Mariano Girotti


Nasce il 14 settembre 1882 a Castiglione dei Pepoli. Dopo aver frequentato la scuola, inizia a lavorare facendo vari lavori lʼorologiaio e, poi, dal 1900, lʼimpiegato postale. Figlio del «legale» di pretura che era anche un facoltoso bottegaio, sedicenne abbraccia lʼideale socialista da un lato destando scandalo e da un altro entusiasmo e fiducia tra i montanari del luogo che lavoravano la terra strappata al bosco, tagliando legna per farne carbone, emigrando ogni autunno in Maremma e in altre regioni dʼItalia, o allʼestero per fare i minatori e i tagliaboschi.

Fonda la sezione socialista di Castiglione deʼ Pepoli diventando propagatore dellʼorganizzazione in tutti i comuni montani circostanti. Il 1° Maggio 1906 viene arrestato per aver guidato un corteo di giovani che manifesta per le vie del paese; processato e condannato a 60 lire di multa, sconta la pena con 6 giorni di carcere, ammanettato con i «ferri di campagna».

Fonda leghe di categoria e associazioni politiche. E’ stato consigliere comunale dal 9 agosto 1906. Nel 1910 viene schedato. Eletto sindaco il 16 marzo 1916, viene rieletto nella carica dopo le elezioni del 1920. Dopo aver resistito alla violenza fascista, fu dimesso da sindaco per decreto reale, il 13 gennaio 1921. Nel frattempo è dirigente dellʼorganizzazione sindacale. Nel «biennio rosso» guida i lavoratori nelle battaglie per le otto ore di lavoro, per estendere lʼoccupazione e per conquistare migliori contratti di lavoro nelle imponenti imprese di costruzione del bacino idroelettrico del Brasimone e della più lunga galleria della ferrovia «direttissima» fra Bologna e Firenze. Per la tenacia e lʼintelligenza dimostrata viene chiamato il Lupo dellʼAppennino. Eletto consigliere provinciale nellʼautunno 1920, ma, a seguito dello scatenarsi del fascismo, dopo lʼeccidio di palazzo dʼAccursio, non sedette mai in consiglio.

Passa al Partito Comunista Italiano fin dai primi momenti di fondazione. Licenziato dalle poste, perseguitato e arrestato ripetutamente, è costretto a emigrare. Vive in Francia, in Belgio e nel Principato di Monaco, insieme a tanti altri concittadini castiglionesi, fortemente legati dalla comune origine.

Svolge ogni specie di lavoro per poter vivere. Nel maggio 1940 rimpatria, per evitare la deportazione nei campi di concentramento dei Pirenei: viene fermato a Ventimiglia (IM) e arrestato. I fascisti gli impedirono il ritorno a Castiglione deʼ Pepoli. Peregrinò in varie città italiane incontrando notevoli difficoltà a trovare un lavoro.

Le sue memorie

Nella primavera del 1896 si svolse una « marcia della fame » che partì da Baragazza diretta a Castiglione de’ Pepoli. Si trattava di una colonna di un centinaio di operai con uno straccio rosso per bandiera: protestavano per mancanza di pane e di lavoro. Alla testa della colonna dei « baragazzini » c’era Tito Fabbri. Noi di Castiglione andammo incontro alla colonna che trovammo al bivio della strada per Firenze. Poi tutti insieme venimmo in paese e qui cominciò l’assalto ai due panifici. I proprietari, visto come stavano le cose, distribuirono tutto il pane che avevano e poi la colonna andò in Municipio e, non essendoci il sindaco, andarono sotto la porta di casa del sindaco, che era un clerico-liberale, e minacciarono di sfondare la porta. Arrivarono i carabinieri e allora il corteo si sciolse e i poveretti si accontentarono del pane.

La situazione nella zona era disperata. Si pensi che il sale veniva distribuito gratuitamente alla popolazione allo scopo di evitare la « pellagra » che era la malattia più diffusa e che mieteva la vita anche dei più giovani. Il cibo fondamentale era formato da farina di castagne e da un po’ di farina gialla che veniva dalla Toscana. Il pane era un rarità. La maggior parte degli uomini facevano i boscaioli e andavano a fare la campagna in Sardegna e in Maremma. Andavano a Gavorrano e Grosseto a piedi, con un sacco in spalla e l’accetta in mano.

Il giorno dopo la marcia dei « baragazzini » arrivarono i carabinieri e i poliziotti a cavallo e il sindaco dal balcone, quando li vide arrivare, gridò al popolo: « Ecco il grano, è giunto il grano per voi! » poi cominciò la rappresaglia e i carabinieri fecero a Baragazza numerosi arresti e i poveretti furono trascinati a San Giovanni in Monte, a Bologna.

Il malcontento continuò nel comune e in tutta la zona anche perché il sindaco e le autorità comunali erano arrivate persino a farsi pagare abusivamente anche il passaporto per l’interno, che era necessario per andare fuori del comune per lavoro. L’agitazione ebbe un risultato poiché fu aperta un’inchiesta la quale portò all’arresto del segretario comunale e all’emissione di un mandato di comparizione contro il sindaco che poi fu trovato morto nella sua stanza da letto il giorno seguente e si disse che si fosse ucciso.

Ricordo anche che fra il 1907 e il 1911 il ministro liberale Rava venne più volte a Castiglione ed era abitudine delle autorità in quelle occasioni di aprire le osterie agli elettori perché tutti bevessero vino gratis. Nelle frazioni portavano delle damigiane di vino e una volta accadde che un lavoratore ruppe la damigiana con una bastonata gridando: « Basta col vino, vogliamo pane e lavoro! ».

Dopo questo fatto io mi adoperai per la costituzione a Castiglione, a Baragazza e a Lagaro delle prime sezioni socialiste della montagna bolognese. Le sezioni si rafforzarono subito e, nel 1908, durante la costruzione del bacino del Brasimone e relativa centrale elettrica, il movimento si sviluppò dal punto di vista sindacale. All’inizio, al Brasimone, gli operai lavoravano senza contratto e senza limiti d’orario e allora io costituii un primo ufficio di collocamento che si sviluppò poi coi lavori del grande tunnel della « Direttissima ».

Per avere un contratto di lavoro e un orario noi dovemmo organizzare uno sciopero che si estese anche ai cantieri della « Direttissima ». Prima dello sciopero le paghe erano diseguali e miserabili: lavoravamo 12-14 ore al giorno per 4 o 5 lire.

Dopo lo sicopero, che durò 40 giorni e che ebbe esito felice, vi fu un contratto con l’ufficio di collocamento, il lavoro e le assunzioni furono regolate e furono persino pagati gli arretrati ai lavoratori in relazione alla tariffa.

Per evitare il successo dello sciopero le autorità locali, in accordo con le imprese, tentarono tutti i mezzi: mi arrestarono più volte, anche perché tenevo convegni ed adunanze e poi tentarono anche di corrompermi. Un giorno mi chiamarono in ufficio, molto gentili, per chiedermi di fare una statistica della manodopera iscritta all’Ufficio di collocamento, cosa che io feci e quanto portai la statistica mi diedero una busta: io la aprii e dentro vidi che c’erano molti biglietti da mille, una cifra allora altissima. Io rifiutai la busta dicendo che se avessero ritentato avrei rotto loro le ossa. E dissi anche che i soldi dovevano darli agli operai che li avevano già guadagnati e uscii indignato dalla stanza.

Dopo il successo dello sciopero vi fu a Castiglione una gran festa e furono alzate le bandiere socialiste. L’entusiasmo giunse al culmine quando nel 1911, alle elezioni, il comune di Castiglione fu conquistato dai lavoratori e io fui eletto sindaco.

Al termine della prima guerra mondiale nella zona di Castiglione si formarono delle cooperative di lavoro e vennero a conflitto con le nostre cooperative; quella diretta dai « popolari » e quella degli ex combattenti. Noi rispettavamo le tariffe e gli altri no e allora io organizzai un comizio a Lagaro e con me, in contraddittorio, venne l’on. Bertini, deputato del partito popolare. A un certo momento si scatenò una violente rissa, provocata dai popolari. La rissa durò tre ore, la forza pubblica non intervenne sebbene molti fossero armati. Io, che allora ero sindaco, interruppi più volte il comizio per battermi nella zuffa e disarmai tre dei più feroci dimostranti prendendo loro una baionetta, una vendetta corsa e uno stile da ardito. In un comizio successivo, al quale intervennero dei deputati socialisti Roscani ed Emiliani, noi assorbimmo nella nostra cooperativa anche i soci delle cooperative avversarie.

Durante il fascismo noi fummo sempre in lotta. Cominciammo respingendo diverse spedizioni punitive. Vi furono anche degli scontri gravi. Io fui arrestato tre volte. Una volta, mi portarono nelle carceri di San Giovanni in Monte, mi trasferirono a Vergato e poco prima di mezzanotte i fascisti entrarono nella mia cella e tentarono di uccidermi: ma la cella era piccola e mi difesi e gridai e richiamai l’attenzione della guardia e così mi salvai.

Ritornato a Castiglione i fascisti volevano che io consegnassi loro il comune e io mi rifiutai e allora mi fecero piantonare per 15 giorni e poi mi portarono via coi carabinieri, di notte, poiché il popolo era indignato per il trattamento che mi facevano. Nel 1921 mia madre fu colpita da paralisi in seguito allo spavento per la vita che si faceva e io tornai a casa e i fascisti vennero all’assalto della mia casa e fui salvato dal questurino che era addetto alla mia sorveglianza. Quando tornai a Firenze il prefetto mi chiamò ingiungendomi di lasciare l’attività politica e promettendomi un mensile fisso: probabilmente ciò era dovuto ad un interessamento di Michele Bianchi e dello stesso Mussolini che erano stati, in gioventù, miei compagni ed anche amici. Il mio diniego causò l’inizio di una lunga e tormentata emigrazione che terminò solo nel 1940.

Fui in Francia, nel Lussemburgo, in Olanda, in Belgio, a Monaco, e per guadagnarmi la vita ho fatto l’orologiaio, l’orefice, il tipografo e dappertutto fui espulso ed era un continuo cambiare sede.

Nel 1939 fui arrestato a Nizza.

Rientrato in patria, a Ventimiglia fui arrestato e finalmente giunsi a Castiglione e poi di nuovo finii nella questura di Bologna, ma solo per un interrogatorio.

Poi lavorai al « Baglioni » come controllore del personale, poi a Roma addetto alla distribuzione dei pacchi ferroviari in città e poi di nuovo a Bologna, durante la guerra, impiegato nei Centri latte.

Non potei più tornare a Castiglione perché ero conosciuto da tutti e poi anche per il fatto che nel settembre del 1944 il fronte si stabilizzò tra Vado e Bologna. Ebbi però frequenti contatti con gli antifascisti e la Resistenza a Bologna e nel luogo di lavoro. Nella sede del Centro latte c’era anche una « base » partigiana.

Più volte gli amici partigiani di Castiglione venivano a trovarmi e chiedere consigli e così non è venuto meno il contatto con i miei compagni della montagna.

Fonti

Dizionario biografico D – L – Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1986

LUCIANO BERGONZINI – LA RESISTENZA A BOLOGNA – TESTIMONIANZE E DOCUMENTI – VOLUME I – Istituto per la Storia di Bologna – 1967

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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