Rinaldo Veronesi (Nome di battaglia Giuseppe)


Nasce il 4 agosto 1923 a Calderara di Reno. Viene arruolato nella Repubblica Sociale Italiana, ma dopo poco tempo diserta ed entra nelle fila della 63ª brigata Bolero Garibaldi con funzione di commissario politico di battaglione e combatte a Calderara di Reno. La notte del 24 luglio 1944, in uno scontro a fuoco con i brigatisti neri e tedeschi viene gravemente ferito catturato dai brigatisti neri, è trasferito nell’Ospedale civile di S. Giovanni in Persiceto. Dopo circa 40 giorni, viene incluso in una lista di ostaggi da fucilare.

Poco prima del trasporto sul luogo dellʼesecuzione, è salvato da un gruppo di partigiani che, con un audace colpo di mano, diretto da Bruno Corticelli, lo portano fuori dallʼospedale il 30 agosto 1944 e nascosto in luogo sicuro per continuare le cure.

Il 10 dicembre 1944, a causa di una spiata, è nuovamente catturato dai nazifascisti e, dopo un processo-farsa, condannato alla pena di morte. Sempre a S. Giovanni in Persiceto viene nuovamente rinchiuso in prigione e dove subire nuovi ricoveri in ospedale che si protrassero fortunosamente – ed anche per il deliberato intervento dei medici dellʼospedale stesso – fino al giorno della liberazione.

Dalle sue memorie “La morte può attendere”

Mi catturano, sono loro prigioniero. Un sottufficiale, dopo avermi interrogato a quattrocchi, mi tranquillizza. Dìsobbedendo agli ordini ricevuti (un ribelle catturato in combattimento deve essere immediatamente passato per le armi) mi farà ricoverare in ospedale salvandomi per il momento dalla fucilazione.

Anch’egli ha deciso di passare alla resistenza non credendo più nel regime fascista nefasto e corrotto, capace solo di fare da indegna spalla ai tedeschi.

Su suo ordine vengo caricato su una scala a pioli, adattata per l’occasione a barella, e portato all’ambulatorio comunale che sta di fronte alla mia abitazione. In quell’orribile stato mi vedono mia madre e le mie sorelle; mio padre si trova per mia causa, in prigione da tempo.

Odo i più svariati commenti. Semi dissanguato ed inerte, direi quasi insensibile alle molteplici sollecitazioni sono avvolto da un fresco divino che mi da pace. Comprendo di essere fra vita e morte ma non mi addolora. Mi riappaiono come in una dissolvenza cinematografica gli avvenimenti del bimbo, del ragazzo, dello studente, vissuti fra famiglia, scuola e gente modesta in tempi duri e difficili trascorsi sin dall’età della ragione.

Caricato su un’automezzo vengo trasportato all’ospedale civile di San Giovanni in Persiceto già in stato comatoso ed ivi ricoverato per ferita di arma da fuoco alla testa del femore sinistro, frattura e spappolamento del dito anulare della mano destra,  dissanguamento ed inizio di infezione.

Non conservo alcun ricordo del viaggio verso San Giovanni in Persiceto dopo il mio ferimento: mi sovviene solo che ravvisai la strada che conduce a località Tavernelle e quindi verso la cittadina della bassa bolognese.

Fatti pochi chiIonetri persi conoscenza e non sarei quindi stato in grado di discernere se fosse intenzione dei guardiani di portarmi in ospedale od in qualche luogo per fucilarmi. Ero soltanto alla loro mercé, dissanguato e privo di sensi, inerte su un piccolo camioncino della brigata nera.

Il ricovero (mi venne detto in appresso) fu alquanto movimentato per non essersi ancora provveduto (mancavano le dovute informazioni) ad inviare la scorta per tenermi custodito.

Un “ribelle” in loro mani costituiva un prezioso bottino. C’erano i presupposti per potermi spremere ed individuare l’organizzazione a base e a monte. I tedeschi poi sarebbero intervenuti per torchiarmi con i loro metodi brutali.

Fui immediatamente visitato dal primario dell’ospedale. Diagnosi disastrosa: dissanguamento, inizio di infezione, probabile cancrena. Lo stesso comunicò ai colleghi l’inutilità di procedere all’amputazione dell’arto inferiore sinistro. Era umanamente impossibile sopravvivere a simili strazianti ferite. Le pallottole adoperate dai ceffi neri, tagliate sulla testa del proiettile, erano l’esatta continuazione delle famose “dum-dum”  ignominiosamente usate dal nostro regio esercito in Africa Orientale. Esplodono disastrosamente a diretto contatto con un corpo solido. Il femore sinistro della mia gamba era stato l’ultimo traguardo di alcune di esse. Conseguenza finale nove centimetri di osso letteralmente polverizzati.

Mi sì lasciò sul letto di morte in attesa dell’ imminente fine. Cure nessuna se non una modesta dedicazione trasfusioni di plasma sanguigno manco a dirlo. Sotto sotto c’era chi gioiva per tale stato di cose. Certamente una seccatura in meno per il personale più in vista e favorevole alla controparte.

Seppi più tardi di una discussione alquanto vivace avvenuta fra il primario ed altri medici, presente una infermiera, di come ero considerato dal primario stesso. Un nemico e basta: un giovane che a morte avvenuta non sarebbe più stato fra i piedi. La discussione con il bellimbusto la ripresi a liberazione avvenuta.

Rimasi quindi sul giaciglio senza riprendere conoscenza e senza essere di peso a nessuno per ben sei lunghi giorni nonostsnte l’enorme gonfiore dell’arto il cuore non si decideva a fermarsi. Le condizioni sempre precarie, ma non più di insediato pericolo di vita, costrinsero i medici ad intervenire. Con lo svuotamento di una sacca di pus pericolosissima avvenne un netto mglioramento nelle condizioni dell’arto e generali.

Il settimo giorno fui svegliato dal torpore da sonorosissimi ceffoni: mi erano stati propinati dal segretario del fascio calderarese Filippini.

Conoscevo perfettamente codesto individuo. Uomo di mediocre capacità intellettive, di studio e di lavoro, aveva come si suoi dire fatto sudare le proverbiali sette camicie ai suoi onesti e laboriosi genitori. Per finire la sua brillante carriera aveva chiesto, volontariamente, di dirigere l’organizzazione fascista repubblichina del nostro paese.

Studenti assieme, seppur in scuole diverse, veniva dal nostro gruppo, partente da Borgo Panigale, deriso e beffeggiato. Forte fu il mio disappunto ritrovarmelo ancora di fronte, non lesinai una degna risposta al suo comportamento:

“Sei sempre il solito imbecille” lo apostrofai, “Niente e nessuno potrà mai cambiarti. Persino i tuoi famigliari ti disprezzano”.

Dopo avermi informato essere un’autorità (io già lo sapevo perché unitamente ad altri del mio gruppo avevo fatto frequenti appostamenti per sopprimerlo) e di nuovo abbondantemente colpito infornò che la mia vita era unicamente nelle sue mani.

Il fascista che mi aveva ferito, pure lui colpito all’avambraccio da un colpo della mia pistola, inforcato il fucile a no’ di clava, intendeva finirni sul posto. Con fatica riuscirono a dissuaderlo ed a portarlo fuori della sala.

Il momento cruciale mi fece ineditare: nel trambusto creatosi decisi di por fine alla tragedia con un finto svenimento.

Accorsero i medici fui rivisitato e si ordinò perentoriamente agli aguzzini di lasciarmi in pace. Ero, a loro dire, troppo debole per subire interrogatori. Fossero tornarti dopo qualche giorno in attesa di una mia ripresa fisica.

Restato solo, con i guardiani a debita distanza, cercai di riordinare convenientemente i miei pensieri. Era indispensabile inventare un qualsivoglia diversivo per distogliere i nazifascisti dai loro bellicosi intenti. Decisi per prima cosa di non riprendere conoscenza per l’intera giornata. Seppur infinitamente debole e prostrato potevo ulteriormente rimanere senza cibo. Mi occorreva soltanto individuare una giusta via per eludere le domande e sviare il discorso in direzioni tali che non mi trovassero come protagonista diretto.

Risolsi il problema in breve tempo. Avrei raccontato che a diserzione avvenuta mi ero fermato per circa un mese presso un colono modenese in aiuto ai lavori campestri unitamente ad un pilota americato prigioniero prima dell’8 Settembre 1943 degli italiani e con il quale avevo scambiato denaro ed orologio. Avevo infatti al polso all’atto del ferimento e della cattura un orologio americano fosforescente da pilota e nel portafogli dodici dollari.

Stancatomi e ripartito per raggiungere la mia abitazione ero stato bloccato da un gruppo di partigiani e portato in una località a me sconosciuta oltre il fiume Reno. Interrogato sui miei trascorsi ero stato costretto ad ammettere di aver disertato dall’esercito repubblichino per raggiungere la mia famiglia. Mi avevano gentilmente graziato tenendomi però loro prigioniero con soli compiti di corve. In qualche uscita effettuata, pur avendomi aggregato al loro gruppo, mi tenevano costantemente disarmato. Al mio obiettare non aver nulla sulla coscienza sia militarmente sia politicamente nei loro confronti mi rispondevano: “Abbi fiducia, ti riscatterei” però .”mi tenevano ugualmente in cattività.

Questa, a dire il vero, banale storiella ebbi l’opportunità di ripeterla a tutte le autorità dalle quali venni interrogato.

Il fascista Filippini mi tartassava due o tre volte al giorno con la pistola carica e senza sicura puntata alla fronte. Al mio dire si spazientiva e mi picchiava. Possibile, mi ripeteva, che tu sia tanto testone da non vuotare il sacco. Se lo farai ti riporteremo dai tuoi genitori affinchè la guarigione giunga in santa pace. Quante promesse mi vennero fatte in quel periodo: io però non bevevo. Restavo ancorato al mio racconto più convinto e cocciuto che mai. Dovevo assolutamente salvare coloro che mi avevano ospitato e voluto bene. Non potevo tradire l’organizzazione tanto vasta e bene preparata.

Penso ancor’oggi, a tanta distanza di tempo agli incubi passati da diverse famiglie. I Landuzzi, i Mazzecurati, i Baratti, i Tibaldi, i Matteuzzi, i Baroni, i Corticellì, i Nadalini, i Bastia tanta altra parte dell’organizzazione da me conosciuta, lo stesso nostro comandante, non avranno dormito sonni tranquilli. Essere alla mercé di una squallida masnada di aguzzini poteva procurare loro danni irreparabili. Quante volte malidicevo il mancato suicidio, specialmente allorché, prostrato da interminabili interrogatori, mi sentivo sfinito ed amareggiato. Disperavo di poter ottenere sia guarigione sia libertà; anzi l’ottenimento della prima supponeva la mia eliminazione. Battendo il solito chiodo gli interrogatori si diradarono.

Credettero alla mia versione? Penso di no. Ma il luogo e le condizioni nelle quali mi trovavo non pe mettevano la tortura, mi dileggiavano, mi picchiavano, rai puntavano la pistola ma oltre non andavano.

Giunsero così anche per me attimi di respiro, mi fu possibile scherzare con il personale dall’ospedale e colloquiare con le suore e con il frate che maggiormente mi erano stati vicini in questo lungo e duro viatico.

Un giorno, non ricordo con precisione la data, credo verso la metà di agosto, venni portato in sala raggi per essere sottoposto ad esame radiografico. All’apparire del medico uscii in una forte esclamazione. Come mai si trova qui in servizio Dott. Noneri? Ero il medico condotto e mio curante a Calderara di Reno. Ero certo di conoscerlo bene, diverse volte si era fermato a pranzo a casa mia.

Egli mi guardò stupefatto informandomi non trattarsi del medico da me conosciuto. Ero questi il fratello gemello (due vere gocce d’acqua) nonché radiologo dell’ospedale.

Ammutolii: credevo di aver trovato un appoggio, ora mi mancava. II suo sguardo quasi inquisitore vagò un momento per lo studio, indi alla presenza della sola infermiera, la Marta, mi infornò di aver parlato con il fratello di me e dei miei famigliari. Mi assicurò che per quanto in suo potere mi avrebbe aiutato, mi raccomando, disse, il più ostinato silenzio con tutti. Qui dentro, sentenziò, pullulano gli avversari al vostro movimento perciò adopera la massima e più prudente attenzione, se desideri districare la tua già difficile situazione. Non fece più parola: esaminò soltanto le lastre e mi licenziò senza alcun convenevole. Uscii apatico.

Fiducia e sfiducia si alternavano nel mio intimo. Era inutile pensare che qualcuno potesse aiutarmi per uscire dalla situazione drammatica nella quale mi trovavo.

Riprese il normale iter. Interrogatori, colloqui con il personale religioso e l’alternarsi dei vecchietti del ricovero, svaniti ed anormali, in cerca di qualcosa rimasto dal pranzo.

Caldo atroce quale può essere l’agosto di un anno caldo, chiuso nella mia spessa corazza gessosa. Tutto ciò alla presenza costante e continua dei miei tre angeli custodi. Sii sovviene un simpatico particolare. Tutte le domeniche, all’orario della visita dei parenti, molte diecine di persone si accontentavano di sbirciare dalla porta la mia modestissima persona. Un ribelle, se non visto con i propri occhi, poteva avere due teste o quattro gambe: un essere quindi punto normale. La faccendacominciava però ad infastidirmi. Diveniva un pericoloso pellegrinaggio di parte. Qualcuno di essi tradite le suore o le infermiere, mandavano al mio letto cibarie di vario tipo molto utili in quel periodo di debolezza e prostrazione. In testa a tutti un simpatico e facoltoso democratico; Orsi ora deceduto.

Ebbi in quel periodo pure la visita di mio zio Dante Veronesi di Castelfranco Emilia.

Nonostante le rimostranze dei guardiani, entrò spavaldo e venne ad abbracciarmi. Ci volevamo veramente bene e mi faceva piacere il rivedere un viso amico.

Le mie sorelle Elsa e Lina vennero un paio di volte accompagnate dai brigatisti di Calderara.

Ogni cosa portatami, persino qualche modesto dolcetto, veniva accuratamente sezionato, per evitare messaggi dall’esterno. Mai, dico mai, mi fu possibile riabbracciare i miei genitori. Mio fratello Mentore faceva bene a tenersi alla larga e lo fece. Per lui potevo rappresentare una certa pericolosità.

Ebbi pura sotto il profilo politico una visita importante. Preannunciata non da trombe, ma dai suoi fedeli: la segretaria del fascio persicetano, manifestò il desiderio di vedermi e di parlarmi. Non glielo negai nonostante fosse in parte un mio diritto. La riceverti anzi con un sorriso smagliante. Desideravo conservasse un buon ricordo dei suoi antagonisti: i partigiani.

Parlammo di banalità e di cose serie, esponemmo, per mia parte sulla difensiva, le nostre idee sulla lotta in corso. L’impressione che ne riportai non fu delle migliori. Alla gentilezza e cortesia dimostrate lasciò al mio capezzale un presente strettamente personale: una scatola di sigarette da cento pezzi allora completamente introvabili. Scettico diedi le prime da fumare ai miei guardiani e non essendo truccata od avvelenate le fininno tutte di buona lena.

Giorno dopo giorno trascorse oltre un mese senza novità di sorta. Solite comparse dei fascisti, sia calderaresi sia persicetani, per farmi parlare, per cercare di apprendere quanto poteva interessare per rivoltarlo immediatamente agli loro alleati. La mia storia conosciuta ormai non soltanto dagli sgherri, rimbalzava stantia ad ogni richiesta. Penso si fossero già accorti che nulla da ne si poteva cavare.

Il giorno 29 agosto 1944, se ben ricordo, i partigiani giustiziarono due incalliti fascisti per mancato scambio prigionieri: uno di vecchia conoscenza per questioni militari colonnello medico Vetuschi dell’ospedale militare di Bologna, l’altro centurione Zambonelli potentato fascista della prima ora.

I fascisti persicetani avendo da tempo considerato non fare io al loro caso, mi fecero includere nella lista dei fucilandi per rappresaglia.

Dodici erano bolognesi, io solo calderarese aggregato per cure in quel di San Giovanni in Persiceto. Mi ritrovai quindi l’ostaggio numero tredici. Chissà perché la volontà di certuni, già da tempo stabilita, finisce completamente ribaltata e la vita appesa ad un sottilissimo filo, si rinsalda e va avanti in modo imprevedibile.

Mi sembra doveroso in questo breve racconto spendere qualche mia personale impressione sull’organizzazione ospedaliera persicetana e sul personale ivi in servizio.

Innanzitutto desidero sottolineare la mossa sbagliata dei fascisti di ricoverarmi in un vasto salone al primo piano dello stabile unitamente ad altri quaranta infermi. Si vedranno in appresso i riflessi positivi sia per me stesso sia per la nostra organizzazione.

Del personale medico in servizio non posso che tessere elogi. Escludendo il primario, ognuno ebbe nei miei confronti un comportamento più che umano, direi persino protettivo ed amichevole.

Specificatamente i dottori Vecchi, Ghepardi e Monaci oltre alle valide cure prestatemi, non finivano di ricuorarmi e di invitarmi a non mollare.

Riconoscevano nella nostra lotta un più che valido contributo alla fine della guerra, una dimostrazione agli alleati che l’aiuto concesso volontariamente dal corpo italiano di liberazione e di quello dei volontari della libertà doveva e poteva far riconsiderare la resa incondizionata propinataci all’armistizio dell’8 Settembre 1943.

Il personale paramedico prestò servizio con particolari cure amorevoli. Si dedicò con sproporzionato affetto alla tenuta della mia persona, suscitando, qualche volta, le altrui negative considerazioni. Di nascosto e di sovente integravano il mio scarso vitto ospedaliero sottraendolo pensino al loro desco.

Ogni informazione utile lo riportarono con tempestività, eludendo con sagacia i sospetti delle guardie. Fui servito e curato come un principe azzurro. Le attenzioni rivolte alla mia persona mai mi lusingarono. Riconoscevo che il loro comportamento riguardava la sacra lotta che avevamo intrapresa e questo veramente mi confortava di tutte la apprensioni, amarezze.

Se la mala sorte mi avesse ghermito sarei morto con paura, ma con il sorriso sulle labbra.

Quanto stava accadendo nei più svariati strati sociali era il più bel premio al nostro modo di agire: era la verità incontestabile che la gente contraria al nuovo regime si stava allargando a macchia d’olio. Appresi dal personale che la caserma della brigata nera posta a 100 metri dall’ospedale si era ulteriormente rafforzata, che cospicui ed agguerriti reparti di SS e forze armate tedesche presidiavano la cittadina nei punti chiave. Disperavo ormai non soltanto della mìa liberazione, ma di poter in futuro e possibilmente prima della morte rivedere in viso un solo partigiano.

Il periodo di tre mesi diagnosticato per la guarigione stava velocemente trascorrendo. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto significavano l’avvicinarsi della morte. Inutile e non più recuperabile era giusto che avessi preso il posto, davanti ad un plotone di esecuzione o ad una forca, di un valido combattente.

Fu in occasione di un massiccio bombardamento su Bologna e dintorni effettuato dì notte alla luce dei bengala, che mi rivolsi all’Eterno affinchè una bomba mi togliesse dalla situazione inestricabile nella quale mi trovavo. Una morte violenta, inaspettata avrebbe posto fine, per sempre alle continue emozioni fìsiche e psichiche cui diuturnamente ero sottoposto.

Il destino non volle appagare neppure questo mio desiderio. Era segnato che pur nelle angoscie e patimenti la vita può non tramontare. Se così fosse non mi ritroverei a scrivere queste modeste note.

Non è dimenticanza l’aver tralasciato di parlare del personale religioso dell’ospedale, né tanto meno prevenzione contro di esso.

Ho inteso soltanto ricollegarlo alla splendida azione che mi condusse a libertà.

Le suore e prima fra tutte Suor Rita, mi circondarono di attenzioni e di affetto quasi materno. Per il loro compito prevalentemente spirituale mi fu concesso persino dai guardiani di parlare con esse da solo a solo.

La notte del bombardamento prericordato anche per le mie condizioni di intrasportabilità, non mi abbandonarono un minuto.

Conoscevano la mia disperata situazione e ne erano sinceramente afflitte e mortificate. Mi ripetevano però che le vie del Signore sono infinite e pregavano affinchè mi fosse fatta

salva la vita. Sul nostro movimento, salvo qualche considerazione di natura religiosa, non avevano prevenzioni di sorta. Si accorgevano anzi che su di noi erano puntati gli occhi non solo della popolazione, ma anche di buona parte del clero.

Conclusione: seppero tenere silenziosamente i contatti affinchè la mia liberazione potesse essere effettuata.

Dicevo innanzi di essera stato incluso nella lista degli ostaggi da fucilare e non tardai ad averne la certezza.

La notte del 31 Agosto 1944 fui prelevato senza alcun permesso medico dal mio letto e portato al piano terreno.

Un gruppo di fascisti, fra i quali primeggiava il famigerato Tartarotti, discutevano alla distanza di non più di un metro dalla mia barella e non in sordina, il modo più idoneo per Eravamo alla stretta, la vita stava per spegnersi. Chiamai l’infermiere Mario che con altri mi aveva portato verso l’uscita e con il quale ero più in confidenza, pregandolo, a fucilazione avvenuta, di portare un bacio a mia madre come ultimo ricordo e le mie scuse per le pene che avevo procurato in famiglia.

Non finii la frase che lo stesso proruppe in un pianto dirotto ed incontenibile: sembrava lui il fucilando. Lo si dovette portare in corsia e curarlo per grave trauma psicologico. Nel frattempo e sempre a me vicino era sorta una animata discussione. Una infermiera o suora, non seppi mai chi, era corsa ad avvisare il medico di guardia raccontadogli l’accaduto, il dott. Monari, per l’appunto di servizio quella notte, stava spiegando con enfasi ai brigatisti neri la impossibiliti di trasportare e fucilare un ferito tanto grave. Anche la convenzione di Ginevra concluse non permette di consumare simili misfatti ed è per di più ingiustificabile in un paese civile come il nostro.

Seduta stante le sue dichiarazioni vennero verbalizzate e firmate. Conclusione finale: venni riportato al mio letto evitando cosi per la seconda volta il plotone di esecuzione.

Nel ripartire i fascisti mi assicurarono che a guarigione ottenuta non sarei più stato salvato da nessuno.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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