28 agosto 1944 Milano via Tibaldi


In via Tibaldi vengono fucilati da un plotone del Battaglione Muti

Albino Abico di 25 anni

Giovanni Alippi di anni ventiquattro

Bruno Clapiz di anni quarantuno

Maurizio Del Sale di anni quarantasette.

In precedenza erano stati torturati dai fascisti.

Albino Abico

Nato a Milano il 24 novembre 1919. Prima dell’8 settembre 1943 svolge propaganda e diffonde stampa antifascista dopo tale data è uno degli organizzatori del GAP, 113a Brigata Garibaldi, di Baggio (Milano), del quale diventa comandante. Arrestato il 28 agosto 1944 da militi della “Muti”, nella casa di un compagno, in seguito a delazione di un collaborazionista infiltratosi nel gruppo partigiano tradotto nella sede della “Muti” in Via Rovello a Milano, torturato, sommariamente processato. Fucilato lo stesso 28 agosto 1944, contro il muro di Via Tibaldi 26 a Milano, con Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio Del Sale.

La sua lettera alla famiglia prima di essere fucilato 

Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti,

mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.                                 

Il sole risplenderà su noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.                                                                    

Voi siate forti come lo sono io e non disperate.                                        

Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albuni che sempre vi ha voluto bene.

Giovanni Alippi

Nato a Corsico (Milano) il 23 settembre 1920, fucilato dai repubblichini a Milano il 28 agosto 1944. Col nome di battaglia di “Galippo” il ragazzo, che già negli anni del regime era finito in carcere con un gruppo di suoi compagni di Quarto Cagnino, durante il periodo dell’oppressione nazifascista entrò nel cosiddetto “Gruppo di Assiano”, compiendo importanti azioni di guerriglia e di propaganda.
Entrato in collegamento in Ossola con la 85ma Divisione “Martiri Valgrande” e a Milano con i gappisti della “Mendel”, il gruppo di patrioti si rese protagonista di una clamorosa azione di propaganda: in pieno giorno attraversarono in auto Milano, dalle stazioni ferroviarie di Porta Genova alla Centrale, lanciando dalla macchina migliaia di copie de “l’Unità” clandestina.
Fu proprio per questa azione che i nazifascisti intensificarono la caccia al gruppo. La mattina del 28 agosto i repubblichini  della “Muti” irruppero nella trattoria di Daniele Richini, arrestarono il proprietario (che fu deportato a Mauthausen, di dove riuscì a tornare dopo la Liberazione), Giovanni Alippi,Albino Abico, Bruno Clapiz e Maurizio Del Sale, che vi erano riuniti.
Torturati per tutta la giornata, la sera stessa i quattro giovani furono eliminati a ridosso di un muro di Viale Tibaldi, dove oggi una lapide ne ricorda il sacrificio.

Un testimone racconta 

Seviziati dalla Muti i patrioti di Porta Ticinese “Il rione popolare di Porta Ticinese aveva fama di essere un covo di “ribelli” ed i fascisti non osavano tentare pattugliamenti isolati e rastrellamenti se non in forze e con i fucili spianati. Così molti partigiani, anche quelli di altre zone e della periferia, sicuri della solidarietà di tutti gli abitanti che ad essi davano appoggi e trovavano nascondigli, venivano a finire a “Porta Cicca”. Un gruppo di patrioti (che dopo la liberazione seppi appartenevano alla 113° e 114° Garibaldi) usavano nascondere le loro armi in una osteria che allora si trovava in via Tibaldi 26, per riprenderle quando dovevano compiere qualche azione.

Il 10 agosto 1944 era avvenuto l’eccidio di piazzale Loreto che provocò sdegno in tutti, ma suscitò anche una certa impressione. Ed ecco che una quindicina di giorni dopo, mentre le camicie nere e complici andavano tronfi di avere compiuto tanto massacro, nelle vie centrali di Milano, Piazza Duomo, Via Orefici, Piazza Cordusio, Via Dante, una macchina ebbe l’ardire di percorrerle lanciando manifestini invitanti alla Resistenza, alla rivolta, additando all’odio e al disprezzo i nazifascisti. Nella mattina del 28 agosto 1944 avevo notato che circolavano certe brutte facce e mi ero ripromesso, appena mangiato, di recarmi all’osteria per passare la voce di stare in guardia.

Quando però vi giunsi appresi che alle 13 un forte nerbo di fascisti si era presentato e, sorpresi quattro giovani, li avevano arrestati. Un quinto, al momento dell’arresto, si trovava nel cortile del caseggiato e miracolosamente così fu salvo. Gli arrestati erano proprio i quattro che avevano percorso le vie della città lanciando manifestini. Immaginarsi il gran parlare di tutto il rione, le discussioni e persino si accennò a delazione di una spia.

Fatto sta che verso le 18,30 di quel giorno, automezzi carichi di quelli della milizia invasero via Tibaldi e vie adiacenti: mitra imbracciati e rivoltelle in pugno fecero chiudere tutti i negozi, i passanti costretti ad entrare nei portoni subito sprangati; minacce a coloro che erano alle finestre e ordine di chiuderle. Dapprima un po’ di confusione, un fuggi fuggi generale, qualche strillo di donna, poi tutto cadde nel silenzio, un silenzio di morte; il grande viale deserto e i fascisti che scrutavano da ogni parte accennando a sparare. Anch’io avevo dovuto abbassare la saracinesca del negozio, ma da una fessura potei assistere a quanto stava avvenendo e ritengo di essere stato uno dei pochissimi che poterono osservare l’orrendo eccidio.

Pochi minuti dopo la milizia era divenuta padrona della strada deserta, vidi giungere un camion, dal quale fecero scendere i quattro arrestati. Dovettero sorreggerli, tanto erano stati seviziati, che non riuscivano a fare un passo. Furono allineati al muro, anzi appoggiati contro il muro dell’osteria, con il viso rivolto verso gli assassini. Non vi fu alcuna lettera di sentenza, una decina di brigatisti neri che avevano in testa un berretto rotondo comandati da uno che aveva dei gradi, imbracciarono i mitra a non più di tre metri di distanza.

All’ultimo momento, quando il comandante ebbe ordinato il fuoco, uno degli arrestati trovò la forza di voltare il viso contro il muro e farsi il segno della croce. Bastò una sola scarica, data la breve distanza e caddero. L’ufficiale si avvicinò ai corpi straziati sferrando dei calci, notò che qualcuno respirava ancora. Si fece dare da uno dei carnefici un mitra e nuovamente sparò sui morti.

Dopo risalirono sul camion e partirono. Dai cortili, le scariche avevano impaurito gli inquilini, si udivano pianti e grida. Gli altri fascisti che avevano presidiato la strada, permisero che fossero riaperti negozi e portoni, si raggrupparono, armi alla mano, nei pressi del mucchio dei cadaveri, impedendo di avvicinarsi. I martiri furono lasciati sul marciapiede arrossato di sangue che a piccoli rivoli scendeva fin sulla strada.

Rimasero al sole di agosto con le mosche che ronzavano, fra lo sbigottimento, l’orrore, l’odio che aumentava sempre più, sino a sera inoltrata.”

Fonti:

lombardia.anpi.it

anpi.it

lettere di condannati a morte della Resistenza

 

 

 

 

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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