidere ad uno ad uno, sgozzare uno per uno, per amore della nostra disciplina. Questo non ci sentiamo più di consigliare, e nelle nostre assemblee ormai si dicono delle parole che non possiamo più oltre sopportare. Voi del Governo assistete inerti o complici. Noi non deploriamo più, non domandiamo più nulla. Ora voi siete informati delle cose; la Camera è avvertita. Questo é quello che volevo dirvi.

Riprendere la storia documentata delle violenze agrario fasciste nella Provincia di Rovigo, al punto in cui si fermarono i miei accenni del 10 marzo alla Camera, non è cosa semplice. Poichè quello che fin allora sembrava ancora episodio staccato e singolare, per quanto ripetuto, doveva poi diventare la cronaca di ogni giorno e di ogni piccolo Comune, moltiplicandosi all’infinito nelle forme più fantastiche che il crudele medioevo o il più inumano regime coloniale abbiano potuto inventare.

Nello stesso giorno in cui io mi avviavo tranquillamente con un cavallino a un convegno in Castelguglielmino, e trovavo invece allineati sulla piazza duecento armati che sparavano come pazzi e mi catturavano perchè non consentivo a rinnegare né cose dette nè pensieri, a Adria andavano invece a sfondare, alle tre di notte, la porta dell’abitazione del cav. Camilli, colpevole di avere adempiuti con zelo i suoi doveri di Segretario comunale anche con la nuova Amministrazione socialista. A forza, e mentre le rivoltelle incutevano il dovuto terrore alla moglie in stato delicato e alle piccole figlie, era caricato egli pure su di un camion, portato alla sede del Fascio di Padova, sequestrato colà per due giorni, e poi abbandonato in piena campagna.

Quasi nello stesso tempo anche a Contarina si comincia a forzare e invadere le case di notte, a perquisirle coll’intimidazione delle rivoltelle, caricando sul camion le persone (per esempio un certo Franzoso) e poi abbandonandole legate a qualche albero nella campagna.

E da allora, borgata por borgata, passa la distruzione, la minaccia, il terrore per tutti i 60 piccoli Comuni del Polesine. A uno a uno, nel breve volgere di due o tre settimane, essi sono invasi di giorno da turbe di centinaia di forsennati, che bastonano chiunque è loro indicato come socialista dagli agrari locali, penetrano nei locali, distruggono il mobilio e asportano oggetti; di notte, a gruppi, con la maschera e i moschetti, sparano a mitraglia per le strade o lanciano bombe, entrano nelle case di chiunque faccia parte di un’ Amministrazione comunale, di una Lega di resistenza, di una Cooperativa o simili e, tra il terrore indicibile delle donne e dei figli, minacciano, violentano, estorcono dichiarazioni, impongono cose vergognose, o costringono a fuggire disperatamente per la campagna.

In tal modo le organizzazioni non possono più riunirsi, le Case del Popolo, gli Uffici di collocamento divengono inabitabili per il pericolo immediato di incendio e di morte. Le stesse riunioni imposte dalla legge divengono oggetto di violenza : una Giunta comunale riunita è comodo pretesto per un gruppo di delinquenti per entrare nel Municipio a imporre dichiarazioni ignominiose, pena la violenza immediata sul posto o quando i radunati rincaseranno. Il Consiglio comunale di Ramodipalo, tranquillamente radunato per deliberazioni ordinarie, vede invasa improvvisamente l’aula da forsennati sopravvenuti in camion, è forzato a sciogliersi, e i consiglieri devono passare ad uno ad uno tra la doppia fila degli energumeni bastonatori. Gli Assessori di un Comune presso la Marina sono catturati in camion e portati, tra gli insulti e le minacce di morte, fino a duecento chilometri di distanza, sugli altipiani alpini!

Degno ricambio alle violenze dei bolscevichi di Rovigo, che avevano inaugurato il loro Consiglio comunale regalando un mazzo di garofani bianchi alla minoranza assessoria.

In un’ultima riunione quasi clandestina degli amministratori degli enti locali e dei dirigenti le organizzazioni dei contadini, io predico ancora una volta di non insorgere, di non resistere, di lasciarsi battere, per la civiltà. Ma invano; poichè un funerale, una bandiera, un nastrino, una cravatta, un gesto, una minima cosa è sufficiente pretesto per le cosiddette spedizioni punitive e per esplosioni selvagge di violenza.

Le autorità tutte, dal Prefetto alla P. S., dai Comandanti dei Carabinieri ai Procuratori del re, assistono impassibili. Il Prefetto si dichiara impotente. Tutto passa impunito, e la legge vale esclusivamente contro l’ultimo contadino che, torturato, osi comunque ribellarsi.

Distrutta così ogni tessitura di vita civile, isolato ogni Comune dall’altro, e ogni lavoratore dal suo vicino; la lotta agraria è anche perduta, i contadini chiedono a uno a uno il lavoro ai padroni, è la Camera del Lavoro di Rovigo, già invasa è distrutta nelle sue cose materiali, si scioglie nei primi giorni di aprile.

Cessava quindi la ragione prima della violenza. Ma non bastava.

Rimanevano ancora dei piccoli centri, nei quali, se la lotta economica era stata perduta, lo spirito era però rimasto fieramente alto; e anche in tutti gli altri luoghi, se la massa era terrorizzata, rimaneva tuttavia profondamente fedele nell’anima al Partito che da più di trent’anni in quella terra aveva insegnato la conquista civile.

Quindi contro i primi si organizza e si scaglia ancora la spedizione più feroce, accuratamente preparata e combinata eventualmente con i signori Comandanti i Reali Carabinieri. Nei secondi invece si costituisce e si arma, dopo la prima terrorizzazione generale, il gruppetto locale di agrari e di studentelli, che assolda un paio di delinquenti o di disertori, indigeni o importati, e con questi alla testa mantiene lo stato di terrore e di schiavitù della popolazione, ripetendo quotidianamente la bastonatura, l’invasione domiciliare, la mascherata notturna, le sevizie.

Del primo tipo è per esempio l’assalto a Grangette, minuscola frazione a due chilometri da Rovigo. Prima, per alcuni giorni, ripetuti assaggi dei carabinieri, con perquisizioni ai lavoratori e alle loro case, invasioni di sorpresa alla Casa del Popolo, ecc. Poi i briganti: appuntamento notturno di tutte le squadre armate della Provincia, assalto combinato alla Lega e alle case privale. Nessuno si sogna di resistere; ma il terrore e la violenza penetrano in ogni famiglia, presso ogni letto; e si bastona e si distruggono mobili, alimenti, bevande, tutte le piccole ricchezze della comunità, e si appiccano incendi. Manca soltanto la vittima designata a coronare l’impresa: il capolega. Ah! quei vigliacchi di capilega non si lasciano più seviziare e uccidere in un letto, dormono randagi sotto un albero o in fondo a un arginello! Va bene, li sostituiranno i vicini di casa; spari contro la vecchia madre, che apre la finestra ma trema di aprire la porta; invasione, distruzione, bastonate al povero Masin che stava calzandosi e va a raggomitolarsi ferito sul letto. A rivoltellate lo finiscono. Vittoria!

La moglie è inebetita, ammalata. Una bambina tenerissima è morta per lo spavento. Che importa? Sulle grida terrificanti con le quali i masnadieri chiamano le vittime e incitano se stessi ad essere più barbari, e sui singhiozzi dei martoriati, sale ormai il grido della vittoria. Per la civiltà, eia, eia.

A Bottrighe è invece un attacco combinato con la forza pubblica. A Porto Tolle, sull’estremo della riva del Po, una azione strategica : una puntata, finta ritirata, imboscata, assalto generale di carabinieri e, fascisti riuniti, con emozionante caccia all’uomo e tiro al volo. A Bergantino conquista improvvisa della piazza, tra le bombe e i moschetti: il piccolo proprietario contadino vede la sua casa invasa, bruciata la rimessa, uccisi il bove e l’asino nella stalla, distrutto il mobilio, sfregiati i ritratti dei parenti morti. Qualcuno, preavvisato, riesce a fuggire per le finestre; Stefanoni si rifugia nelle Valli veronesi, perviene nel Vicentino; trova un maresciallo, gli racconta di essere inseguito dai fascisti : quanto basta perchè il maresciallo lo arresti, lo tenga in carcere otto giorni, e poi lo rimandi con foglio di via a Bergantino… a farsi massacrare dagli amici fascisti. II disgraziato si rifugia a Padova; la figlia corre a raggiungerlo; ma dietro di essa il camion delle belve apprende il suo rifugio, supera i cento chilometri di distanza e, nella città medesima, all’angolo di una via, lo sorprendono, lo portano via.

Ma peggiore ancora dell’episodio straordinario è la vita vissuta quotidiana, divenuta ormai normale in ogni piccolo comune rurale. Il tipo più criminale del luogo è divenuto il despota. I socialisti, cioè i contadini e gli artigiani, cioè gli otto decimi della popolazione, sono gli schiavi.

Contro di essi tutto è possibile, tutto l’immaginabile, specialmente in certe zone rivierasche del Po. Il gruppetto dei despoti può intimare di rientrare in casa alla tal’ora, di non farsi vedere in piazza, di uscire da un negozio, di presentarsi anche dieci volte al giorno al Fascio, di girare con una corda al collo, di dipingersi la faccia, di firmare dichiarazioni obbrobriose, di non parlare con la data persona o di non salutarla. La consegna delle bandiere rosse (così come prima le dimissioni delle Amministrazioni comunali) è stata estorta con le sevizie e le torture più fantastiche, materiali e morali.

Il salvacondotto della settimana rossa, o i lasciapassare di Bucco, sono qui la norma, per esempio su tutta la via, da Occhiobello a Ficarolo.

E le sanzioni contro lo schiavo sono infinite : dalla privazione del lavoro e dalla fame, alla bastonatura a morte davanti alle donne e ai figli; dalla denudazione alla legatura al palo o al lancio nelle acque del Po.

La vita così è divenuta nelle campagne un obbrobrio o un martirio. Sono centinaia i fuggiaschi costretti ad abbandonare le famiglie e a cercare requie e lavoro a Milano, a Venezia, sul Piave; alcuni tentano di imbarcarsi per l’America, maledicendo…

Ad Ariano è rimasto invece Ermenegildo Fonsatti, operoso, buono, vero amico. Chiuso in se stesso, mutilato del polmone e mutilato dell’anima, dopo la distruzione dell’organizzazione e dell’amministrazione. Le belve andarono di notte, divise in gruppi, alle diverse case. Con le solite minacce d’incendio, fecero scendere lui sulla strada, conscio del martirio, perchè non vedessero i figli. Lo bastonarono fin che fu morto. Dopo morto ancora gli spararono addosso.

Così voleva accertare il medico dottor Sevesi, e allora anche il medico fu bastonato a sangue; mentre un altro gruppo sorprendeva, bastonava e lanciava infine nel Po un altro amico suo, il Celighini?

Quanti morti: e dei migliori!

Quanti feriti o malmenati; forse quattro o cinquemila!

Quante case devastate, incendiate; più di trecento!

Quante altre perquisite o invase nel terrore delle famiglie; forse più di mille!

Le donne stesse bastonate a sangue nelle loro case, come la signora Eletti, che all’onda prepotente degli invasori ripeteva intrepida : Viva il Socialismo!

In tale regime di vita, mettete anche la lotta elettorale. Per i Partiti dell’ordine dovrà essere un trionfo.

Sequestrata tutta la nostra stampa. Proibito alla tipografia di stampare il nostro settimanale.

Intercettato con minacce i rivenditori o addirittura con imposizione agli Uffici postali. Di comizi o manifesti non si parla. Pacchi di schede, spediti per ferrovia, per posta, per carretto, a mano, o in bicicletta sono tutti sequestrati.

E sequestrati i portatori, come quei due giovani padovani, Menato e Zanovello che tentano portare nel Polesine una valigetta di schede: perquisiti e sottoposti a interrogatori estenuanti, poscia caricati su un camion, trasportati di qua e di là nella notte, e chiusi per ultimo in una stanzetta di 2 x 3 metri, con gli occhi bendati notte e giorno, sulla paglia, mentre gli aguzzini si divertono ogni qual tratto a sparare loro accanto o a discutere di qual genere di tortura farli perire. Il Prefetto dopo quattro giorni rassicurava le famiglie che i giovanotti stavano bene.

Perquisite tutte le case dei più noti socialisti per ritrovarvi le schede. Ridotti a letto a furia di bastonate Bellini, Ruzzante, Fintello, il mutilato Bonafin di Lendinara, e infiniti altri, affinché non si potessero muovere. Le notti del venerdì e sabato, bombe e spari a migliaia per terrorizzare. E decine e decine di nostri buoni compagni, banditi addirittura dalla Provincia per decreto dei Fasci, almeno fin dopo le elezioni. Impedite perfino le pratiche legali, sequestrato e minacciato il nostro coraggioso delegato di lista Belluco. Quasi tutti i nostri rappresentanti di seggio, intimati a non presentarsi o violentati, come il Lenotti e il Franchi. Un giovane ardimentoso, decorato al valore e mutilato, Germani, che tentò per tre volle da Padova di entrare nel Polesine per compiervi le funzioni elettorali prescritte dalla legge, fu replicatamente fermato, impedito e bastonato, fra l’altro da un condannato per diserzione, che egli riconobbe e che pretendeva di insegnargli l’amor patrio! Ad Arella, nella notte, tre compagni vanno a trovare i fratelli Ferlin, nascostamente, per avere la scheda socialista. Gli agrari se n’accorgono, circondano la casa; vogliono entrare a forza: uccidono con una rivoltellata il Ferlin. Il fratello come un leone si difende con un coltello e ferisce due degli assalitori; il giorno dopo arrivano sul posto i camions della rappresaglia: case, bestiame, mobili dei contadini, tutto distrutto, ucciso, incendiato, in nome della produzione nazionale. Così almeno mi è stato riferito perchè la stampa tace.

Dopo le elezioni, tacerà la violenza?

Ah! no. La minaccia era questa : se nel paese si troveranno più di tanti voti socialisti, tutte le case dei colpevoli saranno messe a ferro e a fuoco. E a Polesella, a Borsea ed altrove, sono a centinaia i bastonati, i martorizzati, i banditi dalle loro case, perchè colà furono troppi i voti Passano i giorni. Ma la schiavitù dei lavoratori nel Polesine deve continuare intera, perfetta.

C’è qualche bandito, che passa di paese in paese a dare lezioni di delinquenza. E ancora ieri sera il piccolo Pozzati di Cà Vernier veniva legato mani e piedi a un albero e bastonato.

Le Autorità, il Governo, la Giustizia, assistono complici spudorati. E tutta la stampa vigliaccamente tace; non parla anni del Polesine, perchè non vi può trovare neppur l’ombra della provocazione socialista o dell’agguato comunista”.

GIACOMO MATTEOTTI

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

1 thought on ““Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia””

  1. Mi ha portato alla mente le tante minacce e villenze subite dallo zio di mio padre, l’On. sicialista Gregorio Agnini …
    Quella violenza, in forme diverse, si ripete oggi.

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