Giuseppe Betti (Nome di battaglia Ridô)


Nasce il 25 agosto 1927 a Lugo (RA). Partecipa ad uno sciopero operaio nel 1943 facendo azioni di propaganda. Milita come capo squadra nella 36a brigata Bianconcini Garibaldi, viene arrestato il 14 marzo 1945 ed incarcerato nella Rocca di Imola. Torturato a lungo.

Lʼ11 aprile 1945 viene trasferito con altri compagni nelle carceri di Budrio, in attesa della fucilazione. In seguito viene liberato.

I suoi ricordi

I primi contatti da me avuti con uomini della Resistenza si riallacciano ad uno sciopero della Cogne di Imola dell’anno 1943. In questa azienda allora lavoravo quale elettricista. Unitamente a me lavoravano Carlo Cricca e Franco Serantoni.

Fu appunto tramite questi che mi fu possibile avere un primo contatto con l’organizzazione clandestina facente capo ai gruppi SAP e personalmente con Ezio Serantoni. Quei gruppi coi quali ebbi questo primo contatto operavano nella zona di San Cassiano.

Data la mia giovane età (avevo 16 anni e mezzo) non fu ritenuto opportuno inviarmi in montagna, presso reparti partigiani nei quali già militava mio fratello Paolo (Cicci), che morirà in combattimento a Cà di Guzzo, il 27 settembre 1944.

II fatto politico di maggior rilievo, seppur rapportato alla mia età ed alla mia impreparazione politica, fu appunto lo sciopero alla « Cogne ». È da questo momento, infatti, che inizia la mia attività nella organizzazione clandestina, assieme ad altri quattro, tra cui certi Zuffa e Cricca. Questa attività consistette essenzialmente nella affissione di manifesti clandestini inerenti a scioperi od altro, o comunque sempre recanti parole d’ordine ed inviti alla lotta contro i nazifascisti. I manifesti da affiggere ai muri e i manifestini ci venivano consegnati da Ezio Serantoni. A noi era assegnato il lavoro di affissione della zona di San Cassiano.

A notte fonda, quando mia madre dormiva, sgusciavo di casa e mi incontravo con gli altri in via Giovanni da Imola. Qui ci portavano il materiale. Ogni gruppo era composto da due elementi. Dalle 23 fin verso la 4 del mattino si distribuiva questo materiale, anche se il nostro lavoro subiva interruzioni per il passaggio di pattuglie tedesce e fasciste. Al mattino rientravamo in casa prima della cessazione del coprifuoco per poi riprendere eventualmente il lavoro la sera dopo, qualora non avessimo esaurito il materiale assegnatoci la sera prima.

Questa attività, che ritengo di notevole importanza politica, durò circa otto mesi. Poi i massimi esponenti dell’antifascismo imolese decisero una sosta in quanto l’attività repressiva dei tedeschi e dei fascisti si intensificava e si stava facendo pericolosa per la popolazione. È ovvio dire che una diffusione su ampia scala dei manifesti murali e volantini clandestini suscitava una discreta apprensione tra fascisti e tedeschi i quali dovevano avere l’impressione di trovarsi di fronte ad una organizzazione combattiva e veramente capillare, in quanto nella stessa notte, quasi ovunque, nella città di Imola apparivano i manifesti antifascisti.

Credo quindi che quell’attività fosse di notevole importanza nella lotta antifascista e che veramente preziosa risultasse l’opera di giovanissimi, quali eravamo noi, che più facilmente potevamo eludere la sorveglianza di tedeschi e fascisti.

Ad un certo punto i tedeschi cominciarono il prelevamento ed il reclutamento di persone da adibire ai lavori di fortificazione nei dintorni di Imola. Ad evitare di finire in un’attività che non mi piaceva affatto, seguendo l’ordine del comando SAP, con alcuni amici ci dedicammo al problema del rifornimento delle armi.

Per questa attività fui prescelto, assieme a Carlo Cricca. Nostro compito era quello di portarci nella « bassa » imolese ed anche nella zona circostante, fino a Campotto, nell’Argentano. Arrivati colà ci veniva consegnato un baroccio trainato da un cavallo. Sul baroccio vi erano un vecchio comò e delle fascine. Nascoste dentro e sotto quel materiale, all’apparenza innoquo, vi erano armi leggere e relative munizioni. Detto materiale dovevamo portarlo nel rione Cappuccini, da dove veniva prelevato e quindi portato ai reparti partigiani in montagna.

Per sfuggire all’attenta sorveglianza di tedeschi e fascisti, lungo il tragitto tra Campotto e Imola, io e Cricca ci travestivamo; io da vecchia campagnola ed il mio compagno da vecchietto. Fu grazie a questo stratagemma che ci fu possibile passare spesso sotto il naso di pattuglie tedesche e fasciste con un notevole carico di armi.

Anche per il vero e proprio centro di Imola fu così possibile transitare con carichi di armi destinate ai partigiani.

Ho partecipato anche a fatti d’arme; ritengo però che l’episodio narrato, sia uno dei principali e più significativi. Ma l’esperienza più dura, la feci nella Rocca di Imola, allora adibita a carcere, deve finii, il 14 marzo 1945, probabilmente per una delazione di un agente provocatore, intrufolatosi nelle nostre fila, col nome di Chieti.

Al momento dell’arresto un ufficiale della « Feldgendarmerie » mi disse che se avessi avuto 17 anni mi avrebbe impiccato ad un lampione; così invece mi avrebbe consegnato, come in effetti mi consegnò, alle brigate nere. Queste non mi lesinarono maltrattamenti e torture che andavano dai bagni nell’acqua gelida e sulla neve alle staffilate. Pensando che uguale trattamento forse lo stavano subendo altri miei amici e compagni, mentre avevo avuto sentore che era a me che avevano dato la caccia, apparentemente acconsentii a rispondere alle domande che mi venivano poste, a patto però che fossero stati posti in libertà gli altri giovani che erano stati arrestati con me. Per questo dissi che avrei parlato se dalla torre centrale della Rocca avessi visto i miei amici rimessi in libertà.

I fascisti dissero di essere disposti ad accettare queste condizioni, escludendo però dal gruppo che sarebbe stato messo in libertà il mio compagno Vincenzo Martelli. Dopo che loro ebbero effettuata questa operazione, dissi loro che non sapevo niente di niente. Da quel momento, ovviamente, ripresero le torture a base di bastonate, staffilate e bagni freddi dai quali mi lasciavano ad asciugare nudo, sul pietriccio, in una torre della Rocca, all’addiaccio. Tali torture spesso mi portarono alla soglia della morte.

La mattina dell’11 (o 12) aprile 1945, verso le due, io, insieme a Martelli, Paradisi, Randi e altri due compagni imolesi, fummo portati via della Rocca di Imola e trasferiti, su di un camion, alle carceri mandamentali di Budrio e qui ci rinchiusero tutti dentro una cella. Durante la notte, prima di partire per Budrio, sentii dei grandi lamenti e urla disperate dentro alla Rocca. Un prigioniero, non so chi, si buttò dalla disperazione dall’alto della Rocca restando ucciso sul colpo.

Nel carcere di Budrio ci dissero che saremmo stati fucilati la mattina dopo, alle 5.

Ormai non c’era più speranza. Uno di noi si disperò al punto che dovemmo chiamare un medico. Venne un ufficiale medico tedesco, che fu più che umano, e a lui raccontammo il nostro destino. Noi non sappiamo cosa sia accaduto quella notte: ma dal sergente tedesco delle prigioni sapemmo che ci fu un conflitto tra tedeschi e fascisti, poiché i tedeschi volevano i camions per trasportare via i feriti.

Alle 5 non vennero a prenderci per la fucilazione; alle 8 nemmeno; alle 11 venne il capitano medico con sei foglietti, che erano il nostro inatteso « lasciapassare » e la nostra libertà. Poi i pompieri di Budrio ci aiutarono e ci trattennero fino alla liberazione di Budrio. Dopo di che potemmo raggiungere Imola.

A casa, i miei genitori non credettero ai loro occhi quando mi videro. Infatti loro credevano che io fossi fra i morti del pozzo di Becca. Era accaduto che i fascisti al momento di lasciare Imola e la Rocca, compirono un ultimo atroce eccidio: sedici cittadini, di cui uno solo di Imola, furono portati nel cortile dello stabilimento Becca, in via Veneto, trucidati e poi buttati dentro al pozzo. Fu un vile ed orribile massacro, al punto tale che fu molto difficile riconoscere i cadaveri dopo la liberazione tanto erano mutilati e violentati. Al termine del triste lavoro si potè accertare che i sedici morti erano Domenico Rivalta di Imola; Corrado Masina, Mario Martelli, Dante Bernardi, Secondo Grassi, Mario Felicori e Augusto Ronzani di Castel San Pietro; Antonio Cassani di Castel Guelfo; Cesare Gabusi, Duilio Broccoli, Bernardo Baldazzi, Paolo Filippini, Gaetano Bersani, Giliante Martelli, Guido Facchini e Giovanni Roncarati di Medicina.

Solo a liberazione avvenuta, riabbracciando mia madre che mi riteneva morto come mio fratello Paolo, seppi che il Martelli, col quale avevo condiviso duri giorni di carcere, aveva avuto la forza, pur sapendolo, di non dirmi d’aver avuto notizia dell’avvenuta morte di mio fratello nel combattimento di Cà di Guzzo.

 

Fonti:

Dizionario biografico A – C di Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1985

LUCIANO BERGONZINI – LA RESISTENZA A BOLOGNA – TESTIMONIANZE E DOCUMENTI – VOLUME V – Istituto per la Storia di Bologna 1980

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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