Carlo Nicoli


Nasce il 19 agosto 1915 a Imola. Presta servizio militare in artiglieria a Rimini (FO) e Piacenza dal 10 marzo 1936 allʼ1 febbraio 1938 con il grado di sottotenente. È tra i primi a Imola, subito dopo lʼinizio della lotta di liberazione, a organizzare gruppi armati, anche se viene adibito alla redazione de “La Comune”, il periodico clandestino del Partito Comunista Italiano imolese. Nel maggio 1944 preferisce lasciare la città e salire sullʼAppennino tosco-emiliano. Combatte nella 36ª brigata Bianconcini Garibaldi con funzione di comandante della 1ª compagnia. Si fa notare  presto per ardimento e capacità di comando, per cui il 15 giugno viene nominato responsabile di una delle venti compagnie in cui fu strutturata la brigata. Partecipa a tutti i principali combattimenti che la formazione sostene nellʼestate.

Il 12 settembre, in previsione dellʼarrivo delle truppe alleate, ha lʼincarico di liberare con anticipo Tossignano e aprire la strada ai soldati americani i quali, una volta sfondata la linea Gotica, avrebbero dovuto scendere lungo la statale Montanara verso Imola. Lʼimportante centro abitato viene liberato, ma abbandonato pochi giorni dopo perché gli alleati procedono lentamente e perché il 18 settembre il CUMER ordina alla brigata di applicare il piano studiato in previsione di quella che si riteneva lʼimminente insurrezione popolare. La brigata viene divisa in quattro battaglioni, i quali dovevano dirigersi verso Faenza (RA), Imola e Bologna.

Ottiene il comando di quello che avrebbe dovuto partecipare alla liberazione di Imola. Poiché lʼavanzata alleata continua a procedere con estrema lentezza – nonostante i tedeschi abbandonino molte posizioni sullʼAppennino, dopo lo sfondamento della Gotica – decice di andare incontro alle fanterie americane. Anziché verso Imola, si sposta a sud, verso Monte Battaglia. Occupando il Monte Battaglia, lʼultima difesa naturale che gli americani dovevano superare prima di Imola, riteneva di compiere una mossa decisiva per la fine delle operazioni in quella zona.

Il 24 settembre occupa Monte Battaglia e Monte Carnavale. Il suo battaglione – al quale non si erano aggiunti i partigiani della brg SAP Imola, perché non erano riusciti a risalire la vallata – per tre giorni difende lʼimportante posizione, nonostante i continui contrattacchi tedeschi, sostenuti dallʼartiglieria. Il 27 settembre, finalmente, giunge un battaglione americano al quale viene consegnata lʼaltura. Per due giorni, partigiani e americani affiancati, difendono Monte Battaglia dai continui, furibondi assalti tedeschi, con gravi perdite da ambo le parti. Contro il suo parere il battaglione venne ritirato dal fronte, disarmato e portato a Firenze. Per poter continuare a combattere chiede di arruolarsi come volontario – insieme ad altri partigiani della brigata, a cominciare dal comandante Luigi Tinti – nella divisone Cremona. Prende parte a tutti i combattimenti che il suo reparto sostiene nellʼinverno 1944-45 e nella primavera seguente sino al 22 febbraio 1945.

Gli è stata conferita la medaglia dʼargento al valor militare con la seguente motivazione: «Distintosi organizzatore e bravo comandante nella guerra partigiana, quando le truppe liberatrici stavano avviandosi alla linea gotica, occupava di iniziativa e teneva più giorni, ributtando ripetuti attacchi nemici, le importanti posizioni di Tossignano e di Borgo Tossignano. Costretto a sgombrare occupava la posizione montana di Monte Battaglia che riusciva a mantenere sino a passarla in consegna alle truppe amiche avanzanti. In ripetute circostanze forniva sicure prove di decisione, di iniziativa, di capacità di comando e di personale valore».

Tossignano (Bologna) – Monte Battaglia, settembre 1944.

Le sue memorie

Numerose sono le riflessioni critiche che, come comandante di battaglione della 36a brigata Garibaldi Bianconcini sarei sollecitato a fare. Ma fra tutte le esperienze, quella che per me riveste maggiore interesse, si ricollega al complesso delle operazioni militari svolte nel settore di monte Battaglia dal 24 al 28 settembre 1944. Si deve innanzitutto — come premessa — fare osservare che una unità partigiana, abituata a combattere con i metodi della guerriglia, si trova in condizioni molto difficili quando è investita dal fronte. Difetta, in generale, di informazioni sul movimento delle truppe, di mezzi per sostenere la lotta nelle nuove condizioni, di preparazione di fronte al cambiamento radicale dei metodi di lotta. Non ha vettovagliamento proprio, né rifornimento di armi e munizioni.

E per questo deve ancora calcolare sull’esito della lotta per procurarseli. L’appoggio delle popolazioni, base della sua tattica, viene improvvisamente a mancare. Da qui emerge la prima fondamentale condizione:

1) in funzione della ridotta autonomia di lotta bisognava ritardare gli scontri decisivi il più possibile e risolverli rapidamente. L’accerchiamento che la 36a brigata Garibaldi subì, nel sistema Bastia-Carzolano, nell’agosto 1944, fornì, al riguardo, dei buoni elementi di esperienza. Ma una vera tattica per risolvere la situazione che si sarebbe presentata quando saremmo stati investiti dal fronte non era stata posta neanche dal consiglio dei comandanti che si tenne subito dopo. Avevo proposto, e fu accettato, di suddividere la brigata in battaglioni. Ma rimase la generica opinione che, con l’avvicinarsi del fronte, bisognava occupare le città della pianura poste sulla direttrice di ogni formazione.

Con questa opinione scesi, sulla fine di agosto del 1944, nel settore di Tossignano per preparare il piano lungo la direttrice del Santerno. Questo piano prevedeva la sollevazione delle popolazioni locali e il reclutamento di nuove forze per sostenere la liberazione del territorio fino ad Imola, muovendosi simultaneamente al fronte.

Fu preparando questo lavoro che si presentò in tutta la sua complessità il problema di come sostenere l’urto col fronte che si avvicinava. In qualunque modo esso si fosse mosso, l’accerchiamento dell’unità partigiana era inevitabile. Ed aveva anche una caratteristica: si verificava a ridosso del fronte con una direzione obbligata di rottura nella direzione di avanzata del fronte. Infatti, ogni altra direzione di rottura avrebbe riprodotto la situazione originaria. Inoltre, per il pericolo che presentava una unità partigiana a ridosso del fronte, al nemico era imposto di sostenere una lotta di annientamento della stessa. Per battersi, quindi, con prospettiva di successo occorreva realizzare delle condizioni di vantaggio. Il terreno diventava elemento di prima importanza.

Queste le corrispondenti condizioni:

2a) battersi in condizioni di terreno favorevole per ridurre la superiorità dei mezzi del nemico.

3a) imporre al nemico la lotta su di un terreno tatticamente necessario agli alleati.

La terza condizione, necessariamente, contiene anche la seconda, e ciò determinava questi vantaggi: se il terreno era tatticamente necessario agli alleati, essi dovevano investirlo, ed in tale modo si sarebbe sviluppato favorevolmente il mio piano in rapporto a quello del nemico. Inoltre, per eseguire il congiungimento, avrei ridotto al minimo la probabilità di dovere dare, o dovere accettare, combattimenti in condizioni di terreno sfavorevole.

Il terreno, tatticamente conteso, per contro, avrebbe reso più accanita la lotta. Ma il vantaggio sarebbe rimasto. Diversamente, rifugiarsi in un terreno presumibilmente non investito dal fronte era molto pericoloso. Poteva, indifferentemente, essere: la salvezza, la sconfitta, il suicidio collettivo. Soluzione quindi da scartare.

Per l’intero periodo in cui avevo operato nella zona avevo tenuto presente la sorpresa nell’atto finale. Lo stato maggiore della brigata insisteva perché svolgessi un’azione di forza nell’occupazione dei comuni del settore di Tossignano. In un primo momento avevo accettato. Poi avevo modificato il piano come è detto più sopra. Partii dalla base con dieci uomini per utilizzare le forze dei CLN locali.

Feci solo la prova della rapidità con la quale riuscivo a spostare le forze necessarie dalla base al mio settore. C’era un punto di crisi nel trasferimento: l’attraversamento della strada Casolana. In venti ore circa si riusciva a svolgere l’operazione.

Avevo accantonato nella base anche tutte le forze reclutate. Il nemico non aveva quindi ragione di preoccuparsi di fronte ad una visibilmente piccola e debole compagnia capace di sostenere solo piccoli scontri di pattuglie. Ciò nonostante la sorpresa tattica non era elemento di certa utilizzazione. L’unità era da tempo individuata, specie dopo l’occupazione dei comuni limitrofi. Si poteva solo ragionevolmente valutare di risolvere un certo numero di combattimenti singoli con sorpresa e rapido movimento. Sono tipici della lotta partigiana questi elementi: sorpresa, rapida risoluzione del combattimento, rapido ripiegamento. Per utilizzare la sorpresa tattica con maggiori probabilità di successo bisognava cambiare settore. Ma ciò aveva altri svantaggi. Innanzitutto si perdeva la rete organizzativa e la sorpresa non era ancora certa.

La determinazione delle forze è una questione ardua da risolvere in una simile contingenza. Essa dipende da molti fattori:

– la capacità del campo tattico nostro e del nemico;

– la possibilità di manovra per eseguire un rapido concentramento nostro e del nemico;

– il valore difensivo del terreno;

– la possibilità di utilizzare la sorpresa in singole località e singoli combattimenti;

– la possibilità di neutralizzare con poche forze qualche direzione di attacco del nemico;

– la possibilità di intuire la manovra che avrebbe svolto il nemico, o che avesse potuto svolgere, sul fronte e contro l’unità partigiana;

– la potenza dei mezzi militari che il nemico avrebbe potuto impiegare contro l’unità partigiana;

– gli errori reciproci, ecc.

Da qui una nuova condizione di lotta. Poiché le nostre forze risultavano sempre di gran lunga inferiori a quelle del nemico:

4a) per risolvere gli scontri decisivi, occorreva ridurre l’estensione del campo tattico al solo sistema di quote decisive e difendibili. Infatti, ciò riduceva anche il campo tattico del nemico, la possibilità di manovra con molte forze, e, soprattutto, la possibilità di impiego di forze e di mezzi. Il nostro campo tattico, invece, conservava e migliorava la rapidità di manovra. Applicata questa condizione alla situazione, da un complesso di forze accerchianti corrispondenti ad una divisione, al nemico restava un campo tattico per l’impiego di tre battaglioni appoggiati dall’artiglieria.

Il risultato era notevole ed il rapporto di forze sostentale.  La conclusione rapporto di forze sostenibile non è, evidentemente, un risultato matematico, ma è sempre una valutazione in una tale situazione. Infatti, dipende anche da fattori imponderabili, in primo luogo dai rispettivi errori. In ogni caso, questa conclusione, contiene implicita la seguente condizione:

5a) battersi realizzando sempre la concentrazione delle forze sul punto risolutivo della lotta.

Le cinque o sei compagnie, che valutai mi sarebbero venute dalla divisione della brigata in battaglioni, erano scarse per sostenere una lotta contro tre battaglioni nemici. Occorreva una riserva sufficiente per affrontare gli sviluppi imprevisti.

In un accerchiamento bisogna attendersi l’attacco in ogni momento, da ogni direzione. Ed in quella situazione tre erano le direzioni di attacco possibili: quella di avanzata del fronte e i due fianchi. Alimentati questi dalle forze nemiche che si trovavano dislocate nei paesi posti sulle strade che ci fiancheggiavano, la Casolana e la Montanara. Chiesi quindi al battaglione SAP di Ponticelli di unirsi a noi. Questo fatto mi avrebbe messo in condizioni di vantaggio, sia pure di limitato vantaggio.

Infatti, realizzavo pienamente la seconda, terza e quarta condizione del terreno, parzialmente: la sorpresa, in singoli combattimenti, e le forze. La prima condizione e la quinta, erano vincolate alla sorpresa tattica, quindi incerte. E questo era l’elemento che determinava il vantaggio complessivo. Non era però escluso che il tempo necessario a localizzarci l’avesse spostata a nostro vantaggio, almeno per il tempo sufficiente a produrre gli avvenimenti decisivi.

Quanto abbiamo visto fin qui sono i caratteri che la situazione presentava per realizzare il principio: mediante l’utilizzazione dei fattori tattici, passare dall’inferiorità nel campo tattico alla superiorità nel combattimento.

Girai a lungo con una staffetta del luogo. C’erano due terreni che rispondevano allo scopo: il sistema della Faggiola ed il sistema di monte Battaglia. Il sistema della Faggiola, essendo più a sud garantiva meglio contro l’arresto del fronte.

Sull’altro, di monte Battaglia, avevo la rete organizzativa, era l’ultimo terreno tatticamente utile sulla strada di Imola, del tutto vantaggioso per gli alleati, poiché liquidava ogni possibilità di successivo trinceramento del nemico, ed i miei uomini lo conoscevano meglio. Decisi per questo, poi formulai il piano:

– occupare la zona in modo tale che contenesse al centro il sistema di alture.

Combattere ai margini di tale zona, ripiegando lentamente fino al centro del sistema ed imporre tale situazione al nemico fino a che la linea del fronte non si fosse sovrapposta alla linea dell’accerchiamento. In questo punto ed in questo momento applicare i necessari combattimenti di rottura della prima linea del nemico, utilizzando, nella concentrazione di forze, anche il battaglione di riserva dei SAP. Stabilire il congiungimento con gli alleati e mantenere, se il fronte avesse avanzato, il nostro settore fino ad Imola. Tale il Piano.

Prima di abbandonare il settore occupato di Tossignano i miei problemi erano in linea di massima impostati.

Ci fu una riunione al comando di Brigata e il comandante Bob mi mandò a chiamare. Ero però molto lontano e arrivai tardi. Mi riepilogò la situazione.

Fu difficile attraversare la Casolana in mezzo ad un via vai ininterrotto di nemici che salivano e scendevano. Osservai attentamente la situazione per sfuggire, ma non fu possibile. Dovetti combattere, fortunatamente senza perdite, per far passare le  compagnie. L’indomani raggiunsi monte Battaglia e feci lo schieramento secondo il piano. Una punta avanzata a sud, ed il cerchio attorno al sistema. Andai a cercare le riserve, il battaglione dei SAP. Ma questo venne a mancarmi. I SAP non riuscirono a superare le difficoltà del trasferimento. Era un guaio. Mentre nella guerriglia una tale divisione di forze aveva la sua logica nei metodi di lotta propri della guerriglia, in presenza del fronte, una tale divisione facilitava la lotta di annientamento che il nemico doveva condurre contro le unità partigiane. Perdendo la possibilità del risultato militare quello politico non si poneva nemmeno. L’occupazione dei comuni della media valle del Santerno fu una necessità innanzi tutto d’ordine militare, che conteneva come sviluppo il risultato politico.

Così non avrei più potuto fare il concentramento con le riserve per aprire la prima linea del nemico. Forzatamente ridotte le possibilità di successo, allungato il tempo di soluzione, si poteva ancora ritenere che una soluzione favorevole esistesse, nonostante che il rapporto di forze fosse di 400 uomini dell’unità partigiana contro gli effettivi, riducibili come abbiamo visto, di circa una divisione, accerchianti e provenienti da tre differenti divisioni.

Ormai non c’era null’altro da fare che disporsi a combattere. Da tutto il piano emergeva che era monte Carnevale il punto di rottura. Di lì doveva passare, necessariamente, chi retrocedeva e chi avanzava sul fronte. E lì c’erano i miei. Le compagnie a sud si scontrarono e ripiegarono fin lì. Tra alterne sorti resistettero fino a che fronte ed accerchiamento coincisero. Contrattaccarono simultaneamente agli alleati. La prima linea del nemico fu spezzata ed il congiungimento stabilito, il concentramento su monte Carnevale aveva sguarnito il settore di monte Battaglia per mancanza di forze. Nella stessa mattinata una pattuglia di osservazione del nemico, guidata da un maresciallo, aveva potuto salire fino sulla cresta di monte Battaglia sgombro. La mia ricognizione l’aveva avvistata senza attaccarla. Fui subito informato e giudicai che il nemico poteva essere tratto in inganno. Spostai subito tutte le compagnie da monte Carnevale a monte Battaglia e nello stesso giorno altri due combattimenti furono risolti con successo.

Il nemico infatti, ritenendo che la posizione fosse sgombra, si mosse con deboli forze. Nel primo attaccò con una compagnia, nel secondo con un battaglione.

Una mia pattuglia di ricognizione aveva raccolto dai contadini della zona di Fornione la notizia che erano transitate pattuglie di osservazione del nemico e me la trasmise. D’accordo col comando del battaglione alleato cedemmo loro la posizione di monte Battaglia e stabilii che nella notte avremmo occupato il settore sinistro ormai minacciato. Il giorno successivo il nemico sviluppò, con la forza di un battaglione circa, l’attacco previsto partendo dalle basi del corrispondente settore.

In due combattimenti e scontri minori fu contenuto, poi respinto. In tre giorni avevo realizzato la rottura dell’accerchiamento, stabilito il congiungimento, sostenuto tre battaglie nelle tre possibili direzioni di attacco concentrando ogni volta le forze sul settore di lotta. Nessun combattimento era stato un insuccesso. Avevo prodotto la sorpresa al nemico. Infatti, i reparti nemici in prima linea su monte Carnevale furono semidistrutti dal doppio attacco alleato e partigiano. Gli scampati fuggirono in due direzioni: verso la Casolana, sul fianco destro, e verso la Montanara, sul fianco sinistro. Forse non riuscirono a portare in tempo le informazioni al loro comando sulla perdita di monte Carnevale, e, in base ai dati della ricognizione, ritenendo monte Battaglia ancora sgombro, inviò una compagnia ad occuparlo. Ma fu sorpresa dalla presenza del battaglione partigiano concentrato.

Riattaccò con un battaglione e fu sorpreso dalla presenza di due battaglioni: quello americano e quello partigiano. L’indomani attaccò su tutto il fronte. Le nostre posizioni furono investite da un battaglione. Ma trovò ancora il battaglione partigiano nuovamente concentrato che contenne, poi respinse l’attacco. La sorpresa era durata due giorni. Il tempo necessario a produrre gli avvenimenti decisivi. La mia ricognizione mi informò del movimento del battaglione nemico. Arrivai in tempo a chiedere l’intervento dell’artiglieria alleata. Fummo appoggiati con successo e non fu senza vantaggi per noi.

Qui le nostre operazioni ebbero termine. Era la sera del 28 settembre 1944.

Avevamo esaurita la possibilità di combattere. Eravamo ormai privi di munizioni, viveri ed equipaggiamento. Si era combattuto sotto la pioggia con equipaggiamento estivo.

Su questo settore anche l’offensiva alleata si spense. Il 30 settembre praticamente cessarono i combattimenti. Avrebbero ripreso solo nella primavera del 1945

Fonti

Dizionario biografico M – Q di Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1995

LUCIANO BERGONZINI – LA RESISTENZA A BOLOGNA: TESTIMONIANZE E DOCUMENTI – VOLUME V –
Istituto per la Storia di Bologna – 1980

 

 

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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