Mario De Maria detto Adler (Nomi di battaglia Ragazzo, Edoardo)


Nasce il 30 agosto 1925 a Molinella. Renitente alla chiamata alle armi nellʼesercito della Repubblica Sociale Italiana, viene inviato in un battaglione di renitenti a Firenze poi ad Anzio (Roma). Riusce a fuggire nel gennaio 1944, quando sbarcano gli alleati, ritornando a Molinella, dove, aiutato dalla madre cerca di mettersi in contatto con gli antifascisti ed i partigiani.

Su suggerimento di Luciano Romagnoli e tramite Dalife Mazza, venne impegnato, dallʼ8 marzo 1944, in una stamperia clandestina della federazione del Partito Comunista Italiano di Bologna. Nel locale resta rinchiuso, quasi ininterrottamente, 14 mesi, lavorando alla stampa dei vari periodici e fogli volanti editi nello stesso periodo.

I suoi ricordi

Dopo l’8 settembre 1943 fui fra i primi a essere chiamato alle armi per l’esercito di Graziarli. Renitente alla leva, fui inviato a viva forza a Firenze e colà, formato un battaglione di renitenti (circa 800 giovani della classe 1925, emiliani e toscani) dalle autorità repubblichine venimmo consegnati alla « Todt » tedesca e inviati, il 7 gennaio 1944, insieme a prigionieri russi e cecoslovacchi, a costruire una specie di « vallo Atlantico » sulle cose tirreniche, tra Fiumicino e Anzio.

Una decina di giorni dopo l’inizio del nostro lavoro vi fu lo sbarco alleato ad Anzio a circa dieci chilometri da dove si trovava il nostro battaglione.

Subimmo un bombardamento aereo-navale. Decimati (cifre esatte non ne ho mai avute, ma credo che quasi due terzi siano periti), io scappai assieme ad altri otto e dopo un viaggio più che avventuroso attraverso mezza Italia occupata dai tedeschi, dopo quindici giorni arrivai a casa. Di nascosto, assistetti persino all’annuncio dato a mia madre da parte di due carabinieri che il loro figlio era rimasto disperso a Anzio. Dopo alcuni anni seppi che erano rimasti inquadrati nel mio battaglione, dopo lo sbarco, un centinaio di uomini e gli altri erano scappati o periti, così, non potendo controllare i morti e i fuggiti, fummo dati tutti per dispersi.

Mia madre si mise subito in contatto con i dirigenti antifascisti di Molinella per organizzare la mia partenza per raggiungere i partigiani. Dovevo andare nel Bellunese, ma poi, all’ultimo momento, alcuni comunisti, saputo da Luciano Romagnoli, mio compagno di caseggiato e di giochi, che ero tipografo, mi fecero incontrare con Dalife Mazza, allora responsabile della stampa del partito comunista, e dopo un lungo colloquio fu deciso che sarei servito di più a Bologna che nel Bellunese. Così l’8 marzo 1944, accompagnato da Vincenzo Masi, entravo nella tipografia clandestina del partito comunista.

Cominciava così, con alterne vicende e poche uscite all’aria aperta, una volontaria reclusione che sarebbe durata ben 14 mesi, fino al 21 aprile 1945.

Dopo un inizio abbastanza tranquillo della mia attività di tipografo clandestino, mentre si stavano organizzando i primi scioperi primaverili e noi stampavamo giornalini e volantini, capitò il primo incidente.

Ma è meglio che prima spieghi un po’ come si svolgeva il nostro lavoro.

Mazza, come responsabile, mi portava gli originali, io stampavo e Masi, finita la stampa, la portava fuori e si incontrava con le staffette e a queste consegnava la stampa ed esse la portavano a destinazione. Io lavoravo, mangiavo e dormivo nell’appartamento senza quasi mai uscire. Masi mi portava da mangiare salumi, sottaceti e soprattutto pane a volontà, che racimolava dai fornai e a me veniva portato in quantità tale che durava anche più di un mese: l’ultimo non era soltanto duro come pietra, ma aveva anche un dito di muffa.

Non era ancora trascorso il mio primo mese, dunque, che il 2 aprile 1944 veniva arrestato Mazza. Immediatamente abbandonammo, per motivo precauzionale, l’appartamento e fui accompagnato da Masi e da una staffetta in un appartamento abbandonato in un palazzo mezzo diroccato dai bombardamenti, nella Bolognina. La prima notte in quell’appartamento fu la più movimentata.

Stavo cercando di dormire sopra un divano, in cucina, vicino all’uscio dell’ingresso, quando su per quella scala tutta ricoperta di calcinacci e vetri rotti si sentirono dei passi. Ero solo in quel grande palazzone e credetti che fossero i fascisti che in un qualche modo avessero imparato che io fossi lì nascosto.

Poi capii che non si trattava di poliziotti, ma di « sciacalli » che penetravano in questi appartamenti abbandonati per razziare tutto quanto era possibile. Si sentiva parlare, si davano la voce e dopo una prima spallata all’uscio dell’appartamento che resistette bene, li sentii proseguire per le scale. Ma dopo un po’ ridiscesero ed uno si fermò alla mia porta e con un martello e scalpello si mise a smantellare il mio uscio, così almeno a me sembrò. Le cose si mettevano male e io ero solo. Mi preparai a ricevere degnamente l’intruso. Seduto sul divano con la pistola in pugno aspettavo che da un momento all’altro la porta cedesse.

In quegli attimi, che mi sembrarono ore, rimuginavo quello che avrei fatto, dove sarei corso dopo il fatto. Poi, all’improvviso, smise il martello, dei passi si allontanavano e la porta non cedette. Fu molto lunga quella notte, non riuscii ad addormentarmi e accolsi le prime luci dell’alba con sollievo. Feci un’ispezione per vedere i danni subiti dalla porta e mi accorsi allora che quella gente aveva tanto martellato per rubare una targa di ottone col nome dell’inquilino che occupava quell’appartamento (sulla targa c’era un nome: Garuti). Le notti successive furono più tranquille, tranne qualche allarme. Una staffetta una volta al giorno mi portava da mangiare, finché la vigilia di Pasqua mi fu ordinato di tornare alla mia « base » di via Begatto.

L’arresto di Mazza fu dovuto al caso; quale ex carcerato politico, era stato riconosciuto da un fascista, ma della sua attività i fascisti non erano al corrente e così potemmo tornare al lavoro e recuperare il tempo perduto.

Lavoravo a pieno ritmo, stampavo volantini e alcuni giornalini, proclami e anche documenti falsi che appena finiti uscivano dalla tipografia alla stessa maniera.

Ora gli originali li portava Giovanni Bottonelli che aveva sostituito Mazza dopo il suo arresto. Per evitare che la macchina, una vecchia « maniglia », facesse del rumore, Bottonelli applicò della gomma in tutti i punti possibili, ma il rumore era sempre troppo forte e certamente quando suonava l’allarme e c’era un bombardamento, era il momento migliore per fare andare la macchina al massimo (il motore erano le braccia). L’attrezzatura della stamperia consisteva oltre alla citata « maniglia » (formato 18 x 25), di pochi margini e filetti di ottone e 5 casse di caratteri, 3 di « bodoni » e 2 di un « bastoncino » abbastanza moderno. Appena finito di stampare dovevo scomporre in cassa i caratteri per poter comporre i volantini successivi. Col passare del tempo ci si richiedeva un lavoro più vario e allora si ricorreva per alcuni titoli ai tipi in dotazione all’altra tipografia e per fare le testate dei giornalini « L’Ardimento » della 7a Brigata GAP, e « L’Attacco », organo delle SAP provinciali, i caratteri furono « racimolati » in qualche tipografia. « Racimolare » era il lavoro di Masi. La carta da stampare era portata dentro già tagliata in quattro o cinque formati diversi e di diverso colore (da dove essa venisse e dove fosse tagliata questo non lo so: si lavorava a scompartimenti stagni per ragioni precauzionali).

Del carattere più adoperato, un corpo 10 « bodoni », mancava la lettera P maiuscola. Il problema fu risolto tagliando una gamba alla R. A chi voglia ben osservare gli stampati usciti da via Begatto si accorgerà di questa operazione, per forza di cose, non ben riuscita. Ai primi di luglio del 1944, nell’altra tipografia del partito comunista, posta sotto il ponte di via Bengasi, venne a mancare, per malattia, un operaio e allora si decise che di giorno io andassi ad aiutare Bigi (Vito Casadei). Dopo quella settimana di uscita giornaliera non uscii più dalla mia « base » fino alla mattina del 21 aprile dell’anno dopo.

Il 30 agosto 1944, quando compii i 19 anni, i compagni mi fecero una sorpresa, forse perché ero il più giovane di tutto l’apparato clandestino. Mi portarono un pranzo a base di tagliatelle, pollo, dolce e anche una bottiglia di vino, ma ne bevemmo solo un bicchiere, e il resto mi servì più avanti come aceto per condire le quasi quotidiane insalate.

Il lavoro aumentò e allora il partito decise di darmi un aiutante. La scelta cadde su un anziano operaio della « Sabiem » (Del Pin) che rimarrà con me fino alla liberazione. Sarà lui che mi porterà da quel momento in avanti da mangiare portandolo da casa sua tutte le mattine e da allora un piatto di minestra quasi una volta al giorno non mi mancherà.

Gli alleati si avvicinano a Bologna, i partigiani si preparano alla battaglia finale e anche noi ci prepariamo a dare il nostro contributo. Alla fine di settembre Bologna subì quello che sembrava il bombardamento che precludeva l’attacco decisivo. Il 7 novembre vi fu la battaglia di porta Lame. Poi, invece dell’avanzata alleata, venne il proclama di Alexander. Dovemmo aumentare ancora il nostro lavoro per controbattere l’effetto del suddetto proclama. Così trascorse l’inverno 1944-45. Due tentativi di occupare il mio appartamento da parte dei vigili urbani per sistemare sfollati la prima volta, e per conto del padrone di casa la seconda, furono sventati. Le ultime settimane prima della liberazione la famiglia Casadei venne sistemata nel mio appartamento.

Fonti

LUCIANO BERGONZINI – LUIGI ARBIZZANI – LA RESISTENZA A BOLOGNA – TESTIMONIANZE E DOCUMENTI – VOLUME II – LA STAMPA PERIODICA CLANDESTINA – Istituto per la Storia di Bologna – 1 9 6 9

Dizionario biografico D – L di Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1986

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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