Inizia la strage 29 settembre 1944 Marzabotto


Tratto dal libro di Renato Giorgi – La strage di Marzabotto pubblicato nel 1954 il capitolo dedicato alla strage.

Il 29-30 Settembre ed il 1 Ottobre furono i giorni più terribili della carneficina, ma continuò anche poi: alcuni per ventura scampati, stanno ancora oggi a testimoniare la verità su quanto allora accadde.

Dalle strade prossime e dalla ferrovia, molti sono corsi su verso Casaglia, e con la popolazione del luogo si sono rifugiati in chiesa a prendere conforto dalle parole del Parroco, Don Ubaldo Marchioni che recita il Rosario sull’altare ; nella chiesa in penombra, la massa inginocchiata bisbiglia le parole della fede e della speranza.

Irrompono i nazisti, una raffica si alza sopra le grida della gente: Don Ubaldo Marchioni cade sulla predella dell’altare, colpito a morte.

Tutti gli altri vengon buttati fuori della chiesa ed ammassati nel cimitero.

Solo una povera donna non può uscire perchè paralizzata alle gambe : Vittoria Nanni. Farà compagnia a Don Marchioni, massacrata nel mezzo della chiesa, mentre disperata urla ed annaspa invano con le braccia per l’aria, inchiodata alla sua seggiola.

Enrica Ansaloni e Giovanni Betti son riusciti non visti a rifugiarsi nel campanile, e forse ancora sperano : sono scovati e massacrati sul posto.

Gli altri, nell’angusto cimitero di montagna, che sembra abbandonato perchè di rado accade che si debba spalancare il cancello di ferro battuto roso dalla ruggine, stipati ed accavallati contro le lapidi, le croci di legno e le tombe, vengon falciati dalle mitraglie e fatti bersaglio delle bombe a mano.

Sono così sterminati 28 nuclei famigliari comprendenti 147 persone di cui 50 bambini.

Filippo Pirini perde 7 Agli, così Agostino Daini, Ernesto Gherardi, Luigi Piretti, Giulio Ruggeri, Giuseppe Soldati e Romano Tedeschi soffrono il massacro di tutti i famigliari.

Sisto Mazzanti e Primo Vannini scompaiono con tutta la famiglia.

Quando, dopo lungo tempo, le bombe naziste han finito di dilaniare corpi e sconvolgere tombe, in un punto il rigido ammasso scomposto si muove e s’alza in piedi, illeso, un bimbo di sei anni, della famiglia Tonelli : guarda in giro, non vede nazisti e grida a voce alta, verso i morti, incitando a fuggire, a mettersi in salvo.

Da sotto il cumulo dei morti esce una fanciulla ferita, Lucia Sabbioni, che prima di allontanarsi invita il Tonelli a seguirla.

« Io resto » — risponde il bimbo, voglio morire con la mia mamma ! » e si accosta alla madre riversa tra i cadaveri di altri 5 figli. Il piccolo Tonelli poco dopo cadrà colpito da una granata.

Dal massacro si salvò anche un’altra giovinetta, Lidia Pirini di anni 15, che così riferisce la propria tragica avventura.

« Era il 29 Settembre, alle ore 9 del mattino.

Alla notizia dell’arrivo dei nazisti, avevo preferito fuggire a Casaglia, sembrandomi Cerpiano luogo meno sicuro.

Abbandonai così i miei famigliari, e non ero con loro quando li massacrarono. Infatti mia madre ed una sorella di 12 anni, otto cugini e 4 zie furono massacrati il 29-30 Settembre in Cerpiano. Il 29 li ferirono soltanto, il 30 i nazisti tornarono a finirli.

Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perchè si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare.

Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, era piena per metà, e Don Marchioni cominciò a recitare il Rosario.

Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare : allora non me ne accorsi, e adesso riferisco solo quanto ricordo.

Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia.

Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire e si misero di qua e di la dalla porta con i mitra puntati.

Ci fecero uscire tutti in mezzo a loro e ci condussero al cimitero : dovettero scardinare il cancello con i fucili perchè non riuscivano ad aprirlo.

Ci fecero ammucchiare contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro s’erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira.

Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare.

Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta.

Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere ; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perchè la testa restava fuori.

Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre più.

Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura.

Venne la sera, venne la notte, io stavo sempre là sotto senza rischiare a gridare o lamentarmi, perchè avevo paura, anche se il dolore alla coscia si era fatto insopportabile e non riuscivo più a respirare per quelli che mi stavano sopra.

Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti, così passò la notte e quasi tutto il giorno del 30. Sul tardo pomeriggio arrivò finalmente un uomo a cercare i famigliari: li trovò tutti massacrati e anche una parente ferita che trasportò fuori dal mucchio dei cadaveri.

Lo chiamai e mi venne vicino, « tutti morti mi disse, moglie e figli tutti morti ».

Mi dimenticai di chiedergli che mi tirasse fuori dalla mia posizione, nè a lui venne in mente di farlo.

Lo pregai però di tornare ad aiutarmi, dopo aver soccorso la sua parente; promise di farlo, purché non avesse avvertito la presenza dei nazisti. Così se ne andò ed io stetti ad aspettare.

Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero ».

Ancora sui fatti di Casaglia, parla Elena Ruggeri che vi perdette la madre, una sorella di 16 anni, due zii e due cugini, Augusto di 14 e Lina di 6 anni.

« Allora avevo 18 anni, essa dice.

Il 29 Settembre alle ore 9 circa arrivarono le S.S.

Scappammo in chiesa, dove pensavamo di essere rispettate, tanto più che eravamo tutte donne e bambini perchè gli uomini validi erano per le macchie.

Il Parroco diceva il rosario. Di noi, chi pregava e chi piangeva. Avevamo chiuso la porta della chiesa.

I nazisti arrivarono e cominciarono ad urlare e battere con furia contro la porta, credo anzi che la buttarono giù.

Quando sentimmo i colpi contro la porta, io, una zia e Giorgio Munarini, un cuginetto di 13 anni che si era aggrappato alle nostre mani, scappammo in sacrestia, di dove, dietro una colonnina di fronte alla porta che dava sulla chiesa, assistemmo a quello che vi accadeva.

S’erano messi ai lati della porta della chiesa, facevano uscire tutti e li picchiavano ridendo, mentre passavano in mezzo.

Il Parroco che sapeva il tedesco, parlò con 2 di loro, ma dall’espressione della sua faccia noi capivamo che non c’era nulla da fare ; continuavano a ridere mostrando il mitra, e, poiché il Parroco insisteva, lo uccisero con una raffica sopra l’altare.

Avevo messo una mano sulla bocca di mio cugino Giorgio per paura che gridasse.

Ammazzarono anche una vecchia paralitica che non si poteva muovere.

Fuggimmo alla disperata dalla sacrestia nel bosco, lontano un centinaio di metri: ci videro mentre si correva, ci spararono e gettarono anche delle bombe a mano per fortuna senza colpirci.

Nel bosco ci sentimmo più sicuri perchè si sapeva che non sarebbero venuti ; avevano sempre avuto un terrore folle del bosco; c’era anche un sentiero poco lontano, neppure 30 metri, ma non si azzardarono a venire.

Dal bosco vedemmo che fecero andare tutti verso il cimitero vicino alla chiesa dopo aver scardinato il cancello a spallate aiutandosi con i fucili.

Dal nostro posto vedevamo dentro al cimitero.

Dopo un quarto d’ora che li avevano messi contro la cappella, aprirono il fuoco con le mitraglie e gettarono anche delle bombe a mano.

Sparavano molto basso, per colpire i bambini.

Appena finito il massacro, se ne andarono.

Alle 4 del pomeriggio entrai nel cimitero a cercare i miei, ma non li trovai perchè erano sotto il mucchio dei morti.

Da un angolo della cappella mi chiamò mia cugina Elide Ruggeri, ferita ad un fianco : era con una zia che aveva le gambe fracassate e morì dopo 3 giorni.

Giunse intanto mio padre che al mattino s’era, rifugiato nella macchia e salvò mia cugina.

Alle ore 11 erano arrivati alcuni partigiani che riuscirono a portare al sicuro dei feriti.

Noi tre stemmo nel bosco per 3 giorni e per 3 notti.

Mio padre e mio zio furono uccisi tre giorni dopo, anch’essi a Casaglia ».

Sempre a Casaglia, in località Casa Beguzzi, le famiglie Armaroli, Benassi, Cerà, Nanni, Paselli e Pa-driali, ammassate di fronte alla mitraglia cadono in numero di 38 tra cui 6 bambini.

A Caprara di Marzabotto, per timore che taluno possa fuggire, non volendo d’altra parte perdere tempo in assassinii isolati, i nazisti pensarono di legare le persone man mano rastrellate, e quando il numero pareva sufficiente, tutto il gruppo era stretto dalla corda, come un covone di grano, e del gruppo mitraglie e bombe a mano facevano strage.

Legati assieme da una grossa fune, 16 donne vennero trovate trucidate. Una di esse stringeva ancora al corpo una creaturina di pochi mesi.

Presso la famiglia Moschetti, i nazifascisti arrivarono quando una giovine donna aveva appena dato alla luce la sua creatura, l’aveva baciata sugli occhi e la bocca, stava per adagiarla vicino a sè tra le lenzuola, e dormire, quando si sentirono i nazifascisti sparare e buttare bombe sotto casa.

Aiutata dalla madre, la giovane saltò dal letto e cercò scampo, con il neonato stretto tra le braccia.

La madre cadde subito, abbattuta sulle scale di casa.

La giovane correva, per il campo, insensibile al dolore che ancora le straziava le viscere, correva disperata cercando con gli occhi fra la terra e le cose amiche il rifugio per la vita del figlio, che tra le sue braccia sommesso faceva udire i primi vagiti come un pigolio: la raggiunsero e l’uccisero sotto la vigna, mentre il neonato, buttato in aria, era bersaglio ai loro fucili.

Molta della gente di Caprara di Marzabotto viene rastrellata e rinchiusa nella locale osteria dove i nazisti la massacrano con le bombe a mano e poi la distruggono con i lanciafiamme.

I caduti sono 107 di cui 24 bambini.

Cercano di salvarsi Vittorina Venturi e la madre, saltando da una finestra. Invano, entrambe sono subito falciate.

Tonelli Antonio perde tutti i 15 componenti la propria famiglia, di cui 10 bambini.

Anche Quirico Lanzarini, Celso Lanzarini e Giulio Ventura vedono massacrata tutta la famiglia, così molti altri di cui mai si potè avere notizie.

La moglie e 4 figli di Gaetano Venturi cadono nel massacro con la nuora e le nipotine: dopo la liberazione il Ventura ritroverà anche i cadaveri di altri due figli che sempre aveva creduto salvi.

Leandro Lorenzini racconta di avere allora perduto il padre ed il figlio di 15 anni.

« Il padre lo uccisero subito, il primo giorno del rastrellamento, il figlio il 10 Ottobre, con quelli di S. Giovanni.

Particolari della strage e cosa facevano i nazisti, non sono in grado di dire, se con loro c’erano anche quelli della Repubblica Sociale, non lo so : so soltanto che quando mi accorsi che ammazzavano tutti, mi buttai in fondo a un fosso e riuscii a tirarmi dietro anche mia moglie.

Nascosti dentro all’acqua, li vedemmo passare vicino a noi, quasi ci toccavano. Non ci videro, per fortuna nostra.

Fosse stato così anche per il padre e il figlio. Ecco quello che so.

Dopo la liberazione tornai a Caprara per lavorare la mia vigna. Capitai sopra una mina, ce n’erano tante. Così adesso mi tiro dietro la gamba di legno ».

Ancora sui delitti di Caprara, depone Roberto Carboni. Egli, fatto raro per un abitatore dell’acrocoro, non lamenta alcun famigliare caduto.

« Verso le 10 del mattino si cominciarono a sentire gli spari in molte direzioni e per i monti si vedevano case in fiamme e grandi fumate nere.

Nei precedenti rastrellamenti, i nazifascisti avevano sempre catturato solo gli uomini per deportarli o fucilarli ; avevano anche bruciato case, ma rispettato le donne e i bambini.

Perciò quella mattina, quando ci rendemmo conto della presenza dei nazifascisti, noi uomini validi decidemmo di nasconderci, ma per la sorte delle donne e dei bambini, pensammo di non doverci preoccupare.

Quindi noi uomini corremmo nella macchia, perchè tutti si sapeva che là i nazifascisti non sarebbero venuti, avevano una gran paura ad inoltrarsi tra le piante.

Fin che ci furono nazifascisti nelle vicinanze, cioè per ben 5 giorni, rimasi nascosto.

Quando finalmente tornai, mi si presentò la casa bruciata ed in parte crollata.

Davanti a casa non c’era nessuno, ma come entrai in cucina, dopo essermi fatto strada tra le macerie, la trovai piena di cadaveri accatastati, erano 44, tutte donne e bambini, parte li conoscevo perchè erano miei vicini, altri erano gente di Villa Ignano, Sperticano ed altri luoghi.

Li avevano tutti ammucchiati in cucina, poi dalla porta aperta che dava sulla strada, li avevano massacrati con la mitraglia e le bombe a mano.

Impossibile scappare, perchè di fuori stavano in agguato e chi provò fu ributtato dentro a colpi di fucile, come si capiva da alcuni cadaveri che facevano mucchio proprio sotto la finestra.

A vedere quella quantità di morti, si pensava che doveva essere stata una cosa tremenda, per lo più erano uno sopra all’altro contro la parete di fronte all’uscita, segno che spingevano da quel lato nell’ultima disperata illusione di trovare scampo, di fuggire davanti alla canna della mitraglia che sparava dal vano della porta.

Poi i nazifascisti avevano minato la casa che in parte era crollata sui cadaveri.

C’erano bimbi e donne consumati dal fuoco, quando li raccogliemmo per seppellirli, le carni bruciate si sfacevano.

Riuscimmo a seppellirli tutti in una grande buca ».

Sempre in quel giorno, Maria Collina perdette 4 figli, di cui il minore una bimba di soli 4 mesi.

« Io, ricorda piangendo la donna, cercai di far capire ad un nazista, che lì c’erano solo vecchi donne e bambini, ma lui mi caccio indietro dicendo : « non importa niente ! ».

Fabbri Medardo fu rastrellato e rinchiuso in una casa di Rovecchia.

Dalla finestra assistette ad uno spettacolo agghiacciante.

Tutti i componenti la famiglia che abitava nella casa, vennero messi in riga contro il muro della stalla. Un nazista, con una grossa pistola, li uccise uno per uno, bimbi compresi. A pochi metri, una cinquantina di commilitoni assistevano impassibili.

Piangendo un bimbo si attaccò alle gambe del boia, questi se lo scrollò con un calcio e lo finì con un colpo al cranio.

A Casone di S. Martino in 18 perdono la vita : Mirka Parisini, incinta di 6 mesi, viene denudata e pugnalata nel ventre; poi le sparano due fucilate al petto; in un rifugio di S. Giovanni, 47 persone tra cui 12 bimbi e 2 suore cercano scampo. Trovarono tutti la morte più orrenda. Cadono la moglie e i 5 figli di Gherardo Fiori, i famigliari di Mario Fiori, di Edoardo Castagnari, di Giuseppe Massa, di Pietro Paselli ed altri ancora.

Al bivio tra la chiesa e il cimitero di S. Martino, i nazifascisti adoperano la benzina per distruggere i corpi di 52 persone massacrate dalla mitraglia.

Luccarini Gaetano è abbattuto e bruciato con la moglie e 6 figli, Angelo Lorenzini ha 13 morti, Augusto Casagrande 6 ; cadde anche la famiglia del Parroco Don Ubaldo Marchioni, tutti meno il vecchio padre.

« A me hanno massacrato 14 famigliari, racconta Giuseppe Lorenzini.

La moglie e 2 figli, uno di 5 l’altro di 4 anni, li fucilarono il giorno 29 Settembre a S. Giovanni, il giorno dopo a S. Martino furono assassinati dai nazifascisti mia madre, 3 sorelle, 3 cognate e 4 nipoti.

Io, buttandomi dalla finestra, ero riuscito a rifugiarmi nel bosco.

Dal bosco sentivo le grida della gente di S. Giovanni. Sentivo anche le grida degli assassini, e ce n’erano che parlavano in dialetto emiliano, ma tutti avevano i vestiti delle S.S.

Il giorno dopo a S. Martino vidi di lontano un gruppo di gente, tutte donne e bambini, con un solo uomo in mezzo che girava con una gamba offesa, sparpagliarsi di corsa per i campi a branco, ma senza una direzione precisa. Sentii dei colpi, poi i nazisti li circondarono e li raggrupparono.

Fecero presto, ve lo dico io : picchiavano sulle dita e le unghie delle mani e dei piedi con i calci dei fucili.

Li portarono proprio davanti alla porta della nostra casa, dove li fecero ammucchiare e li massacrarono tutti a raffiche di mitraglia. Poi, uno per uno, gli diedero un colpo di fucile alla nuca.

Tornarono ad ammucchiarli perchè nel morire s’erano un poco dispersi, spinsero sul posto un carro di fascine che rovesciarono sopra i morti, aggiustarono per  bene le fascine, in modo da coprire tutti i cadaveri, fuori non spuntava neppure un piede, poi diedero fuoco.

Inutile dire che anche le case furono tutte bruciate.

Della figlia di mio fratello, di 4 anni, non siamo mai più riusciti a ritrovare la testa.

Non mi volli allontanare dalla zona senza prima aver dato sepoltura ai miei morti ; sepoltura provvisoria, s’intende, così come si poteva.

Mi unii con altri scampati, alcuni facevano la guardia nei punti più opportuni, perchè i nazifascisti passavano e ripassavano sempre.

Gli altri provvedevano alla sepoltura.

Impiegammo 2 giorni a seppellirli tutti, e non dico quante volte anche noi corremmo il rischio di essere presi e massacrati.

Spari e raffiche se ne sentivano ogni momento e il fumo degli incendi c’era sempre, vicino e lontano ».

Paselli Duilio vive ora in una casa bianca, sopra un colle a fianco del ponte della ferrovia, nascosta da una macchia di grandi piante. È la casa di un tempo, ricostruita nei muri, non ancora ammobigliata, salvo qualche tavolo e poche seggiole. Nelle stanze vuote, un po’ buie per l’ombra delle piante, egli vaga solo, ricordando i suoi 10 famigliari.

« Il 25 Settembre sfollammo da casa Beguzzi, troppo bassa e vicina al fiume e alla ferrovia, e riparammo a S. Martino, che pareva più sicuro.

Il 29 mattino gli uomini scapparono tutti per timore di essere deportati.

Infatti tutte le altre volte che i nazifascisti erano venuti in rastrellamento, sempre se l’erano presa con gli uomini giovani e validi e li avevano catturati e anche fucilati ; mai avevano toccato le donne e i bambini.

Passò una prima squadra di nazisti, il giorno 29, e non fecero nulla; pensammo che anche questa volta ce la saremmo cavata solo con la paura.

Invece il 30 arrivò una seconda squadra : presero tutti quelli che poterono, li misero contro la casa dei contadini del Parroco e li falciarono con le mitraglie.

Poi li bruciarono con le fascine e con dell’altra roba che avevano loro.

Uno della famiglia Lorenzini di S. Martino, che aveva assistito al massacro, mi raccontò in seguito che mentre erano chiusi nella Parrocchia, prima di essere massacrati, una mia figlia sposata, col suo bimbo al collo, nel vedere uccidere il marito sotto i suoi occhi, si scagliò contro i nazifascisti chiamandoli vigliacchi e assassini.

Uno delle S.S. le rispose nel nostro dialetto ; essendosi subito accorto che così si era tradito, fece segno agli altri e portarono tutti fuori al massacro, anche mia figlia col bambino in collo ».

Augusto Rosa, un vecchio alto, curvo, dagli occhi sempre arrossati, ad Albergana di Cadotto ha perduto 7 famigliari.

« Ricordo, egli dice, che vennero i nazifascisti e ammazzarono tutti ! »

Aldo Gamberini racconta :

« Noi venivamo dalla Cerreta di Montorio del Comune di Monzuno, sfollati a Cadotto.

Il 29 Settembre mi alzai che ancora era buio e pioveva; mi allacciavo una scarpa nei pressi della stalla conversando con tre partigiani. Improvvisamente sentimmo delle urla dalla parte opposta della casa. I tre partigiani corsero ma si trovarono di fronte a una grande ondata di S.S., li comandava uno basso e grosso che mi parve un capitano.

Immediatamente i tre partigiani cominciarono a sparare, ma c’era troppa differenza di numero e dovettero retrocedere; sempre difendendosi presero la strada per il loro comando, io corsi a nascondermi in località Cà di Dorino, circa un Km. da Cadotto. Correndo per il campo mi spararono molte raffiche e colpi.

Mentre fuggivo, a Cadotto cominciò un forte combattimento.

Dalla posizione dove mi trovavo, non udivo nulla, neppure gli spari della battaglia tra partigiani e S.S., solo vedevo il fumo e il fuoco degli incendi.

Dopo circa un’ora e mezza che ero nel fosso, sul sentiero per Cadotto, più in alto di fianco, vidi passare una colonna di civili, quasi tutti donne e bambini, andavano in fila, avevano con sè fagotti e valigie; 6 S.S. a mitra puntati incalzavano la fila e la tenevano unita.

Guardai bene se c’erano i miei, ma non li vidi e mi sentii con più speranza. Pensai che li portavano in campo di concentramento. Dopo un poco invece, tutto d’un colpo, mi arrivò un grande urlo, sembrava una voce sola, mentre spari non ne sentii.

Li avevano massacrati tutti sotto Pornarino.

Proprio mentre passava la fila dei civili e delle S.S. mi sentii toccare ad una gamba : era Mascherino, il mio cane.

Presi paura che abbaiando mi facesse scoprire e cercai in tasca il coltello che sempre avevo con me, per ucciderlo, ma non lo trovai. Del resto non ce n’era bisogno perchè Mascherino si accucciò ai miei piedi e più non si mosse. In seguito compresi che era corso a cercarmi dopo che avevano massacrato i miei.

Pioveva sempre, del combattimento verso Cadotto non si sentiva nulla, solo vedevo intorno per i monti e le valli bruciare le case le stalle e i fienili, sentivo anche i crolli delle case tra le fiamme, e le urla delle bestie legate alle mangiatoie.

Ero combattuto tra il desiderio di correre dai miei e la paura di trovare una disgrazia.

Passai così tutta la giornata.

Verso le 10 di sera, con un buio che dovevo camminare a tasto coi piedi, arrivai a Rivabella di Cadotto dove trovai una donna che tirava acqua dal pozzo e che mi diede un pezzo di pane.

A Cadotto non tornai più, in principio perchè temevo per la sorte dei miei, poi perchè rimase tra le due linee, quella nazista e quella degli anglo-americani.

Ci ritornai solo dopo la Liberazione.

Dopo due giorni che giravo per i monti e i boschi sempre con Mascherino, andai da una mia figlia sposata che trovai sotto una galleria presso la Quercia. Mi chiese cosa sapevo della nostra famiglia. Le risposi che non avevo nessuna notizia. Allora mi disse che i nostri vicini erano stati tutti massacrati. Seppi in seguito com’era andata.

Quando le S.S. arrivarono a Cadotto, chiusero dentro tutta la gente poi diedero fuoco alla casa. Il fuoco iniziò dal basso e la gente man mano che le fiamme salivano, correvano nelle camere sopra e nel solaio.

Ciò aveva fatto una prima squadra di S.S. che però si era allontanata subito.

Quando la gente per non morire bruciata tentò di scappare dalle finestre e dalle porte, una seconda squadra di S.S. li attendeva di fuori e li fucilava.

Così perirono i miei famigliari. 7 figli di cui il maggiore aveva 22 anni ed il minore 5, la moglie, una nipotina di 30 mesi una sorella e due fratelli.

Tornai a Cadotto nel Maggio del 1945 a cercare i resti dei miei che ritrovai nel posto stesso dov’erano caduti, ricoperti da un po’ di terra.

Riconobbi mia moglie dalle scarpe e da una rebecca di lana che non s’era bruciata non so per quale caso; mia figlia maggiore la riconobbi per i denti d’oro, mio fratello per la pipa vicina alle ossa, i figli, perchè di bambini c’erano solo i miei.

Dopo 6 mesi, un altro mio bambino che non era con noi a Cadotto quel giorno, nel recarsi a Marzabotto per un documento in compagnia di Giuseppe Baldi, pestò una mina che scoppiando fece esplodere un deposito di munizioni abbandonato, in località Rivabella di Quercia.

Di lui nulla trovai, se non un pezzetto di gamba ».

Tra Cadotto, Prunaro e Steccola, 145 sono gli assassinati e nel conto 40 bambini.

Sono completamente distrutte le famiglie di Luigi Ferretti, di 9 persone, quella di Giuseppe Rossa di 7, e quelle di Marino Stefanelli, Giovanni Commissari, Giuseppe Nanni, Alessandro Chimi, Augusto Dall’Uomo, Marino Nadalini, Augusto Grani, Celso Stefanelli, e le famiglie Marabini e Mengoli, sfollate da Bologna.

Mentre in precedenza una delle sorelle, Olga, ci ha parlato del Lupo, ora lasciamo ad una altra sorella. Laura, raccontare come sopravisse all’eccidio.

« Il 29 Settembre 1944 l’Ornella venne da me dicendo che i tedeschi avevano incendiato diverse case. Non credevo. Feci una corsa su un’altura e i miei occhi non videro altro che case e fienili in fiamme.

Tutto ad un tratto sentii dei colpi e dei lamenti.

Scappai per avvertire la gente della casa dove abitavo di mettersi in salvo con la roba e il bestiame.

Anch’io cercavo di portare via qualche cosa. Ma vidi i tedeschi a poca distanza. Allora corsi per nascondermi, con Bruno che avevo con me.

La Signora Fanti mi mandò dietro sua figlia pregandomi di rimanere, tornai indietro e con altre donne e bimbi andammo in rifugio.

Eravamo in 18. Il primo nazista che spuntò dalla cantonata della casa diede una rivoltellata all’imbocco del rifugio, colpì una donna ad un braccio.

Poi ne giunsero altri, il comandante la squadra dette ordine di prenderci fuori, ci misero in gruppo di fianco al rifugio, ci portarono via tutto. Ci chiedevano se avevamo dell’oro, strappavano la fede a quelle che la avevano, gli orologi da polso, frugavano nelle borsette, fracassavano le valigie, distruggevano tutto quello che non avrebbero potuto portare con sè, si bisticciavano i fiammiferi e le sigarette.

Intanto noi, in 18, eravamo con la mitraglia puntata davanti da circa mezz’ora, già pronto il nastro delle cartucce, in attesa di essere massacrati.

Un tenente della S.S. girava avanti e indietro impaziente, poi si avvicinò alla mitraglia. C’era un italiano, un milite della brigata nera, e il tenente gli parlò in tedesco.

Io guardavo da tutte le parti dove potevo scappare ma i miei occhi non vedevano che nazisti armati. Mi sentivo la morte vicina, e una gran sete. Il tedesco ci fece cenno che stessimo più uniti, quello delle brigate nere era proprio contro la mitraglia. Dissi alla signora Fanti : « Ci ammazzano come cani ». Le vidi la morte in volto, era colore della terra.

Non capivo più nulla. Solo sentivo i bambini piangere e gridare: «Non abbiamo fatto nulla, non vogliamo morire » e si aggrappavano alla giacca del tenente che li respingeva. Anche le donne gridavano e pregavano di non ucciderle.

Questo durò un poco, era straziante. Mi accorsi che anch’io urlavo forte: «Non voglio morire!» Staccai dalla sottoveste una « benedizione » che avevo sempre avuto con me, mi feci il segno della croce dicendo: « Cristo salvami, ho una bambina che ha bisogno di me! »

Allora il tenente fece segno di abbassare la mitraglia, e disse: « nies caput! » Il milite lo guardò come per chiedergli se doveva sparare o no. Lui fece l’occhietto, e mi bastò per capire tutto.

La mitraglia cominciò a sparare, la prima pallottola fu la mia, mi passò fra le gambe. Vidi Burzi abbattersi, Bruno pure.

Lasciai il gruppo correndo come una pazza, mi buttai in mezzo un groviglio di spini e di more. Un tedesco mi vide, accennò ad un altro dov’ero nascosta, questo mi trovò subito, io lo pregai di lasciarmi stare, ma lui stizzito mi rispose in tedesco, e io capivo che voleva dirmi che se erano morti gli altri dovevo morire anch’io. Però non gli riusciva di mettere in canna la pallottola. Appena potè, mi sparò nella testa, non mi colpì benché fossi molto vicina, io mi alzai lasciando la mia roba, corsi via alla disperata, tutti mi sparavano dietro.

Feci una piccola salita, una fucilata mi prese al braccio destro, ma continuai a correre e mi fermai dietro ad un albero grosso, per vedere da che parte mi sparavano. Ma quando mi staccai dall’albero, una pallottola di mitraglia mi colpì alla spalla e al braccio

sinistro. Caddi in ginocchio, sentivo il sangue correre per il corpo senza alcun male, e non avevo più forza nelle braccia ».

Ma nonostante tutto, Laura Musolesi riuscirà a salvarsi, dopo giorni e settimane di un’incredibile Odissea.

Ancora essa dice :

« Non avevamo più che le ossa, con tutte le paure prese, e la fame sofferta e altre cose che non posso dire perchè voglio lasciarne la vendetta a Cristo se esiste, ma che non dimenticherò mai ».

E il 29-30 Settembre e 1 Ottobre la serie dei massacri non ha fine.

Alla Canovetta di Villa Ignano cadono in 20.

Nell’oratorio di Cerpiano ammucchiano 49 persone, di cui 19 bimbi e 25 donne.

I bimbi son messi in fila contro il muro esterno e con promesse di cibo e danaro a lungo invitati prima e poi minacciati a dire quanto sanno dei partigiani. I bimbi non parlano e vengono di nuovo scaraventati nell’interno dell’oratorio. Segue subito un primo lancio di bombe a mano che assassina 30 persone.

Poi le S.S. decidono di riposare e a lungo gozzovigliano attorno all’oratorio.

I lamenti di una ferita agonizzante li disturba; è la signora Nina Frabboni Fabbris di Bologna che un nazista s’affretta a finire.

Emilia Tossani e il vecchio Pietro Orlandi con la nipote tentano la fuga ; vanno poco oltre la soglia.

I nazisti possono gozzovigliare tranquilli.

Fernando Piretti di 8 anni si salva e credendo che i nazisti siano lontani, estrae di sotto al corpo della madre la bimba Paola Possi di anni 6, anch’essa viva. Ma i nazisti tornano e la maestra Antonietta Benni, terza fortunosamente incolume, è appena in tempo ad occultare i due bimbi sotto una coperta.

« Ero sfollata da Bologna nel paesino di montagna, riferisce la maestra Benni. La mattina era tetra e fredda, come accade in montagna quando piove.

Prima delle ore 8 del 29 Settembre i nazifascisti piombarono tra le case, ci fecero uscire tutti all’aperto e ci rinchiusero nell’oratorio.

Eravamo in molti, 49 e tutti donne, vecchi e bambini.

Speravamo che non ci facessero niente. Invece dopo un po’ si aprì la porta e comparvero alcuni nazisti dalle facce paurose, che stringevano per il manico le bombe a mano e guardavano verso noi come chi sceglie un bersaglio. « Gente, dite l’atto di dolore, che ci ammazzano tutti ! » gridai io. Dalla porta e dalla finestra cominciarono a scagliare su noi le bombe a mano : noi si urlava piangeva e implorava, le madri stringevano a sè i figlioli, i bimbi si rannicchiavano sul petto delle madri nascondendo il viso e cercando scampo. Io caddi svenuta. Quando tornai ad aprire gli occhi : « sei viva ? » «sei morta?» sentii bisbigliare con voce affranta nell’oratorio quasi buio, e i pianti desolati delle donne e i lamenti dei feriti, trazianti si alzavano intorno a me. Dovevano essere già morte una trentina di persone, quasi tutti gli altri feriti da schegge.

Tutto il giorno i nazisti rimasero di sentinella fuori dell’oratorio, e tutta la notte. Avevano fatto dei buchi alla porta, guardavano dentro e ridevano. Di quando in quando le sentinelle entravano e finivano i feriti a colpi di rivoltella. Fuori si sentiva una gran confusione : erano i nazisti ubriachi che suonavano la fisarmonica e cantavano a squarciagola.

Durante la notte una donna, che forse fino a quel momento era rimasta priva di sensi, cominciò a gemere supplicando che le portassero via il marito caduto bocconi sopra di lei. Comparve una sentinella, sentii rintronare un colpo di pistola accompagnato da una sghignazzata. Da quel momento nessuna voce si levò più da quell’orribile carnaio.

Frattanto un maiale affamato, che la sentinella aveva lasciato entrare nell’oratorio, grufolava rovistando tra il cumulo dei cadaveri e mordeva le carni dei morti.

Un vecchietto tentò di fuggire dalla porta: lo ammazzarono immediatamente.

La mattina del 30 Settembre i superstiti supplicano : « lasciateci andare fuori, abbiate pietà di noi ! »

«Tra venti minuti tutti caput! » fu la risposta dei nazisti.

Come avevano detto, dopo venti minuti seguì la strage.

Ci salvammo solo io ed i due bimbi Paola Eossi e Fernando Piretti : « Anche la mamma è morta, anche la nonna! singhiozzavano i bimbi disperati, inginocchiati sui cadaveri dei loro cari.

Stavamo per uscire dall’oratorio, quando ci accorgemmo che le S.S. ritornavano. Nascosi in fretta i due bimbi sotto una coperta, raccomandai loro di non muoversi, e mi finsi morta tra i cadaveri.

I nazisti entrarono per controllare che tutti fossero morti e per depredare i cadaveri. A me sentirono la mano che per fortuna era gelida, e mi strapparono la borsetta.

Più tardi sopraggiunse un giovane di Vado, Francesco Lamberti, che mi portò in salvo con i due bimbi.

Di lì a qualche giorno nella casa dove mi ero rifugiata, arrivarono ancora i nazisti ed io credevo che fossero venuti a prendermi; vennero invece ad avvertirci che tra poco avrebbero seppellito le persone dell’oratorio, « uccise dai partigiani » dissero.

C’era anche il maggiore monco, Reder, lo ricordo bene ».

Tra la frazione Sperticano di Marzabotto e il fiume Reno, s’alza un colle, conosciuto col nome di Treppiede. Vi sono 3 case : Colulla di Sopra, Colulla di Sotto, Abelle.

Ecco cosa dice Mario Zebri, di Colulla di Sopra.

« Venuto al mondo, non ebbi fortuna perchè mi trovai senza famiglia.

Poi Gaetano Rosa ed Enrica Quercia, due contadini del luogo con una bambina, Clelia, ma privi di figli maschi, mi hanno adottato ed allevato in casa come proprio.

Per anni vissi e lavorai in quella casa. Quando fui in grado di poterlo fare, presi in moglie Florinda Gigli e dal matrimonio abbiamo avuto Pietro, Matilde, Bruna e Bruno. Passarono altri anni e i figli crescevano forti e di buona voglia.

Al tempo della guerra volli prendere in casa la ni-potina Vittoria Paganelli di Prato, di 7 anni. « In campagna si mangia sempre anche con la guerra, dissi, poi qui in mezzo ai monti non correrà pericolo di bombardamenti ».

I genitori me l’affidarono felici : « Tornerà i più grassa e colorita » aveva detto la sua mamma nel baciarla.

Dopo l’8 Settembre 1943 la nostra zona divenne base della Brigata Partigiana Stella Rossa. Anche noi, come tutti, si mandava viveri, quelli che si poteva, e si metteva a disposizione la casa e il fienile quando venivano i ragazzi della Stella Rossa.

Del resto la località, che noi chiamiamo Treppiede e comprende le tre case di Colulla di Sopra, Colulla di Sotto e Abelle, è una collinetta sul fiume Reno, sul dosso di Monte Sole, monte dalla cima boscosa e formidabile, spesso base per i partigiani della Stella Rossa.

Gli attacchi e le battaglie della Stella Rossa contro i nazifascisti diventarono cosa di tutti i giorni, il Monte Sole roccaforte di libertà, vera spina nei fianchi dei nemici, così sovrastante la grande Via della Porrettana.

Al reggente del fascio repubblicano di Marzabotto, un commissario prefettizio, non gli andava giù che proprio nel Comune da lui comandato ci fossero « banditi » come egli diceva, tanto forti e coraggiosi.

Bisognava a tutti i costi eliminarli. Fu proprio una mia zia, Leonilde Betti, che seduta un giorno sopra una panchina della piazza di Marzabotto, sentì il reggente dire : « Io dovrò andarmene da Marzabotto, però voglio vedere prima bruciare e distruggere Monte Sole », e livido minacciava col pugno, verso i boschi e i calanchi.

La maledizione invocata e richiesta cadeva su Marzabotto il 29 Settembre 1944 e continuò per molti giorni.

Alle ore 15 del 30 Settembre ero nel campo a 200 metri da casa col figlio Pietro di 24 anni. Vedemmo i nazifascisti calare per il crinale, in ordine sparso, con i mitra sotto l’ascella: venivano da Casaglia.

Ci buttammo in fondo al fosso e ci coprimmo di frasche, per non essere presi, sperando che non si sarebbero fermati alla nostra casa.

Invece proprio alla casa andarono.

Quello che vi successe, lo seppi in seguito dall’amico Augusto Massa, che era con loro, costretto a portargli le munizioni, dopo che a Casaglia gli avevano assassinato sotto gli occhi la moglie e 3 figli.

I nazifascisti arrivati a Colulla di Sopra, a casa mia, avevano ordinato ai miei di vestirsi a festa : « Voi fare grande viaggio, voi andare lontano ! » dicevano, e ridevano per aver trovato una burla da giocare.

Così mia moglie Florinda, di anni 42, i figli Matilde, Bruna e Bruno di 19, 17 e 11 anni, la nipotina Vittoria di anni 7, il padre adottivo Gaetano Rosa di anni 74 e la di lui figlia Clelia di anni 42, uscirono sull’aia vestiti a festa, angosciati di dover abbandonare la casa e la terra, ma illusi di aver salva la vita.

In casa era rimasta solo la mia buona madre adottiva, Enrica Quercia, a letto paralizzata.

Sull’aia li misero in riga e cominciarono ad interrogarli.

Erano tutti vestiti da S.S. ma alcuni parlavano « come noi », mi raccontò poi Augusto Massa : « C’era anche il maggiore monco, Reder, a comandare gli assassini.

La Bruna era incinta ; volevano a tutti i costi sapere dov’era il suo fidanzato, pretendevano dicesse che era « bandito ».

Lei negò: le si scagliarono sopra con le baionette, le squarciarono la schiena, le strapparono dalle viscere la creatura che aspettava di nascere.

Poi la strage continuò sugli altri: scaricarono contro il corpo di ognuno un nastro intero di mitraglia, dicono che sono 150 colpi, i nastri vuoti li misero in fila ben allineati, ai piedi dei miei cari riversi in terra.

Intanto avevano dato fuoco alla casa e alla mia vecchia madre nel suo letto.

In fondo al fosso io e il figlio Pietro tremavamo dal terrore e dalla passione, nel sentire i colpi.

Ad un certo punto Pietro mi dice : « Io, babbo, qui non ci sto più! »

« Dove vuoi andare ? » « Vado a casa ! » « Andiamo ! » dissi.

Venimmo via, il figlio avanti io più staccato. A venti metri dall’aia lo vidi fermarsi e mi arrestai anch’io : poi va avanti, torna a fermarsi, viene da me e dice : « Sai babbo, li hanno uccisi tutti ! »

Andiamo sull’aia in mezzo ai nostri morti e non sappiamo chi guardare.

La piccola Vittoria Paganelli è supina per terra col volto verso l’alto, ma al posto degli occhi ha due buchi neri, e i globi strappati le pendono sulle guancie ceree, appena legati da un filo sanguigno.

La Bruna, sul ciglio dell’aia in pendenza, ha ancora le interiora che le escono dallo squarcio : mi piego su lei e cerco di ricomporne i resti. Tutti perdono ancora sangue dal naso e dalla bocca ; Bruno ha il volto sereno. Lo prendo in braccio, per dargli il fiato alla bocca, perchè sembra ancora vivo, e lo alzo : allora vedo che è tutto forato come un vaglio ; lo rimetto vicino alle sorelle e al nonno.

Ad ognuno, dopo averli massacrati, avevano dato una pugnalata al cuore.

Il portico e parte della casa erano crollati per le fiamme, e la madre sotto le macerie.

Fino a sera siamo stati tra i nostri morti sull’aia, poi per bisogno di vedere qualcuno, andammo dai vicini, al fondo Colulla di Sotto.

C’erano 18 massacrati, donne uomini e bambini, che bruciavano contro le balle di paglia del cortile.

Era tutta la famiglia Laffi con i 9 bambini di cui l’ultimo nato 24 giorni prima.

I bimbi li avevano gettati ancora vivi tra le fiamme : i grandi prima li mitragliarono.

Solo una donna è ancora viva : un colpo di mitra le ha strappato un occhio e per 3 giorni continuerà incosciente ad invocare aiuto.

Allora corremmo al fondo Abelle : lì i cadaveri erano 7, due in casa, 5 sull’aia, tutti della famiglia di Giovanni Marchi.

Due giovani donne, due sorelle, subiscono violenza dagli assassini, poi il figlioletto di una di esse, di 6 mesi, lo strappano in due, uccidono le donne nude sull’aia, mettono un pezzo del bimbo sul grembo della madre, l’altro su quello della zia, squarciata dal pube alla gola con arma da taglio.

Solo il 3 ottobre, dice Mario Zebri, abbiamo potuto seppellire i nostri morti, sempre col pericolo di essere uccisi anche noi.

Li seppellimmo tutti nella stessa buca, nel campo. Allora a Marzabotto molti fecero così.

Ogni famiglia aveva il suo cimitero, nel campo vicino a casa ».

Altre 53 persone, sfollate o sbandate dai dintorni nella zona del Treppiede, trovarono sorte consimile.

Sempre nella frazione di Sperticano, località Ta-gliadazza, sono rastrellate 19 persone, di cui 8 bambini e trascinate in località Roncadelli dove a loro fu unita la famiglia di Gaetano Negri, la giovane sposa Lina Casalini e una famiglia di sfollati da Bologna a nome Tomesani.

Li ammucchiarono tutti nello stesso locale, ma non li massacrarono subito : si divertirono a lungo a minacciarli delle più orribili morti, poi a trascinarseli dietro, per i sentieri.

Scendendo da Monte Sole per una ripida mulattiera, Gaetano Negri, troppo vecchio per marciare come i nazisti comandavano, fu assassinato per primo, poi anche gli altri, a raffiche di mitra.

Anche in questo caso, la fortuna volle favorire alcuni, e dal cumulo dei cadaveri, sortirono salve la bimba Marta Tomesani, ed anche Maria e Vittoria Negri, più due altri bambini.

Vittoria Negri così ricostruisce i fatti.

« Avevo allora 27 anni e abitavo a Casa Roncadelli, a un tiro di schioppo dalla Tagliadezza.

Dei familiari, ho perduto il padre, la madre, una cognata, massacrati con altre 13 persone nel fosso dei Roncadelli.

Alle due pomeridiane del 30 settembre ero in casa. Cosa stava accadendo di preciso ancora non sapevamo, ma eravamo tutti in grande apprensione perchè immaginavamo che erano in giro, e arrivava ogni tanto il rumore dei colpi e si vedeva fumo in molte parti.

Per questo si stava chiusi in casa, tutti senza parlare, e i miei fratelli, che erano giovani, per paura di essere mandati in Germania, erano corsi a nascondersi.

La porta era semiaperta : improvvisamente la spalancarono con una pedata e in mezzo alla stanza si precipitò un maresciallo delle SS con due denti lunghi che gli uscivano dalla bocca e la pistola spianata.

Afferrò mio padre, un vecchio di 79 anni, per lo stomaco con una mano e gli piantò la canna della pistola in gola. Io mi feci avanti con buone maniere e allora parve acquetarsi.

Altri 3 nazisti piantonavano la cucina, col mitra puntato, a gambe larghe in mezzo la stanza.

Salirono al piano di sopra, nelle camere : sul pomo della gamba del letto era appeso un cappello : certamente uno dei miei fratelli lo aveva dimenticato nella fretta di nascondersi.

Come lo videro mi balzarono contro, puntandomi il mitra alla testa.

Io chiusi gli occhi pensando di essere ormai alla fine, ma trovai ancora la forza di dire che mio fratello era a Marzabotto, in ufficio a scrivere. Dissi così perchè ricordavo come si dice in tedesco scrivere e pensai che pronunciare una parola nella loro lingua poteva essere bene.

Sapevo che mio fratello era nascosto in cima alla quercia del campo, dietro casa.

Infatti abbassarono i mitra e smisero di minacciare.

Scesero in cucina portandomi con sè e il maresciallo, con quei denti fuori dalla bocca che a guardarli mi veniva male, disse rivolto a tutti: « Se dire dove essere partigiani, tutti salvi, ne no tutti caput ».

Nessuno di noi parlò.

Ci buttarono fuori della porta in modo violento e uno tirò una bomba incendiaria sul pavimento della stanza che era di cemento, e la bomba non fece effetto.

Fuori, per il sentiero che porta alla Tagliadazza, stavano arrivando i nostri vicini, tenuti in mezzo da nazisti col mitra puntato. Proprio allora capitò anche la Lina Casalini con una sporta dove aveva da mangiare, lo portava ai fratelli nascosti.

Le chiesero dove andava, rispose con franchezza che era in giro a comperare uova. Non le permisero più di allontanarsi, la costrinsero a stare in mezzo a noi.

Eravamo così in 22 e ci incamminarono verso il fosso dei Roncadelli : io gridavo a voce alta di scappare, perchè ci avrebbero uccisi tutti, ma la mia voce si perdeva nelle grida e i lamenti degli altri.

Due bambini di 10 anni, che conoscevo bene, Nino Amici e Sereno Zagnoni, s’erano messi ai miei fianchi e mi tiravano per la sottana : eravamo i primi davanti a tutti.

Fatti pochi passi sul sentiero, mi arrestai di colpo e gridai: « Chi può salvarsi si salvi ! ». E afferrato Nino per i fianchi lo buttai dietro un grosso salice sulla riva del fosso dove con un salto subito lo raggiunse anche Sereno. S’appiattirono in piedi contro la pianta a metà imbucati in una piega che il terreno faceva alle radici del salice.

Intanto i nazisti avevano cominciato a sparare col mitragliatore e a lanciare bombe a mano in mezzo a noi. Mi riuscì di nascondermi dietro un rialzo di terra, ma tre nazisti che venivano dalla Tagliadazza mi videro e mi spararono con i fucili.

Credetti di nuovo che fosse la fine, ma i colpi che picchiarono sulla terra vicino a me, mi incitarono a fuggire: d’istinto corsi con tutte le mie forze verso Monte Sole, che era in faccia.

Caddi supina in mezzo ad un roveto, senza più forze, mi arrivarono altre scariche e io sapevo solo pensare : « questa mi prende, questa mi prende ! ».

Mi accorsi poi che avevo una grande ferita in una coscia, ma sul momento non avevo sentito nulla.

I nazisti se ne andarono subito e allora venni verso casa ; vidi la stalla che bruciava e corsi per liberare le bestie, ma le aveva già slegate mio fratello Fernando, che tra i rami della quercia aveva assistito a tutto.

Assieme andammo verso il sentiero e il fosso del massacro ed i primi due che trovammo furono il padre e la madre, caduti a 4 passi di distanza uno dall’altro.

Nino e Sereno erano ancora in piedi, stretti dietro la pianta, salvi ma incapaci anche solo di muovere la bocca.

Nel fosso erano a bagno tre tini da mosto e dietro i tini molti s’erano precipitati nella speranza di ripararsi dai colpi : la maggior parte dei morti era proprio attorno ai tini e l’acqua del fosso tutta rossa di sangue. Rita Santini era riversa in un tino, colpita ma non morta : morirà alla sera senza essere riuscita a dire una parola.

Il figlio della sfollata era ferito in modo che non si poteva fare nulla, aveva la bava alla bocca ed era tutto fracassato, allo stomaco e alle ginocchia.

Ricordavo adesso che la sfollata, Tomesani si chiamava, di Bologna, s’era messa a pregarli di essere pietosi : la ritrovammo senza più le mammelle, gliele avevano strappate a raffiche di mitra.

La figlia della sfollata invece era salva, aveva solo una ferita di striscio alla spalla.

Io e Fernando cominciammo a fare due mucchi, quello dei vivi e quello dei morti: ad un tratto in mezzo ai cadaveri si alzò mia cugina, Maria Negri, col viso tutto sporco di sangue : « in che mucchio mi mettete ? » chiese. Era senza un occhio ma riuscì a salvarsi.

Otto giorni dopo i nazisti tornarono e mi presero ch’ero per il sentiero a ritirare le lenzuola stese ad asciugare.

Era con me l’Evelina, sorella di Sereno e figlia di mia cugina, Maria Negri : non si occuparono subito della bambina, io invece fui rinchiusa in camera da letto con Marta Tomesani, la figlia della sfollata.

Dalla camera sentii Evelina gridare che avrebbe tentato la fuga e infatti le riuscì.

Anch’io pensai di scappare, ma non era una cosa facile.

C’era però un armadio che nascondeva un passaggio per un’altra camera, e loro non lo sapevano. Lo ruppi perchè era chiuso, spaccai anche le assi del fondo e mi riuscì di passare con la bambina : raggiunsi il granaio dove sapevo che con ogni probabilità s’era nascosto anche Fernando, in una zona morta della parete, vicino al camino, un nascondiglio quasi impossibile da trovare. Gli affidai Marina, per tutti non c’era posto nel nascondiglio ed io scendendo le scale cercai di guadagnare l’uscita.

Li sentivo che bevevano e mangiavano in cucina, schiamazzando allegri.

Io strisciavo per le scale come una biscia.

Finalmente mi riuscì di saltare sulla strada e di corsa raggiunsi un roveto dove mi infilai. Stando là in mezzo vidi che avevano preso mio fratello Dante e lo legavano ad un albero per fucilarlo. Con un gran strappo potè liberarsi e fuggire ; gli spararono dietro, io vedevo tutto, lo colpirono ad un braccio, ma ce la fece a scappare.

Quando potei uscire dalla macchia di rovi, ero letteralmente nuda, le spine mi avevano strappato di dosso ogni cosa, le mie carni erano tutte graffi e sangue ».

La strage grande continua.

Alcuni fienili bruciano presso il rifugio di Sperticano.

Marchi Tommasina e Mercede Bettini sono uccise a pugnalate con i due figli, i cadaveri gettati tra le fiamme del fienile.

Proseguono la marcia, i nazisti : la sedicenne Anna Bignami è raggiunta per la strada e abbattuta; arrivano a Castellino e tocca alla famiglia di Eligio Tondi ad essere sterminata : la moglie e 7 bambini.

Ancora oltre, a Vallego di Sopra, la moglie, i 7 figli, il padre e la madre di Calisto Migliori sono le nuove vittime.

Calisto Migliori questo ricorda della strage della sua famiglia.

« Il 29 settembre eravamo ancora a letto io e la mia famiglia, quando fummo destati da voci nel cortile e colpi alla porta di casa.

Erano mio fratello e due amici venuti ad avvertire che i nazifascisti stavano arrivando da Creda e che da quella parte si sentivano raffiche e colpi di bombe a mano.

Noi, dormendo chiusi in casa, non avevamo udito nulla.

Ci alzammo nel buio, non faceva ancora giorno ed in casa non c’era la luce elettrica.

Ci consigliammo tutti sul da farsi : era opinione di mio fratello, dei due amici ed anche di mio padre, mia madre e mia moglie, che gli uomini validi dovevano nascondersi per non finire in Germania, ma gli altri, vecchi donne e bambini, potevano restare in casa.

« Anzi, anche i timori sulla sorte degli uomini validi sembravano un po’ esagerati, perchè mio fratello e i due amici, nel venire a casa mia, s’erano incontrati con i nazisti, appostati verso la strada per S. Martino, e li avevano lasciati passare senza fermarli e senza neppure rivolgere loro la parola.

In ogni modo, mio fratello e i due amici decisero di non fidarsi troppo, e s’andarono a nascondere nel bosco.

Mi trattenni sull’aia ancora un poco, finché li vedemmo venire di sotto casa, dalla macchia verso Creda : avanzavano in ordine sparso ma nascosti dalle siepi e in silenzio.

Mio padre, mia madre e mia moglie insistettero ancora : « scappa, dicevano, tu sei uomo valido, a noi vecchi, donne e bambini non faranno nulla ».

Le prime luci sorgevano livide e il cielo minacciava una gran pioggia.

Mi convinsi anch’io che i vecchi e i bambini sarebbero stati meglio in casa, e mi decisi ad andare solo.

Fatti i primi passi, il mio bimbo maggiore, Armando di 10 anni, mi chiamò : « Babbo, prendimi con te ! » gridò, ma era scalzo e in camicia e nel quasi buio la mamma non trovava le scarpe e i vestiti. Così andai solo, i nazisti erano ormai vicini, a pochi passi dalla aia, mi videro bene ma non dissero nulla.

Mi ero quasi convinto d’aver avuto paura per nulla e tanto più me ne convinsi quando poco oltre, prima del bosco, incontrai ancora nazisti che mi lasciarono passare senza neppure fermarmi.

Mi sentii contento, pensando che se lasciavano tranquillo me, tanto più avrebbero rispettato i vecchi, la moglie e i bambini.

Ero alle prime piante del bosco quanto sentii gli spari e le pallottole mi sibilarono vicine : una fronda proprio sopra la mia testa, recisa cadde davanti a me.

Di un balzo mi buttai tra le piante, al sicuro dai colpi, un sospetto tremendo mi era venuto, e non mi dava pace : i nazisti mi avevano lasciato tranquillo per non dare l’allarme tra le case, solo dopo essersi appostati intorno, avevano cominciato a sparare. Significava che anche i miei correvano un pericolo mortale.

Nel bosco non ricordo di avere sentito spari, però esco molto confuso e la paura per i miei non mi faceva più ragionare.

Volevo tornare a casa ma nello stesso tempo mi tratteneva la paura di una disgrazia ; così stetti nel bosco tutto il giorno 29 e la notte. Solo verso il mattino del 30 mi decisi. C’era una gran luna chiara che pareva giorno, io mi accostai alla casa e tremavo : presso l’aia mi venne incontro un manzo sciolto dalla corda e mi meravigliai perchè doveva essere alla greppia.

Lo ricondussi verso la stalla e sul fondo dell’aia vidi una macchia buttata in terra : mi chinai e toccai il corpo freddo di mio padre. Presso la porta della stalla trovai la mamma, anch’essa uccisa.

Perdetti ogni ragione e tornai a scappare, ancora nel bosco.

Seppi poi che loro tornarono per tre giorni consecutivi.

Alcuni amici che trovai, mi dissero : « Te li hanno ammazzati tutti ! »

Mi raccontarono che la moglie era rovesciata sulla madia con i due più piccoli ancora in braccio, tutti gli altri sparpagliati per la cucina, più una sfollata di Bologna crivellata di colpi in uno sgabuzzino da formaggio subito accanto.

Per 27 giorni vagai per i boschi e le macchie, nella pioggia e nel freddo ; mangiavo castagne crude, erba, o la frutta che mi capitava.

Finalmente mi ricordai che avevo un fratello e decisi di andare da lui.

Assieme passammo la linea del fronte.

A casa non tornai ; solo dopo 7 mesi, quando ci fu la liberazione, andai con mio fratello a seppellire le ossa, tutte assieme, raccolte in due casse ».

Dopo mesi e mesi di vita instabile, randagia e senza scopo, Calisto Migliori troverà tranquillità ed una ragione d’esistenza presso il focolare di Domenica Bot-tazzi, anch’essa rimasta sola.

« Il primo ottobre 1944, racconta la Bottazzi, mio marito Dante Benedelli perì per un bombardamento, si può dire sotto i miei occhi. Quando sentii gridare, corsi e lo trovai che pareva vivo e illeso. Tre volte l’abbracciai prima di convincermi.

Il giorno 5 gennaio 1946, i miei due figli, Silvano di anni 9 e Giovanni di anni 7, unitamente ad altri tre bimbi e un giovane di 17 anni, per lo scoppio di un proiettile inesploso o di una mina, non so bene, perdevano tutti la vita.

Così rimasi sola. Più tardi ci unimmo, io e Calisto ».

Non meravigli l’unione tra Calisto Migliori e Domenica Bottazzi. Il fatto nella zona si ripete con frequenza. Infelici rimasti soli, hanno cercato di aiutarsi a vicenda a riprendere il corso della vita così tragicamente spezzato.

Intanto i nazifascisti portavano avanti il loro compito.

A Creda di Grizzana 81 persone furono sterminate nelle case, nei fienili e nelle stalle : prima fucilate e bruciate, poi i resti minati. Mine sparse attorno e interrate tra le ossa, in agguato, per i sopravissuti, quando andranno a seppellire i parenti.

Sui fatti di Creda, testimonia Carlo Cardi che vi vide massacrare dieci familiari : il padre, la madre, quattro sorelle, il fratello adottivo, la moglie e due figli, Alberto di 16 mesi e Walter di 14 giorni.

« Il mattino del 29 settembre mi ero alzato che ancora non faceva giorno.

Verso la stalla vidi arrivare una massa scura di gente, pensai che fossero partigiani perchè spesso passavano dalle nostre case.

Quando furono più vicini, mi accorsi che erano nazisti delle S.S. e gente rastrellata in mezzo, amici, conoscenti, e, come vidi dopo, anche gente di via, sfollati venuti tra noi convinti di essere al sicuro.

Mi rinchiusi in casa e svegliai i familiari, ancora a letto.

Cominciarono a battere alla porta col calcio del fucile a colpi paurosi e quando ormai stavano per abbatterla, l’apersi: si precipitarono dentro e così come ci si trovava, la maggior parte svestiti, ci fecero ammucchiare sotto una specie di portico, assieme a quelli che avevano trascinato tra loro.

Mostrai a uno che mi era vicino con la pistola in pugno, il permesso di lavoro da ferroviere, ma non volle neppure guardarlo, con un colpo sulla mano quasi me lo sbatteva in terra e mi spinse sotto il portico con gli altri.

Lo chiamo portico, in realtà era un camerone tutto aperto sul quarto lato davanti, usato dai contadini come rimessa: infatti sul lato in fondo due carri agricoli erano allineati contro la parete.

Credo che ammucchiati là dentro eravamo almeno in 90 persone, molti bambini, ma quasi nessuno piangeva o si lamentava, eravamo tutti terrorizzati.

Io stringevo in braccio il mio bambino maggiore, tremava per il freddo perchè non ce lo avevano lasciato vestire ed era in canottiera.

L’amico Quinto aveva un pacchetto di sigarette, cominciò a distribuirle dicendo : « fumiamola perchè è l’ultima ».

Ricordo che pensavo sempre alla sera prima.

Avevo fatto dei piccoli lavori di adattamento e restauro alla casa perchè avevamo accolto tra noi il padre del primo marito di mia moglie. Giravo per le stanze a osservare tutti i lavori finiti ed ero contento per quanto mi era riuscito fare. Quando entrai in camera, vidi in letto che già dormivano, mia moglie tra i due bambini, e mi fermai sorridendo a guardarli.

Questo pensiero non mi abbandonava, stretto con gli altri nel camerone.

Di fronte a noi stavano i nazisti con le armi puntate a fare da sentinella perchè nessuno scappasse.

Poi venne uno e cominciò a contare e a dividere gli uomini dalle donne : la cosa diede speranza a tutti e ci fu un gran silenzio. Si pensava infatti che se sceglievano gli uomini, ci avrebbero mandati in Germania e le donne e i bimbi a casa.

Ma loro continuavano a ridere, e noi non capivamo perchè.

Alla fine tirarono avanti un biroccio e lo misero contro l’apertura del camerone, di fronte a noi. Sopra appostarono una mitraglia e cominciarono lentamente a prepararla, a metterci il nastro delle pallottole.

Continuavano sempre a ridere e a segnare con la mano noi sotto il camerone.

Improvvisamente ci fu un segnale rosso che passò per il cielo e subito la mitraglia cominciò a sparare e buttavano anche delle bombe a mano.

Urla e lamenti si confondevano con gli scoppi e le raffiche, tutti cadevano e si ammucchiavano.

Avevo perduto ogni nozione, vedevo i miei e gli altri travolti a terra : d’istinto cercai disperatamente di salvarmi. In fondo al camerone di lato ai carri, una porticina metteva nella stalla : mi lanciai per aprirla e cercai di andarmene, quando girando il capo mi colpì la vista di mia moglie morta e il bimbo di 14 giorni che prima teneva in braccio, steso al suo fianco in terra che piangeva.

Di sotto uno dei carri mio padre e mia madre, ancora vivi, mi consigliarono di non andare e io non varcai la porta : proprio allora un nazista venne da dentro la stalla e con la pistola colpiva le teste che si muovevano sotto i carri. Io vedevo la pistola manovrare e sparare sopra la mia testa e desiderai che mi finisse subito. Il nazista invece passò oltre, andò dalla parte della mitraglia e ricominciarono le raffiche, le bombe a mano e quelle incendiarie: rimasi ferito al braccio e alla coscia sinistra.

Tutto prese fuoco, i bimbi ancora vivi gridavano disperatamente, i grandi non si lamentavano più : uno davanti a me, col cappello di traverso che gli copriva mezza la faccia, si sedeva e sdraiava continuamente, reggendosi un braccio.

Mia moglie bruciava a grandi fiamme che si alzavano in lingue turchine sul suo corpo, un fumo acre riempiva ogni angolo.

Desiderai con ogni forza di farla finita e decisi di lanciarmi contro la mitraglia: vidi il mio bambino di 14 giorni che piangeva ancora a fianco della madre in fiamme. Mi venne improvviso il pensiero che era meglio se lo ammazzavo subito io, forse avrebbe sofferto meno, ma decisi di non farlo e di affidarlo alla fortuna, in un ultimo ritorno di speranza.

Mi lanciai contro la mitraglia e ricordo che mi pareva strano di dover correre tanto per fare pochi passi, rallentai e camminavo come un ubbriaco nella melma cretosa di un sentiero. Stavo per cadere esausto, quando mi arrivò un colpo di fucile che mi passò il piede dal tallone alla pianta, e ciò mi spinse a reagire e riprendere la corsa. Mi trovai salvo in mezzo alla macchia.

L’altro mio bambino, l’avevo dato in braccio a mia sorella maggiore che s’era messa a sedere dentro il camerone, appoggiata ad una colonna con le spalle voltate alla mitraglia. Fu poi ritrovata morta contro l’uscio della stalla, di dove è da credere aveva tentato di scappare; non era stata colpita da alcun proiettile, morì quindi bruciata, assieme al bimbo.

Sono convinto che non erano solo nazisti, anche fascisti delle brigate nere, perchè ci segnavano a dito come persone note e parlavano nel nostro dialetto, vestiti da S.S.

Io intanto continuavo a correre per la macchia come un disperato, fino in cima al Monte Salvaro; mi arrestarono le fiamme delle Creda, che bruciava tutta sotto di me. Mi sedetti a guardare il fuoco, credo che fumai anche una sigaretta.

I morti li minarono, le mine erano attorno alla stalla e al camerone, e anche dentro.

Non tornai più alla Creda, solo 7 mesi dopo in maggio, con la liberazione a seppellire i miei parenti ».

Sempre sul massacro della Creda, testimonia anche Attilio Comastri che vi perdette la moglie, la figlioletta di 26 mesi, un fratello e una sorella. Il Comastri, come gli altri sopravvissuti al massacro, quando ne parlano hanno attorno a sè familiari e vicini, che sono venuti ad ascoltare.

Ma non è solo per ascoltare che essi sono presenti. Prendono parte al racconto con domande, con incitamenti e commenti che lo rendono non più un monologo ma una recitazione, un dramma vero e attuale che ha interprete principale il sopravvissuto, a cui gli altri fanno da coro e personaggi secondari indispensabili. Si capisce che il fatto è stato narrato molte e molte volte e che ormai ognuno sa bene la parte che gli spetta nella rappresentazione. Allora non è più un ricordo, ma una cosa viva ogni volta sofferta in tutta la sua passione, resa anche più attuale dall’odio inestinguibile radicatosi in questa gente contro la guerra e il nazifascismo.

Quando Vittoria Negri parlava, sull’aia era la trebbiatrice in pieno lavoro, eppure gli uomini trovavano modo di abbandonare di frequente l’opera, per correre a sentire il racconto e fare le loro domande ed esprimere il loro giudizio.

La piccola contadina dal fare riservato, logorata dal lavoro, si trasforma e vibra, la voce assume toni inconsueti, le mani si muovono in una mimica convulsa, gli occhi brillano di lacrime non trattenute.

Una donna che stira sopra un tavolo accanto, al momento opportuno dice : « racconta di quando salvasti Nino e Sereno », e Vittoria Negri ritrova nel corpo smilzo l’energia disperata del gesto che gettò dietro alla pianta a salvamento il bimbo piangente aggrappato alla sua sottana.

Mentre Calisto Migliori parla dei suoi dieci familiari massacrati, la stanza è piena di gente e sull’uscio sostano i bimbi dei vicini che si tengono per mano.

Così per Comastri, vecchi e bambini gli stanno intorno e sanno il momento per dirgli di raccontare del fascista che prende il posto alla mitraglia in luogo del nazista, o per incitarlo a mostrare le profonde ferite del suo corpo.

« La mattina del 29 settembre, racconta il Comastri, eravamo tutti a letto e non era ancora giorno.

A colpi di calcio di fucile quasi sfondarono l’uscio e ci buttarono fuori di casa svestiti, a botte e pugni.

Con gli altri di Creda e gli sfollati, forse 90 persone e più, ci chiusero in una rimessa per carri agricoli che poteva anche sembrare un portico.

Eravamo stretti nel camerone pieno di urla e di pianti.

Misero le donne su un lato e gli uomini sull’altro, e noi pensavamo che le donne le mandavano a casa e gli uomini deportati.

In quel mentre ci fu un segnale luminoso, un razzo bianco che si alzò in cielo seguito dopo 5 minuti da uno rosso.

Allora il nazista che divideva gli uomini e le donne, andò fuori sul carro della mitraglia e ci si mise dietro. Non posso proprio dire di essere sicuro, ma mi parve che due lacrime gli venivano dagli occhi lungo le guance nascoste dal cinturino dell’elmetto. E’ proprio vero invece, che dopo aver afferrato l’arma, si alzò di scatto e scappò.

Un fascista prese il suo posto dietro la mitraglia e aprì subito il fuoco : sparavano anche con i fucili e buttavano le bombe a mano ; durò ininterrottamente per molti minuti.

Rimasi ferito ad una coscia, sparavano basso per via dei bambini.

Mi voltai per dire a mia moglie che ero ferito : la vidi già morta, accanto a lei mia sorella spirava e la bimba non la vidi più. Le abbracciai entrambe e rimasi così a lungo sepolto dai loro corpi.

Intanto i nazisti incendiarono il fienile sopra la della « botte », un bacino d’acqua che serviva per il lavoro della canapiera di Pioppe di Salvaro.

Sono in numero di 52 e tra loro due sacerdoti : padre Comini e padre Comelli.

Dopo che la mitraglia ha compiuto l’opera, solo 4 sono salvi: Aldo Ansaloni, Giocchino Piretti, Pio Borgia e Luigi Comelli, che per altro morirà in seguito, causa le ferite riportate.

Gli altri s’ammucchiano riversi nell’acqua e nel fango della « botte », di cui in seguito i nazifascisti spalancano la chiusa e i cadaveri trascinati dal fiume Reno, spariranno per sempre nella corrente.

Giorni terribili ed eterni sono trascorsi, ma non è finita e ancora il 5 ottobre a casa Beguzzi si hanno 23 massacrati di cui 14 donne e bimbi, tutti costretti a scavarsi la grande fossa comune.

Il 13 ottobre, è il giorno di don Giovanni Fornasini, il parroco di Sperticano.

Si reca al cimitero di S. Martino, cimitero colmo di corpi insepolti, membra irrigidite in scomposte pose nell’agonia della morte violenta : tutte donne e bambini.

Don Fornasini si accinge a seppellirli, quando arriva un capitano delle S.S.

Il sacerdote indica i massacrati e dice al capitano : « Non erano uomini validi e tanto meno partigiani ! »

Il capitano neppure risponde, si gira di fianco quel poco che basta per scaricare il mitra; parlerà più tardi in paese : « Pastore caput » dirà.

A don Giovanni Fornasini è stata conferita la medaglia d’oro alla memoria.

Il 18 ottobre a Colle Ameno di Pontecchio cadono sotto il piombo della gendarmeria nazista Leone Bonetti, Roberto Mattarozzi, Lodovico Vicinelli, Ionio Rubini, Pietro Beccari, Gaetano Lazzari. Tutti in precedenza rastrellati, per essere mandati in Germania, da Mar-zabotto e Lama di Reno.

Tra Marzabotto e Pian di Venola, subito ai lati della via Porrettana, scavi di studiosi hanno portato alla luce la città e l’acropoli etrusche di Misa.

Un ben ordinato museo accoglie quanto i secoli hanno rispettato e l’opera degli uomini recuperato degli antichi abitatori della zona.

Arriva un ufficiale nazista con i suoi uomini : la maggior parte bivaccano, fumano, si spidocchiano stravaccati a terra al pallido sole. L’ufficiale e pochi altri sono attirati a guardare nelle sale del museo.

Abitatori antichi del fertile piano elevato sul Reno, abitatori di 2500 anni or sono ed ancor più, antichi ma provveduti e capaci, se ne accorge immediatamente anche l’occhio meno sensibile, basta guardare come sapevano fondere le loro statuette nel bronzo con processo assolutamente moderno, e i volti, gli arti, le spalle di quelle statue, non poteva così modellarle se non chi aveva sicure nozioni di anatomia.

Volti vivi, espressioni sereno di chi felice lavora e costruisce : ecco i resti delle antiche tubature, rotonde perfette, ancora solide ; vasi dipinti e lavorati da artisti provetti, grafici della città, dalle vie lineari, simmetriche, logiche, da piano regolatore moderno.

L’ufficiale, alto, diritto, un po’ stempiato, dagli occhi molto chiari, si è messo il monocolo, per vedere meglio.

E quanti volti di donne, in bronzo, in marmo, dipinti sui vasi e i piatti, donne che lavorano, danzano, attendono, donne belle che guardano piene di vita e di promesse.

Adesso si è arrestato l’ufficiale, con lo sguardo un po’ vago, sembra riflettere.

Gente troppo diversa, questi Etruschi, non c’è dubbio, lontana dalla legge del Grande Reich : forse è tutto un imbroglio, una bugia della propaganda sovversiva ; e chissà poi, se come razza hanno le carte in regola !

In ogni modo è sempre un termine di paragone, questa gente Etrusca : meglio essere soli, essere gli unici, chi è solo ha vinto tutti, è più grande di tutti.

Poi la zona è ormai deserta, gli unici occhi che guardano sono quelli delle statuette, degli amuleti, delle donne dipinte sui vasi e i piatti, donne che lavorano, danzano, attendono, ma non parlano, anche se pare che accusino.

Nel silenzio popolato di vita dell’antica Misa, scoppiano gli ordigni, dilaniano, abbattono, distruggono.

Due giovani, nascosti poco oltre in una buca, hanno passo passo seguito lo stupore, le perplessità, la determinazione dell’ufficiale che comanda i nazisti: poche parole, pochi ordini secchi : per tutto c’è rimedio, ogni cosa ha una soluzione : caput.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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