Dina Musolesi


Nasce il 17 ottobre 1918 a S. Benedetto Val di Sambro. Milita nella 62a brigata Camicie rosse Garibaldi e nella brigata Stella rossa Lupo. Successivamente passa allʼ8a brigata Masia GL e viene impiegata al SIM e opera a Bologna. Quando viene informata che il marito Ubaldo Musolesi è uno dei 13 partigiani trucidati il 10 ottobre 1944 nella piazzetta a lato del ponte ferroviario a Casalecchio di Reno si reca sul luogo dellʼeccidio e ne parla nelle sue memorie. Le è stata conferita la croce al merito di guerra. 

I suoi ricordi

Quando iniziò l’antifascismo nella mia famiglia? Penso da sempre, non avendo mai nutrito nessuno di noi alcuna simpatia per quel regime. Al resto pensò la guerra, senza parlare delle brutalità subite. Mio marito lavorava alla direzione d’Artiglieria, come caporale presso la polveriera di villa Contri, in via della Barca, e dopo un breve richiamo ebbe l’esonero. Ci sembrava di poter stare tranquilli e spesso andavamo in montagna dai suoceri, che abitavano all’Acquafresca di Monzuno, dove avevamo trasportato anche quasi tutta la nostra roba.

Nell’ottobre del 1943, arrivando una sera a Vado con la corriera, i fascisti fecero scendere tutti. Ci dissero poche parole e ci fecero risalire. Mio marito stava per risalire anche lui, ma lo fermarono. Chiese il perché. In risposta furono botte da orbi. Io scesi, urlando, ma loro obbligarono me a risalire e l’autista a ripartire.

Lo lasciarono andare qualche ora dopo quando riuscì a mostrare il tesserino di lavoro. Il motivo di questo non l’ho mai saputo. Sospetti. In verità avevamo già vari contatti partigiani, con Mario Musolesi, detto Lupo, e con altri.

Da quella volta ogni tanto venivano in casa nostra a perquisire. La mattina del 9 luglio 1944 incendiarono per rappresaglia antipartigiana la casa dei miei suoceri e arrestarono tutti quelli che vi si trovavano. Avvisati corremmo cercando di fare qualche cosa. Trovammo tedeschi e fascisti che saccheggiavano il poco rimasto.

Fu una scena orribile e selvaggia e non so come non ci lasciammo la pelle. Anche tutte le nostre cose andarono distrutte. Tornati a casa andai al comando tedesco e a forza di insistere seppi che i suoceri, una cognata e i bambini li avevano rilasciati, ma i tre cognati, Gino, Pietro e Giovanni, erano stati trattenuti.

Sapemmo poi che furono fucilati come partigiani l’11 luglio 1944 a Monghidoro, assieme al barbiere del paese. Da quel giorno per noi non ci fu più tregua, nonostante che mio marito continuasse il suo lavoro, una settimana di giorno e una di notte.

I tedeschi avevano minato la polveriera in previsione del peggio, e i fascisti ogni giorno sfottevano mio marito dicendo che speravano di smascherarlo come partigiano per fargli fare la fine dei fratelli. Sempre più deciso passò all’azione diretta. Con un certo Francesco, detto Francis (poi caduto anche lui), con Bolero, della 63a, con un pompiere molto giovane di cui non ricordo il nome e che credo abitasse in via Palestro, e con altri prepararono il loro piano accuratamente e la notte fra il 18 e il 19 settembre 1944, con una azione riuscitissima e veramente brillante, fecero saltare la polveriera.

Mio marito si tenne nascosto per un paio di giorni. Lo vidi l’ultima volta il 20 settembre 1944. Mi spiegò come erano andate le cose, mi raccomandò di stare tranquilla, di continuare la lotta e piuttosto morire che parlare. Poi andò in montagna con Bolero.

Quei giorni furono molto duri per me. Tedeschi e fascisti continuavano a chiamarmi, a interrogarmi, a minacciarmi. Fino ai primi di ottobre fui in contatto con mio marito, poi non seppi più nulla. Lo cercai, ma ne avevo perso le tracce.

II pomeriggio del 15 ottobre 1944 si presentò a casa mia un frate, che, in maniera strana e sospettosa, mi raccontò che mio marito gli aveva chiesto di venire ad avvisarmi che l’8 ottobre, all’alba, era stato preso in combattimento, assieme ad altri amici, nei pressi di Monte Pastore-Rasiglio e che aveva avuto un piede sfracellato da una bomba a mano. Lui l’aveva visto la stessa sera, che stava malissimo, ed era nella canonica di Rasiglio, mentre gli altri erano rinchiusi nei pressi in una stalla. Avevano cercato per lui un dottore, il quale, pure sentendo che si trattava di un partigiano, andò lo stesso a medicarlo. Seppi poi che per tutta ricompensa lo rinchiusero assieme agli altri, con i quali fu poi ucciso la mattina del 10 ottobre 1944 a Casalecchio di Reno. Quel giovane dottore era il costaricano Carlo Martinez Collado. Il frate disse anche che l’aveva rivisto la mattina del 10, già incatenato con gli altri, che si era raccomandato di farmi avere l’orologio come ricordo e di cercarlo pure fra i morti perché per lui era finita.

Temendo un tranello, sospettavo anche perché non aveva l’orologio. Mi limitai a poche domande. Gli chiesi chi era. Rispose che il nome non aveva importanza, poi ammise che era a San Giuseppe e che si chiamava Angelo. Ho avuto poi da altri l’orologio e la conferma di tutto e seppi anche che il tredicesimo caduto fu preso strada facendo da Rasiglio a Casalecchio, dove furono condotti tutti sotto grande scorta armata, incatenati mani e piedi, lui pure ferito com’era. C’è da inorridire solo a pensare come abbia fatto a trascinarsi per tutta quella strada in simili condizioni. Uscito il frate, tentai di rintracciare subito qualcuno dei nostri, ma inutilmente, perché ormai era l’ora del coprifuoco.

La mattina seguente, d’istinto, mi recai a Casalecchio dove sapevo che c’erano dei morti. Qui giunta mi si presentò lo spettacolo più orrendo che mai si possa immaginare. Chi mai lo potrà dimenticare? Vidi tutti quei morti, legati, seviziati.

Poi trovai lui, impiccato ai pali della luce.

I tedeschi che erano di guardia al cavalcavia, mi intimarono di andarmene, ma forse la mia disperazione li fece commuovere e mi lasciarono fare. Mi aggrappai a lui, lo tirai giù, lo ricomposi, lo guardai bene: gli avevano sparato negli occhi, in bocca, sfigurato, ridotto un mostro. Più che le sue sembianze riconobbi il vestito, la camicia, e il piede mozzato e fasciato, come mi era stato detto. Due giorni dopo lo seppellirono in una buca di una bomba, nel medesimo posto.

In seguito Bolero mi fece sapere che a giorni veniva in città e mi avrebbe raccontato come erano andate esattamente le cose. Ma il 30 ottobre, a Casteldebole, anche Bolero finì la sua vita nel corso di un’eroica battaglia.

Passata la prima disperazione, trovatami sola, con la roba bruciata, il marito morto, senza lavoro e segnata a dito, ripresi i contatti prima con il pompiere che mi presentò Nazzareno Gentilucci, detto Nerone, Nicco, Tarzan e altri e si ricominciò.

Nerone con la moglie si stabilì in casa mia, in via Santa Caterina 17, e vi si radunavano anche altri per incontri di lotta partigiana.

Ho continuato così a fare tutto quello che mi era possibile senza essere né eroina né vittima, ma coscientemente, fino alla sospirata liberazione. Credo che tutti gli altri particolari non interessino.

Oggi mi trovo partigiana dell’8a Brigata «Masia», vedova di un commissario politico e sottotenente della 63a brigata Bolero.

Mio marito, Ubaldo, ha avuto la Croce al Merito di Guerra alla memoria. Io pure ho avuto la Croce al merito di guerra partigiana.

Fonti:

Dizionario biografico M – Q – Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1995

LUCIANO BERGONZINI – LA RESISTENZA A BOLOGNA TESTIMONIANZE E DOCUMENTI  VOLUME V – Istituto per la Storia di Bologna -1980

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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